Racconto di Natale

24 dicembre 2013
Pubblicato da

di Ivan Ruccione
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Sono tre giorni che guardo un pezzo di Vigevano da uno schifo di finestra di uno schifo di cucina, e il mio schifo di commìs de cuisine sembra remarmi contro, sembra che voglia mandare alle ortiche il tanto atteso cenone di Natale.
E Dio solo sa quanto ci tenga a questa ricorrenza, quanto sia importante per me, Vladimiro Strizzacapra., chef del ristorante “Cavoli Amari”, fare bella figura.
Non lo sa lui, macché, e no che non lo sa quanto sia stata dura per me passare notti insonni sui fogli dei ricettari cartacei e su quelli virtuali di internet, con gli occhi crepati dalla stanchezza e da uno schifo di whiskey, per studiare un menù che soddisfacesse il mio schifo di esigenze: ripulire i frigoriferi dalle materie prime deperite.

C’è un sacco di roba da non so quanto tempo, congelata e non congelata, marcita e non marcita, e l’etica professionale me lo proibirebbe, ancora di più le norme H.A.C.C.P. , ma vallo a dire tu agli ispettori sanitari che c’è la crisi, che il mio capo non c’ha più un soldo, che a lavorare siamo solo in due, che la tredicesima non la becco come non ho beccato la dodicesima, l’undicesima, la decima e la nona, che l’ottava giusta l’ho beccata quando ho urlato dietro al somaro di aiutante che mi ritrovo, tutto intento a saltare le verdure in un rondò troppo piccolo:
Quante volte te lo devo dire? Tromba nello stretto ma lavora nel largo!

Una semplicissima panna cotta, non gli ho chiesto tanto, una semplicissima e modestissima panna cotta con panna fresca scaduta da un mese. È vero, ha una consistenza e un gusto che si avvicinano più al formaggio stagionato d’alpeggio che altro, ma Jesu Christi: una bella bollitura con due buste di vanillina in più e chi se ne accorge?
Stavo cercando di aggiustare il manico di un coltellino quando l’abbattitore di temperatura ha avvertito con un suono il termine del raffreddamento, e quindi ho tirato fuori i pirottini di alluminio sistemati su un vassoio d’acciaio. Con il coltellino scassato ho fatto per sformare una porzione per assaggiarla, ma la panna si è riversata sul banco come una secchiata di smalto bianco sulle mie sporche intenzioni.

Augusto! – chiamo.
Dica, chef!
La colla.
Augusto molla le verdure che sta mondando e corre verso un mobiletto pensile, apre l’anta, ci rovista dentro, e poi mi viene incontro col suo faccione lentigginoso che sembra un uovo di quaglia.

Ecco, – dice. E sorride.
Mi metto a braccia conserte. Lo fisso dritto negli occhi.
Bravo, – mi congratulo.
– ‘Via, non c’è n’è biFogno, chef! Dovere. Anzitutto piacere.
No no. Bravo.
– Non ce n’è biFogno, davvero!
No no. Quel che è giusto è giusto: bravo.
È Ftato lei ad inFegnarmi di guardare Fempre intorno per avere il controllo della Fituazione. E coFì ho visto che il coltello era rotto e Fubito ho capito coFa le Ferviva. – Mi strizza l’occhio, con aria boriosa.
Cos’è quella?
Colla!
Ribadisco: bravo. Bravo pirla!

L’angolo della sua bocca inizia a tremare in preda a un tic nervoso. – Che ho fatto?
La colla, idiota che non sei altro!
– Ma eccola!
– Di pesce! La colla di pesce nella panna cotta!

Prendo dal contenitore di plastica appoggiato sul piano della plonge i fogli di gelatina in ammollo.
– Perdoni, chef! Mi Fono dimenticato!
Gli dico: – Apri.
Obbedisce, e le labbra si schiudono di colpo come se il guscio di quell’uovo di quaglia l’avessi sbattuto sul bordo di una bastardella. Poi gli ficco in bocca i fogli. – Magari è la volta buona che ti si aggiusta quella maledetta esse blesa!
Dopodiché, come tutte le volte che Augusto fa una cazzata, lo sbatto a calci in culo fuori dalla cucina. – Avanti, tre giri del perimetro, di corsa.

Dallo schifo di finestra guardo le nuvole di vapore dei suoi respiri accartocciarsi nel freddo, i suoi vent’anni e il suo metro e novanta allampanati pesticciare a ritmo di corsa blanda la neve mista al fango nel cortile del ristorante.
Al traguardo del terzo giro lo richiamo.

Sono le 18. Mo’ mangiamo, ché anche per noi è Natale.
– Che Fi mangia?
– ansima contento Augusto, massaggiandosi lo stomaco.
Pasta al burro.
– Wow, che cenone!
– Poi serviamo quei cento bastardi che hanno prenotato e ce ne andiamo a casa. Ok?
– Ok, –
dice tamponandosi i capelli biondi sudati che sbucano da sotto la bandana.
Dove sono le polpettine che ti ho detto di preparare stamattina?
– Chef, non ci Fono le polpettine…
– Come non ci sono?
– Mi rifiuto. Mi vergogno. Non poFFiamo dare alla gente quella roba là! Ha viFto in che Ftato era quella Fpalla di maiale?
– Tutti uguali. Tutti uguali siete voi altri aspiranti cuochi! Sapete qual è il problema? Che pensate troppo e male! Con cosa credi siano fatte le polpettine? Con filetto di manzo fresco?
– Non dico queFto, chef. Però…

Sono in cucina da quando ho quindici anni. Come già dissi a un mio vecchio sottoposto: non hai visto ancora niente. Se vedessi tutte le porcate che si fanno in cucina non andresti più a mangiare nei ristoranti. Hai presente la lavagna che si usa mettere all’entrata con scritto “Lo chef consiglia”?
– Altroché!
– Ecco: mangia tutto tranne quello che consigliano. Nella maggior parte dei casi ci si pulisce il frigorifero, con quella storia. Non stiamo facendo niente di più e niente di meno di quello che fanno tanti nostri concorrenti. E sfruttando il numero considerevole dei commensali nelle festività ce lo puliamo alla svelta, il frigorifero.

Camminando verso casa ripenso al buon servizio svolto, mentre il gelo della pianura padana mi sta aprendo le nocche con sottilissimi tagli. Sotto il chiarore pallido dei lampioni ammiro il luccichio dei cristalli di brina che un leggero vento scrolla dagli alberi e dalle case, e mi fermo, alzo il naso al cielo, chiudo gli occhi, e lascio che quei coriandoli fiabeschi mi inciprino il viso.
E penso ai sorrisi delle famiglie che ho visto entrare nel ristorante, alle madri che incalzavano la camicia ai bambini, alle mani dei bambini piene di regali che si stavano godendo quei momenti inconsapevoli che un giorno niente sarà più così, che un giorno si troveranno tristi come i loro nonni. E poi penso alla stronza di mia madre e alla buon’anima di mio padre.

Entrato in casa mi spoglio e il freddo del silenzio mi squarcia le nocche più in profondo. È passata da un’ora la mezzanotte.
L’albero di Natale non l’ho fatto. Figuriamoci il presepe. Faccio un giro per le stanze e guardo alcune immagini sacre che la vecchia inquilina aveva inquadrato ai muri. La vergine Maria è stupenda: giovane, bionda, occhi azzurri da fare un baffo al cielo. Ho tramestato con gli occhi temendo la firma di Hitler, in quel capolavoro ariano. Vi è poi un quadrettino raffigurante tre santi. Ho atteso con ansia il 25 dicembre. Li metto in un sacchetto e li porto in cantina. Proprio come hanno fatto loro con me. Con molti di voi. Con molte persone nel mondo.

Tornato dalla cantina vado a sedermi subito vicino alla finestra. La mia famiglia è nient’altro che l’odore della scorza di mandarino sul termosifone.
Se domani non lavorassi vedrei Anna, potrei abbracciarla, farle gli auguri.
Anna è la mia ragazza, e di bello c’ha solo il culo. Tutto il resto è meraviglioso.

https://www.youtube.com/watch?v=4eC2X8Dw0YI

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2 Responses to Racconto di Natale

  1. Mónica Flores il 28 dicembre 2013 alle 00:57

    Stupendo! Grazie all’autore e ad effeffe per condividerlo!

    • Ivan Ruccione il 29 dicembre 2013 alle 01:03

      Sono stracontento che ti sia piaciuto, Mònica. :)
      Con affetto,
      l’autore.



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