da “Contromosse”

20 novembre 2013
Pubblicato da

di Paolo Maccari

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Riepilogo di un’amicizia

Abbiamo camminato
per tanti anni insieme
una vita che non ci veniva bene.

La novità della reciproca insoddisfazione
fu un nuovo evento,
salutato come l’ennesimo salvatore.

Tanto per dire,
nello spazio verde delle nostre campagne
giriamo ora soli, intenti al volo
breve di un fagiano,
compiacendoci di una bacca variegata
in modo appena strano,
di un tronco cavo, nascondiglio di nessuno.

Le ghiandaie che fuggono
sono creature mirabili del mondo,
colori allettanti intravisti tra i rami.
Non fanno in tempo i fiori
a esalare i loro magri profumi
che ne inaliamo ogni molecola
ingordi e teatrali.

Abbiamo smesso di camminare.
Guardinghi e apertamente estranei,
cerchiamo un po’ di bene per noi stessi.
Ci affidiamo a manutentori accorti
che sfoltiscono i sottoboschi nei pressi
dei nostri sentieri. Siamo più calmi.

Non camminiamo più, il cuore ha smesso
coi suoi ottovolanti. Lui non rumoreggia
e noi non camminiamo,
non fatichiamo: cautamente, si passeggia.
I sensi sono diventati apparecchi
di precisione, per saperci partecipi
di un gioco le cui regole
conosciamo a memoria
ignorandone la gioia.

Mentre la tristezza grande è che sappiamo
ciò che facciamo. Ne siamo
persuasi. Noi bambini ubbidienti a noi vecchi.

*

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Personaggi al tramonto

Il giorno prosegue lattiginoso senza pertugi,
si lascia appena scalfire qualche miraggio
che stampiglia maligno sull’asfalto.

Intorno al lago bivaccano
erbe inebetite e proterve
e presto il tramonto si tufferà
nell’imbuto di cielo
lasciato sgombro da due colline glabre.

Nel sottopasso una signora
sta per pestare una siringa,
affretta il passo per le scale
e il sole con un raggio mentre inciampa
all’ultimo scalino appiccicoso la irride.

“Saliamo ancora” protesta il figlio
ma è l’ora di tornare nelle pianure abbacinate
la macchina già sgomma mentre
automaticamente si libera
del carapace superiore
e l’aria calda abbronza i volti somiglianti.

Si toglie la cravatta, ansima, si tasta il braccio
sinistro, poi barcolla, poi si regge al fusto di un lampione.
Commedia vana. La signora scampata
lo ignora, la macchina scoperchiata, appena spenta
emette due uomini ringhiosi e felici.
Nel lago salta un trota e ingoia una mosca finta.

Il giorno non muore e non butta sangue.
Tramonta sfrigolando ancora bianco
un sole attaccabrighe
che giura di tornare
e di farcela pagare.

*

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Ipotesi di guerra nel parco

Se degli alberi le cortecce fossero
armature e lame i rami e i fili d’erba.
Se le teste di cavallo e di leone
avessero un corpo conficcato in terra
che aspettasse soltanto il loro timone,
se i bambini dalle dita impacciate
lasciassero andare uno sbriciolio nel lago
di polvere da sparo, che nel becco delle
anatre e tra le labbra plastificate dei carassi
agissero da lievito che ingrossa la ferocia,
se poi l’ordito sanguigno d’ogni foglia
prendesse esempio dalla trama di uno stemma
che posa e ringhia sulla parete del palazzo,
se tutto il parco fermentasse
adirato fin nelle torsioni delle radici
avviluppate in schiere di amici e nemici

allora anche l’albero fantasma
che svetta sull’isola pietrosa
e come un faro indifferente mutamente si staglia
anche l’albero simbolista animandosi
con stile imprevedibile
darebbe battaglia.

*

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Un vecchietto traversa la strada

In questa piazza ho visto un ometto vestito di tutto punto, vecchio vecchio, che camminava lentamente con una specie di rassegnata dignità. Fu per attraversare la strada, si guardò dalle due parti, fece un passo. Nel mentre sopraggiunse veloce una macchina; frenò, facendo urlare le gomme, all’ultimo momento. Il fatto è che sarebbe potuta passare. Il guidatore si fermò per mostrare al vecchio che si fermava. Per gentilezza si dirà. Ma io non credo. Io che c’ero dico: per il piacere di rimproverare, di far pesare al signore la sua lentezza. Per fargli misurare la distanza tra la scattosità felina dell’auto e la sua lentezza. Potrei giurarci. Anche il vecchio la pensò come me (e in fondo è questo che conta). Alzò le mani come per scusarsi. Quindi passò, sforzandosi penosamente alla sveltezza. Giunse alla mia panchina e si sedette. Io che leggevo alzai lo sguardo. Il vecchio mi fece un sorriso dolcissimo. Continuava a scusarsi. Si scusava col mondo intero.
Anch’io sorrisi: mi scusai di far parte del mondo, dei suoi nemici.

*

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Come mi sarebbe apparsa la piazza quando stavo male

Al tempo della mia paura una piazza come questa m’avrebbe terrorizzato. Tutto ciò che è circolare mi terrorizzava: temevo e sentivo d’esserne il centro. Aspettavo che la punta metallica di un compasso smisurato mi ribadisse centro foro e abisso. Sudato e con la vista sfocata m’andava a male il sangue nelle vene e l’aria diventava torba e sassosa non appena m’entrava nei polmoni. A quei tempi avevo sempre paura di morire. Cercavo compagnia, qualcuno pronto a soccorrermi. Invece le persone non mi rassicuravano. In molti quando li vedevo scansavano l’argomento. Nessuna voglia d’entrare nel mio incubo. Conto gli amici, da allora, con molta più cura.

*

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Sole

Ha preso il sole di petto la signora: sta immobile su una panchina sotto la statua e si lascia aggredire dai raggi. Non suda. Gode. Ai suoi piedi giace un cagnetto legato a un guinzaglio rosso di quelli riavvolgibili come certi metri. Niente, pare, potrebbe svegliarla, nemmeno una persona che le scuotesse la spalla. È tanto piena di luce che sembra disincarnata. Porta pantaloni color crema e una camicia chiara a fiorami, i capelli biondi tirati su da una molletta, infradito ai piedi ornati di perle. È un’immagine antipatica di autosufficienza: un essere umano seduto a una panchina che non aspetta. S’abbronza, sta. Quando arriva un uomo e le si siede accanto non apre gli occhi. Gli domanda se ha preso tutto: l’uomo, il marito a questo punto, elenca una serie di prodotti guardando dentro il sacchetto che tiene tra le ginocchia. La signora non risponde. Il marito la invita ad alzarsi per andare alla macchina. Poi, cozzando con la perdurante immobilità della donna, le propone di aspettarlo: sarebbe arrivato fin lì con la macchina. Si mettono d’accordo, e l’uomo si avvia. Io resto indeciso tra la curiosità di vedere la signora resuscitare e il timore di sorprenderla viva. Infine mi decido; corro a casa. Tutto sudato mi butto sul letto e cerco il sonno.

*

Paolo Maccari, Contromosse, Con-fine edizioni, Monghidoro (Bo), 2013. Con prefazione di Luca Lenzini e postfazione di Giuseppe Di Bella.

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6 Responses to da “Contromosse”

  1. isab il 20 novembre 2013 alle 12:29

    bellissime poesie, ancor più dei frammenti.

  2. Jacopo Ramonda il 20 novembre 2013 alle 17:34

    bellissime prose, ancor più delle poesie. :)

  3. diamonds il 20 novembre 2013 alle 18:43

    Altrove,probabilmente

    Immaginavamo che sarebbe stato più facile far finta di non aver capito.Ma era troppo tardi.Christian abbassò la cornetta senza senza pronunciare nemmeno una parola,eravamo appena stati rintracciati da chi di dovere.La nostra ricerca ci aveva condotto a interpolazioni che non davano adito a dubbi sul perchè sulla lista dei novecento si fosse steso un velo.Era stato sufficiente scomporre quel mosaico mai del tutto risolto per scoprire il segreto di quella rivoltante rosa di nomi,ripristinare l’ordine cronologico d’iscrizione scordandosi l’alfabetico,e non far finta di non vedere quei quarantaquattro sudamericani,colti di sorpresa.Non occorreva essere dei maghi per prevedere quello che sarebbe accaduto ora.Uscimmo allo scoperto dirigendoci verso la spiaggia,come fantasmi nella frazione ancora deserta.Così doveva essersi sentita Simon Weil quando aveva deciso di lasciarsi andare poichè tutto le sembrava vano.Ci ritrovammo fronte mare,seduti fumando in silenzio.In un istante capii il significato della smorfia muta di Christian che col gomito aveva richiamato la mia attenzione:anche se di certo ci avrebbero sistemati alla svelta non era il caso di dargli il vantaggio consistente di quattro polmoni pre-forati con cura certosina.Diedi un’ultima boccata,poi all’unisono gettammo nell’acqua la cicca e i nostri pacchetti mezzo pieni,come in una poesia sporca,e ci sentimmo subito esseri spurganti come il protagonista del “filo del rasoio”.Alzandoci procedevamo dicendo niente lasciando incontrare ogni tanto i nostri sguardi senza sorriso che puntuale arrivò non appena decidemmo di affrettare il passo nel terrore che l’unico tabaccaio ci chiudesse

    http://www.youtube.com/watch?v=FgsBf6YplF8

  4. diamonds il 20 novembre 2013 alle 18:47
  5. davide orecchio il 21 novembre 2013 alle 01:22

    personalmente sono rimasto molto colpito da “riepilogo di un’amicizia” e “come mi sarebbe apparsa…”.
    Prose, poesie… testi. Ringrazio l’autore.

  6. Pino Maserati il 21 novembre 2013 alle 10:20

    però adesso chiudete dai raga! :-)



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