Su “Contromosse”

6 gennaio 2014
Pubblicato da

di Valerio Nardoni

Col volumetto Contromosse ( Bologna, Confine Edizioni, 2013) Paolo Maccari si presenta di nuovo – il mio ricordo va alla precedente plaquette, Mondanità, che anticipava Fuoco amico – con una piccola opera di grande solidità, che tende a rafforzarsi di lettura in lettura. Questo è frutto del lavoro poetico di Maccari, i cui testi poetici, in genere, né procedono isolati – come dettati dal momento –, né per serie – cioè, intenzionalmente correlati –, configurandosi semmai come prodotti di una stagione, in cui le poesie respirano la stessa aria ma non necessariamente si assomigliano a prima vista. Le poesie di Maccari richiedono un certo tempo affinché possano lievitare le une a contatto con le altre, come se fossero punti di partenza e non di arrivo di un pensiero. È un modo di praticare la poesia diverso da altre scritture apparentemente più frizzanti, ma la cui estemporaneità può a volte correre il rischio della frivolezza o – peggio – del facile ammiccamento.

“Frivolo”, qui, è invece il comportamento di un non meglio detto re del mondo (mi si passi il vezzo musicale), che nella poesia di apertura tratta gli uomini, sua creazione, come una canzonetta improvvisata fischiettando e poi subito dimenticata. Leggero è il motivetto iniziale, ma ben più grave il fondo oscuro a cui allude, cioè la fine di una certa fede e un nuovo bisogno di perdono per poter ripartire (o quanto meno mantenersi saldi): “Credemmo in tutto / poi in nulla / perdonami e sopportami”, così recita la citazione di Attilio Lolini in epigrafe.

Questo ribaltamento di termini, come indica il titolo Contromosse, comporta un moto di difesa più che di attacco (seppur siamo in gioco!), nei confronti di una stagione della vita che è giunta al suo epilogo. A parlare, adesso, non è più l’infante creatore del mondo ad ogni passo, ma il giovane uomo che – appunto – conosce a memoria tutte le mosse della partita che si ripete identica a se stessa, nella vita di chi ha imparato a rinunciare senza paturnie e a sopravvivere senza le smanie che si credevano l’unica fonte di realizzazione.

Sono diverse le poesie che indagano tale zona di confine, e sta infatti qui il fulcro di questo gruppo di testi: nel “presente anestetizzato”, nell’abilità di affrontare le situazioni a occhi chiusi senza più attraversarle né esserne attraversati, spunta lo spettro della falsità. Sotto movimenti lungamente educati fino alla naturalezza, ritorna un’immagine di sé che si era voluta eliminare: l’acqua del rimorso spenna il cigno e svela un pennuto antiestetico e incontentabile: “Quasi mai i cigni riescono a mantenersi cigni. Si immergono in acqua e tornano su brutti anatroccoli, quelli che erano stati, o quello che con grande fatica avevano saputo evitare di rivelarsi” (Cigni). Non si tratta, dunque, di fare dei bilanci tra prima e dopo; semplicemente, è finita la forza di non rivelarsi per quello che si è (si riuscirà a coglierla come un’opportunità?); bisogna però fare i conti con un passato che non ci appartiene più ed un presente che non può definirsi come proprio.

Certo, il tempo è passato, si inizia a notare la giovinezza dei giovani – come i due innamorati che con gesto superletterario (ma non lo sanno) incidono le proprie iniziali nella corteccia e poi la fotografano col telefonino – e a metà del cammino ci si ritrova, da una parte, il ritorno indocile di un sé che ha seminato errori a non finire; dall’altro, un nuovo spazio interiore – forse non volitivo, ma libero dai bisogni di apparire – che potrebbe essere una nuova casa del pensiero di sé.

Il problema vero sembra essere quello di seppellire il passato, non tanto attraverso la comprensione dei propri abbagli e oscenità, ma ottenendo il “perdono di quanti trassi in inganno / dicendo che credo, che so, che sono”.

Un libro di ripartenza nel segno di un necessario perdono che, però, per giungere a se stessi, non può più percorre le strade dell’autoinganno, ma dovrà passare attraverso la compromissione con gli altri, con l’altro, con quello che davvero c’è.

A questo secondo momento, cioè quello di un nuovo incontro col mondo, è dedicata la seconda sezione del libro, Pensieri in piazza, sedici brevi componimenti in prosa, che tracciano le prospettive aeree di vite che, a un certo punto, si posano per un attimo su una panchina e poi rivolano via. La piazza è perfettamente rotonda, al centro la statua, intorno le panchine, le strisce pedonali, il camion del venditore di frutta e verdura, i piccioni più o meno malconci, i cani che si annusano, la pioggia… Lo sguardo del poeta va dalle stringhe delle sue scarpe fino al cielo paffuto di nuvole, nell’arduo tentativo di prendere la vita per quel che è. Lasciare finalmente alla povera statua il centro del mondo e riservarsi un posto laterale, essere passante tra i passanti, con uno sguardo che non si difende più dall’ingenuità e un’intelligenza che combatte le sentenze. Questa (forse) la reale contromossa del poeta, nel pungente desiderio che, se questo scacco funzionasse, “quell’uomo e quel bambino, incantati da quella felicità, smetterebbero di essere un rimpianto e un miraggio e per qualche ora, magicamente, esisterebbero”.

 

 

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