Il lavoro, il carcere, la Coca-Cola

30 ottobre 2013
Pubblicato da

di Dr.Fabio Dito (Stopopg Campania) e Mario Schiavone

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Un’ora di lavoro fra alcune mura delle carceri italiane frutta un compenso: vale meno del costo di due bottigline di cocacola pet da mezzo litro.

Giovanni lavora da parecchi anni negli istituti penitenziari. Per non perdere traccia di quel che fa, scrive alcuni appunti: annota su foglietti ciò che lo colpisce di più. Quei piccoli appunti lo portano ad osservare da vicino quanto accade oggi all’interno delle Carceri e degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. La contraddizione è così forte che gli viene in mente Freud.
Un grandissimo Studioso che, come molti sapranno, ha praticamente spiegato che una persona fa le cose e poi dice che non le ha fatte. In seguito, non solo dice che non le ha fatte ma le rimuove e le colloca nell’inconscio.
Giovanni sa bene che L’art. 20 della legge 354/75 “sostiene” che devono essere favorite in ogni modo le attività lavorative all’interno delle strutture carcerarie e degli Opg. Immagina nella sua testa un’indicazione chiara: molti detenuti lavorano e quando qualcuno fra i detenuti non possiede capacità tecniche può essere ammesso a un tirocinio remunerato. In cambio di una somma equa e giusta, ovvero – come previsto dalla norma- una paga oraria non inferiore ai due terzi di quanto previsto dai Contratti Collettivi Nazionali. Tutto torna?
“Non tornano i conti” pensa Giovanni. – nel caos carcerario italiano i conti non danno mai risposte. Anzi, pensa Giovanni dentro di sé: “Mi faccio ancora più domande”.
La prima che uno come lui si pone è:
“Se guardo il cedolino paga di un detenuto noto che la retribuzione oraria è ben al di sotto di quanto realmente dovrebbe percepire un detenuto. A quanto ammonta la sua paga? Un’ora di lavoro in carcere, (tra contributi a carico del lavoratore, quota di mantenimento e paga fissa e vincolata) vale meno del costo di un litro di cocacola: questa notizia, retorica pubblicitaria a parte, seconda Giovanni andrebbe condivisa con tutti.
Eppure Giovanni pensa. Sa bene che pochi sanno che dal 1994 non vengono aggiornate le paghe orarie del lavoro svolto in carcere. Per rendere ancora più angosciante il fenomeno, aggiunge Giovanni, bisogna sapere che intorno alla posizione lavorativa di un recluso si cerca di far ruotare il maggior numero possibile di detenuti: una sorta di job-sharing. Neanche Ken Loach, nel bellissimo film “In questo mondo libero” del 2007, aveva osato immaginare e narrare un sistema lavorativo tanto labile rispetto alle logiche sindacali di un tempo e alle promesse di recupero.
Un giorno Giovanni, nella sua agenda, appunta un altro esempio. Quello che gli viene in mente è immediato e semplice: c’è la crisi, non ci sono soldi e molti PRAP ribadiscono la necessità di sospendere l’erogazione dei sussidi di sostegno al reddito a favore dei detenuti e degli internati.
Non siate malpensanti, direbbe Giovanni se dovesse raccontare dal vivo questa storia a degli amici.
Il malpensante è proprio lui, Giovanni. Perché nelle condizioni fin qui descritte, gli operatori che lavorano negli istituti penitenziari sanno che l’utilizzo di quei di quei pochi soldi destinati al lavoro in carcere diventano per alcuni una forma di welfare penitenziario.
Questo significa che chi è solo (o non sa a chi chiedere un aiuto economico per acquistare il sopravitto) rimane con le mani “legate” cercando di sopravvivere.
Spesso, quando legge i documenti del suo lavoro, immagina le domande dei tanti detenuti che ha incontrato in questi anni. Immagina ognuno di quei detenuti, alle prese con la sopravvivenza, chiedersi: Ma quanto “costa” la mia presenza in carcere? Non basta un sistema di correzione inclusivo a correggere i miei sbagli “sociali”, devo anche subire certe imposizioni?
Talvolta gli sbagli sociali possono essere classificati e paragonati alle colpe mosse da un tribunale kafkiano: cittadini extracomunitari che hanno lavorato molti anni in Italia, con un regolare permesso di soggiorno, dopo aver perso il lavoro, in seguito alla legge studiata dai “gladiatori” dell’arena politica italiana sopra citati, non hanno più niente… SOLO TANTE COLPE, SENZA SAPERE CHI O COSA LI ACCUSA.
Finiscono così, quegli individui, relegati nel sistema carcerario in attesa di soluzioni alternative che a oggi nessuna forza politica contemporanea attiva in questo paese ha preso in carico con proposte legislative utili e urgenti.
E se neanche il carcere, così affollato, offre al detenuto una vita quotidiana decente perché un detenuto dovrebbe vivere o sopravvivere alla propria condizione in modo umano e diligente?
Dopo questa ulteriore domanda, Giovanni pensa di fare un salto in rete. Curiosa per i blog che trattano il tema degli assegni di disoccupazione. Con stupore legge commenti e lamentele sostenute da un pensiero unico e qualunquista: “ non ci sono soldi, piove governo ladro, perché pagare ai detenuti l’indennità di disoccupazione?”.
Avverte Giovanni, osservando quei commenti in rete, un certo rammarico per l’indennità di disoccupazione erogata a chi ha svolto attività lavorative che temporalmente sono superiori alle 57 settimane lavorative negli ultimi due anni…
Come dire: se sei detenuto oggi, perché ti spetta l’indennità di disoccupazione “solo” perché fuori dal carcere hai maturato il diritto a un supporto economico statale? Una Controdomanda per i tanti blogger anonimi dalla mano veloce e dalla mente lenta a comprendere Giovanni cel’ha: Chi ora si trova nella condizione di detenuto, perché poco prima della reclusione ha perso il lavoro, non merita comunque trattamento e dignità pari a un disoccupato non recluso? Anche perché con quello che ti passano in carcere si sopravvive, quando va bene.
Oggi questo. E ieri? Giovanni fa un passo indietro, come in un gioco antico in cui bisogna saltellare usando un sol piede. Questo gesto gli ricorda il gioco della campana, disegnato col gesso bianco assieme ad altri bambini sulle strade di un Paese che non è più quello di un tempo.

In tutti questi anni, Giovanni ne è sempre più convinto, abbiamo assistito alla verticale diminuzione del budget economico destinato al lavoro svolto dai detenuti, a fronte di un’impennata del numero di reclusi.
La conclusione inquietante a cui pensa Giovanni è: Questo fenomeno ha determinato un aumento del lavoro all’interno degli spazi di reclusione, soprattutto per quei servizi irrinunciabili quali vitto, portavitto, pulizie. Di conseguenza, ai detenuti e agli internati -fortunati secondo alcuni perché lavorano- si chiede e si autorizza anche lo svolgimento giornaliero di alcune mansioni in qualità di volontario.
Giovanni a stare fermo con la mente, a smettere di pensare, proprio non ce la fa: una domanda viene di ancora in mente, prima di raggiungere la base del gioco della campana: col suo discorso e le sue domande ha lanciato il sasso per indicare un obiettivo da raggiungere e poi – saltellando su quel piede- ha scoperto che il riquadro finale non era il punto di vittoria del gioco. Anzi, una zona capace di creare un forte dubbio: esistono le regole per arrivare alla casa-base? Se un internato viene ritenuto come persona incapace di intendere e volere perché “volontariamente” può-deve decidere di svolgere attività lavorative non retribuite?
Pensa molto Giovanni, ma non sa rispondersi. Decide di così di osservare il problema lavoro negli OPG considerando in primo luogo la provenienza geografica degli internati. Anche in quel caso le cose non vanno bene. Incontra una sorta di federalismo terapeutico. Un sistema, questo, carico di storture per niente utile quando bisogna ri-definire tutte le manifestazioni regionali del concetto di salute mentale.
Questo perché nello stesso OPG le diverse Regioni italiane titolari dei progetti di dimissione degli internati con tanto di iscrizione anagrafica nel territorio di loro competenza prevedano percorsi differenti tra loro. Un internato sa che i suoi compagni di cella forse usciranno in maniera differente da lui.
Alcune regioni prendono anche in considerazione attività di Borse Formazione Lavoro finalizzate all’orientamento lavorativo. E in alcuni casi, purtroppo pochi, al reinserimento lavorativo. Questo si verifica nella piena assenza di reali progetti di sviluppo di posizioni lavorative all’interno degli istituti penitenziari. Ipotesi possibile: Alcuni internati potrebbero iniziare a lavorare già all’interno degli OPG. Quindi facendo uno sforzo di fantasia costruttiva, si dice Giovanni, se si tiene conto che bisogna prima sanare l’imbarazzante questione del lavoro svolto in regime di “volontariato” magari da affrontare con un fantasioso protocollo d’intesa, potrebbe concretarsi il rischio che a parità di prestazione lavorativa resa, la “retribuzione” percepita da un recluso sarà visibilmente differente perché i “datori di lavoro” sono due: quello penitenziario e quello sanitario. Accade qualcosa di simile nei cantieri navali di Monfalcone.
Potrebbe accadere ancora in altri luoghi di reclusione.

In tanti anni di operato, a Giovanni è anche capitato, di incontrare in un OPG un internato che svolgeva una Borsa Formazione Lavoro sostenuta economicamente direttamente dalla famiglia di origine.

Adesso è tardi, lo sa bene Giovanni. Avvilito conclude così il suo discorso mentale: in assenza di circolazione di denaro dentro le carceri, questa quotidiana “lotta di classe” connotata anche etnicamente, avviene per il possesso e lo scambio di sigarette, bicchieri di coca-cola o aranciata e bustine di nescafé solubile. A lui pare davvero che il processo di discriminazione negativa, descritto da R. Castel, sia sempre in agguato, dentro e fuori dal carcere. Giovanni è stanco di tutto questo. Ha deciso di pensare alla sua esperienza, di parlarne. Forse comincia a credere che per contrastare la crudele illusione del lavoro all’interno del sistema carcerario (e psichiatrico-giudiziario) non basta più domandarsi se ricorrono almeno le condizioni previste dal comma 2 dell’art. 16 della legge 300/70.
“Come vedete, direbbe Giovanni a una sua platea di ascoltatori (cittadini comuni, colleghi sani, giornalisti, scrittori e legislatori di un tempo) a conti fatti, le leggi da osservare ci sono. I problemi da sollevare anche. Mancano le soluzioni propositive da attuare, subito. Arriveranno?”
Giovanni se lo chiede, ancora oggi. Intanto continua a tenere appunti su foglietti e nella mente.

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5 Responses to Il lavoro, il carcere, la Coca-Cola

  1. diamonds il 31 ottobre 2013 alle 14:34

    I cappellani sono sempre bravi a non vedere.i politici,forse per scaramanzia,vanno in prigione solo quando puo` tornargli utile in termini di immagine. E i ministri si preoccupano dei casi umanitari relativi a detenute bilionari che si rifiutano di mangiare,perlomeno fino a quando non le sara` servito un filetto alla wellington in grazia di dio(i sindacalisti invece non ho capito dove siano)

  2. lorenzo il 1 novembre 2013 alle 08:26

    chi sono mai questi che “hanno lavorato molti anni in Italia, con un regolare permesso di soggiorno, dopo aver perso il lavoro, in seguito alla legge studiata dai “gladiatori” dell’arena politica italiana sopra citati, non hanno più niente… SOLO TANTE COLPE, SENZA SAPERE CHI O COSA LI ACCUSA.”
    potresti fare qualche caso concreto?
    perché non si dice niente della cassa per le vittime?
    secondo me uno in carcere NON dovrebbe essere pagato per il suo lavoro
    condizioni di vita migliori Sì
    l’extravitto che arricchisce chi specula sui detenuti si dovrebbe abolire
    che io sappia ai brigatisti veniva servito un vitto decente
    l’articolo mi sembra solo un grande pippone

    • mario schiavone il 3 novembre 2013 alle 10:15

      Gentile Lorenzo, quello che a lei appare come un “gran pippone” è frutto di un articolo scientifico e di uno studio lungo e complesso. I riferimenti bibliografici, le note e altro materiale esistente rimangono a disposizione per tutti quelli che hanno bisogno di consultazioni o controprove. Lei è liberissimo di pensare ciò che crede. Però io la invito, prima di commentare col solo nome e senza una firma reale,a prendersi la piena responsabilità di ciò che sostiene mettendoci la faccia: lei ha un cognome? una mail? Quanto allo stato degli OPG in Italia, lei da cittadino libero è fortunato e sereno: se parla così probabilmente non ne ha mai visitato uno. visitare un opg non mette l’anima in pace, anzi…Quanto ai casi concreti, le testimonianze e la documentazione esistente potrei farle conoscere tanti volontari che negli anni hanno lavorato anche negli opg. “Che lei sappia” (a quale titolo lei parla? da operatore? da dottore? da volontario? mi piacerebbe saperlo) se la sente di confrontarsi seriamente su questi temi? Ha materiale da proporre? Esperienze dirette di chi ha vissuto negli Opg? Stia bene.

      • lorenzo il 3 novembre 2013 alle 14:06

        – guardi, ho visto che c’e stato bisogno di sottostare al vaglio di non so chi prima di pubblicare il mio commento, me ne rammarico, non lo pensavo in un sito come questo
        sono anonimo fino ad un certo punto, comunque le debbo per forza spiegare che essendo un povero maturo diavolo che tira avanti come può non mi va di compromettere (purtroppo devo esprimermi così in questo disgraziato paese) qualche possibilità lavorativa a causa delle mie opinioni
        – ho visitato due volte le patrie galere, prima per motivi di coscienza quindi per una storia assurda conclusa con l’assoluzione per insufficienza di prove (la procura che non mi volle prosciogliere in istruttoria, poi neppure presentò appello), sono stato molto in corrispondenza con carcerati, credo di sapere ciò di cui parlo
        – il carcere dovrebbe essere l’extrema ratio, penso che chi sbaglia debba essere condotto a riconoscere i propri errori e portato a rimediarvi: chi ha rubato milioni dovrebbe essere costretto a vivere con 900 euri al mese, chi ha rubato galline dovrebbe lavorare gratis in un pollaio (rinvio comunque all’illuminante “Diritto, delitto, carcere” di Nicolò Amato)
        – ritengo indecorosa la vita nelle carceri, ma mi sorge un senso di rifiuto quando ci si occupa troppo di caino e poco di abele
        – sul vitto carcerario alle br le mie informazioni sono quasi di prima mano: lo si diceva a rebibbia
        cordiali saluti

  3. mario schiavone il 1 novembre 2013 alle 10:41

    Hai ragione diamonds. Riflessione giusta la tua. La follia con-vive in molte stanze del potere, non nei reclusi che – non sempre, ma spesso- pagano per colpe che non hanno. Nel silenzio totale di molti. Nobile battersi per tutte le forme di vite, bello adottare a distanza, giustissimo fare volontariato…ma ecco la contraddizione assoluta: siamo capaci di aiutare chi vive – nella nostra stessa città molte volte- in modo disumano fra le mura di un opg? Grazie ancora Diamonds, un saluto da me e dal Dottor Fabio Dito.



indiani