Juan Villoro: La piramide

26 novembre 2013
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di Juan Villoro (Traduzione di Maria Cristina Secci)

(Esce domani, pubblicato da Gran Vía, [256 pagine, 14 euro] La Piramide di Juan Villoro. Dalla nota dell’editore: «L’ex rocker Mario Müller scopre una possibilità di guadagno nei Caraibi: il piacere della paura. E in Messico, lungo un’immensa barriera corallina, costruisce La Piramide, un resort che offre ai propri clienti pericoli controllati, per convertire le loro ansie in realtà collaudata. Ma, come sempre accade, non tutto va per il verso giusto e un giorno qualcuno muore. Villoro, uno dei migliori scrittori latinoamericani, riesce a dare corpo e realtà all’utopia, con un singolare thriller tropicale che è anche una storia di amicizia, amore e redenzione con corrosive descrizioni del lato più contraddittorio dell’animo umano, un romanzo impeccabile che il quotidiano spagnolo La Vanguardia ha eletto tra i migliori del 2012». A seguire alcuni brani estratto dal romanzo.)

Per anni mi hanno detto che mio padre era morto o sparito a Tlatelolco, il 2 ottobre del 1968. Mia madre ne parlava appena. Era una donna forte, decisa, che si piegava senza escandescenze né isterismi a depressioni che confermavano negativamente la sua forza. Faceva un doppio lavoro, in un istituto e in una clinica per sordomuti. Arrivava a casa stanca di lottare perché la gente parlasse. Non voleva sentire domande e io smisi di farle. Sapevo solo che la morte di mio padre l’aveva addolorata meno di quanto avrebbe afflitto un’altra persona, qualcuno capace di piangere. Lei non piangeva. Non l’ha mai fatto. È qualcosa di veramente strano. Esisterà un registro di figli con madri che non hanno mai pianto? Dev’essere un gruppo sparuto e confuso. Non mi sarebbe piaciuto vedere mia madre piangere, ma che non l’abbia mai fatto mi è sempre apparso inspiegabile.

Mio padre era ingegnere e a quanto pare i suoi colleghi non lo stimavano. «Aveva un caratteraccio. E poi era un genio del calcolo, cosa imperdonabile» diceva mia madre.

Non ricordo drammi nella mia prima infanzia, però i miei genitori andavano d’accordo solo in una convivenza silenziosa, cosa insolita per una terapeuta del linguaggio.

È possibile che la morte o sparizione di mio padre, quando avevo nove anni, abbia rappresentato per lei un sollievo. Lui avrà approfittato del caos in plaza de las Tres Culturas per liberare mia madre della sua muta presenza? La parola “Tlatelolco” giungeva come il nome segreto di una separazione pattuita.

Il movimento studentesco non era stato popolare nel mio quartiere e neppure nella mia scuola. L’ipotesi che mio padre fosse morto per quella causa lo associava a un mistero delittuoso. Ciò nonostante, con gli anni, il movimento acquisì prestigio e i suoi protagonisti furono considerati vittime. Cominciai allora a pensare che questo mi riservava dei diritti speciali. Quando qualcuno suonava il campanello della porta, m’immaginavo un messo del governo che veniva a consegnare un televisore a colori per i famigliari del caduto a Tlatelolco.

Soltanto una volta beneficiai di quella tragedia. L’insegnante di educazione civica venne in qualche modo a sapere della sparizione di mio padre. Mi mise 10 senza alcun merito. La ricompensa m’infastidì. Non volevo 10 in educazione civica. Volevo che il governo mi desse un televisore.

Cosa ricordo di mio padre? Gli piacevano i tori e sapeva ballare il valzer. Era così alto da sbattere contro i telai delle porte, senza per questo fare smorfie di dolore. Sbatteva come una mosca sbatte contro un vetro. La sua faccia odorava di Old Spice e il suo corpo di detergente. Gli bastava uno sguardo per farsi obbedire. Aveva gli occhi di chi esplode se non gli si dà retta. Era esperto in misurazioni. Calcolava a prima vista la distanza che lo separava da qualunque edificio, e la sua altezza. Non usava occhiali e non sopportava le scarpe senza lacci. Non ricordo altro.

Nella sala era rimasta una sua foto. In essa, non sembrava né un ingegnere né un militante del ’68. Sembrava qualcos’altro che pure era stato: un venditore di zucchero filato. La sua bocca prometteva una dolcezza a poco prezzo.

La sua famiglia aveva un negozio di caramelle in cui lui dava una mano la domenica. Aveva conosciuto mia madre in un parco; lui le voleva regalare dello zucchero filato e lei aveva insistito per pagarlo. Fu quella prima divergenza a unirli.

Mia madre passava la giornata nell’istituto per sordomuti e mio padre era un desaparecido. Col tempo, l’ipotesi della sua morte perse forza e io mi abituai a immaginarlo ballare il valzer a Chihuahua, la sua città natale.

La piramide[…]

Perché si abbandona una casa enorme, un giardino con due palme dal grosso tronco, una terrazza con pergolato, una scala semicircolare dove la padrona di casa possa trascinare il suo vestito per diversi gradini, un bagno con piastrelle rosa per bambine o per ninfe? Quale crimine, quale maleficio, quale spettacolare disgrazia avrebbe potuto spiegare quella villa vuota?

I miei amici parlavano di zombi, di fantasmi e di criminali per dare una giustificazione a quelle stanze in cui ogni parola risuonava due volte. Segretamente, io pensavo ad altre ipotesi: il padre se n’era andato, portando la famiglia alla rovina. Ero un collezionista di padri che se ne vanno. In classe sapevo sempre quanti compagni erano senza padre.

[…]

Su un muro notai un geco trasparente. Ho un debole per le lucertole. Sono una meravigliosa compagnia per un tossico. Quando sei sballato, la presenza di un insetto risulta intollerabile e quasi tutte le specie costituiscono una minaccia. Ma le lucertole si muovono con grazia e brillano al buio. Le guardavo muoversi come fossero l’espressione grafica delle mie idee. In quel periodo avevo poche idee, ma le lucertole (veloci, azzurre, gialle, verdi) mi facevano pensare d’averne.

[…]

… mia madre era una donna di trentatré anni, sola e attraente, in un mondo in cui i divorzi erano rari. Indossava una minigonna da hostess. Non era difficile vederle gli slip quando accavallava le gambe. Si muoveva con una scioltezza che io odiavo e che Mario idolatrava. Esalava il fumo della sigaretta in una vanitosa diagonale ascendente, si agitava sulla sedia quando ascoltava una canzone, credeva con insolito ottimismo nel Valium come soluzione a tutti i problemi.

Di mio padre ricordavo alcuni gesti, il modo in cui mi premeva il petto prima di farmi addormentare, come se perdere ossigeno potesse conciliare il sonno, e le telefonate in cui chiedeva di parlare con me per trasmettermi messaggi striminziti (era il tipo d’uomo alla buona che chiama per dire di aver chiamato). Non mi mancava perché l’avevo conosciuto appena. Mi mancava la possibilità di avere un padre e i fratelli che non mi aveva dato.

Mia madre invece si rendeva presente in troppi posti dove non c’ero io. Lavorava in due cliniche per problemi uditivi e a volte usciva di notte.

Crescere al fianco di una donna dai misteriosi movimenti, che non aveva amanti riconosciuti ma che avrebbe potuto averne ed era apertamente corteggiata, mi trasformò nell’Uomo di Fiducia che in qualunque momento può smettere di esserlo.

[…]

In quel momento mi ricordai di una canzone che mio padre cantava mentre si faceva la barba: «Soy un pobre venadito que habita en la serranía…» Il diminutivo non lasciava speranze. Essere un cervo è triste, essere un venadito non ha rimedio.

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One Response to Juan Villoro: La piramide

  1. diamonds il 26 novembre 2013 alle 10:53

    Il silenzio e` uno spazio vuoto tra due intervalli di musica,e abita in una camera oscura zuppa di ispirazione(come quella che tracima dai brani stesi di cui sopra)



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