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	Commenti a: Lettera alla lettera di Mario Sechi	</title>
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		<title>
		Di: Vincenzo Cucinotta		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245382</link>

		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Dec 2013 10:08:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Rileggendo, mi sono rreso conto di avere saltato una proposizione senza cui si perde il senso complessivo. pertanto, scusandomi, riposto il commento con questa correzione. 

Grazie Renata per la risposta.
Può darsi certamente che mi sbaglio, che io abbia equivocato sul tono della sua lettera, ma la mia impressione è che lei sostenga che basterebbe avere per l’università più soldi ed avere dei docenti più onesti, e tutto filerebbe liscio.

Ciò occulta, sempre a mio modesto parere, la questione centrale, che l’università è moribonda non solo in Italia, che altrove gli atenei mostrano una maggior efficienza, ma anche lì è successo qualcosa che ha posto fine a quella lunghissima avventura che è stata la stessa istituzione delle università. La causa centrale, da cui poi tutto segue, è l’ideologia aziendalista, è che i finanziamenti alla ricerca oggi partono quasi interamente dalla UE, la quale sposa totalmente gli interessi del settore produttivo, investe soltanto sulle linee strategiche, e si è inventata anche il concetto di eccellenza, che poi implica il superfinanziare pochi e considerare il microfinanziamento uno spreco di risorse da ridurre drasticamente se non eliminare totalmente.
Così, il mestiere di docente viene assimilato a quello di un manager, la cui massima abilità non coincide con il possesso di talento e di una certa dose di genialità, ma il sapere svolgere bene il compito di esecutore di volontà altrui, teoricamente politiche, di fatto quella dei potentati economici, ma farlo con efficienza, il che include riuscire ad ottenere i finaziamenti battendo i colleghi divenuti nel frattempo competitori.

L’Italia effettivamente non avrebbe potuto fare di peggio, ma l’Italia è davvero ben poca cosa, una classe di intellettuali in massima parte di estrazione accademica in tutto il mondo ha evidenziato la sua sudditanza ideologica rendendosi protagonista nell’esecuzione di questo diabolico piano di distruzione del concetto stesso di università e della concezione ad esso collegata del sapere come un valore in sè e che come tale non richiede per essere perseguito una sua utilizzazione economica.
Ancora una volta, questo mondo assume assiomaticamente l’aspetto economico come quello dominante, che non sazio di quanto già domina, impone l’eliminazione di zone franche, di ambiti sociali in cui da esso si astrae.

I docenti non sono colpevoli di non eseguire ubbidientemente il compito che questo sistema sociale vuole imporgli, ma di essere afoni, di non esprimere una idea, una volontà progettuale indipendente, ma di essere nei pochi che dominano coloro che stanno in prima fila nell’eseguire il progetto o nella maggior parte pienamente afoni, di subire quanto quei loro colleghi più influenti hanno deciso assieme ai potenti del mondo, e di fare al più una resistenza passiva, tentando di mantenere anche solo parzialmente i meschini privilegi che essi riconoscono a torto o a ragione come parte del loro ruolo.

Mi rendo conto che una sintesi così rischia di essere incomprensibile e soggetta ad equivoci, ed era questa la ragione che mi aveva suggerito di limitare il mio intervento.
Tuttavia, se sono in grado di dare un contributo per quanto modesto a suscitare un dibattito su punti di così grande rilevanza per la società nel suo complesso, allora non riesco a tirarmi indietro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rileggendo, mi sono rreso conto di avere saltato una proposizione senza cui si perde il senso complessivo. pertanto, scusandomi, riposto il commento con questa correzione. </p>
<p>Grazie Renata per la risposta.<br />
Può darsi certamente che mi sbaglio, che io abbia equivocato sul tono della sua lettera, ma la mia impressione è che lei sostenga che basterebbe avere per l’università più soldi ed avere dei docenti più onesti, e tutto filerebbe liscio.</p>
<p>Ciò occulta, sempre a mio modesto parere, la questione centrale, che l’università è moribonda non solo in Italia, che altrove gli atenei mostrano una maggior efficienza, ma anche lì è successo qualcosa che ha posto fine a quella lunghissima avventura che è stata la stessa istituzione delle università. La causa centrale, da cui poi tutto segue, è l’ideologia aziendalista, è che i finanziamenti alla ricerca oggi partono quasi interamente dalla UE, la quale sposa totalmente gli interessi del settore produttivo, investe soltanto sulle linee strategiche, e si è inventata anche il concetto di eccellenza, che poi implica il superfinanziare pochi e considerare il microfinanziamento uno spreco di risorse da ridurre drasticamente se non eliminare totalmente.<br />
Così, il mestiere di docente viene assimilato a quello di un manager, la cui massima abilità non coincide con il possesso di talento e di una certa dose di genialità, ma il sapere svolgere bene il compito di esecutore di volontà altrui, teoricamente politiche, di fatto quella dei potentati economici, ma farlo con efficienza, il che include riuscire ad ottenere i finaziamenti battendo i colleghi divenuti nel frattempo competitori.</p>
<p>L’Italia effettivamente non avrebbe potuto fare di peggio, ma l’Italia è davvero ben poca cosa, una classe di intellettuali in massima parte di estrazione accademica in tutto il mondo ha evidenziato la sua sudditanza ideologica rendendosi protagonista nell’esecuzione di questo diabolico piano di distruzione del concetto stesso di università e della concezione ad esso collegata del sapere come un valore in sè e che come tale non richiede per essere perseguito una sua utilizzazione economica.<br />
Ancora una volta, questo mondo assume assiomaticamente l’aspetto economico come quello dominante, che non sazio di quanto già domina, impone l’eliminazione di zone franche, di ambiti sociali in cui da esso si astrae.</p>
<p>I docenti non sono colpevoli di non eseguire ubbidientemente il compito che questo sistema sociale vuole imporgli, ma di essere afoni, di non esprimere una idea, una volontà progettuale indipendente, ma di essere nei pochi che dominano coloro che stanno in prima fila nell’eseguire il progetto o nella maggior parte pienamente afoni, di subire quanto quei loro colleghi più influenti hanno deciso assieme ai potenti del mondo, e di fare al più una resistenza passiva, tentando di mantenere anche solo parzialmente i meschini privilegi che essi riconoscono a torto o a ragione come parte del loro ruolo.</p>
<p>Mi rendo conto che una sintesi così rischia di essere incomprensibile e soggetta ad equivoci, ed era questa la ragione che mi aveva suggerito di limitare il mio intervento.<br />
Tuttavia, se sono in grado di dare un contributo per quanto modesto a suscitare un dibattito su punti di così grande rilevanza per la società nel suo complesso, allora non riesco a tirarmi indietro.</p>
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		Di: Vincenzo Cucinotta		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245369</link>

		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Dec 2013 22:08:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie Renata per la risposta. 
Può darsi certamente che mi sbaglio, che io abbia equivocato sul tono della sua lettera, ma la mia impressione è che basterebbe avere per l&#039;università più soldi ed avere dei docenti più onesti, e tutto filerebbe liscio. 

Ciò occulta, sempre a mio modesto parere, la questione centrale, che l&#039;università è moribonda non solo in Italia, che altrove gli atenei mostrano una maggior efficienza, ma anche lì è successo qualcosa che ha posto fine a quella lunghissima avventura che è stata la stessa istituzione delle università. La causa centrale, da cui poi tutto segue, è l&#039;ideologia aziendalista, è che i finanziamenti alla ricerca oggi partono quasi interamente dalla UE, la quale sposa totalmente gli interessi del settore produttivo, investe soltanto sulle linee strategiche, e si è inventata anche il concetto di eccellenza, che poi implica il superfinanziare pochi e considerare il microfinanzaimento uno spreco di risorse da ridurre drasticamente se non eliminare totalmente. 
Così, il mestiere di docente viene assimilato a quello di un manager, la cui massima abilità non coincide con il possesso di talento e di una certa dose di genialità, ma il sapere svolgere bene il compito di esecutore di volontà altrui, teoricamente politiche, di fatto quella dei potentati economici. 

L&#039;Italia effettivamente non avrebbe potuto fare di peggio, ma l&#039;Italia è davvero ben poca cosa, una classe di intellettuali in massima parte di estrazione accademica in tutto il mondo ha evidenziato la sua sudditanza ideologica rendendosi protagonista nell&#039;esecuzione di questo diabolico piano di distruzione del concetto stesso di università e della concezione ad esso collegata del sapere come un valore in sè e che come tale non richiede per essere perseguito una sua utilizzazione economica. 
Ancora una volta, questo mondo assume assiomaticamente l&#039;aspetto economico come quello dominante, che non sazio di quanto già domina, impone l&#039;eliminazione di zone franche, di ambiti sociali in cui da esso si astrae. 

I docenti non sono colpevoli di non eseguire ubbidientemente il compito che questo sistema sociale vuole imporgli, ma di essere afoni, di non esprimere una idea, una volontà progettuale indipendente, ma di essere nei pochi che dominano coloro che stanno in prima fila nell&#039;eseguire il progetto o nella maggior parte pienamente afoni, di subire quanto quei loro colleghi più influenti hanno deciso assieme ai potenti del mondo, e di fare al più una resistenza passiva, tentando di mantenere anche solo parzialmente i meschini privilegi che essi riconoscono a torto o a ragione come parte del loro ruolo. 

Mi rendo conto che una sintesi così rischia di essere incomprensibile e soggetta ad equivoci, ed era questa la ragione che mi aveva suggerito di limitare il mio intervento. 
Tuttavia, se sono in grado di dare un contributo per quanto modesto a suscitare un dibattito su punti di così grande rilevanza per la società nel suo complesso, allora non riesco a tirarmi indietro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Renata per la risposta.<br />
Può darsi certamente che mi sbaglio, che io abbia equivocato sul tono della sua lettera, ma la mia impressione è che basterebbe avere per l&#8217;università più soldi ed avere dei docenti più onesti, e tutto filerebbe liscio. </p>
<p>Ciò occulta, sempre a mio modesto parere, la questione centrale, che l&#8217;università è moribonda non solo in Italia, che altrove gli atenei mostrano una maggior efficienza, ma anche lì è successo qualcosa che ha posto fine a quella lunghissima avventura che è stata la stessa istituzione delle università. La causa centrale, da cui poi tutto segue, è l&#8217;ideologia aziendalista, è che i finanziamenti alla ricerca oggi partono quasi interamente dalla UE, la quale sposa totalmente gli interessi del settore produttivo, investe soltanto sulle linee strategiche, e si è inventata anche il concetto di eccellenza, che poi implica il superfinanziare pochi e considerare il microfinanzaimento uno spreco di risorse da ridurre drasticamente se non eliminare totalmente.<br />
Così, il mestiere di docente viene assimilato a quello di un manager, la cui massima abilità non coincide con il possesso di talento e di una certa dose di genialità, ma il sapere svolgere bene il compito di esecutore di volontà altrui, teoricamente politiche, di fatto quella dei potentati economici. </p>
<p>L&#8217;Italia effettivamente non avrebbe potuto fare di peggio, ma l&#8217;Italia è davvero ben poca cosa, una classe di intellettuali in massima parte di estrazione accademica in tutto il mondo ha evidenziato la sua sudditanza ideologica rendendosi protagonista nell&#8217;esecuzione di questo diabolico piano di distruzione del concetto stesso di università e della concezione ad esso collegata del sapere come un valore in sè e che come tale non richiede per essere perseguito una sua utilizzazione economica.<br />
Ancora una volta, questo mondo assume assiomaticamente l&#8217;aspetto economico come quello dominante, che non sazio di quanto già domina, impone l&#8217;eliminazione di zone franche, di ambiti sociali in cui da esso si astrae. </p>
<p>I docenti non sono colpevoli di non eseguire ubbidientemente il compito che questo sistema sociale vuole imporgli, ma di essere afoni, di non esprimere una idea, una volontà progettuale indipendente, ma di essere nei pochi che dominano coloro che stanno in prima fila nell&#8217;eseguire il progetto o nella maggior parte pienamente afoni, di subire quanto quei loro colleghi più influenti hanno deciso assieme ai potenti del mondo, e di fare al più una resistenza passiva, tentando di mantenere anche solo parzialmente i meschini privilegi che essi riconoscono a torto o a ragione come parte del loro ruolo. </p>
<p>Mi rendo conto che una sintesi così rischia di essere incomprensibile e soggetta ad equivoci, ed era questa la ragione che mi aveva suggerito di limitare il mio intervento.<br />
Tuttavia, se sono in grado di dare un contributo per quanto modesto a suscitare un dibattito su punti di così grande rilevanza per la società nel suo complesso, allora non riesco a tirarmi indietro.</p>
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		<title>
		Di: renatamorresi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245364</link>

		<dc:creator><![CDATA[renatamorresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Dec 2013 11:06:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vincenzo, penso che si sbagli, questa non è una rivendicazione dei precari, ma una denuncia della débacle dell&#039;università pubblica. Che i giovani studiosi debbano seguire percorsi di studio e apprendistato è giusto, come è normale che non tutti siano tagliati per il rigore della ricerca, le ansie della didattica e, in generale, la lunga, in parte fisiologica, instabilità della professione;  non è di questo che si tratta qui.
L&#039;interesse comune è che sia rispettata una proporzione dignitosa di studenti per insegnante, cosa da cui oggi siamo ben lontani, considerato anche il blocco delle assunzioni  (in media  entra 1 ogni 4 in  pensione - certo, poi ci sono le auree eccezioni: l&#039;università &#039;del&#039; ministro Carrozza, per esempio, quest&#039;anno ha avuto un turn-over del 200%). L&#039;interesse comune è che l&#039;università non diventi esamificio , mentre oggi si fanno 10 sessione d&#039;esame, in presenza, a distanza, con la pre-iscrizione, con una dispensina, tutto pur di incassare le tasse degli iscritti. Che  si facciano sì lavorare i dottorandi ma si dia loro pure QUALCHE possibilità di PROVARE a fare concorsi, mentre oggi è esattamente il contrario: i dottorandi  - al contrario che nel primo mondo - non possono insegnare, e i concorsi da ricercatore non esistono praticamente più. L&#039;interesse comune vorrebbe che insegni chi sa insegnare e ricerchi chi sa ricercare, ma guardiamoci intorno: in molti casi la ricerca la fa chi può  pagarsela da sé, e i contratti di insegnamento sono così vergognosi (alcuni non pagati, alcuni addirittura a cottimo) da quasi respingere i professionisti seri. 
Con questa lettera, solo teneramente antagonista, invito, in realtà, ad una azione, o almeno una parola, comune. Non sto parlando (solo) di me. L&#039;interesse comune vorrebbe che chiunque sia un poco coinvolto si batta per salvare l&#039;indipendenza, la serietà e lo spessore dell&#039; università italiana. Invece i più cinici - ci ha fatto caso? - sono proprio i laureati, i più rassegnati gli incardinati. Vogliamo chiederci perché?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vincenzo, penso che si sbagli, questa non è una rivendicazione dei precari, ma una denuncia della débacle dell&#8217;università pubblica. Che i giovani studiosi debbano seguire percorsi di studio e apprendistato è giusto, come è normale che non tutti siano tagliati per il rigore della ricerca, le ansie della didattica e, in generale, la lunga, in parte fisiologica, instabilità della professione;  non è di questo che si tratta qui.<br />
L&#8217;interesse comune è che sia rispettata una proporzione dignitosa di studenti per insegnante, cosa da cui oggi siamo ben lontani, considerato anche il blocco delle assunzioni  (in media  entra 1 ogni 4 in  pensione &#8211; certo, poi ci sono le auree eccezioni: l&#8217;università &#8216;del&#8217; ministro Carrozza, per esempio, quest&#8217;anno ha avuto un turn-over del 200%). L&#8217;interesse comune è che l&#8217;università non diventi esamificio , mentre oggi si fanno 10 sessione d&#8217;esame, in presenza, a distanza, con la pre-iscrizione, con una dispensina, tutto pur di incassare le tasse degli iscritti. Che  si facciano sì lavorare i dottorandi ma si dia loro pure QUALCHE possibilità di PROVARE a fare concorsi, mentre oggi è esattamente il contrario: i dottorandi  &#8211; al contrario che nel primo mondo &#8211; non possono insegnare, e i concorsi da ricercatore non esistono praticamente più. L&#8217;interesse comune vorrebbe che insegni chi sa insegnare e ricerchi chi sa ricercare, ma guardiamoci intorno: in molti casi la ricerca la fa chi può  pagarsela da sé, e i contratti di insegnamento sono così vergognosi (alcuni non pagati, alcuni addirittura a cottimo) da quasi respingere i professionisti seri.<br />
Con questa lettera, solo teneramente antagonista, invito, in realtà, ad una azione, o almeno una parola, comune. Non sto parlando (solo) di me. L&#8217;interesse comune vorrebbe che chiunque sia un poco coinvolto si batta per salvare l&#8217;indipendenza, la serietà e lo spessore dell&#8217; università italiana. Invece i più cinici &#8211; ci ha fatto caso? &#8211; sono proprio i laureati, i più rassegnati gli incardinati. Vogliamo chiederci perché?</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Vincenzo Cucinotta		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245353</link>

		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Cucinotta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Dec 2013 10:37:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[C&#039;è un&#039;obiezione di fondo che faccio a questa seconda lettera, il suo tono rivendicativo e dichiaratamente di parte.

Nel mio intervento in risposta alla prima lettera, ho tenuto a sottolineare come muovessi le mie critiche dall&#039;interno, perchè sono convinto che solo perdendo il proprio particolare, si possono fare funzionare le istituzioni statali, qualunque esse siano. Il punto di vista particolare che pure gode della tradizione di classe marxista, va benissimo finchè riguarda il confrontarsi con il punto di vista di un altro interesse, padroni ed operai contrapposti a mediare gli opposti interessi (finchè questi siano mediabili, s&#039;intende). 
Quando invece si tratta di un&#039;istituzione pubblica, la cosa non può funzionare. Se io parlo a difesa dei precari dell&#039;università richiamando l&#039;interesse generale, se quindi ciò che dico si iscrive in una posizione che parla a nome di una visione alternativa sull&#039;università, la cosa ha un suo senso e valore, ma se invece l&#039;intero tono dell&#039;intervento si gioca sulla contrapposizione dei rispettivi ruoli (io precario in armi contro il professore), la cosa rischia di sfociare in una rivendicazione di accesso agli stessi privilegi, anche aldilà delle intenzioni soggettive dell&#039;interessato. 

Se per un momento astraiamo dal caso concreto della Morresi, io potrei affermare con la massima certezza che la grande maggioranza degli attuali precari non sono migliori dei loro professori, e che anzi sono prontissimi appena possibile a succedere loro in tutti i possibili privilegi (e conseguenti disservizi, purtroppo). 

Ah, questo benedetto e negletto interesse generale!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un&#8217;obiezione di fondo che faccio a questa seconda lettera, il suo tono rivendicativo e dichiaratamente di parte.</p>
<p>Nel mio intervento in risposta alla prima lettera, ho tenuto a sottolineare come muovessi le mie critiche dall&#8217;interno, perchè sono convinto che solo perdendo il proprio particolare, si possono fare funzionare le istituzioni statali, qualunque esse siano. Il punto di vista particolare che pure gode della tradizione di classe marxista, va benissimo finchè riguarda il confrontarsi con il punto di vista di un altro interesse, padroni ed operai contrapposti a mediare gli opposti interessi (finchè questi siano mediabili, s&#8217;intende).<br />
Quando invece si tratta di un&#8217;istituzione pubblica, la cosa non può funzionare. Se io parlo a difesa dei precari dell&#8217;università richiamando l&#8217;interesse generale, se quindi ciò che dico si iscrive in una posizione che parla a nome di una visione alternativa sull&#8217;università, la cosa ha un suo senso e valore, ma se invece l&#8217;intero tono dell&#8217;intervento si gioca sulla contrapposizione dei rispettivi ruoli (io precario in armi contro il professore), la cosa rischia di sfociare in una rivendicazione di accesso agli stessi privilegi, anche aldilà delle intenzioni soggettive dell&#8217;interessato. </p>
<p>Se per un momento astraiamo dal caso concreto della Morresi, io potrei affermare con la massima certezza che la grande maggioranza degli attuali precari non sono migliori dei loro professori, e che anzi sono prontissimi appena possibile a succedere loro in tutti i possibili privilegi (e conseguenti disservizi, purtroppo). </p>
<p>Ah, questo benedetto e negletto interesse generale!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: davide		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245312</link>

		<dc:creator><![CDATA[davide]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Dec 2013 14:13:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[grazie!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>grazie!</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: helena		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245310</link>

		<dc:creator><![CDATA[helena]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Dec 2013 11:46:59 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47194#comment-245310</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245306&quot;&gt;andrea inglese&lt;/a&gt;.

Infatti, l&#039;ho twittata proprio così :-)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245306">andrea inglese</a>.</p>
<p>Infatti, l&#8217;ho twittata proprio così :-)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245306</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2013 22:49:48 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47194#comment-245306</guid>

					<description><![CDATA[Grazie Renata per la tua lettera, e per il prezioso materiale che hai messo a disposizione, che non è assolutamente diffuso come dovrebbe esserlo, sopratutto in occasione dei dibattiti che ci sono stati intorno alla riforma universitaria nei media...
La tua replica alla lettera di Sechi mi sembra si possa riassumere con questa tua frase: &quot;la classe dirigente di questo paese sta distruggendo il meglio delle università, senza intaccare i suoi malcostumi.&quot;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie Renata per la tua lettera, e per il prezioso materiale che hai messo a disposizione, che non è assolutamente diffuso come dovrebbe esserlo, sopratutto in occasione dei dibattiti che ci sono stati intorno alla riforma universitaria nei media&#8230;<br />
La tua replica alla lettera di Sechi mi sembra si possa riassumere con questa tua frase: &#8220;la classe dirigente di questo paese sta distruggendo il meglio delle università, senza intaccare i suoi malcostumi.&#8221;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: n.a.		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245298</link>

		<dc:creator><![CDATA[n.a.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2013 16:32:18 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47194#comment-245298</guid>

					<description><![CDATA[Brava.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Brava.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: enrico dignani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245293</link>

		<dc:creator><![CDATA[enrico dignani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2013 11:19:04 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47194#comment-245293</guid>

					<description><![CDATA[La dittatura è un sistema per opprimere il popolo. La democrazia è un sistema per costringere il popolo ad opprimersi da solo. CG.
Non c’è cultura di stato ma solo cultura di casta ovverosia una somma di norme di natura bassamente pragmatica necessarie a perpetuare la casta come conditio sine qua non del potere.
Il potere: la forza che aggancia un possibile(cultura) questo possibile degenera per corruzione ed altro, diviene sottoinsieme a norma e garantito,  il resto risulta folla, come aggregato estemporaneo di individui in qualche modo da contenere.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La dittatura è un sistema per opprimere il popolo. La democrazia è un sistema per costringere il popolo ad opprimersi da solo. CG.<br />
Non c’è cultura di stato ma solo cultura di casta ovverosia una somma di norme di natura bassamente pragmatica necessarie a perpetuare la casta come conditio sine qua non del potere.<br />
Il potere: la forza che aggancia un possibile(cultura) questo possibile degenera per corruzione ed altro, diviene sottoinsieme a norma e garantito,  il resto risulta folla, come aggregato estemporaneo di individui in qualche modo da contenere.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: effeffe		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/20/lettera-alla-lettera-di-mario-sechi/#comment-245291</link>

		<dc:creator><![CDATA[effeffe]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2013 10:59:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[grazie Renata per la tua invenzione efficace 
effeffe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>grazie Renata per la tua invenzione efficace<br />
effeffe</p>
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			</item>
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