Maledetta la terra

5 dicembre 2013
Pubblicato da

di Erri De Luca

5decemb1 “Maledetta la terra”, dice la divinità a Adàm, ultima creatura uscita dai sei giorni dell’opera.

Maledetta la terra: non è una condanna, ma una dolente constatazione. Dopo il frutto della conoscenza di bene e di male, che ha accresciuto le facoltà umane, Adàm non si contenterà più del prodotto spontaneo del suolo. Moltiplicherà gli sforzi su di esso per estrarne maggiore prodotto, ricavarne profitto. Asservirà la terra che così sarà maledetta dallo sfruttamento delle risorse, dal sudore della fronte. La divinità avvisa Adàm: stai attento al suolo, prendine cura o te lo ritroverai intossicato.

In altra parte del racconto iniziale si pronuncia la consegna della terra a Adàm: “Per servirla e custodirla”. I due verbi dell’ebraico antico sono gli stessi del culto dovuto alla divinità, anch’essa da servire e custodire. I traduttori aggirano l’uguaglianza dei due verbi, ma così stanno le cose nella scrittura sacra: Adàm e la sua specie stanno tra terra e cielo e a loro spetta opera di congiunzione. Servire e custodire la terra, servire e custodire il cielo.

Sulla scorta di questa responsabilità’ s’intende meglio la consegna del sabato. In ebraico vuol dire cessazione. È visto dalla parte della terra che smette di essere lavorata e non dalla parte dell’uomo che ci fa festa sopra. Perché il sabato è diritto che sale dal basso e garantisce prima di tutto il riposo della terra. Le spetta un giorno su sette, un anno su sette. Il sabato non appartiene all’ uomo ne’ alla divinità, il sabato spetta alla terra.

È il riconoscimento che siamo ospiti, non padroni di casa. È il rispetto dovuto al luogo comune e non licenza di schiamazzo. Dimenticare il sabato, profanarlo è arroganza di conquistatori che asserviscono lo spazio e il tempo.

Nel sabato neanche si poteva accendere un fuoco, perché pur’esso è vita della terra. Perciò il sabato e’ santo, tempo staccato e separato dal resto dei giorni.  Sta a punto di contatto tra la terra e il cielo.

Dal sabato ignorato, calpestato come un giorno qualunque, proviene la licenza di aggressione all’ambiente, la sua maledizione sotto lo sfruttamento.

(se qualcuno fosse interessato a qualche informazione di carattere più tecnico sul grosso problema della terra/ suoli, può vedere quanto ho scritto su NI in occasione della giornata del suolo del 2012: https://www.nazioneindiana.com/2012/12/05/la-terra-con-t-minuscola/, che purtroppo resta attualissimo; GS)

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16 Responses to Maledetta la terra

  1. diamonds il 5 dicembre 2013 alle 14:35

    La terra è viva, arde dentro di sé del fuoco del desiderio cosmico, brama di riunirsi al suo sposo, geme , si agita lievemente nel sonno. Una volta distrutti i simboli della civiltà non ci saranno più terremoti. I terremoti sono una manifestazione della consapevolezza umana. Senza follie artificiali, non potrebbero esserci terremoti. Nell’eternità della gioia, l’uomo deurbanizzato, pluralizzato, a suo agio con le sue dolci tecnologie, sorriderà e sospirerà quando la terra comoncierà a tremare.
    “ è irrequieta, stasera”, dirà.
    “sogna di amare”
    “è giù di corda “

    Tom Robbins(da qualche parte)

  2. arduino il 9 dicembre 2013 alle 14:04

    De Luca è sempre coerentemente il solito, prende un brano, perlopiù biblico ma non solo, lo travisa secondo il suo comodo, lo banalizza secondo gli schemi del politicamente corretto, lo avvolge in un linguaggio pretenziosamente solenne e ispirato e confeziona una caramellina dolce da succhiarsi per i portatori di teneri cuoricini.

    Non che sia sbagliata la responsabilità che abbiamo nei confronti del pianeta, ma questa è estranea alle società agricole, che nei confronti della terra hanno una sola essenziale preoccupazione, cioè quella di ottenere al tempo del raccolto una quantità di chicchi di frumento superiore a quella dei chicchi di frumento seminati. Dai tempi della nascita dell’agricoltura nella fertile mezzaluna fino all’inzio dell’uso dei fertilizzanti, il rapporto è stato di uno a tre, cioè di tre chicchi raccolti per uno seminato. E questo ha voluto dire millenni di umanità sistematicamente sull’orlo della carestia e della morte per fame. Insomma, ragazzi, se volete capirne qualcosa del mondo non perdetevi dietro ai poetini tutti pulitini, tutti correttini, tutti amabilini e di maniera, cercatevi dei poeti seri e leggetevi anche Jared Diamond.

    Se poi De Luca vuole tornare alle tribù di cacciatori raccoglitori che non ricavavano profitto dalla terra, sono fatti suoi. Che poi i cacciatori raccoglitori non facessero danni all’ambiente è una balla, basta pensare lo scherzetto da niente che hanno combinato i Clovis alla macrofauna americana, cioè la totale estinzione.

    • giacomo sartori il 9 dicembre 2013 alle 17:54

      cheddice Arduino?; lei conosce un sistema agricolo tradizionale che non fosse basato sulla necessità di conservare e preservare la terra? (cosa sono, tanto per citare la manifestazione più appariscente, i terrazzamenti, se non un modo di conservare la terra?; e su cosa si è basata la rivoluzione agricola della fine del settecento, che ha permesso rese di un ordine di grandezza superiore a quelle che lei cita, se non sulla necessità di conservare la fertilità della terra (letamazioni e apporti di azoto mediante leguminose)? lei conosce un altro periodo oltre al nostro nel quale in qualche decennio si è devastato sitematicamente quanto si era conservato per millenni?
      contrariamente a quanto credono i non addetti (e anche lo scrittore Pascale, che si fa passare come esperto), l’agricoltura industriale non è in genere molto intensiva (a parte l’eccezione di qualche paese europeo), e fa moltissimi danni, mentre molte forme di agricoltura tradizionale sono molto intensive (o possono essere rese con qualche accorgimento molto intensive), senza danneggiare nulla;

      • arduino il 9 dicembre 2013 alle 21:25

        Giacomo, per me un terrazzamento più che cura della terra vuol dire fame nera. Rimanda a contadini che per sopravvivere devono aggiungere ai già incerti costi energetici di una agricoltura tradizionale il pesante fardello energetico della costruzione e della manutenzione del terrazzamento, con il solo ausilio delle macchine animali meno efficienti, cioè i muli, rispetto ai più potenti e efficienti buoi e cavalli da tiro, purtroppo inadatti a lavorare su elevate pendenze. La precarietà di sopravvivenza è ancora più marcata, quello che al De Luca pare amorosa cura della terra e generazione di bellezza del paesaggio è di fatto un lavoro dannato e gravosissimo, quasi emblematico della maledizione biblica del guadagnarsi con la fatica più spietata il dubbio vantaggio di stare al mondo. E non sarà un caso che la prima generazione di contadini che ha avuto la possibilità di sfuggire a questa dura condizione l’abbia fatto e anche il ritorno che giustamente alcuni considerano a questo tipo di agricoltura non può rinunciare l’adozione di tecnologie più moderne.

        Le credo sul fatto che il miglioramento delle rese agricole possa essere anticipata al 700, ma anche credo che l’affrancamento dagli aspetti più brutali del lavoro in campagna arrivi, almeno in Italia, tra gli anni 30 del secolo scorso e il dopoguerra. Le mie nonne e le mie prozie sono state mondine da giovani, mi parlavano con rimpianto della gioventù, ma senza rimpianto della sconciante fatica di stare chinate per ore sotto il sole a strappare erbacce. Il che magari per De Luca è una forma di cura della terra.

        A farla breve, bisogna intendersi su cosa voglia dire cura della terra. Gli umani hanno presto capito che la terra deve riposare e va lasciata incolta per un anno ogni tanto, ma questa cura non è antitetica allo sfruttamento della terra, anzi è finalizzata a un miglior sfruttamento della terra stessa, ottimizzata secondo le tecnologie agricole disponibili nei vari momenti storici.

        Checché ne dica il nostro banalizzatore preferito, cioè il buon De Luca, senza sfruttamento della natura non ci sarebbe storicamente stata civiltà. Se agricoltura è sfruttamento, essa è anche pruduzione da parte di un sottoinsieme della popolazione attiva di una quantità di cibo sufficiente
        – a sfamare anche chi si dedichi a altre attività, da cui la possibilità della specializzazione, fattore che ha consentito l’esistenza anche di quegli altrimenti impensabili esseri che sono gli artisti in senso lato
        – a costituire surplus di ricchezza cui attingere per le gerarchie comunitarie (re, sacerdoti, funzionari, militari) e per le costruzioni comuni (mura, templi, palazzi, commitenza artistica, ospedali, teatri, rete internet)
        In base ai dati storici attualmente disponibile, tutto ciò non sarebbe stato possibile in tribù di cacciatori-raccoglitori, per pure questioni di bilancio energetico.

        Ovviamente al punto in cui ci troviamo adesso, è necessario ridefinire nuovi equilibri tra le risorse naturali e la capacità della nostra tecnologia sia di consumarle e sia di rinnovarle, e questo richiede uno studio razionale di fenomeni di grande complessità. Ma il nostro banalizzatore preferito rifugge la complessità, preferisce ricette o evocazione di ricette semplici e consolanti, come il ritorno a una storicamente inesistente condizioni edenica di incantato equilibrio e reciproco rispetto tra uomo e natura. Ma ben si sa che la dolciastra e consolatoria banalizzazione è più accativante di una rigorosa analisi della complessità, ben si sa che è meglio vellicare l’emozione di una coinvolgente comunione che affrontare la durezza esistenziale e concettuale del mondo, quello vero, quello che abbiamo sotto i piedi.

  3. marino il 10 dicembre 2013 alle 10:55

    Arduino, la fame nera te la togli col terrazzamento. Io intendo questo. E intendo che in Liguria, negli anni Trenta di cui parli tu, scendevano le donne dal Piemonte a raccogliere le olive perché in Piemonte era fame. Eppure erano langhe, ricche e senza frane. Come puoi dire che coltivare la terra, sostenerla, provvederla di condotti, pulirla, non sia salvarla? Mio nonno l’ha zappata tutta la vita, terrazza dopo terrazza,e quando terminava la valle passava all’altra, mai trovato niente, i vermi per pescare di notte. Altri hanno fatto un buchetto a quota 100 per piantarci il viburno e farci prendere lo schiaffo salino, e hanno trovato l’anfora.
    Su De Luca. Ognuno lavora col suo suo mondo. La Bibbia è la terrazza di De Luca.
    Vai a dire al contadino ligure perché fa sempre i muri così, con le stesse pietre e messe a fare drenaggio e sforzo con la stessa tecnica.

  4. arduino il 10 dicembre 2013 alle 22:01

    La Fame te la toglievi in Liguria, dove potevi produrre olio, un prodotto che si poteva e mi auguro anche oggi si può vendere con un adeguato guadagno, senz’altro meno in quelle agricolutre di autosostentamento di mezza montagna in altre zone meno fortunate.

    Interessante poi quello che lei scrive, anziché usare i muli, i contadini liguri ricorrevno ai langaroli per fare il loro terrazzamenti, essendo costoro la fonte di energia allora più economica. Adesso, quelli che ancora mantengono le terrazze, si servono di trattorini, teleferiche e finanziamenti europei e, sia ben chiaro, non mi sogno di biasimarli per questo, visto che è giusto che ricorrino a quanto la tecnologia del presente mette a disposizione per ottimizzare lo sfruttamento della terra.

    Ma perché poi costruire dei terrazzamenti? Un pendio, un terreno di montagna di solito se ne stanno tranquillo con i loro declivi, se si fanno dei terrazzi non è per prendersene cura ma per sfruttarli nel modo più efficace. Checché ne dica il nostro banalizzatore preferito (qui di seguito NBP per brevità) la cura della terra è l’altra faccia dello sfruttamento della terra, è null’altro che il dispiegamento del tecniche disponibili in un certo momento storico per ricavarne il massimo. E la pausa delle coltivazioni ogni sette anni cara a NBP è anch’essa finalizzata all’ottimizzazione dello sfruttamento della terra, perché senza pausa la terra rende di meno.

    Lo sapete perché NPB può commentare la Genesi? Perché molti anni fa uno scriba jahvista ha potuto scriverne il manoscritto, grazie al fatto che qualche agricoltore, accanendosi sulla terra con le tutte le tecniche a disposizione allora (attività queste che NBP riassume nel termine cura), riusciva a sfruttarla fino a ricavarne un surplus di energia sufficiente a sfamare anche lo scriba. E questo surplus derivante da uno sfuttamento / una cura via via più efficienti è cresciuto negli ultimi duecento anni, per cui i langaroli che andavano a fare i muli in Liguria uscendo dagli scenari della Malora di Fenoglio e del Mondo dei vinti di Revelli ora per loro fortuna e per loro merito sanno sfruttare / prendersi cura della loro terra in modo da campare alla grande e di far parte del mondo glamour di Slow Food e dei produttori dei grandi vini.

    • jan reister il 10 dicembre 2013 alle 22:10

      Presto, qualcuno dica ai contadini liguri che sono ricchi!

      Battute a parte, l’odio per Erri De Luca, per quanto forse giustificato dal personaggio carismatico, te la fa fare fuori dal bulacco.

      • arduino il 11 dicembre 2013 alle 01:09

        Jan, il termine odio è del tutto fuori luogo. Si tratta di sconcerto per
        – il rifiuto della complessità, per la tendenza a ridurre i problemi a schemi elementari
        – il rifiuto dell’approfondimento, con la tendenza a risolvere i problemi affidandosi unicamante a espressioni di forte e solenne impatto linguistico
        – l’incondizionato approccio consolatorio, per cui le solo opzioni considerate sono quelle emotivamente gratificanti.

        Scava De Luca, scava, con lo stesso accanimento con cui i contadini hanno sempre scavato la terra non per averne cura ma per cavarne fuori il massimo. E se quello che trovi è prosaico, complicato, non riconducibile a frasi monumento, linguisticamente povero, emotivamente urticante fanne comunque scomodo e disturbante dono a chi ti legge. Non coccolarli, ‘sti lettori, il mondo non è solo una palestra per l’esercizio di buone e pure intenzioni.

        Ho scoperto che bulacco vuol dire secchio, grazie per l’arricchimento linguistico, ma non credo di dire bestialità nell’affermare che da sempre nel rapporto dell’uomo con la natura la cura sia stato strumento e non fine. Non dico che questo sia giusto e che sia ancora tollerabile adesso, ma almeno nell cultura occidentale è sempre stato cosi. E se leggo nella Bibbia così come tradotta dalla CEI

        “Siate fecondi e moltiplicatevi,riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”.

        Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo.

        e dopo il peccato originale

        maledetto il suolo per causa tua!
        Con dolore ne trarrai il cibo
        per tutti i giorni della tua vita.
        Spine e cardi produrrà per te
        e mangerai l’erba dei campi.
        Con il sudore del tuo volto mangerai il pane,

        non ci leggo una richiesta di cura o un prestito, ma un incondizionata concessione da parte di Dio all’uomo della terra. Questo dicono alla CEI, dove ben conoscono la filologia biblica. Di mio potrei arrivare a leggere il testo greco, contando sul fatto che i 72 furono illuminati dallo spirito divino quando tradussero la Bibbia in greco arrivando così tutti quanti e in modo indipendente alla stessa traduzione (alla faccia degli editor, giustamente disoccupati in età alessandrina). Ne parlo poi anche con un amico di tanto più dotto di me che di lingue antiche ne conosce una mezza dozzina, ivi compreso l’ebraico.

  5. marino il 10 dicembre 2013 alle 22:50

    Arduino, mi arrendo.
    Ma prima due cosette.
    I langaroli naturalmente, quelli della Malora dice lei, cosa c’entrano con le terrazze? Le terrazze sono state costruite parecchi secoli prima. Non langaroli usati come muli dunque, ma donne, come sua nonna che ha fatto la mondina, che venivano a raccogliere le olive a mano, al fianco delle indigene, certo, come mia madre. Da ottobre a maggio. Era l’albero della lentezza, mentre ora raccolta e spremitura va fatta tra ottobre e dicembre.
    L’altra è sulle sigle. Ciò che dici di erri De Luca, e che Jan giudica odio, battute a parte, lo trovo ingiustificato e di bassissima soglia, ma visto che si parla di terra e che la terra è bassa… Un incipit: Leggo solo libri usati. Li appoggio al cestino del pane, giro pagina con un dito e quella resta ferma. Così mastico e leggo.

    • elogiodelleccedenza il 11 dicembre 2013 alle 00:14

      Ma Arduino non ha solo ragione, di più! E basta con queste ridicole leggende metropolitane sugli scrittori muratori, o alcolizzati, o inseguiti dalle mafie. basta col politicamente corretto che è ‘sinceramente’ scorretto, con la retorica di un rispetto farisaico, che è una delle poche cose che possiede davvero di ebraico uno scrittore che da anni, scrivendo cazzate (vere) con cazzuola (finta) e complice il suo editore miliardario racconta alle casalinghe in menopausa, per diletto, la favola del lupo.

      • arduino il 11 dicembre 2013 alle 10:32

        Io chiederi a De Luca di proporre la sua traduzione del Libro di Giosué e di misurarsi con l’ordine divino di conquistare con le armi la terra, con lo sterminio di tutti gli abitanti di Gerico tranne la prostituta Ruth (Questa città, con quanto vi è in essa, sarà votata allo sterminio per il Signore), con la messa in schiavitù dei Gibeoniti, con l’impiccagione del re sconfitto dei Cananei, con lo sterminio dei Cananei (l’ordine divino è di non lasciare vivo nessuno che respiri), con la distruzione della città di Hazor, con la sottomissione delle tribù aldilà del Giordano.

  6. arduino il 11 dicembre 2013 alle 10:02

    marino, grazie per la precisazione, sul lavoro dei langaroli sui terrazzamenti liguri ho preso una cantonata non da poco.

    Sul perché associo quel sarcastico arconimo a Erri De Luca può leggere quanto ho scritto nella replica al commento di Jan Reiser

  7. arduino il 11 dicembre 2013 alle 10:38

    Già che si parla di Bibbia e di frutti della terra, vi sottopongo un interessante e recente studio in questa area:

    http://www.haaretz.com/jewish-world/jewish-world-features/1.562450

  8. Heinrich il 11 dicembre 2013 alle 15:28

    Sehr Geerter Harduin,

    Perché biasimare tanto il moralizzatore più sano che ci sia?
    Perché strumentalizza, va bene. E strumentalizzare non si fa.
    Ma un moralizzatore non ha anche questo come strumento?
    Perché accanirsi? Dà noia ciò che ha scritto? Sì? Se sì qual è il motivo recondito del fatto che le dà noia? Ché suo padre (suo di lei sig. Arduino) era un petroliere?
    Detto ciò: va bene, le SS (Sacre Scritture) non intendevano ciò che ha fatto intendere con buona eloquenza il signor De Luca.
    Ma oggi che ci si chiede ciò, non ha comunque senso lanciare simili moniti?
    Non ha senso gridare al rischio terribile in cui si incorre ogni giorno di più?
    Oggi che c’è l’idroponica, oggi che c’è tanta tecnica in più, perché insistere ancora con quel viziato tarlo del business mentre si potrebbe lenire tutto?
    Finché eravamo qualche centinaio di milioni ci faceva comodo ottimizzarla e sfruttarla. Ora che siamo qualche miliardo, prossimi agli otto (brividi), non sarebbe forse il caso di darci un taglio con gli abomini?

    Distinti saluti, Monsanto -faccina che ghigna-

    • arduino il 11 dicembre 2013 alle 19:26

      @Heinrich

      Ha senso, ha molto senso invocare un uso più responsabile delle risorse della terra, non accanirsi e ha anche senso chiedersi come e perché le cose siano andate sino adesso. E così sono state scritte biblioteche sul fatto che alcuni versetti della Genesi:

      1.26 Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.
      1.28 Dio li benedisse e Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi,riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”.
      1.29 Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo

      3.17 All’uomo disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato: “Non devi mangiarne”,
      maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.
      3.18 Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi.
      3.19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane
      abbiano costituito il fondamento ideologico per lo sfruttamento senza limite da parte dell’uomo del creato, quasi in ossequio alla parola divina che del mondo lo ha fatto padrone e che poi, in seguito al peccato, lo ha condannato a una lotta dura con la natura per trarne pane e non inutili erbe spinose.

      Così quando De Luca propone una interpretazione della Genesi che è antitetica a quello convisa dagli altri studiosi, appellandosi a un unico versetto
      2.15 Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.
      che purtroppo si riferisce all’ideale e irripetibile condizione di Adamo e Eva nell’Eden e non nella radicalmente diversa condizione in cui l’umanità è caduta dopo la cacciata dall’Eden, allora mi viene da pensare che la sua lettura sia viziata da cherry picking, cioè da selezione unicamente dei dati (o dell’unico dato) che possano dare sostanza alla sua tesi e che la tesi stessa sia inconsistente.

      Poi osservo che la faccenda non è così semplice, perchè senza sfruttamento della terra, senza la capacità di ricavare da essa più di quanto ad essa è dato, a partire dal caso più semplice dei tre chicchi di grano ricavati da ogni chicco di grano seminato, non si sarebbe prodotto il surplus di energia che ha consentito la nostra civiltà. E così la storia ci ricorda che sfruttando meglio la terra, con più conoscenza, con più tecnologia, si può passare dalle Langhe della Malora a quelle attuali. E anche la storia ci ricorda che la cura della terra è stata finora intesa non in antitesi al suo sfruttamento, ma come uno dei mezzi per ottimizzare questo dannato e utilissimo e nel passato necessario sfruttamento.

      Questi sono per me i dati di fatto che non vanno dimenticati, perché se si vuole migliorare le cose e nel caso specifico il nostro rapporto con la terra allora dobbiamo partire dalla situazione reale, dalle sue radici remote, dai suoi svantaggi ma anche dai suoi vantaggi, non fare un salto all’indietro all’Eden come fa De Luca. Per cui ripeto se si vuole cambiare il mondo e cambiare il nostro uso delle risorse è un cambiamento ineludibile, allora non possiamo prescindere dall’approfondimento, dall’analisi e non affidarci a superficiali enunciazioni di notevole impatto verbale e emotivo, ma di fatto inconsistenti. E per la stima che ho delle parole, quelle a vuote mi danno un grande (diciamo così) fastidio.

  9. arduino il 17 dicembre 2013 alle 11:37

    In ritardo sui tempi più caldi della discussione, vi sottopongo questo contributo dichiaratamente eretico, che propone un’altra via per affrontare il problema di sfamare 7 miliardi di persone con i frutti della terra.

    http://www.technologyreview.com/featuredstory/522596/why-we-will-need-genetically-modified-foods/

    Questa via non parte da fraintendimenti del testo biblico ma dagli OGM e racconta come grazie agli OGM sia possibile creare in sei mesi un nuovo tipo di patate in grado a resistere ai parassiti e a condizioni climatiche diverse, inserendo nel DNA delle patate irlandesi il gene di una patata selvatica presente in Sud America e resistente ai parassiti. Questo nuovo tipo di patata è più ecologica, visto che non richiede la dispersione nell’ambiente di antiparassitari, e non rappresenta un alieno biologico, un frankestein vegetale del tutto estraneo alla natura, visto che la stessa patata può essere ottenuta attraverso le tecnologie tradizionali di incrocio di diversi tipi di vegetali, cioè seguendo la tecnica usata sin dai tempi della nascita dell’agricoltura. Purtroppo le tecniche tradizionali richiederebbero almeno 15 anni per produrre questa nuovo tipo di patata e, nel frattempo, ci sarebbero stati 15 anni anni almeno di carestia o di uso sempre più massiccio di antiparassitari. E neppure il successo sarebbe garantito, visto che le tecniche OGM consentono di operare con maggior precisione sulle caratteristiche che si vogliono ottenere rispetto alle tecniche tradizionali di incrocio tra specie diverse.

    Un’ultima osservazione. Lo studio in questione non è fatto dalla diabolica multinazionale Monsanto, ma da Teagasc (vi suona bene questo bel nome gaelico?), l’ente pubblico irlandese per la ricerca nel campo dell’agricoltura.



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