Immondi paralleli: Carlo Michelstaedter, Paolo Musìo, Alessandro Piperno e Silvia Avallone

20 ottobre 2013
Pubblicato da

di Francesco Forlani

Ieri sono andato con Giulia a vedere lo spettacolo di Paolo Musìo. In una piccola sala, spazio teatrale Idiòt in zona Porta Palazzo a Torino. Si entra da un fatiscente portone dai muri scrostati, scenografia urbana involontaria che tanto sarebbe piaciuta a Luca Ronconi; si attraversa un terrazzo a ringhiera di vago sapore siciliano, e da una porta si accede nelle tre salette, rigorosamente bianche su cui spiccano un vecchio lavacro di pietra, panche di legno, e un jukebox oracolare.

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Quando stamattina ho aperto davanti a me i due inserti, La lettura del Corriere, e il Domenicale del Sole 24 ore, ero indeciso da quale cominciare. La lettura corrisponde, in un immaginario meeting di atletica, a una corsa di 200 metri, fai in fretta a trovare in mezzo al chiacchiericcio generale proposto quell’un-due articoli in grado di giustificare la spesa. Il Sole ha quasi sempre il respiro ritmato e costante della maratona. Poche cose inutili, poco guizzo però.

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«Non chieder più nulla,
sappi goder del tuo stesso dolore,
non adattarti per fuggir la morte;
anzi da te la vita nel deserto
fatti – che sia per gli altri nuova vita;
non disperare, ma rinuncia ai vani
aspetti della vita, e nel deserto
sarai tranquillo: dalla tua rinuncia
rifulgerà il tuo atto vittorioso,
APГIA sarà il tuo porto ΔI’ENEPГEIAΣ»

Il dialogo-intervista a cura di Cristina Taglietti, con Alessandro Piperno e Silvia Avallone si può trovare qui, mentre i versi che avete appena letto, da una poesia di Carlo Michelstaedter, li potete ritrovare in un delicatissimo articolo del nostro Sparzani, di qualche tempo fa.

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Ieri sono stato a vedere lo spettacolo di Paolo Musìo, Eremos, per la regia di Theodoros Terzopoulos. Il testo, tratto dall’opera “La persuasione e la Rettorica” di Michelstaedter (Adelphi) è stato adattato dall’interprete. Sabato era la quinta data e la media di spettatori è di venti per rappresentazione. Venti spettatori disposti su due file di panche messe una di fronte all’altra. Un proiettore di luce ad altezza uomo è puntato sull’attore che ad esso si rivolge durante tutto il monologo. Noi spettatori siamo presi nel mezzo di questi due flussi, di luce e di parole, luce e parole che agiscono sul corpo dell’attore, lo scorticano, lo trasformano negli umori, sudore e saliva che modellano il terriccio stretto prima nei pugni e poi lasciato cadere ai propri piedi. Un’esperienza radicale, militante.

 

 

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Avallone, libero, Piperno stopper, ci dicono qualcosa in difesa della letteratura. O almeno vorrebbero e per capire da chi o da cosa un’idea ce la danno sicuramente titolo e cappello introduttivo alla chiacchierata.

La letteratura non è militante
«I libri cambiano noi, non la società. Niente impegno politico, solo spazi liberi»

Ma per entrare nel merito della questione riporto un passaggio che secondo me offre spunti interessanti, a proposito.

“Claudio Magris sostiene che l’utopia di Don Chisciotte, destinato comunque a essere sconfitto, è un movente per scrivere, che la letteratura ha il compito di far sentire, in qualche modo, questa necessità di migliorare il mondo.” recita il redazionale.

PIPERNO — Per me no. Credo che la letteratura possa al limite migliorare chi legge e chi scrive, ma credo che contaminarsi sia anche un pericolo per l’arte stessa. Se pensi troppo a migliorare il mondo e non a fare un buon libro, non va bene. E un buon libro può anche peggiorare il mondo. Si dice sempre che nella Germania nazista c’era un gran consumo di musica classica, di cultura alta, di autori come Goethe. Ci sono società operaie che non hanno alcuna attitudine alla lettura e che sono tanto meglio della borghesia nazista. Pure la parola migliorare mi lascia perplesso.

AVALLONE — Nel libro puoi essere impopolare, raccontare storie fastidiose, ma tutto questo è vitale. È fondamentale nella scuola: per diventare cittadini curiosi gli studenti devono imparare a esercitare questa libertà. Più che un impegno politico alla maniera di Sartre, è un impegno morale che, per me, significa non essere indifferenti. È un’altra virtù della letteratura: vivere le vite degli altri senza giudicare, benché siamo in una società violenta che, come in certi programmi televisivi, ama inchiodare una persona a un ruolo, a un reato. La letteratura complica l’esperienza, oltrepassa il giudizio e ti permette di vedere il mondo attraverso altri occhi. È un modo per prendersi cura delle vite degli altri.

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Perché questo passaggio? Forse perché Claudio Magris ha dedicato a Carlo Michelstaedter un posto privilegiato nel romanzo “Un altro mare”, (Milano, Garzanti- Gli Elefanti 2003) che ha per protagonista Enrico Mreule, insieme a Nino Paternolli, grande amico del giovane filosofo? Forse, più semplicemente perché è l’unico passaggio di tutta la conversazione, piacevole tutto sommato e nient’affatto “pretenziosa” espressamente dedicato alla questione, affaire di questi tempi classificato come “intellò stronzi e peggio ancora se romanzieri intellò”. Se la risposta di Piperno può sulle prime lasciare perplesso e sulle seconde pure, più precisa è Silvia Avallone quando ci ricorda che la parola impegno debba intendersi non necessariamente come politico, “alla Sartre” ma morale, alla Camus, aggiungiamo noi. Ma allora cosa è un impegno morale? Una professione da intellettuali, un mestiere da romanzieri o una vocazione da uomini e donne di cultura?

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La voce dell’attore sorge da una parola doppia, biascicata, dionisiaca, incomprensibile e soltanto dai due toni riconducibile a due anime diverse. Anche il corpo, figura dell’interprete, è in dialogo costante con l’ombra che gli fa da controfigura sullo sfondo, doublure, in francese,  risvolto del personaggio, due volte defigurato. Sembra di essere nel mito platonico della caverna, e la ricerca di assoluto e di verità, di Michelstaedter\Musìo, tutta rappresentata in quella frontalità con la luce, le fiamme che generano dalle cose, dalla loro verità, soltanto l’ombra. Noi spettatori fissiamo allora il volto di chi vede in faccia le cose, la vita, la morte, ma soprattutto il tempo-immagine senza il quale nessuno e niente sarebbe possibile. In un dialogo impossibile tra il tutto, il troppo, e il niente come nell’epigrafe testamento del giovane filosofo, didascalia di un disegno di una lampada fiorentina.
Lampada fiorentina 3 Michelstaedter
La lampada si spegne per mancanza d’olio
io mi spensi per traboccante sovrabbondanza

Il testo, le note di Carlo Michelstaedter si uniscono molecolarmente ai frammenti di Eraclito, recitati senza testo a fronte, arcaici, appena appena riconoscibili. Sembra accadere alle parole quanto viene “detto” poco dopo:

Due sostanze si congiungono chimicamente: cessano entrambe dalla loro natura, mutate nel vicendevole assorbimento. La loro vita è il suicidio. Per esempio il cloro è sempre stato così ingordo che è tutto morto, ma se noi lo facciamo rinascere e lo mettiamo in vicinanza dell’idrogeno, esso non vivrà che per l’idrogeno. L’idrogeno sarà per lui l’unico valore del mondo: il mondo.
Per quell’atomo di cloro è questione di vita o di morte. Da quando, in qualunque modo, avvenuto alla vita mortale, ebbe coscienza clorosa, ha sperato disperatamente; il suo occhio guardava la tenebra e non vedeva cosa che fosse per lui: la sua vita è stata un dolore mortale. Se noi ora gli avviciniamo l’idrogeno, nell’oscurità gli apparirà una luce lontana, indistinta, ed esso si risveglierà nel crepuscolo a una più precisa speranza, finché giunto l’idrogeno nella data vicinanza, il cloro vedrà tutto chiaro l’orizzonte, ed affermerà la sua vita ormai certa – nel piacere mortale dell’amplesso. Ma soddisfatto l’amore, la luce anch’essa sarà spenta, e il mondo sarà finito per l’atomo di cloro. Cloro, idrogeno. I loro mondi diversi ma correlativi così che dall’amplesso mortale avesse d’attender poi e soffrir la sua vita: l’acido cloridrico.
Nella lontananza dell’idrogeno, il cloro attende inerte. La condizione per il suo volere non è in lui, ma in ciò che è per lui mistero, infinita oscurità, contingenza delle cose, caso.
– In questa attesa, per questo sentimento del tempo inutile il cloro nella lontananza dell’idrogeno s’annoia.

(Lo spettacolo si replica il 25-26-27 ottobre, ore 21, Spazio idiòt, via S.G.B. La Salle 16 A, 10152 Torino)

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La sensazione che ho avuto, a lettura ultimata della discussione è stata non tanto quella di una vera e propria solitudine, autentica matrice di ogni creazione letteraria. Non solitudine, ma isolamento da intendersi qui nel suo significato medico di convalescenza. Ancora una volta, si ha come la percezione che il pensiero, la libera creazione, la cultura, non ne vogliano più sapere della battaglia, dell’ideologia, della comunità; basta i J’accuse ma pure Zola, il romanziere francese, mentre per Zola calciatore sardo si potrà soprassedere. Sembra, a conti fatti, permanere l’equivoco di fondo, sul senso da dare alla parola impegno. E una domanda, semplice quasi banale, sembra affacciarsi, timidamente, sulla questione: ma oggi dove e come l’impegno intellettuale sta monopolizzando la creazione? A me sembra che dalla fine degli anni settanta manchino, purtroppo, per fortuna, in Italia, parole d’ordine, partiti della cultura, obblighi politici per gli intellettuali, linee editoriali dettate dai partiti, anche perché i partiti pare che se ne siano andati da molto prima. Insomma mi sembra che tutti vogliano disertare la battaglia quando della battaglia non si hanno tracce da un bel po’. L’impegno, ha ragione Silvia Avallone, è morale, ricerca della verità, e la verità può a volte costare la vita, come nel caso dell’appena ventitreenne Carlo Michelstaedter. O la prova fisica e morale che un interprete come Paolo Musìo ha voluto dare in una piccola sala di teatro di ricerca, nel cuore del mercato di Porta Palazzo, l’unico mercato a mantenere qualcosa d’umano. In questo presente.

Né alcuna vita è mai sazia di vivere in alcun presente, ché tanto è vita, quanto si continua, e si continua nel futuro, quanto manca del vivere. Che se si possedesse ora qui tutta e di niente mancasse, se niente l’aspettasse nel futuro, non si continuerebbe: cesserebbe di esser vita. Tante cose ci attirano nel futuro, ma nel presente invano vogliamo possederle.
Io salirò sulla montagna – l’altezza mi chiama, voglio averla – la ascendo, la domino; ma la montagna come la posseggo? Ben son alto sulla pianura e sul mare, e vedo il largo orizzonte che è della montagna; ma tutto ciò non è mio. Non è in me quanto vedo.
Il mare brilla lontano. In altro modo esso sarà mio. Io scenderò alla costa, io sentirò la sua voce. Ma se mi tuffo nel mare, se bevo il salso, se esulto come un delfino – se m’annego – ma ancora il mare non lo posseggo: sono solo e diverso in mezzo al mare.
Né chi cerchi rifugio presso alla persona ch’egli ama – potrà saziar la sua fame: non baci, non amplessi o quante altre dimostrazioni l’amore inventi li potranno compenetrare l’uno dell’altro: ma saranno sempre due, e ognuno solo e diverso di fronte all’altro. –
Tutti lamentano questa loro solitudine, ma se essa è loro lamentevole – è perché, essendo con se stessi, si sentono soli: si sentono con nessuno e mancano di tutto.
Ognuno vuole dalle altre cose nel tempo futuro quello che in sé gli manca: il possesso di se stesso: ma quanto vuole e tanto occupato dal futuro sfugge a se stesso in ogni presente.
Così si muove a differenza delle cose diverse da lui, diverso egli stesso da se stesso: continuando nel tempo. Non sa ciò che vuole, non sa ciò che fa perché lo faccia: non ha se stesso: finché vive in lui irriducibile, oscura la fame della vita.
Perciò è ognuno solo e diverso fra gli altri, ché la sua voce non è la sua voce ed egli non la conosce e non può comunicarla agli altri.

“La persuasione e la Rettorica” di Carlo Michelstaedter (Adelphi)

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23 Responses to Immondi paralleli: Carlo Michelstaedter, Paolo Musìo, Alessandro Piperno e Silvia Avallone

  1. andrea inglese il 20 ottobre 2013 alle 23:25

    ah ah ah… anche sulle pagine della “Lettura”, veramente pop, romanzieri di successo e anti-elitari, che scrivono che si capisce, anche loro alla prese con le categorie-zombi, i fantasmi del novecento, come qui noi sfigati poeti? Solidarietà con i romanzieri di successo che fronteggiano il terreo fantasma di Sartre.

  2. Mb- il 21 ottobre 2013 alle 00:29

    Il terreo, assetato fantasma di Sartre.

  3. Rosario Tedesco il 21 ottobre 2013 alle 08:50

    “Nei momenti che sento un po’ d’entusiasmo nel lavoro arido, mi par di lottare per la vita e per il sole contro quell’aridità e quell’oscurità della filosofia universitaria, di lottare per il sole e per l’aria e per i sassi puri del Valentin, d’essere un falco che manda via le cornacchie dalla cima del monte. È vero che lavoro per una rovina [quella del castello sul San Valentino, vicino Gorizia], e che tanto le cornacchie alla cima non ci arrivano, e che continueranno sempre a chiamar cima quella pianura sudicia dove stanno, che continueranno sempre a mangiar cadaveri – a trar la vita dalla morte, e che non c’è forza al mondo che possa tirarle da quell’illusione, che resteranno sempre cornacchie. E che in fondo in fondo tanto vale una cornacchia che un falco. Ché in un modo o nell’altro tutti e due mangiano per vivere e vivono per mangiare; e vivono e mangiano per morire. – Ma lasciatemi almeno per questi mesi l’illusione che valga realmente più d’un falco. Perché soltanto cosi le cornacchie finiranno col dargli la cittadinanza onoraria fra loro – voglio dire la laurea. Ma questa laurea me la fanno pagare cara proprio.”

    Carlo Michelstaedter
    Da una lettera alla famiglia del 30 marzo 1909 in ibidem

  4. sparz il 21 ottobre 2013 alle 14:45

    grazie Francesco di questo post e anche del riferimento al mio passato, ma non solo, interesse per quella folgorante meteora che fu Carlo Michelstaedter. Lo ricordo spesso in quello che scrivo, anche qui, per esempio, perché la lettura de La persuasione e la rettorica è di quelle rare che ti segna per la vita. Segnalo anche che una bella immagine della lampada fiorentina che gli era tanto cara si trova qui. .

  5. helena il 21 ottobre 2013 alle 17:07

    Eh già! (Michelstaedter mi toglie, giustamente, le parole su tutto il versante “pop” di questo testo.)

  6. francesco forlani il 21 ottobre 2013 alle 17:16

    l’interpretazione di Paolo Musìo anche. Pure il mondo forse. l’immondo parallelo effeffe

  7. helena janeczek il 21 ottobre 2013 alle 17:29

    :-) (sentito)

  8. francesco forlani il 21 ottobre 2013 alle 17:38

    è la vita helena, un minuto prima sali sullo scranno delle grandi battaglie, del senso della vita e un minuto dopo riempi il carrello della spesa, e magari il pensiero dell’uno contamina l’altro, un flusso di coscienza ma non alla Bergson, qualcosa di simile a uno zapping autistico, da divanostravaccatobabbuccebabbucce, ed è così la vita. Per dirla con il grande Eraclito non ci si bagna mai due volte nello stesso post. effeffe

  9. helena janeczek il 21 ottobre 2013 alle 17:44

    Chapeau, France’!

  10. Prosper il 21 ottobre 2013 alle 20:03

    Chiunque – a quanto vedo dai commenti, nessuno – lo abbia letto può immaginare quanto c’entri michaelstedter con piperno e avallone. Non è pop. E’ puro kitsch.

  11. celeste il 21 ottobre 2013 alle 22:02

    come se uno non avesse mai scritto i “Cahiers pour une morale”…

  12. effeffe il 22 ottobre 2013 alle 00:01

    Prosper, Michelstaedter. c’è un a di troppo. è kitsch così. Ti è forse sfuggita l’occasione di cui si parla ovvero la rappresentazione teatrale qui raccontata. Se ti trovassi a Torino il prossimo fine settimana è un teatro che vale. Per quanto riguarda la sequenza, si tratta di un segmento – do you remember Gilles Deleuze?- e sui segmenti ogni punto si equivale, sia che si tratti di un genio postumo o di un contemporaneo.
    effeffe

  13. effeffe il 22 ottobre 2013 alle 00:15

    Celeste che si voglia o meno Sartre è stato negli anni quaranta cinquanta, fino ai fatti d’Ungheria, un interprete della doppia morale, compromesso a cui Camus non ebbe la forza o la voglia di cedere. Una doppia morale che l’ideologia marxista imponeva con una scelta di campo precisa, o con i russi e dunque con i proletari o con i capitalisti.«
    Quelle que soit la nature de la présente société soviétique (éditorial des Temps modernes de janvier 1950) l’URSS se trouve grosso modo située, dans l’équilibre des forces, du côté de celles qui luttent contre les formes d’exploitation de nous connues. La décadence du communisme russe ne fait pas que la lutte des classes soit un mythe, que la “libre entreprise” soit possible ou souhaitable, ni en général que la critique marxiste soit caduque.»
    Denunciare i goulag equivaleva a «pactiser avec ses adversaires».
    effeffe

  14. Prosper il 22 ottobre 2013 alle 12:52

    effeffe, non ci ho capito ‘na mazza, ma va bene lo stesso. Che ci sia una a in più o una in meno, in fondo si tratta sempre di impastarsi la bocca con nomi e riferimenti piuttosto impegnativi (nomi-etichetta, riferimenti-etichetta) che dovrebbero portare uno dei due interlocutori su un livello più alto dell’altro. Quindi l’unica cosa che posso dirti è: no, Deleuze non me lo ricordo.
    Quanto allo spettacolo-evento, il dubbio è che si faccia la fatica di leggere Michelstedter – sempre che lo si sia letto – per concedersi l’ebbrezza di parlarne in pubblico. Un polemista che apprezzo molto direbbe: “per occupare spazi.” (Oppure, per dirla con Michelstedter: per fare “rettorica.”)

    • effeffe il 22 ottobre 2013 alle 13:23

      un dubbio mal riposto. comunque va bene così co na mazza, sticazzi, li spazzi
      adieu
      effeffe

  15. effeffe il 22 ottobre 2013 alle 14:36

    “Quanto allo spettacolo-evento, il dubbio è che si faccia la fatica di leggere Michelstedter – sempre che lo si sia letto – per concedersi l’ebbrezza di parlarne in pubblico.”
    questa cosa mi fa incazzare e ti spiegherò perché.
    Come è detto nel mio post si tratta di un monologo con un attore che “dice” a memoria, segnatelo bene nella capa “a memoria” quarantacinque minuti di testo di Michelstedter con proiettore di luce puntato sugli occhi, diretto come da regia stabilito, per quarantacinque minuti circa. Occupare spazi, è offensivo verso un’idea di letteratura e di teatro portata ben al di sopra del chiacchiericchio di cui parli e di cui mi sembri per disattenzione un degno rappresentante. Ti ricopio qui la scheda di questo spettacolo, non evento, ma nemmeno semplice vento ti assicuro, che come spero di avere comunicato, e se non ci sono riuscito ne faccio ammenda, che dimostra due cose: uno, che la passione per la verità può portare perfino la prova di un attore al di là dell’immaginabile e due che perfino per testi come dite voi, ostici, come quello di Michelstedter, può passare un tipo di corrente diverso da quello da elettroencefalogramma piatto a cui siamo, siete abituati.
    Spettacolo a cui ho assistito in un teatro -stanza a Porta Palazzo, ora è chiaro?

    Eremos debutta in prima assoluta ad Atene presso il Teatro Attis di Theodoros Terzopoulos, primo produttore dello spettacolo, nel novembre 2007. In questa occasione lo spettacolo è ideato per 22 spettatori seduti su scranni di legno sul modello di quelli delle chiese ortodosse, sistemati nel sottoscala del teatro, come in una catacomba, lungo due lati, mentre l’azione si svolge nello spazio centrale dove trovano posto il maestro Terzopoulos, seduto, e l’attore Paolo Musìo, in piedi, circondato dalla cenere degli incendi che funestarono il Peloponneso in quella estate, cenere in cui si trasforma e da cui ogni volta rinasce, illuminato da un solo faro che proietta la sua ombra enorme sul muro retrostante, mentre una goccia lo colpisce incessantemente al centro della testa, come in una tortura cinese. In questa versione con alcune modifiche spaziali, frontalità dell’attore rispetto a un pubblico sistemato su una tribuna, lo spettacolo è rappresentato anche a S. Pietroburgo nel settembre 2009 nel Teatro Alexsandrinskji. A partire dalla dimensione estremamente concentrata dell’allestimento iniziale si sviluppa la possibilità di ampliare l’organico dello spettacolo, includendo un coro. Nel luglio 2008, a Lecce, presso il teatro romano, Eremos è rappresentato con un coro di sei cantanti anziani provenienti dai paesi della cosiddetta Grecìa salentina. I testi dei brani cantati sono in Griko, lingua che conserva una memoria vivissima del greco antico. Questo materiale verbale e musicale è messo a contrasto con la lingua poetica e filosofica di Michelstaedter con effetto di reciproco straniamento come in una mente che assiste all’esplosione della memoria al suo interno. L’azione è diretta in scena da Theodoros Terzopoulos, che orchestra i piani di ascolto e di intervento e si inserisce vocalmente insieme a Paolo Musìo, con materiali di autori presocratici, come i frammenti sul fuoco di Eraclito e altri da Eschilo, portando la macchina scenica poliritmica alla sua dimensione teatrale, a specchio dello sguardo contemporaneo sulla storia e di quella patologia della memoria collettiva di cui sembra soffrire questo nostro presente. Nel novembre del 2008, in Sardegna, a Silanus, nel cuore della provincia di Nuoro, il coro è costituito dai Tenores di Oliena, tre cantanti in una formazione di antichissima tradizione mediterranea. Le loro voci organizzate secondo moduli codificati (boche, mesaboche, contra), forniscono spazi sonori vasti, aperti e profondi. La rappresentazione avviene in S. Lorenzo, chiesa che sorge alla sommità di una collina in un luogo da sempre dedicato al sacro, come testimoniano le pietre votive falliche di epoca preistorica che la circondano. Nel settembre 2009, per la produzione di Teatro Cucinelli,TSU e ERT-Emiliaromagnateatro, in due nuovi allestimenti lo spettacolo si arricchisce dell’apporto dell’artista Jannis Kounellis. A questo grande artista greco, residente in Italia ormai da più di quarant’anni, è affidata l’organizzazione dello spazio del Teatro Cucinelli a Solomeo, presso Perugia, e la realizzazione di una installazione. L’artista, tra i fondatori del movimento dell’”arte povera”, universalmente riconosciuto come uno dei massimi esponenti dell’arte contemporanea, rompendo con la perentorietà del proprio segno le simmetrie suggerite dal luogo, pone a ridosso di gradoni ricoperti da kilim colorati un cerchio di dodici sedie con sopra altrettanti sacchi di carbone nella zona di consueto adibita a platea, che diventa così un luogo di compresenza di segni visuali, sonori, un luogo pieno di concentrazione e di contrasti, adatto a mantenere il pubblico, seduto su una pedana sul palcoscenico, in una posizione di partecipazione attiva. Alla performance ha partecipato anche l’ensemble “Tacite voci”, diretta da Bruno De Franceschi. Il maestro Terzopoulos in questa occasione inserisce suoi interventi cantati da antiche melodie tradizionali, in cui una impossibile nostalgia per un mondo definitivamente perduto si fonde con la forza e la tensione del lamento eschileo. Segue la partecipazione di Eremos al Festival Vie, a cura di ERT Emiliaromagnateatro, con un allestimento nella Rocca medioevale di Vignola, in cui, tra altissimi e spessi muri di mattoni, Kounellis segna su tre lati della sala un perimetro di sedie, sulle quali colloca putrelle di ferro da costruzione, delimitando in questo modo con forza lo spazio del lutto, della continua perdita, per una veglia funebre che porta con sé la memoria di un tempo senza tempo che ciclicamente ritorna. Il 20 ottobre 2010 lo spettacolo è stato presentato a Mosca, nell’ambito della rassegna “A solo”, presso il teatro “Na Strastnom”, e poi ancora il 9 marzo 2011 presso il Piccolo Teatro Studio di Milano e nell’estate del 2011 a Genova sul sagrato della chiesa di S. Matteo, in Grecia a Kiato ed Eleusi, in autunno a Londra nella cripta della chiesa di S. Pancrazio in collaborazione con l’artista Kalliopi Lemos, infine in maggio 2012 a Perm, ai confini con la Siberia per il Djaghilev Festival. In forma di a solo è presente in ottobre 2013 presso lo spazio idiòt a Torino.
    Il progetto ha natura estremamente dinamica e aperta, vicina alla natura di Michelstaedter, là dove l’autore della “Persuasione e la Rettorica” dichiara di non voler essere interpretato secondo schemi correnti, facili classificazioni, di non voler pagare il biglietto d’ingresso per nessuna delle categorie prestabilite del sapere e dell’arte, quando questo sapere e questa arte sono volti solo a coprire di illusioni la tragicità della condizione umana. Da questo atteggiamento fortemente conflittuale il progetto di distribuzione di Eremos deriva anche la creazione di un percorso parallelo a quello cosiddetto ufficiale, di grandi spazi teatrali, sentito come luogo di inevitabile affermazione retorica di messaggi “vincenti”, inadatto quindi a trasmettere la pura ribellione prorompente dai testi di Michelstaedter.
    “La lingua non c’è, devi crearla, devi creare il modo, devi creare ogni cosa per aver la tua vita.”

    Lo spettacolo è stato prodotto da Attis, Teatro Cucinelli, Ert-Emiliaromagnateatro, Teatro Stabile dell’Umbria.

  16. Lalo Cura il 22 ottobre 2013 alle 16:24

    vedi, effeffe, l’articolo in sé non è male, davvero, anche se, a mio modo di vedere, hai prodotto su questo blog di molto meglio (tanto, anche sul piano dell’inventiva, della “ricerca” e della commistione di linguaggi), e di peggio (poco, per tua fortuna e per quella di chi ti legge)

    premesso questo, penso che tu debba rassegnarti all’attacco e alla critica “per partito preso” (e non sto biasimando né l’uno né l’altra: ognuno è libero di dare il meglio o il pegio di sé, anche quando commenta)

    perché affermo questo? semplice, guardati attorno, e “se sai dire, dillo”: in una NI ridotta a “bacheca” personale di un gruppo e dei suoi affiliati interni ed esterni [della serie: noi non facciamo spam sulla rete], diventi uno dei pochi “bersagli” veramente appetibili [un altro, probabilmente, è Ventre: contro il quale, però, è in vigore la “congiura del silenzio” o, in subordine, la risposta affidata all’intervento acido del cooptato, o del cooptando, di turno]

    con chi vuoi che ce la si prenda, allora? con la lista mensile delle “mercanzie” o con la locandina quotidiana degli “sbadigli” di cui la “premiata ditta” è prodiga dispensatrice?

    “ti lascio qui”, effeffe

    lc

    • francesco forlani il 22 ottobre 2013 alle 17:22

      non condivido lc. ho già scritto della complessa cartografia del mondo poetico e trovo che sebbene i diversi mondi si confrontino poco, è vero che si sono moltiplicate le occasioni di incontro ( Andrea Inglese e Michelangelo Zizzi, per esempio). Anche su Ni non esistono egemonie “poetiche” personalmente e devo dire anche daniele pubblichiamo poeti che sono assolutamente fuori dai contesti che citi o ne sono parte non organica ( Cepollaro, Rizzante ecc) e hanno dignità di pubblico e commenti alla stessa maniera. Cito per esempio la mia rubrica dei poeti appartati che è molto letta e seguita. Per quanto riguarda poi nello specifico questo post. hai ragione, possiamo sempre fare meglio, però sempre con rigore, e chiedere lo stesso rigore ai lettori mi sembra un diritto, non trovi? Soprattutto quando condividi esperienze radicali come quella di Paolo Musìo in questo caso. un abbraccio effeffe

      • Lalo Cura il 22 ottobre 2013 alle 17:35

        non condivido lc.

        mi sembra sia un tuo sacrosanto diritto, effeffe.

        il mio, non sacro e nemmeno santo perchè non bazzico “chiese”, rimane quello di dire, se mi va, ciò che si vede dall’esterno (del blog e dei “luoghi di cul-to”

        embràssoti

        lc

        • francesco forlani il 22 ottobre 2013 alle 21:01

          pur’io

  17. m. il 22 ottobre 2013 alle 17:01

    bel pezzo. arguto. sentito. bello.
    (ci voleva. grazie.

  18. diamonds il 23 ottobre 2013 alle 18:51

    la solitudine dei numeri uno

    http://www.youtube.com/watch?v=Lf_si6o3yWk

  19. daniele ventre il 23 ottobre 2013 alle 20:34

    Il plurilinguismo narrativo è sempre difficile ma ha una tradizione. Il plurilinguismo critico e la focalizzazione multipla del documento fra narrazione e saggio è un’innovazione stupenda.



indiani