La vicina

12 novembre 2013
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(Questo testo è incluso nel progetto “Musée Vivant” realizzato da Robert Cantarella. Prossima esposizione, il 16 e 17 novembre 2013 al Musée de la Chasse di Parigi all’interno del “Festival Paris en toutes lettres”. La traduzione francese, a cura di Laurent Grisel, appare in contemporanea sul sito remue.net)

di Andrea Inglese

Questa vicina è una vecchia, ha tutto quel che, sul viso, nei modi, nell’indolenza maligna, malfidente, nell’insistenza dello sguardo, lanciato da dietro le sbarre del suo cancello, la rende vecchia, il mutismo, l’asciuttezza del corpo, quasi fosse bidimensionale, una sagoma di cartone, i capelli corti e slavati, non grigi ma bianchi, non le occhiaie ma le borse, ossia dei rigonfiamenti lividi sotto gli occhi, la vecchia di cui non so nulla, tranne che è vecchia, e che si comporta in modo totalmente adeguato alla vecchiaia, senza illusioni, compiacenze, slanci, ma secchezza e sorveglianza, perché quasi sempre, se è visibile, compare nella medesima posa, appoggiata come un’ergastolana alle sbarre del suo cancello, con i gomiti che sporgono, lo sguardo fisso su di me, dal lato opposto della strada, che esco, tentando di estrarmi dalla porticina del giardino, che raschia per terra, traballa, chiude male, cosicché io, uscendo, sono quasi certo di trovarla al suo posto, la sentinella, con tutta la sua vecchiaia ostile, e nel migliore dei casi solo ostinata e muta, che mi fissa, e allora io ricambio lo sguardo, mi rendo indagatore, poliziesco, ottuso, a volte mi sorge l’idea astrusa di attraversare la strada, e di domandarle i documenti, sostenendo che si tratta di un normale controllo di polizia, dal momento che io stesso, nonostante lei non l’abbia mai sospettato, date le mie abitudini di vita apparentemente disordinate, sono un poliziotto, e per questo stesso motivo mi sento legittimato, e persino obbligato a interrogarla, a chiederle da quanti anni è diventata vecchia, e per quanti anni ancora pensa di perseverare in questa sua commedia acida della vecchiaia, non sarebbe forse ora di smetterla, essere vecchi va bene, ma uno può anche riparare in casa, nel proprio soggiorno, tirare le tende e appisolarsi sulla poltrona più comoda… Ma poi rinuncio al mio piano, mi dirigo alla macchina, e qui compio alcuni gesti automatici, all’incirca sempre gli stessi, mi tolgo il borsello che ho a tracolla, cercando di non rimanere impigliato nel cordoncino, o di non agganciare con quest’ultimo il freno a mano, afferro la cintura di sicurezza, infilo la chiave di avviamento nel comparto apposito, sblocco lo sterzo e, guardando nello specchietto retrovisore a lato, non posso ignorare che la vecchia è sempre al suo posto, quindi mi sporgo verso di lei, osservandola dal finestrino che si trova dal lato opposto al conducente, ma la vecchia ha cessato di fissarmi, sovrana, altezzosa, si è messa di colpo a scrutare altrove, come se il mio caso non l’avesse mai interessata, ma sappiamo entrambi che non è vero, che tutto ciò fa parte di un diversivo, io so bene che le interesso, sono ancora troppo giovane per non interessarla, lei sa bene che i giovani, a maggior ragione quando non sono più giovanissimi, ma ormai quarantenni, riservano sorprese: possono impazzire, tornare a casa con un braccio rotto, venir aggrediti per la strada da uomini incappucciati, possono essere perseguitati da una donna, che li attende sempre all’uscita, pronta da urlare contro di loro alla minima reazione, anche la più calma e affettuosa, la vecchia non può fingere che io non lo sappia, mentre lei aspetta di morire, e con pazienza vaga nei recessi della sua vecchiaia, cerca con una certa serena costanza il mio punto di squilibrio, vuole vedermi cadere fuori, strisciare sulla soglia, vuole le mie urla, i pianti, una barba lunga, un’ambulanza davanti a casa, una sbornia violenta, con aggressione, o infrazione grave del vivere civile, come il lancio di sassi contro le finestre del vicino. Io so bene quel che lei si aspetta da me. Non ha tutti i torti, d’altra parte, questa vecchia, vuole che io sia all’altezza della mia non più recentissima giovinezza, vorrebbe almeno vedermi in fuga, spaventato, confuso. Tutto ciò sta già accadendo, ma io cavalco gli spaventi con grande noncuranza, affinché lei, quando io esco sul marciapiede, non ne sorprenda nel mio sguardo alcuna traccia, e così pure la confusione, è qualcosa che mi sono abituato a sospendere, come una partita di gruppo che malgrado la frenesia s’interrompe al fischio dell’arbitro, almeno per qualche istante, così accade del mio stato mentale, quando devo espormi alla sua ispezione visiva, anche da lontano, per questo salgo in automobile, o mi dirigo lungo il marciapiede, con una straordinaria presenza di spirito, senza esitare, o sbandare, o poggiare la fronte contro i tronchi dei castagni che crescono lungo la carreggiata. E pure avendo una concreta, urgente, improcrastinabile necessità di correre, di far perdere le mie tracce, di sfuggire alle grinfie di persone per me grandemente pericolose, benché insomma sia nei miei interessi smetterla completamente di pensare ad altro che alla corsa, affinché mi rimanga una qualche flebile speranza di uscirne indenne, dal momento che tutto intorno a me sta precipitando, io nonostante ciò non corro, anzi indugio sull’uscio del giardino, come a cercare un possibile motivo per tornare indietro, mi sembra l’unico modo questo, pur avendo conseguenze catastrofiche sulla mia vita futura, per non soddisfare queste sue brame da vecchia, brame che sebbene siano naturali, in qualche modo automatiche, meccaniche, ferree come leggi di natura, nel contempo non vanno, per nessun motivo, assecondate. Questa è una delle mie quotidiane battaglie. Forse la meno politica, la meno gloriosa, ma certo la più difficile, e io giorno per giorno, a fronte alta, la porto avanti.

*

[Questo testo è già apparso su NI nel 2010. Riappare oggi come parte di un lavoro di traduzione in francese realizzato con Laurent Grisel.]

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23 Responses to La vicina

  1. Giacomo Robespierre il 12 novembre 2013 alle 10:23

    Trovo quasi ridicolo che si dia spazio a pezzi del genere, forse per automatismo, c’è scritto Andrea Inglese, non si può non pubblicare, non inserire in una mostra. Eppure così facendo avete rubato un po’ del mio tempo, con una cosa scritta male e molto brutta. Dopo millenni di avanguardia, veramente quel che si riesce ancora a fare è un testo di una paratassi virgolettata che si auto-rincorre senza arrivare mai? Veramente si riesce solo più a scrivere parlando del niente, cadendo in un bieco e inutile naturalismo cambiato di segno? Ma veramente i “grandi autori della contemporaneità” producono questa roba? Ah, che tristezza, che sfiducia!

  2. andrea inglese il 12 novembre 2013 alle 11:30

    mi mancavano un po’ di belle stroncature come ai vecchi tempi…
    unica precisione: il pezzo è stato pubblicato non perché “andrea inglese” sia un marchio minimamente allettante, ma perché ho i codici d’accesso a questo sito, e da quando ne sono membro vi pubblico anche i miei testi…
    proporrei infine di sviluppare questa nuova nozione filologica di “avanguardia plurimillenaria”

  3. diamonds il 12 novembre 2013 alle 11:36

    ” Perchè guardi
    la pagliuzza
    che è nell’occhio
    del tuo fratello
    e non ti accorgi
    della trave che è
    nel tuo occhio?”
    (Luca 6,41)

    http://www.youtube.com/watch?v=QbeHq1CLqJ8

  4. Giacomo Robespierre il 12 novembre 2013 alle 12:24

    No, ma seriamente, la mia non vuole essere invidia a mo’ di “quello lo posso fare anch’io”, commento ignorante che potrebbe fare uno davanti ai sublimi tagli di Fontana che so. No, il mio commento è un commento oggettivo, questo è un brutto pezzo, o perlomeno non ha nulla a che fare con la letteratura, o meglio, con la sperimentazione. Questa è assenza di sperimentazione, è riverbero affievolito del già fatto. Non è questione di pagliuzza o travi, è questione di critica consapevole, di imperativo categorico nel riconoscere il venuto male e nel dovere di dirlo, di farlo presente, motivandolo appunto. Ricordatevi quel grande dimenticato che è stato Papini, ricordatevi delle sue stroncature e poi recatevi sulla sua tomba e parlategli di pagliuzza e travi. La risposta sta tutta nella tua risposta Inglese: hai le chiavi del regno, e nel regno ci butti cosa vuoi. Nanni Balestrini in un recente incontro ebbe a dire che su internet la prolificazione letteraria equivale alla sua nullificazione: tutto è niente, tanto più quanto sono gli stessi autori a curare se stessi, con questa maniera un po’ narcisista, impedendo agli altri di giudicarli pubblicabili o meno. Comunque la millenaria esperienza di avanguardia esattamente a ciò che esprime: la plurimillenaria esperienza di avanguardia. Perché le avanguardie non sono solo quelle storiche: che già da sole hanno fatto tutto, e che già da sole impedirebbero di partorire fotocopie del già visto (per lo più fotocopie sbiadite), come questa riportata poco sopra.

  5. andrea inglese il 12 novembre 2013 alle 12:58

    citazioni:
    il mio commento è un commento oggettivo
    è questione (…) di imperativo categorico nel riconoscere il venuto male
    motivandolo appunto
    Inglese: hai le chiavi del regno
    Perché le avanguardie non sono solo quelle storiche

    consigli:
    un blog è come una rivista (o un libro)
    puoi farci sopra stroncature oppure puoi non leggerle
    ma è difficile in democrazia pretendere che non esistano

  6. Giacomo Robespierre il 12 novembre 2013 alle 14:09

    Pretendere che non esistano sarebbe troppo, anche se del tutto legittimo. Pretendere, però, che almeno vengano gestite non da chi ci scrive credo sia più lecito che sbagliato. E non si tiri fuori che il da me citato Papini scriveva nella rivista che dirigeva, così come Prezzolini, come poi tutti gli altri fino a Vittorini, Pasolini e bla bla bla. Potremmo mettere una clausola alla richiesta anti-democratica di cui sopra: se te lo puoi permettere, come i suddetti, puoi farlo, altrimenti no, altrimenti bisogna rimettersi al giudizio altrui. In fondo la democrazia è la forma di pensiero che svaluta tutto più che far emergere qualcosa. Detto questo, io non stronco Andrea Inglese come autore delle sue opere e come mercante di se stesso, ma stronco Andrea Inglese come autore di questa paginetta, stronco questa suo odierno errore mercantile.

  7. andrea inglese il 12 novembre 2013 alle 15:15

    rob. quello che mi affascina è la limpidezza logica del tuo argomentare: attendiamo dunque l’elenco dei pezzi non ancora pubblici, ma che potrebbero essere resi pubblici, ma che tu reputi illegittimi / indegni di pubblicazione, in modo tale che essi non siano pubblicati…
    dopo i trattati di avanguardismo plurimillenario avremo dei trattati di critica preventiva e telepatica…
    Siccome le tue sono, finalmente, delle valutazioni oggettive (scientifiche) e indiscutibili, il tuo Indice dei pezzi da non pubblicare porterà finalmente la pace nel tormentato mondo delle lettere… Io appoggio il progetto!

  8. Giacomo Robespierre il 12 novembre 2013 alle 15:48

    Ma qui non si tratta del solito sfottersi tra letterati. A me non frega niente se tu scrivi male, mi frega che molta gente creda che tu scriva bene: questo è ciò che mi tormenta parecchio, non tanto le discussioni salottiere, le pubblicazioni rubate etc. etc., quello lo lascio a chi ha fame di non essere venduto, agli arrivisti spudorati. Ecco, le tue frecce appena appena intinte nel veleno, non mi recano alcuna reazione cutanea, infatti tu hai già pubblicato molto e insieme agli altri “grandi scrittori italiani contemporanei” continui a pubblicare molto e molto continuerete. Non si tratta di una critica telepatica, ma di una critica che si è già abbastanza nutrita di cose insignificanti. Fate gli sperimentatori e avete quarant’anni per gamba, e nonostante ciò non riuscite a scrivere niente di meglio che robette del genere, buone per il più minimo dei minori. E la cosa grave è che il panorama da voi costruito e dai voi autogestito è popolato, appunto, ripeto, solo da voi, autori e protagonisti del palcoscenico autocostruito. Ora, di fronte ad una visione simile, sarebbe almeno bello, da parte del lettore, trovarsi di fronte a opere degne di tale monopolio, e invece no, niente. E’ questa la gravità: parlate tanto di alchimie letterarie, di poesia in prosa, di sconquassamento della sintassi e bla bla bla, e poi non in una parola si legge il fuoco dell’agitazione, il logorio della macerazione sulla pagina. E poi siete ancora in grado di lamentarvi della penuria di gente che compra i libri, dell’affossamento dell’editoria… ma ben venga! Ben vengano queste cose! Che i libri smettano di esistere se devono contenere queste cose! Che la “letteratura” abbia davvero fine, perché questa letteratura non è, posso giurarlo. E ci metto pure uno smile finale :)
    Buone future pubblicazioni!

  9. diamonds il 12 novembre 2013 alle 18:44

    XVIII.

    E il corvo, non svolazzando mai, ancora si posa, ancora è posato sul pallido busto di Pallade, sovra la porta della mia stanza, e i suoi occhi sembrano quelli d’un demonio che sogna; e la luce della lampada, raggiando su di lui, proietta la sua ombra sul pavimento, e la mia, fuori di quest’ombra, che giace ondeggiando sul pavimento non si solleverà mai più!*

    E. A. Poe

    http://www.darelfen.com/albums/Queen-Queen%20II/20130226151712-08%20-%20Nevermore.mp3

    *solo perchè citare nuovamente taibo II,”che melodramma del cazzo” (Le avventure di Héctor Belascoarán)non mi sembra elegante.Sempre tutto solo per celia eh

  10. Giacomo Robespierre il 12 novembre 2013 alle 20:18

    Per celia sì, tanto va così, c’è chi ha il coraggio di dire che qualcosa fa schifo e chi, come te, che difende il suo sacerdote come il chierichetto: a suon di versetti.

  11. diamonds il 12 novembre 2013 alle 21:19

    Sacerdote. No, Vate direttamente(Sire?)

    http://youtu.be/ZvSUfYaKoi4

  12. Giacomo Robespierre il 12 novembre 2013 alle 21:42
  13. andrea inglese il 12 novembre 2013 alle 22:04

    rob’ io appoggio la mozione! Sopratutto della critica divinatoria, dove dici che “continueremo a pubblicare”… speriamo che la tua sia profezia autoavverante…

  14. diamonds il 12 novembre 2013 alle 23:10

    http://it.m.wikipedia.org/wiki/Charles-Andr%C3%A9_Merda

    Ps. Ormai siamo al trivio. E tutto e` iniziato perche` ho commentato a istinto(come sempre insomma)il pezzo e tu,signor censore.hai pensato che stessi chiosando il tuo commento

  15. Giacomo Robespierre il 13 novembre 2013 alle 00:33

    Però, almeno, ora ho riso! A presto!

  16. andrea inglese il 13 novembre 2013 alle 09:47

    diamonds, con il Merda hai fatto centro! Ho riso anch’io.

  17. véronique vergé il 13 novembre 2013 alle 19:06

    Oggi leggo il testo con occhio diverso.
    Vedo tutta la diffidenza con questo occhio spione.
    Mi rammento tristi anni della Storia francese.
    La vicina, creatura malefica, pronta alla delazione.
    Scrittura ossessione.
    E’una possibilità poetica.

    Solo una riflessione : perché la scrittura poetica si è allontanata dall’emozione?
    Aspetto nel mio orizzonte di lettrice una poesia sperimentale di vita. Non bellezza fredda.

  18. véronique vergé il 13 novembre 2013 alle 19:11

    Andrea, il link mi mette in relazione con il Mucem.
    Posso ancora vedere l’esposizione?
    Non vengo più a Parigi.
    Grazie per la risposta.
    Poi torno ai compiti:-)

    • andrea inglese il 13 novembre 2013 alle 21:38

      no véronique, l’esposizione al MUCEM di Marsiglia è finita. Per ora si è trasferita a Parigi. Se hai l’occasione, partecipa alle esposizioni del Musée Vivant di Cantarella… E’ un’esperienza molto forte e emozionante. Incontri in uno spazio espositivo delle persone, e ognuna di queste persona “porta” un testo. Tu non hai che da scegliere il testo/attore e lui si avvicinerà a te per raccontartelo, in un rapporto intimo, da uno a uno…

  19. véronique vergé il 13 novembre 2013 alle 22:27

    Grazie per la risposta, Andrea.
    Spero participare a un’esposizione futura a Marsiglia, o in Italia.
    Parigi è ormai troppo a distanza di me :-)

  20. Giacomo Robespierre il 14 novembre 2013 alle 01:39

    Che cose sentimentali! Che esperienza forte! Che tremore di cuore!

  21. malosmannaja il 17 novembre 2013 alle 00:15

    la vecchia (ovvero la vita futura) dissimula la morte continuando a ostentare la commedia acida della vecchiaia.
    il giovane-non-più-giovanissimo da un momento all’altro perderà l’equilibrio per precipitare verso la vita futura (ovvero tra le braccia della vecchia)
    seducente la confusione sospesa, a mezz’aria, nonché la scelta di non fuggire insieme al tempo, di non assecondare il mutismo perseverando nello slancio comunicativo statico, nell’indugio corrente.
    eh, conoscevo anch’io una vecchietta come quella: magrissima, piena di ossimori affioranti sottopelle.
    : )
    comunque, hai ragione: le parole non vanno in alcun modo assecondate se non vuoi che ti succeda che magari leggi le parole e invece leggi di natura.
    : ))
    (“pronta da urlare” o “pronta ad urlare”?)



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