Lavorare con lentezza ovvero opinioni di un disadattato

24 novembre 2013
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Di Giorgio Mascitelli

La letteratura, come l’ho appresa io negli anni ottanta, quelli del liceo e dell’università, era un’attività regolata da una serie di istituzioni e convenzioni, definite di solito società letteraria ( critica accademica e militante, le collane editoriali, le riviste, la figura dell’autore, i concetti di tradizione e avanguardia ecc.), che in realtà erano già  entrate in crisi allora, anche se io non me accorgevo perché ero troppo entusiasta della mia scoperta di quel mondo.  Tale società, che si presentava ai miei occhi come un fatto naturale,  si era formata completamente solo nel corso del novecento e i suoi primi elementi costitutivi risalivano tutt’al più al settecento.

Insomma si trattava di un prodotto storico: quello che, per esempio, noi intendiamo con il concetto di autore è qualcosa di diverso da come veniva inteso fino al Settecento.  Eppure proprio in virtù di questa storicizzazione  è possibile affermare in maniera più consapevole che la società letteraria novecentesca ha consentito la creazione di un ambiente abbastanza favorevole all’autonomia dello scrittore e alla sperimentazione di nuovi linguaggi.

Questa società entra in crisi non perché improvvisamente gli editori pensano solo a fare i soldi e a pubblicare libri commercialmente e non artisticamente validi ( questo lo hanno sempre fatto), ma perché, come spiega Bourdieu, il campo letterario moderno, su cui si è edificata la società letteraria, nasce a cominciare dall’Ottocento su un’opposizione tra una polarità antieconomica dei beni simbolici e una economica, capitalistica, che considera i libri una merce come tutte le altre. Ora il primo di questi due poli indebolisce progressivamente la sua forza attrattiva e il campo letterario entra in crisi. Non è  esatto dire che la crisi sia originata da fattori storici, nel senso che ovviamente il trionfo del capitalismo, il neoliberismo, la cultura di massa hanno un’influenza, ma non esiste un rapporto di corrispondenza meccanica. Ciò che invece ha fatto entrare in crisi la società letteraria è un cambio di estetica dominante: in passato, diciamo fino al sorgere del postmodernismo, predomina un’estetica dell’originalità di origine romantica che cede progressivamente il passo a un’estetica del profitto, che ha origine nella cultura di massa.

Che cosa intendo per estetica del profitto? Semplicemente il fatto che  il valore di un’opera d’arte sia determinato o misurato dal suo successo commerciale. Che cosa intendo per estetica dominante? Un’idea dell’arte o della letteratura che circola nella società, nelle idee di tutti,  indipendentemente dal fatto che sia enunciata in formulazioni teoriche più articolate. In altri termini quando nel passato predominava l’estetica dell’originalità, anche il più avido editore doveva confrontarsi con questa idea, magari finendo con il pubblicare qualche libro ‘artistico’ per ragioni di prestigio. Viceversa in questa epoca anche il più elitario e disinteressato dei mecenati si dovrà confrontare con il tema del successo commerciale.

Spero che nessuno si arrabbi perché uso l’espressione estetica del profitto e che non mi scambi per il perfido direttore megagalattico che costringe il povero Fantozzi ad assistere alla proiezione della  Corazzata Potemkin anziché alla partita della nazionale, la uso solo perché è la più efficace per indicare questo fenomeno. L’idea che un libro sia interessante perché è in classifica da quarantatré settimane o perché ha venduto cinquecentomila copie, amplificata in mille modi dal sistema mediatico, fa breccia e forgia la mentalità collettiva, magari nella convinzione che queste opere rappresentino lo spirito dei tempi, emarginando l’idea concorrente che un libro sia degno di essere letto perché a vario titolo originale.

Come scrivevo sopra, spiegare questo fenomeno ricorrendo a concetti come logica del capitalismo o società dello spettacolo non è sbagliato, ma generico: mi pare che  all’interno di questa cornice ci siano tre fattori culturali specifici che abbiano un peso determinante. In primo luogo va citata la progressiva marginalità dell’idea di umanesimo, che fa venire meno anche l’idea di tradizione letteraria come storia viva che influisce e dialoga con la produzione contemporanea. In secondo luogo l’estetizzazione diffusa della società corrode progressivamente sia l’autonomia dell’arte e della scrittura sia quella che potremmo chiamare, con un’espressione un po’ grossolana ma qui chiara, l’autenticità della vita d’artista a sua volta connessa con l’estetica dell’originalità.  Infine vanno considerati anche  gli effetti sulla letteratura di quel processo che Giorgio Agamben ha chiamato a suo tempo la distruzione dell’esperienza ossia il fatto che “la giornata dell’uomo contemporaneo non contiene quasi più nulla che sia traducibile in esperienza”;  questo fenomeno si riflette sulla parola letteraria, visto che la percezione dell’esperienza storicamente ha assunto una forma perlopiù narrativa.

E’ chiaro che questo stato di cose contiene un invito implicito ma perentorio a tutti gli scrittori e a tutti i lettori ad adattarvisi. Ogni spinta all’adattamento, però, produce sempre i suoi disadattati: vi sono sempre coloro che non possono capire come stanno le cose, coloro che non vogliono capire, coloro che capiscono, ma non sanno cambiare e insomma tutti coloro che sono in ritardo nella loro stessa vita, per così dire ( tra i quali naturalmente mi colloco anch’io). Questi non sono a priori né migliori né peggiori degli altri, sono semplicemente coloro che occupano le posizioni marginali nel nuovo sistema che si sta creando.  Proprio per questa ragione uno degli errori che questo genere di disadattati non può permettersi di commettere è parlare dello stato di cose presenti come se quel campo letterario di cui ho scritto sopra esistesse ancora. Quando nel proprio discorso ci si riferisce a determinati principi o valori, è necessario sapere se questi sono socialmente condivisi o sono minoritari. Non si tratta di una sorta di galateo della comunicazione, ma della consapevolezza della posizione in cui si prende la parola, dalla quale dipende molta dell’efficacia del discorso.

In questa prospettiva può essere interessante che piccole comunità di lettori e autori pongano la questione della durata dei testi: attualmente il mercato propone libri destinati a durare  pochi mesi ( basti pensare all’organizzazione delle librerie) accompagnati da grande clamore mediatico per questo breve tempo. Insomma si tratterebbe, per parafrasare un celebre slogan, di contrapporre al quarto d’ora di celebrità garantito a molti testi qualche lustro di attenzione semiclandestina a pochi libri. Oggi non c’è alcuna certezza che le vie che si intraprendono portino a uno sbocco. Proprio per questo lavorare con lentezza, perché in definitiva è questo che propongo, non  è solo un’antica pratica di ogni marginale e di ogni subordinato che deve centellinare spazi ed energie, ma è forse l’unica forma di saggezza che i tempi ci permettono.

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16 Responses to Lavorare con lentezza ovvero opinioni di un disadattato

  1. Chiappanuvoli il 24 novembre 2013 alle 11:39

    Ottima e lucida analisi, il problema è sistemico, ha radici lontane ed è spesso ignorato dagli attori coinvolti.
    La lentezza però, oltre a essere una forma di saggezza, in questi tempi, viene ad assumere anche i connotati di privilegio. Proprio perché non c’è certezza alcuna sul proprio lavoro, si ha fretta di (non si ha il tempo di) fare, concludere, proporre. Dei marginali, “chi ha tempo” per la lentezza è anche fortunato, privilegiato. La maggior parte dei marginali, questo tempo non ce l’ha.
    Io, per quel che mi riguarda, per quel che faccio, credo (e riconosco il carattere romantico del mio punto di vista) che vi siano ancora margini, che vi siano ancora spiragli, che vi siano, insomma, nel pieghe del sociale piccoli pertugi pronti a squassare, a far breccia, a devastare anche, le sovrastrutture culturali dominanti. È ancora possibile sperimentare e ricevere consensi (e guadagni). La questione è trovare il punto dove far leva. Del resto il sistema “società letteraria” è costituito di parti, non è un blocco unico come ce lo pre-figuriamo.
    E poi ci sono i lettori, mai come oggi ce ne sono stati tanti e tanto affamati, i più marginali, mi pare, sono loro.
    Ancora complimenti.

  2. Lorenzo il 24 novembre 2013 alle 14:56

    Dubito si possa intervenire radicalmente sulla durata dei testi se non, purtroppo, per accorciarla ancora di più.
    Mantenere gli stessi “prodotti” sugli scaffali per più tempo cozza con l’odierna modalità di accesso all’informazione, a cui siamo stati abituati e assuefatti in un tempo straordinariamente ristretto. I prodotti devono quindi mutare necessariamente e in tempi possibilmente brevi al fine di soddisfare la nostra ricerca di novità, e questo avviene al di là di un avvenuto o meno processo di assimilazione della novità precedente, della “novità vecchia”.
    Ovviamente è solo il mio parere…
    Complimenti per l’analisi.

  3. Giorgio Mascitelli il 24 novembre 2013 alle 17:37

    Ringrazio Chiappanuvoli e Lorenzo sia per i complimenti sia per i loro robusti richiami al realismo.
    Per quanto riguarda il lusso della lentezza: devo dire che è un problema effettivo e molto importante quello toccato da Chiappanuovoli sul quale rifletterò e cercherò di tornare.
    Sulle possibilità di fallimento: anch’io ho alcuni dei dubbi che pone Lorenzo, ma esistono momenti storici in cui non si possono scegliere troppe strade. Del resto la via della lentezza non possa per gli scaffali delle librerie, ma innanzi tutto nelle nostre teste e nel nostro gusto

  4. andrea inglese il 24 novembre 2013 alle 18:42

    Pezzo molto importante, che tocca per altro una questione sfiorata in un dibbatito recente su NI relativo a scrittura di ricerca, le categorie zombi del Novecento, e sintetizzata da un commento di Gherardo Bortolotti, particolarmente attento a questa vicenda di una trasformazione del campo letterario.

    Io ritengo tra le cose scritte da Giorgio due punti. Uno banale, ma essenziale: se esiste un centro esiste anche una periferia. Per periferica che sia la periferia ha una sua realtà specifica. Essa è fatta probabilmente da disadattati, da persone che non riescono ad essere permeati dall’estetica dominante. Ricordare che esiste questa realtà è importante, contro ogni visuale che tende ad assolutizzare determinati fenomeni storici.
    Il secondo punto riguarda: che cosa può nascere da queste realtà periferiche all’estetica dominante. Giorgio ha cominciato a dare una risposta: la lentezza, ecc. Io aggiungo: per fragile e periferica che sia una comunità di questo tipo può dedicarsi al lavoro di trasmissione, che ha un valore sia culturale che politico. Decidere di trasmettere in un certo modo piuttosto che un altro, e di trasmettere certe cose piuttosto che altre, costituisce la capacità critica delle società improntate all’autonomia, delle società democratiche, delle società dove, nonostate tutto, si è in grado di decidere cosa trasmettere di quanto abbiamo socialmente ereditato.
    Trasmettere un’idea del libro come un oggetto culturale che lavora sui tempi lunghi e non su quelli del ciclo commerciale è già qualcosa di sovversivo rispetto alla concezione dominante.

  5. RAF BB LAZZARA il 24 novembre 2013 alle 19:46

    io lo dicevo già nel 1981.

  6. francesco forlani il 24 novembre 2013 alle 21:29

    ottima e lucida analisi, Giorgio. la domanda che sorge spontanea è: se le cose stanno proprio come viene detto e scritto qui, e dunque determinate trasformazioni dell’arredo culturale e intellettuale,sono in atto da un bel po’ di tempo e proprio per “il cambiamento” epocale qui descritto, bisogna dunque rimanere testimoni della scomparsa, tutt’altro che lenta delle librerie (negozi) dai quartieri, delle librerie (mobili) dalle case ( sarebbe interessante sapere via Ikea se la flessione del mercato editoriale è coincisa con quella delle vendite della Billy) oppure inventarsi dei dispositivi di salvaguardia di una “visione del mondo”culturale che non può fare a meno di librerie come la borghesia dei tinelli. effeffe

  7. rosario il 24 novembre 2013 alle 23:50

    Ma uno scrittore dei giorni nostri si chiede come può raggiungere con la sua opera un lettore dislessico?

    • Lorenzo il 25 novembre 2013 alle 12:51

      Abbassando il registro, e con esso i contenuti – in maniera più o meno consapevole, al fine di dare al lettore un “page-turner” che si faccia sfogliare senza troppi sforzi intellettuali, fino alla prossima novità.
      Certo, il lettore deve avere una bella faccia tosta per “castrarsi” consapevolmente in maniera tale da raggiungere quel lettore dislessico, ma è un processo già ben conosciuto nella produzione e diffusione dei beni di consumo.

      • Lorenzo il 25 novembre 2013 alle 12:59

        (intendevo dire, *lo scrittore* deve avere una bella faccia tosta, ovviamente)

  8. giorgio mascitelli il 25 novembre 2013 alle 15:52

    I punti sollevati da Andrea mi trovano d’accordo e nella fattispecie avevo già pensato di dedicare un intervento al problema della trasmissione. Il dilemma sollevato da Francesco è altrettanto importante e merita una risposta articolata che non posso dare su due piedi. Certo per non sottrarmi del tutto alla sua richiesta direi che a linea di direzione è quella della creazione dei dispositivi di salvaguardia della visone culturale, ma anche qui ci vuole una riflessione più articolata.
    Sui dislessici francamente non capisco. I dislessici possono leggere tutto quello che vogliono purchè con determinati ausili di carattere grafico e con il giusto tempo, come dimostra il fatto che nel passato anche figure di rilievo intellettuale sono state afflitte da questo disturbo. Comunque in senso tecnico, per quel che ne so, per un dislessico è meglio la pagina di Mallarmè a quella fitta seguita da altre 999 scritte altrettanto fittamente del romanziere americano tipo.

    • Lorenzo il 25 novembre 2013 alle 17:06

      Penso che non intendesse “dislessici” in senso letterale, almeno così ho interpretato io! :-)

  9. marco il 26 novembre 2013 alle 19:27

    Non porrei la questione in questi termini. L’originalità continua ad essere percepita come valore, e difatti compare frequentemente come aggettivo e sostantivo nei blurb e nelle copertine. E basta pensare alle traversie che hanno accompagnato la pubblicazione di Ulysses o del primo volume della Recherche per rendersi conto che non è che nel passato il nuovo venisse immediatamente accolto a braccia aperte. Molto più cinicamente secondo me, quello che vediamo, oltre alle trasformazioni del mercato editoriale e librario che sono sotto gli occhi di tutti, è la crisi di un modello sussidiario di “estetica del successo”, basato non sulla popolarità bruta ma sul prestigio.
    Quei libri che bisognava leggere per essere al passo, sentirsi intelligenti, far parte della “conversazione”; libri che conferivano uno status, al contrario di quelli che servivano da scacciapensieri o di cui magari avevi imparato a vergognarti.
    E’ proprio grazie allo status di intoccabili raggiunto da Joyce, Proust, Kafka et al. che libri avanguardistici o sperimentali hanno trovato una loro nicchia commerciale: ciò che oggi appare strano o originale o difficile potrebbe essere il classico di domani, e se ne parla bene il critico XXX su YYY magari è vero, sarò mica io l’unico bifolco che non lo capisce?
    Altrove il mercato del prestigio continua a sopravvivere come isola all’interno del mercato più ampio, regolato dal sistema dei premi letterari, che rilasciano il bollino di qualità a pochi eletti.
    (Dappertutto c’è un notevole scarto nelle vendite fra vincitori e finalisti, e lo stesso vale fra i libri dei finalisti e quelli di autori comparabili come profilo critico, esposizione mediatica o storia pregressa che non sono stati selezionati)
    Del resto anche in Italia il Premio Strega funziona ancora; è solo un po’ meno trasparente e credibile e un po’ più spostato verso prodotti medi rispetto ad altri paesi, così i libri vincitori possono tentare di intercettare entrambi i mercati, essere contemporaneamente “una bella storia” e in più portare la fascetta.
    Naturalmente esistono molti lettori insoddisfatti, che vorrebbero pareri affidabili per orientarsi meglio verso quei libri che possono dargli soddisfazioni durature, ma se il centro è uno le periferie sono molte. Non necessariamente i (pochi? anche no) libri che io vorrei sopravvivessero sono gli stessi di qualcun altro. Ma se la lottizzazione degli spazi delle librerie è irreversibile, lo è anche la loro perdita di rilevanza.
    Per una quindicina d’anni ho collaborato ad un mercatino mensile dell’usato per benificenza – quanti bei libri in viaggio verso il fuori catalogo ho acchiappato col retino! In futuro ogni libro pubblicato sarà disponibile nella lunga durata -in eterno- in un file a pochi click di distanza. Per questo sarà importante avere molteplici spazi di discussione, riflessione, critica, etc. di modo che il singolo lettore possa vagliarli secondo i propri interessi e il proprio percorso e sia più facilmente messo in condizione di incontrare quello che cerca, o anche quello che non sapeva di cercare, lo sorprende, lo provoca.

    • giorgio mascitelli il 27 novembre 2013 alle 19:17

      L’abbondanza delle obiezioni mi costringe a essere telegrafico e dunque un po’ tranchant, me ne scuso.
      1)Il fatto che l’originalità sia citata nelle copertine non significa che sia un valore perlomeno nel senso dell’estetica dell’originalità, che intendevo nel mio post. Significa solo che quell’estetica ha lasciato una traccia o un ricordo riconoscibile dal pubblico.
      2)Quella che Marco chiama con arguzia estetica del successo, basata sul prestigio,è la conseguenza deteriore di una precisa funzione della società letteraria ossia la canonizzazione di alcuni autori della generazione precedente. E’ sempre stato un fenomeno di nicchia, come nota lo stesso Marco, poco significativo anche per la circolazione degli stessi testi: E’ vero per esempio che negli anni 60 la lettura dell’Ulisse è stato un must in certi circoli di alcune città occidentali, ma quel libro ha continuato a circolare prima e dopo in altra maniera.
      3)E’ fuor di dubbio che il sistema dei premi letterari regoli il mercato del prestigio, ma tutto ciò ha poco a che vedere con i testi interessanti da un punto di vista dell’estetica dell’originalità. Credo che questa visione diametralmente opposta sia in parte spiegabile con il fatto che Marco concepisce la letteratura in termini di mercato( in questo suo commento naturalmente!) e dunque il singolo testo in relazione al segmento di mercato, mentre io in prospettiva storico-culturale come individualità.
      4) ” il centro è uno le periferie sono molte.” scrive Marco: non solo ha assolutamente ragione, ma le periferie sono divise si fraintendono e, come ho già affermato, non c’è nessuna ragione oggettiva perchè si sentano migliori del centro. Sarebbe un argomento risolutivo se qualcuno intendesse fondare un movimento d’avanguardia per conquistare il centro. Ma questo argomento perde d’interesse se, come dico io, ci si limita ad affermare: attenzione il centro coltiva la memoria corta, la periferia, una delle periferie, coltivando la memoria lunga, potrà svolgere un ruolo di trasmissione molto significativo.

      • marco il 28 novembre 2013 alle 11:27

        1) Intendevo dire che a parole l’originalità continua ad essere un valore, ma per il mercato editoriale non lo è mai stata, perché un rischio: Proust dovette pubblicare Swann a proprie spese, Joyce l’Ulysses attraverso un editore improvvisato costituito da “fan” del libro che affrontò forti perdite. Ed entrambi erano già autori affermati, e sono fra i “vincenti” nell’immediato: altri si sono dovuti accontentare di 25 copie e riabilitazione postuma.
        Oggi si sono ridotti i margini per pubblicare nei grandi gruppi, ma piccoli editori idealisti continuano a esistere – il problema è che spesso le loro proposte sono invisibili.
        La digitalizzazione abbatterà i costi – sia nella gestione di una casa editrice (già nascono quelle che pubblicano solo ebook) sia per il self-publishing – e allungherà i tempi di ricezione. I problemi, vista l’eternità virtuale di ogni pacchetto di byte, saranno proprio la circolazione e la ricerca degli aghi nei pagliai.
        2) L’originalità che deriva da una visione che non si sente conforme a quella dominante, o dalla ricerca di nuovi mezzi espressivi efficaci (perché, con Skhlovsky, la ripetizione delle forme ne attutisce l’impatto) ha un senso, ma mi sembra un sintomo più che un fine a cui tendere o un merito in sè. Meno mi interessa chi cerca l’originalità a tutti costi perché originale è bello, per fraintendere la tua espressione. Ogni autore deve sempre bilanciare il desiderio di essere coerente alla propria visione con quello di raggiungere un pubblico (non necessariamente un mercato); ma in futuro sarà più facile sfuggire a compromessi imposti da altri.
        3) Non mi piace il sistema dei premi, proprio perché accende i riflettori più o meno arbitrariamente su pochi libri. E’ per questo che non amo neanche iniziative come il Dedalus*. Dato che a volte ho l’impressione di essere un collezionista di libri e autori che conosco solo io, posso benissimo considerare ogni singolo testo come individualità, mi interessa capire come far incontrare efficacemente testi che non avranno mai grande successo di mercato verso quel possibile pubblico (non necessariamente specialistico) che potrebbe di volta in volta apprezzarli.

        *Incidentalmente, è nato un premio per l’originalità nel romanzo:
        http://www.gold.ac.uk/goldsmiths-prize/about/

  10. […] cultura contemporanea”. Di queste faccende, qualche mese fa ne parlò anche Giorgio Mascitelli su Nazioneindiana, il tono era però più sobrio, ma anche probabilmente più amaro. (Mascitelli come Sofri si era […]



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