15 dicembre 1969 : Giuseppe Pinelli

di Antonio Sparzani

Il 15 dicembre 1969, quarantaquattro anni fa, Giuseppe Pinelli moriva precipitando da una finestra nel cortile della questura di Milano, illegalmente trattenuto senza mandato, in merito alla bomba scoppiata tre giorni prima alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano.
Innocente.
La voce di wikipedia, pur nella sua anodina compostezza, racconta abbastanza fedelmente le circostanze dell’assassinio e il vergognoso e contraddittorio comportamento della questura milanese dell’epoca nel suo complesso.
Pinelli era vicino alla sezione anarchica Sacco e Vanzetti, di via Murilio, a Milano: scelgo quindi quest’anno (l’anno scorso pubblicavo questo bel ricordo di Massimo Zucchetti), per rendergli omaggio, di ricordare i due anarchici, cittadini italiani, vittime anch’essi innocenti di uno dei più ignobili processi e trattamenti della storia della giustizia in un paese sedicente civile e democratico.
Ferdinando Nicola Sacco (Torremaggiore (Foggia), 22 aprile 1891 – Charlestown (Ma), 23 agosto 1927) e Bartolomeo Vanzetti (Villafalletto (Cuneo), 11 giugno 1888 – Charlestown (Ma), 23 agosto 1927) vennero arrestati, processati e giustiziati sulla sedia elettrica, accusati dell’omicidio di un contabile e di una guardia del calzaturificio Slater and Morrill. Sulla loro colpevolezza vi furono subito molti dubbi; ma la prevenzione di giudice e giuria nei confronti degli immigrati italiani, per di più anarchici dichiarati, prevalse anche sulla confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros, che scagionava i due, oltre che sulle numerose testimonianze che fornivano loro dei chiari alibi.
Esattamente cinquanta anni dopo la loro esecuzione, il 23 agosto 1977, furono ufficialmente riabilitati dall’allora governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, che dichiarò: «Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti »
Dal discorso di Bartolomeo Vanzetti il 19 aprile del 1927:

« Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano»

Mosaico di Ben Shahn a ricordo di Sacco e Vanzetti all’Università di Syracuse (N.Y.), particolare:
Sacco&Vanzetti3

antonio sparzani

Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato anche due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia, pubblicato presso Mimesis. Ha curato anche il carteggio tra W. Pauli e Carl Gustav Jung, pubblicato da Moretti & Vitali nel 2016. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno. 

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  3 comments for “15 dicembre 1969 : Giuseppe Pinelli

  1. 15 dicembre 2013 at 15:41

    C`e` in giro qualcuno che vorrebbe che ci consegnassimo al mutismo e alla rassegnazione.al fondo dei loro desideri il sogno di costringerci a portare sul cruscotto un`effige di Bava Beccaris recante la dicitura:io ti sto pensando

  2. Marco Cavallaro
    15 dicembre 2013 at 16:38

    Giuda dice che l’alibi del morto
    era crollato: per questo il morto è sceso nel cortile.
    Ma l’alibi era buono; il morto è riabilitato:
    nessuno dice che Giuda aveva torto.

    Il perito settore dice che le ferite
    non sono incompatibili con la meccanica di
    una caduta dall’alto. Il giornale conclude
    che dunque il morto si è suicidato.

    […]

    La Borsa è sana, la Borsa reagisce
    con splendido, inatteso, confortante vigore
    alle notizie dal fronte, ai proclami, alla limpida morte
    del legionario ucciso dal nemico.

    […]

    Giuda dice: la gente ai miei guerrieri
    ha buttato dei sassi, per questo han caricato.
    Di chi c’era nessuno se n’è accorto:
    ma il Senato decide che Giuda non ha torto.

    Non predicate la dittatura
    di una classe sull’altra, non è il vostro lavoro.
    Non dite niente che possa suscitare
    l’odio di classe: ci pensano già loro.

    Parlo per me ma forse anche per voi.
    Amici, diciamo la verità:
    di sentirci oppressi ci sentiamo felici;
    ci importa adesso esser vittime, non esser liberi poi.

    Cosa è cambiato da quando Raboni ha scritto “L’alibi del morto”, se a leggerlo oggi – sostituendo pure qualche volto: Giuda, il Senato… – il racconto è lo stesso?

  3. Mónica Flores
    15 dicembre 2013 at 18:22

    È incredibile…questo succedeva anche nella Spagna franchista, gli arrestati per motivi politici avevano una certa tendenza a buttarsi giù dalle finestre dei commisariati…Nessuno qua ha chiesto scusa alle famiglie, o ha cercato almeno di spiegare cosa era successo per fargli capire come sono finiti i loro cari. Niente. Anzi, in molti casi si continua a considerare colpevoli quelli che solo lottavano contro la dittatura.

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