I libri faranno una brutta fine

12 gennaio 2014
Pubblicato da

[Questo intervento è uscito oggi su AlfaDomenica, supplemento domenicale di Alfapiù, quotidiano in rete]

di Andrea Inglese

Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro. Quanti lettori bisognerebbe avere, perché valga la pena di essere ascoltati? Una volta i Wu Ming ricordarono a qualche loro sprezzante commentatore che loro erano autori da cinquantamila lettori. Okkio. Sarebbe forse importante, oggi, far precedere ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, dal numero di lettori di colui che parla (che scrive) in pubblico. Almeno chi legge si sa regolare quanto al tasso di autorevolezza e d’importanza dell’enunciato che gli viene proposto. Torniamo però nel vivo del soggetto. Luca Sofri dice nel suo pezzo un sacco di cose importanti e pertinenti. Risulta solo un po’ strano che lo dica con una certa foga, una certa urgenza, come di scoperta recente e allarmante, dopo aver premesso che il problema è vecchio di decenni. Il punto nevralgico, che secondo lui però non è stato ancora affrontato, riguarda non il declino “commerciale”, ma quello “culturale” del libro. Per Sofri ciò significa innanzitutto due cose: “la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga” e il libro“è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea”. Di queste faccende, qualche mese fa ne parlò anche Giorgio Mascitelli su Nazioneindiana, il tono era però più sobrio, ma anche probabilmente più amaro. (Mascitelli come Sofri si era interrogato sui tempi della lettura, nella società attuale, e meno panoramicamente si era interrogato sullo statuto del libro soprattutto come mezzo di costruzione e diffusione della letteratura contemporanea.)

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, sono roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano. Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso. Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi. Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete. (Chissà che ruolo residuale assegna Sofri agli studi universitari, ad esempio?) Tutto ciò che comporta ricerche e scritture meditate e approfondite, raccolta paziente e analisi di dati, ecc. pare essere una perdita, in fondo, non rilevante, come il declino di un hobby. Ed è infatti con un moto di tenerezza, che Luca Sofri conclude il suo articolo, come chi constati il declino del Tricche Tracche, divenuto ormai gioco da tavolo per rari amatori: “poi, ripeto, restano gli appassionati “romantici” dei libri: lo siamo un po’ tutti, e c’è il piacere e c’è la bellezza, eccetera (e internet offre loro nuovi spazi di sopravvivenza anche se sempre più riserve indiane)”. Riassumendo, i libri sono “il piacere, la bellezza, eccetera”. Vogliamo metterci a frignare, perché spariscono? Non abbiamo piaceri nuovi e sostitutivi in abbondanza? Questa generica “bellezza”, perché mai sarebbe indispensabile? La foto con lo smartphone di un tramonto non può ben sostituirla? Quanto all’eccetera, gli assenti hanno sempre torto. Ora io non sono né un assiduo lettore di Luca Sofri, né ho opinioni preconcette nei suoi confronti. M’interrogo però su quella cifra da lui citata – ho diecimila lettori – e sul concetto di responsabilità, che io vedo connesso con la cultura, con quanto si scrive in pubblico su canali di ampia diffusione. La montagna della questione epocale sulla scomparsa del libro, come strumento di costruzione della cultura contemporanea, ha partorito un topolino: limitiamoci ad accettare come va il mondo (i buoni consigli della nonna) e consoliamoci con il fatto che per gli amanti di Tricche Tracche, come per quelli della Recherche o del Secolo breve, c’è sempre un tavolo disponibile in qualche caffè di quartiere o una pagina web nel grande oceano del giornalismo perpetuo.

Della scomparsa del libro, personalmente, ne so qualcosa. Lo dichiaro infine: sono un autore di non più di mille lettori. Okkio (al tempo che avete perso). E ho l’aggravante di continuare a scrivere libri che rientrano nel genere “poesia”, ossia libri che hanno smesso di esistere già prima che si gridasse alla scomparsa del libro. Non ho strumenti né tempo salariato per svolgere ricerche approfondite su cosa comporti la sparizione del libro come vettore di cultura e delle forme di lettura “lenta”. Faccio parte, però, di coloro che non si limitano ad accettare questo stato di cose e non penso che la poesia sia un semplice hobby, nonostante la sua conclamata marginalità all’interno della sfera culturale. In altri termini, non credo che la poesia, così come il teatro, così come forme di letteratura di non facile lettura e consumo, siano dei meri passa-tempi. Penso che queste attività abbiano un radicamento antropologico e una funzione strategica: esse possono fungere da trasformatori di tempo. E difenderne l’importanza non è una questione genericamente culturale, ma politica.

 

Tag: , , , , , ,

61 Responses to I libri faranno una brutta fine

  1. Aur@ il 12 gennaio 2014 alle 11:29

    Quando successe che i Wu Ming dissero quella cosa delle 50000 copie? Mi sembra poco “wuminghiano”. Il tono e il senso erano davvero quelli? Si può avere un link?

  2. Luca il 12 gennaio 2014 alle 14:30

    Ho l’impressione che qualcosa di quel che ho scritto sia stato equivocato: io mi riferivo al formato del libro, alla sua dimensione, alla sua tipologia di esposizione di testo. Quindi, per esempio, c’entra poco con l’eventuale fine della poesia (che anzi, è molto indipendente dal libro, e il suo inserimento in un libro è quasi sempre una forzatura, con raccolte e dimensioni artificiose).
    Così come la posizione che mi è attribuita – di non voler avere opinioni o gerarchie qualitative e morali – è ovviamente inesistente: ho solo spiegato che nell’occasione non mi sembrava interessante parlare di questo, conoscendo l’inclinazione fuorviante di molti lettori a cercare immediatamente delle posizioni da prendere e delle competizioni da creare. Come se avessi raccontato che ultimamente sotto casa mia capitano molti incidenti, ma non voglio qui discutere delle campagne di sicurezza stradale.
    Per il resto, immagino nell’insistenza sulle diecimila copie ci sia del prendermi in giro, ma non sono così acuto da afferrare: però mi sarebbe piaciuto venderne di più, ecco.
    Luca S.

  3. enea il 12 gennaio 2014 alle 15:53

    Dunque Sofri sembra prefigurare, senza preoccupazione e con un pizzico di compiacimento, uno scenario in cui non è previsto lo studio. E, a dar retta a quanto dice Antonio Tombolini, lo fa in modo coerente, cioè senza aver studiato. La complessità la spiegheremo con un tweet.

  4. véronique vergé il 12 gennaio 2014 alle 16:15

    Grazie Andrea.

    La poesia è bellezza essenziale. Luogo dove la lingua perde la sua banalità. Diventa il sole, il demone, la libertà…
    La lettura di una sola poesia ha il tempo dell’esistenza.

  5. diamonds il 12 gennaio 2014 alle 16:33

    La vedo male anche per i tostapane i secolarismi e le pinzillacchere. Ma non ricordo i particolari(insomma,dovete fidarvi)

    http://youtu.be/rNRk4xAJGt0

  6. dario il 12 gennaio 2014 alle 19:39

    curioso, sofri parla degli spazi (residuali) che la rete concede al suo interno agli amanti del libro come di “riserve indiane”… chissà se quando è stato scelto il nome di questo sito…

  7. andrea inglese il 12 gennaio 2014 alle 22:29

    Ringrazio Luca Sofri di essere intervenuto anche se il mio pezzo non era benevolo, ma vorrei ribadire quale fosse il mio obiettivo polemico. Parto dalla cosa meno seria, ossia l’enfasi che ho dato alla questione delle copie vendute. Trovo che ci sia un’interiorizzazione diffusa, nel mondo della cultura, da anni, del criterio quantitativo. E’ uno dei tanti riflessi dell’ossessione produttivistica: tutto ciò che permette di essere prodotto in gran quantità possiede di per sé un’aura, o se vogliamo una patente d’esistenza. In campo culturale questo atteggiamento può essere assolutamente fuorviante, ma è come se ognuno dovesse farci i conti (appunto contare: accessi, numero di biglietti, vendite…). Un tempo, credo, si sarebbe ritenuto un po’ volgare da parte di un autore sbandierare il suo numero di lettori. (Se lo poteva permettere Beckett, quando autoironizzava sulle pochissime copie vendute dal suo primo romanzo.) Non ho avuto per nulla la sensazione che ci fosse del vanto, quando nel suo articolo Lei cita i diecimila lettori, ma semmai un giustificarsi, un dire in qualche modo – su libro o su web – io sono un autore di questa taglia, perché questo è in definitiva il criterio che conta.
    La questione quantitava, ovviamente, non è per nulla secondaria per la questione di cui stiamo parlando: la crisi commerciale del libro implica la crisi culturale del libro? E la crisi culturale si misura in termini quantitativi su brevi e medi periodi?

    Non ho fatto ironia quando ho detto che la questione è stata da Lei posta lucidamente. Ma il punto critico per me è un altro. Lei Sofri dice:
    “Così come la posizione che mi è attribuita – di non voler avere opinioni o gerarchie qualitative e morali – è ovviamente inesistente: ho solo spiegato che nell’occasione non mi sembrava interessante parlare di questo, conoscendo l’inclinazione fuorviante di molti lettori a cercare immediatamente delle posizioni da prendere e delle competizioni da creare.”
    Ma nel passaggio che cito: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri”, è proprio l’aggettivo “inutile” che io non capisco. Di cosa vogliamo parlare allora? Siamo forse i portavoce della “crisi commerciale” del libro? O i portavoce delle nuove tecnologie che veicolano prodotti culturali? Mi è sembrato che dal suo modo di porre le questioni non si riconoscesse in questi ruoli. Forse, ripeto, Lei voleva dire: descriviamo prima di giudicare, altrimenti si giudica male. Ma descriviamo perché, appunto, ci sarà da giudicare su questo. E probabilmente, in seconda battuta, i possibili litigi si riveleranno utilissimi.

    La descrizione su che cosa cambia, nel declino del libro come motore di cultura, è credo tutta ancora da fare, anche se alcuni già vi lavorano. E non pretendo certo che Lei la faccia in un articolo di 4000 battute, ma trovo che sia sbagliato porre la questione in termini così volutamente impolitici. E non parlo certo della politica nel significato ristretto che diamo al termine solitamente. Il destino del libro è politico perché intorno ad esso si gioca anche il tipo di società che vogliamo, il tipo di strumenti di trasmissione della cultura, la salvaguardia o meno di quell’autonomia intellettuale e capacità critica che è uno dei valori cardine delle istituzioni democratiche.

    Io credo che Lei Sofri, per formazione e itinerario intellettuale, sia consapevole che queste sono, in definitiva, le ragioni che ci spingono a interrogarci sul declino del libro. E allora perché minimizzare, perché non evocarle in modo chiaro? Perché manifestare una disinvoltura, che dovrebbe essere segno di “scrittore / saggista / giornalista al passo coi tempi”?

    Quando lei dice, infine, che il destino della poesia c’entra poco con il declino del libro, inteso come tipologia di esposizione del testo, neppure su questo posso essere d’accordo. La storia della poesia moderna, da Baudelaire fino al nostro Zanzotto, è stata fatta da LIBRI. Non raccolte di poesie, libri. Con un architettura pensata per il formato libro, con delle vicende editoriali specifiche, ecc. Questo non significa che tutta la poesia sia vissuta dentro quel formato. Basterebbe citare il caso della poesia sonora. Ciò nonostante quello che noi intendiamo per poesia, oggi, viene sopratutto dalla storia dei grandi libri di poesia dell’Ottocento e del Novecento. Poi possiamo inventarci nuove forme. Immaginare che poesie circolino sul web come sciami di atomi più o meno irrelati. Per quello che vedo intorno a me, i poeti, pur nella diversità di approcci e modi, continuano quasi tutti a pensare in termini di libro.

    E lei nel suo articolo citava alla fine anche il teatro. E io potrei aggiungere: musica colta. Tutte cose non direttamente legate con il libro, e che però rientrano nel discorso: che cosa delle grandi forme letterarie, musicali, artistiche, drammatiche è ancora motore della cultura? E sopratutto: che cosa perderebbe la cultura di un popolo, se tutte queste pratiche divenissero irrilevanti?

  8. luca808 il 12 gennaio 2014 alle 23:02

    Caro Inglese, un tempo chi scriveva (e pubblicava) di letteratura evitava accuratamente errori ortografici e sintattici. Si rileggeva, non una ma tre volte. Sottolineo questi vizi di forma “a monte” solo per non entrare nel merito dell’utilità di quanto scrivi.

    Qualche esempio?

    “far prcedere (sic) ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, con il numero di lettori” (dal numero dei lettori)

    “I partiti presi, magari conflittuali, è roba” (sono roba)(e poi: partiti presi conflittuali!!)

    “Sulla scomparsa del libro, personalmente, ne so qualcosa.” (Della scomparsa)

    “fungere come” (fungere da)

    un saluto al caro Sofri.

    l.

  9. andrea inglese il 13 gennaio 2014 alle 00:28

    Caro Luca808,

    ora che ho corretto tutti i mie strafalcioni “a monte” – e ti ringrazio della segnalazione – attendo “a valle” di leggere i miei vizi di contenuto.

  10. malosmannaja il 13 gennaio 2014 alle 11:14

    “Sarebbe forse importante, oggi, far precedere ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, dal numero di lettori di colui che parla (che scrive) in pubblico. Almeno chi legge si sa regolare quanto al tasso di autorevolezza e d’importanza dell’enunciato che gli viene proposto.”

    leggo le frasi qui sopra citate in chiave ironica e devo dire che m’hanno fatto ridere di gusto.
    : )))
    d’altro canto, ahinoi, non fa una piega in un sistema di cultura di mercato; onde per cui resto assai convinto che, come riporta il banner di copylefteratura, “se il mondo fosse un enorme centro commerciale, l’arte non esisterebbe”. oddio, mi accorgo adesso che c-che… forse lo è (un enorme centro commerciale) ma allora… a-allora…
    : ))
    comunque (non-volevo-dirlo-che-me-ne-vergogno), ma sono un autore da meno di cento lettori *epperdipiù non paganti*, quindi nell’ipotesi remota che abbiate letto queste righe, non solo avete buttato via il vostro tempo (invece di *investirlo* meglio nel supermercato del libro), ma siete liberissimi di sputarmi in un occhio.
    : )

    eniuei, passiamo al nucleo polposo del ragionamento.
    l’assioma centrale del “cruccio da sparizione del libro”, potrebbe non voler dire, automaticamente, che si legga di meno. passiamo alla matematica (che a me piace, come pure amo la statistica di popolazione).
    1) mettiamo che Sofri avesse inizialmente 20000 (ventimila) lettori. troppi? boh, facciamo così.
    2) e mettiamo che, causa la “sparizione del libro”, Sofri sia ora ridotto a un mercato di 10000 (diecimila) lettori
    3) mettiamo che esista la possibilità di leggere grazie ad internet, poesie, racconti, romanzi, giornali (communities, social networks, biblioteche on-line, nonché files pdf, e-pub o kindle liberamente scaricabili e meno in ogni dove)
    4) i 10000 lettori persi da Sofri magari stanno leggendo altro, no? O esiste qualche legge fondamentale della *librodinamica* (che mi sfugge) secondo la quale chi non legge un libro di carta non può leggere opere letterarie prive di supporto cartaceo?
    5) mi sfugge qualche altra legge fondamentale della *librodinamica* che affermi che un racconto di poche pagine non può avere un valore letterario superiore a un romanzo di 500 pagine? prendiamo, chessò, Salinger: “un giorno ideale per i pesci banana” vale ben più de “il giovane holden”.

    vieppiù, posso portare a supporto la mia esperienza diretta di *lettore*. nel 1990 malos mannaja detto il nano comprava in libreria (o al mercatino dell’usato) almeno 5 o 6 libri al mese, ovvero 60-80 libri all’anno. l’anno passato ho comprato (sono andato a controllare) poco più che una ventina di libri, ma *ho letto in rete* centinaia e centinaia di opere letterarie (poesie, racconti e romanzi liberamente fruibili). magari sono solo un caso umano (unano?), magari no.

  11. Il fu GiusCo il 13 gennaio 2014 alle 11:18

    Un paio di osservazioni banali ma cogenti, lato quantità.

    La forma libro propriamente intesa è stata sorpassata (almeno tecnicamente) dall’internet dinamico e la quantificazione del proprio pubblico è divenuta, di conseguenza, più fluida del secco numero di copie cartacee vendute. La difficoltà nel rapportarsi all’internet è tutta dell’industria editoriale classica, che ancora non riesce a fare revenues accettabili sul nuovo modello ed anzi sta perdendo anche il settore tradizionalmente protetto dell’editoria scolastica.

    Da un punto di vista politico, sul quale Inglese è sicuramente molto più ferrato di me, la dissoluzione dell’autorità dell’oggetto libro, con tutti i filtri prima della pubblicazione e con tutta l’intangibilità storica del contenuto a seguito di pubblicazione, appare un problema grossissimo di inquinamento delle fonti.

  12. Fabrizio Venerandi il 13 gennaio 2014 alle 12:35

    Il pezzo di Luca Sofri mi sembra fuori fuoco sotto tanti diversi punti di vista.
    A partire dal solito “abbaglio da internet caput mundi”, ovvero il giudizio sul mondo culturale dato da chi questo mondo culturale sembra accederlo solo da internet e pensa che lì nasca e lì finisca. Mentre, come giustamente dice Inglese, ci sono persone che operano nel mondo culturale per le quali internet è solo uno dei tanti mezzi con cui fare cose.

    Così a ruota l’immaginario che la lunghezza di un post sia quella adatta ad una lettura contemporanea. Ecco, il fatto che un giornalista dica che la lunghezza ideale per fare cultura sia quella di un articolo giornalistico, diciamo che è un dato da prendere con beneficio di inventario. Il mio osservatorio privato sulle nuove generazioni – che coltivo da una decina di anni in casa – mi dice che i nativi digitali sono capaci di stare ore su internet, stare passivi a guardare youtube, spippolare wikipedia per cercare le cose che gli servono, programmare videogiochi con Scratch, e poi spegnere tutto e stare fino alle tre di notte a bruciare migliaia di pagine di qualche saga potteriana, o hungergamessiana. La continuità dell’esperienza di apprendimento culturale o di intrattenimento è viva non solo nella lettura, ma anche in altri media, dalla tv ai videogiochi. Anche gli elementi che si dimostrano lettori debolissimi e fortissimi giocatori di nintendo, per dire, sono capaci leggersi le immense e complessissime “guide strategiche a pokemon bianco e nero”, che in confronto joyce è acqua fresca.

    Su internet poi vince il contenuto medio-breve perché leggere su internet contenuti più lunghi è ancora oggi molto scomodo. Non è un caso che stiano nascendo servizi (come Pocket per Kobo, ma ne esistono di equivalenti per Kindle ed altre device), per estrapolare il contenuto lungo e leggerlo off-line su schermi più adatti alla lettura, come quelli degli ebook reader.
    Sul fatto che scrivere libri di carta “renda poco” rispetto a postare su internet articoli di giornale mi fa chiedere se i dati che leggo sul bilancio de “Il post” che trovo in rete siano reali (un bilancio passivo di 360mila e di 480mila euro nel 2011 e 2012 tanto da necessitare di una ricapitalizzazione nel 2013) e se effettivamente sia maggiormente redditiva l’attività giornalistica in rete.

    Anche sulla maggiore longevità assoluta del post digitale rispetto al prodotto libro ho i miei dubbi. L’articolo di Luca o questo di Inglese resteranno in circolo anche nei prossimi anni in rete, ma sulla media distanza l’esperienza mi mostra che la scomparsa di testi scritti su internet, declino e sparizione di siti, cancellazione di post per i più disparati motivi, siano eventi assai più frequenti che l’incendio di questa o quella biblioteca d’Alessandria.

    Sulla questione in sé: io non credo che il libro sia l’unica forma perfetta di trasmissione della conoscenza. Ma – molto pragmaticamente – credo che sia una forma che rimarrà comunque un punto di riferimento per molto tempo anche per il digitale, per motivi storici, economici e culturali. Ancora oggi produciamo ebook che sono al 99% libri di carta. E ancora oggi gli strumenti per fare “libri digitali“ sono appunto strumenti per fare libri digitali. Il concetto/forma di libro rimane appiccicato al contenuto digitale anche quando sembrerebbe pacifico dismetterlo. Sono processi in atto, e accanto a chi vede già il futuro taggato, io vedo una contemporaneità di lettori che arrivano al digitale e che hanno difficoltà a gestire un link. Vogliono comunque girare la pagina. Non si fidano.

    E – concludo – credo che al libro si stiano affiancando altre forme di trasmissione della conoscenza e dell’informazione, come il web, come la lettura digitale: ma anche applicazioni, software, ambienti di sviluppo. Incoronare questa o quella in morte dell’altra mi pare prematuro.

  13. andrea inglese il 13 gennaio 2014 alle 15:09

    Malos, Giusco e Fabrizio, leggo con interesse i vostri interventi.
    Voglio, però, chiarire subito una cosa: è necessario che io espliciti quanto, qui, ho toccato in forma aforistica. Lo farò scrivendo un secondo pezzo appena riesco.

    Giusco, la questione delle fonti che tocchi è a mio parere ancora molto sottovalutata. Ne parlò anche su NI Mattia Paganelli (http://http://www.nazioneindiana.com/2013/03/05/note-sul-conflitto-di-interessi/).

    Fabrizio. Concordo in particolar modo sulla persistenza della forma libro al di là dello sviluppo parallelo di altre e nuove forme di trasmissione e produzione di cultura. Bello il tuo esempio dei lettori di saghe fantasy da 600 pagine, che nello stesso tempo possono passare ore in rete zigzagando.
    Io aggiungo un’osservazione sola. Sono sopresa quando scopro nei bonus dei DVD di grandi successi cinematografici USA quanto a quella potentissima e influente industria dell’immaginario sia indispensabile il libro. Bisognerebbe trovare dei dati precisi. Ma sono certo che la stragrande maggioranza di film holliwoodiani che hanno gran successo anche all’estero, che ricevono pure premi e riconoscimenti critici nascono da un romanzo o in ogni caso un libro, da cui verrà tratto soggetto e sceneggiatura.

  14. Fabio il 13 gennaio 2014 alle 15:23

    Finita l’epoca delle grandi narrazioni (faccio a brandelli Lyotard), restiamo al collo di bottiglia del frammento. La scrittura esplode, dilaga e si frammenta fino a diventare illeggibile, impubblicabile, impensabile per una edizione a stampa.
    “Gli editori sono spaventati, ma alla fine non c’è contraddizione: la lettura rimane un vizio d’elite e il libro non finirà mai. Anzi, si impreziosirà in un feticismo sempre più lussurioso. Certo è che i grandi numeri del fatturato si faranno non già inseguendo chi legge ma facendo ponti d’oro a chi scrive. Ecco. Ben lungi dal cedere alla tentazione di Santa Geremiade, Patrona d’Italia, come editori abbiamo pensato di fare un passo verso chi scrive. (Pretolani oggi su” http://www.hounlibrointesta.it/2014/01/13/nasce-galliziolab-un-arsenale-di-scritture/)

    Credo che il problema sia posto male. Il libro è solo un supporto e un’architettura. La crisi della cultura non sta nella crisi del libro ne la crisi del libro porduce crisi della cultura. I dischi hanno fatto la fine che han fatto a causa del digitale ma nessuno grida alla fine della musica e dei musicisti. Certo l’economia dei musicisti muta e muterà quella dei letterati. Se poi ne facciamo una questione quantitativa, insieme a Sofri possiamo metterci tutti l’anima in pace. Ci sono blog di illustri sconosciuti che fanno molti più lettori dei prim 10 romanzieri italiani in classifica. Il problema elle metriche e della qualità che riflettono sta colpendo l’editoria con un effetto boomerang proprio perchè in competizione con altre forme di produzione e diffusione del sapere gli scrittori pretendono di mettersi in competizione.
    La parola chiave è prorpio questa. Competizione. Esclusione. Un autore, tiene più al riconoscimento di quello che scrive e alla attribuzione che il pubblico gli deve tributare che a quello che scrive in se e alla sua diffusione. Di qui il problema dei diritti di autore ecc… Gli autori dovrano forse cominciare a fere come i musicisti, andare in giro a leggere i propri testi, confrontarsi col pubblico, a cercare i lettori. Se finisce il libro non finisce di certo al letteratura. Insieme al libro è finito forse il protagonismo della parola scritta e architettata in maniera lineare. Flusser nel 1985 disquisendo delle immagini tradizionali e delle immagini tecniche lo evidenziava in maniera quasi profetica, individuando nella telematica e nella dialogigità dei testi la risposta al ‘fascismo’ connaturato alla cibernetica. Se aveva ragione non saprei dire ma di fatto ad urlare per la fine dei libri sono gli autori e non i lettori perchè il libro forse non è finito ma gli autori si.

  15. diamonds il 13 gennaio 2014 alle 15:40

    E comunque,a meno che non mi sia sfuggito qualcosa,prima di tirare il sipario o di pigliare un pugno in faccia da un fan di qualche istituto irto di tecnologie,vorrei sentire sul punto il parere di Jan Reister

  16. carlo carlucci il 13 gennaio 2014 alle 15:59

    Ho 73 anni, già lettore onnivoro da piccolo e fin dai 10 anni ‘scrittore’. Ora che sono un out col tempo di un out continuo, de temps en temps, a comprare libri. Uso internet (anche troppo) ma la Prato delle Quodlibet mi ha lasciato di stucco. Volevo dire che sì vi sono mutamenti in corso ma la sostanza rimane. Appartarsi con un libro, le riflessioni che ne seguono…

  17. Casa Editrice Gigante il 13 gennaio 2014 alle 17:42

    Sono contento perché Venerandi ha affrontato un aspetto di questo dibattito che è passato sotto silenzio.
    Quanto potrà durare una pagina web? E quanto una pagina cartacea?
    Certo, a volte è difficile accedere ad alcuni tomi nascosti in biblioteche lontane e polverose ma filologi si divertono ancora moltissimo andando a ricercare pagine di secoli e secoli fa. Ed è bello constatare quanto la filologia sia per certi versi aiutata dallo sviluppo della rete che rende più facile l’individuazione di certi testi e lo scambio di informazioni tra studiosi (credo abbiano scoperto un ulteriore e inaspettata versione dell’orlando furioso da qualche parte, dovrei controllare online).
    Allo stesso tempo trovo bello anche pensare che sicuramente ci saranno filologi e archeologi della rete che si divertiranno a individuare gli svariati errori ortografici che gli intellettuali della contemporaneità si saranno lasciati scappare tutti presi dalla fretta della pubblicazione on-line. Errori poi nascosti da successive correzioni ma che con ogni probabilità rimangono.
    E se si vorranno nascondere “scomode” pagine web queste saranno nascoste, come lo si può fare per i libri, sicuramente. Ma mi viene da dire che, almeno livello materiale, il libro si tocca, il libro vince.

    Un aspetto che a me interessa è quello della trasformazione cognitiva (e poi antropologica). I libri cambieranno forse ruolo e perderanno centralità culturale ma perché integrati ad altre migliaia di stimoli cognitivi a cui siamo sempre più abituati. E cambieremo la forma del pensare. E la stiamo già cambiando. Bisogna vedere se la nostra intelligenza e capacità critica verranno intaccate da questa “minacciosa” superficialità e rapidità dei contenuti.

    Ecco, questo è quel che mi è venuto da dire.
    Saluti da qui
    Pippo

    • jan reister il 13 gennaio 2014 alle 19:19

      Quanto potrà durare una pagina web? E quanto una pagina cartacea?

      E’ il problema dell’integrità delle fonti di cui sopra scrive Il Fu GiusCo. Curiosamente nessuno salva localmente il materiale che cita o apprezza, si presume che sia online per sempre e inalterato. Nel mio piccolo con Nazione Indiana (e un altro sito di storia e dimensioni analoghe) mi occupo anche di preservare il materiale esistente, non è uno scherzo e costa lavoro. Ci sono progetti come archive.org, strumenti di citazione per studiosi. Wikipedia ha affrontato per via informatica la questione dell’integrità con un sistema di controllo di versione.

      Mi sento però di dire che un documento digitale può durare molto, molto a lungo. Su thepiratebay.org esistono torrent iniziati anni fa e ancora popolari e popolati. Ogni lettura di un documento digitale è una duplicazione. Mi sento ottimista, soprattutto quando si pensa che il destino naturale del libro stampato è il macero, dato che solo una piccola parte della tiratura arriva in mano a un lettore.

      • Il fu GiusCo il 13 gennaio 2014 alle 19:40

        Esatto Jan. Ho gli archivi dei siti letterari statici Pseudolo (1997-2002, con Nicolo’ La Rocca, Paolo Santarone, Chiara Berlinzani, Gianmario Lucini, Ermanno Guantini e Fabrizio Patriarca) e Nabanassar (2002-2007, con Angelo Rendo e Gianluca D’Andrea + moltissime poesie degli allora ventenni-trentenni esordienti), li tenevo online fino all’anno scorso ma alcuni autori mi hanno chiesto di togliere le loro pagine, che “disturbavano” la vita adulta / professionale, e li rimessi offline.

        Che cosa si fa con questa roba? C’e’ una repository fidata, anche legalmente, per mettere a disposizione questo materiale comunque interessante, se non importante per la storia del web letterario italiano versione 1.0?

        Per quanto riguarda me, ho man mano messo sotto ISBN, a mie spese in self-publishing minimo, delle versioni tracciabili delle mie cose, dovrebbe quindi esisterne una copia cartacea o due presso la Biblioteca Nazionale? Probabile che decida di fare un ulteriore mammutino nel 2014, sempre in self-publishing e con ISBN. Ora sta tutto su Kindle, diviso in libretti.

        C’e’ anche la questione dei diritti, da tenere presente: chi cede oggi -con blog, forum, facebook, youtube, twitter, instagram- le sue cose per dieci o vent’anni a qualsiasi editore, in cambio praticamente di nulla?

        • jan il 14 gennaio 2014 alle 10:03

          Giuseppe, potremmo crearlo, un archivio accessibile di questo materiale, bisogna studiare come, ma penso che NI potrebbe fornire l’infrastruttura e il cappello legale, se fosse necessario.

          • Il fu GiusCo il 14 gennaio 2014 alle 16:40

            Molto interessato, Jan, soprattutto al cappello legale che mi consentisse di trasferire quel materiale, non mio: non ho i diritti su ciò che altri hanno scritto, anche se lo mandarono ai siti che co-gestivo. Se NI creasse un archivio per mezzo dell’associazione culturale e senza fini di lucro, credo che si rienterebbe in uno di quei casi tipo “publico interesse”, perfetto per il pubblico dominio.

  18. carlo carlucci il 13 gennaio 2014 alle 18:09

    Completo quanto dice Pippo…..Lascio il pc e, ambiente permettendolo, mi apparto con un bel libro…Che male c’è? Che c’è da disquisire oltre?

  19. diamonds il 14 gennaio 2014 alle 00:22

    Jan ha focalizzato il motivo migliore per auspicare la decartolizzazione dei testi.sapere che gran parte della produzione andra` al macero e` una cosa feroce.detto da uno che si stupisce del fatto che i quotidiani zuppi di articoli piuttosto brillanti abbiano il ciclo di vita di una farfalls

  20. Fabrizio Venerandi il 14 gennaio 2014 alle 10:14

    Il tema del deperimento digitale mi è caro: proprio di questo abbiamo discusso ad una tavola tenuta a Dig-it lo scorso settembre con – tra gli altri – Guido Scorza e Giampaolo Balboni. Le tematiche sono piuttosto ampie, mi limito ad alcune note al margine.
    {del macero: per quanto poco sia, ogni editore cartaceo ha obbligo di deposito legale di ogni pubblicazione effettuata. Non è così per ogni creazione nella rete (e – btw – anche per gli ebook ancora non si è trovata una formula effettiva di deposito di testi digitali).
    {il deperimento digitale è un deperimento /multiplo/: deperiscono i formati, deperiscono le specifiche, deperisce l’hardware che potrebbe/dovrebbe supportare questi formati. Ma deperisce anche il supporto fisico su cui i dati fisicamente risiedono. Oggi sappiamo che un buon libro può durare qualche secolo. Ma non sappiamo se un dvd o un hard disk potrà superare un decennio. Possiamo – è vero – moltiplicare facilmente il bene culturale digitale, in un numero talmente ampio da poterlo considerare sicuro. Ma questo fa scattare altre problematiche: per poter essere moltiplicato il bene digitale deve essere /libero/ da drm o altri vincoli software e soprattutto deve essere moltiplicato anche l’ambiente in cui il bene culturale può essere utilizzato. Posso fare quante copie voglio di una applicazione fatta per un Osborne 1, ma se non ho un emulatore che mi ricrei le rom e l’hardware di quella macchina, la mia applicazione sarà inutilizzabile. Per fare un esempio più vicino a noi, se mi compero il catiglione mariotti applicazione per iOs, dovrò sperare che fra cinque, dieci anni esista ancora un iOs in grado di fare girare questa applicazione, altrimenti il mio vocabolario sarà morto.
    {deperimento volontario: un ultimo tema è il deperimento volontario; in rete ci sono dati che io – creatore del bene – potrei voler modificare, alterare, cancellare. Ma chi ha già fruito del bene non ritroverebbe più i riferimenti al bene da lui consumato che sarebbe sparito nel nulla o peggio ancora, intimamente modificato. Qui si scontrano due diversi diritti: il diritto all’oblio e il diritto alla memoria. E qui mi fermo.

    • andrea inglese il 14 gennaio 2014 alle 11:42

      Si va ancor più nel vivo del soggetto. E io a questo punto inserisco una prima riflessione sulla specificità del libro. Io ho ereditato dei libri da mia nonna. Acquistati decenni prima che io nascessi. Come li ha usati lei, li posso usare io. Sono cambiate le abitazioni,; i paesi, i regimi politici, pâssate crsi economiche, realizzate rivoluzioni tecnologiche, ma la mia capacità di usare quel libro, di farlo “girare” nella mia testa non dipende che dalla mia minima attnezione per non inzupparlo, ridurlo a brandelli o dargli fuoco. Non dipendo insomma da un’azienda che ha sede legale in California, azionari in giro per il mondo, e operai in cina, e che sopratutto avrà strategie produttive che mi passeranno sempre sopra la testa. (Ripeto: non sto con questo dimostrando che il libro è il paradiso e l’informatica l’inferno. E’ un aspetto.)

  21. […] di Andrea Inglese Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è se…  […]

  22. renatamorresi il 14 gennaio 2014 alle 20:43

    Quando ho letto l’articolo di Sofri l’altro giorno sono rimasta un poco indignata 1) da come parla della funzione culturale del teatro contemporaneo (“non esiste più” – ma forse intendeva il teatro dei telefoni bianchi?) 2) da come tralascia ogni riferimento agli istituti culturali storicamente fondati sul libro (e non a caso in declino in Italia – due a caso: scuola, università).

    Ora invece sono un po’ delusa, giacché qui nel thread ci dice che in realtà si stava riferendo semplicemente al “formato” del libro e alla sua organizzazione.
    In realtà a me non sembra proprio, neanche dopo questa precisazione, che egli stesse parlando solo della composizione ‘tradizionale’ del best-sellerino stagionale, con le sue trecento pagine divise in capitoletti, ecc. Se si preoccupa tanto (giustamente, dico io) del problema della perdita di centralità del libro nella cultura contemporanea, persino tra i lettori storici, deve star proprio parlando della crisi POLITICA del libro come dispositivo cognitivo. (Una crisi che vediamo riflessa ogni giorno nella discrasia molto, ma non solo, italiana, per cui il professionista strapagato può essere tranquillamente analfabeta.)

    Di certo Sofri non stava discutendo del cambiamento di “supporto” del libro, nel suo adattamento dal cartaceo al digitale (che, peraltro, grazie alle inevitabile vicendevoli mutazioni, dà frutti interessanti: penso al divertente, nonché ben scritto, Between Page and Screen http://www.youtube.com/watch?v=1s-JFxEmtpY , o anche ‘solo’ a questo ‘libro’ di Judd Morrissey scritto in flash, http://www.thejewsdaughter.com/).

    Di come molto (non tutto) sta lentamente scivolando dai “libri” alla scrittura diffusa, forse sì. (Però anche il contrario.)

    Ma la cosa che più gli interessa è la questione dell’attenzione, e l’assorbimento di tempo da parte dell’intrattenimento giocoso nelle sue forme più elementari (games, apps, chat, social networks e così via). Anche a me interessa molto. Mi sembra almeno di aver percepito negli ultimi anni (in chi mi circonda ma anche in me stessa) un passaggio molto chiaro da una condizione di attenzione profonda, focalizzata, a una di iper-attenzione, attivata da una continua immersione nell’iper-medialità di questo tempo (ne parla Katherine Hayles in un libro molto bello, How We Think, in cui racconta anche dei nuovi cervelli dei nostri bambini).

    Quando ci penso mi viene sempre in mente Fortini che parlava della “sofferenza” di leggere La montagna incantata, un po’ come un secolo prima era “intollerabile e mortale” per Leopardi la durata di sei ore di un’opera lirica: “nel giro di cinquant’anni” – continua Fortini – “abbiamo dimezzata la nostra capacità di attenzione.” Immagino non sia un caso che Fortini dicesse queste cose in uno scritto intitolato “Letteratura ed educazione”, dove, tra le altre cose, affrontava “le condizioni materiali del ‘dove’ e del ‘quando’ della lettura” in rapporto alle condizioni del lavoro.

    Ecco, a me pare che se si parla del “libro” solo come forma di intrattenimento, bah, poco male, lo saluto anche senza troppi rimpianti; se si parla del “libro” come oggetto cartaceo, beh, ad esso va di certo riconosciuta una tenuta millenaria. Ma il “libro” del cui declino vogliamo preoccuparci davvero forse è un altro: è l’evento organico di pensiero che ci costringe a concentrarci, pensare, conoscere e studiare (e, ovviamente, litigare, quindi negoziare cosa riteniamo importante).
    Certo, quando si dice “libro” si evoca un simbolo fortissimo.

  23. jan reister il 14 gennaio 2014 alle 21:43

    Questa discussione è più interessante dell’articolo polemico di Inglese e dell’originale di Sofri.

    Una cosa che mi preme sottolineare è l’estrema efficienza dello strumento libro considerando gli strumenti spartani di realizzazione e l’incredibile densità di informazioni che la nostra formazione culturale permette di acquisire da un libro.

  24. andrea inglese il 14 gennaio 2014 alle 22:22

    Caro Jan,

    sono quasi del tutto d’accordo con la tua osservazione. Rispetto a quanto emerso sopratutto dagli interventi del Giusco, di Venerandi e dei tuoi, mi sembra che il pezzo di Sofri e la mia critica rimangano molto al di qua delle questioni più specifiche legate alla trasformazioni in atto e alle reali implicazioni di una produzione culturale che utilizza un supporto diverso dal fomato libro.
    E appare evidente quanto sia necessaria la riflessione di persone come voi, che però sarebbe importante acquisti una forma più sistematica e invece di agire di rimbalzo a tanti discorsi fatti “alla lontana”, meni lei la danza. E lo faccia a questo punto liberandosi lei stessa da certi limiti in cui l’hanno messa o si è lasciata mettere. Leggendo i vostri commenti mi sono detto che avrei voluto a questo punto leggere dei veri e propri interventi sul tema. E sarebbe bello si riuscisse a fare in modo non episodico. E’ evidente che riflettere sulla durata di articolo in rete, alla luce della crisi culturale del libro, ha una portata politica, e che non può essere affrontata come ancora spesso accade in termini di questioni-tecniche-per-adetti-ai-lavori.

    Detto questo, ci tengo comunqe a ricordare una cosa. Se il problema è politica non si tratta di togliere il microfono a un giornalista culturale, a un poeta o a un insegnante, per darlo all’esperto, che lavora sul supporto informatico, che conosce approfonditamente che cosa è l’alternativa al libro, ecc.

    Le questioni che ho delineato io e che ha ripreso Renata rimangono ineludibili. Ricordo che il mio punto di critica a Sofri è riassunto in questa frase: “Non sembra [Sofri] minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi.”

    Sarebbe ora che si avviase da diversi punti di vista, tutti indispensabili e per certi aspetti irriducibili gli uni agli altri, un lavoro comparativo sugli strumenti cognitivi e di trasmissione del sapere che la nostra cultura ipermediale possiede, interrogandosi sui limiti e i punti di forza di ognuno di essi, a partire appunto da un confronto tra pagina scritta e pagina web.

  25. Mario Pandiani il 15 gennaio 2014 alle 00:47

    Anni fa, durante un workshop sul restauro dell’arte contemporanea, ci fu un intervento del curatore di un importante museo durante la sessione dedicata ai nuovi supporti, partendo dal caso della perdita quasi totale di anni di opere su nastro magnetico in un’epoca ancora non totalmente digitalizzata, passò a considerazioni più generali sui supporti della cultura e raccontò un aneddoto.
    Un uomo decide che diventerà ricco, e che quando si sposerà avrà dei figli, i figli cresceranno e la sua ricchezza anche.
    Infatti diventò ricco si sposò, ebbe dei figli e la sua riccahezza crebbe. essendo un uomo previdente e lungimirante decise di fare subito testamento, accese il computer, scrisse le sue volontà e tutte le istruzioni circa i luoghi e le modalità per venire in possesso delle sostanze, che da uomo previdente e lungimirante aveva dislocato un po’ dovunque nel mondo e salvò tutto su un floppy disc.
    Soddisfatto di quello che aveva fatto prese della carta intestata, scrisse cosa conteneva il floppy, che avrebbero potuto avere tutto alla sua morte e consegno la busta al notaio.
    L’uomo morì dopo aver vissuto a lungo e aver accumulato una vera fortuna, il notaio aprì la busta e convocò gli eredi, davanti a loro lesse il contenuto della busta e consegnò loro il floppy. I figli lo guardarono e chiesero al notaio: cos’è?
    L’unico documento ancora leggibile dopo tutti quegli anni era la lettera scritta con inchiostro su della carta.

  26. Il fu GiusCo il 15 gennaio 2014 alle 11:08

    Io aiuterei a metter giù qualcosa di organico ed avrei aiutato già da anni, solo che “di pensiero” non ci campo e quindi il tempo materiale non ce l’ho. Voglio dire meglio e si può generalizzare a molti “tecnici”: se il valore monetario di una mia ora professionale è 80-100 euro lordi, quando lavoro, per mantenere tale livello (aggiornami, viaggiare per eventi, farmi pubblicità, fare PR anche sui social) non posso dedicare 50-100 ore -come da giovane- a fare l’ “umanista digitale”. Il sotteso politico, che rimando ad Inglese in buona fede, essendosi lui occupato per anni di queste implicazioni, è che la non competitività economica dell’umanesimo in rete ne causa prima l’inquinamento e poi il deperimento. La soluzione è che bisogna entrare tutti nell’ordine di idee che sopravvive ciò che rende -denaro privato, non pubblico- e che bisogna far sì che il patrimonio migliore dell’umanesimo italiano contemporaneo sia essere riadattato ai supporti correnti (giochi, apps, e-book, ecc.) invecee che lasciarlo deperire, se non altro per dare qualcosa agli storici prossimi venturi. Non si è toccato quel che dice Sofri perché ad un livello pubblicistico tutte queste cose sono irrilevanti, la pubblicistica è l’aspetto deteriore dell’umanesimo e lo è diventata a causa di molta gente “di sinistra” che parla di tutto in maniera autoreferenziale e senza sapere davvero niente perché i soldini per campare glieli passa comunque il partito delle tasse, ossia il contribuente (vedansi bilanci sociali).

  27. jan reister il 15 gennaio 2014 alle 16:26

    Caro Andrea,

    sono d’accordo con la tua critica fondamentale a Sofri: “Non sembra [Sofri] minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi.”
    Credo che il libro abbia sempre combattuto per il suo spazio accanto a musica, cinema, giochi, videogame e altre attività culturali.

    Il discorso di Sofri può essere visto come: libro a stampa contro ebook. Mantellini ad esempio nota che il libro stampato ha un ruolo culturale importante come mezzo di accreditamento, indipendentemente e anzi in spregio alla sua lettura. Credo che questo ruolo della carta esista e sia forte, anche in Nazione Indiana, ma non credo nella dicotomia libro/ebook.

    Mi convince più un ragionamento di Fabrizio Venerandi, secondo sui noi oggi facciamo ebook che sono libri stampati, ossia costrutti culturali digitali, ma realizzati con le tecniche di scrittura e lettura proprie del libro. In questo senso libro ed ebook ora sono separati da semplici familiarità ed abitudini d’uso, e mi convincono poco i rilievi sulla durata e conservazione perché sono semplici fatti di tecniche e metodi appropriati di conservazione. In fondo uno scaffale di libreria, chiuso da antine di vetro, al riparo da pioggia, fuoco, umidità, insetti, è un costrutto culturale sofisticato e per nulla ovvio. [edit: e lo sono una buona carta, inchiostri durevoli, buona rilegatura…]

    Sulla remunerazione del lavoro intellettuale con il fu GiusCo sarei cauto: teatro, musica classica, opera lirica sono attivià possibili solo finanziate dallo stato. Costano un botto, ma hanno il valore dato da una storia culturale profonda, e non si ricreano partendo da zero. La scrittura va finanziata dallo stato? In certi paesi è così, non tanto col sostegno pubblico all’editoria, quanto con il sostegno allo scrittore (borse di scrittura ad esempio).

    Tornando a Sofri, credo che la “perdita di centralità del libro” sia un finto problema, simile al “sovraccarico di informazioni”. Come Fabrizio vedo bambini e ragazzi incollati ai videogame e a volte incapaci di esprimere un pensiero compiuto, immergersi nella lettura di un romanzo di 250 pagine di cui, abilmente interrogati, ricordano perfettamente le parti salienti (specie se si tratta di gesta rocambolesche e amori adolescenti).

    Però la lettura cambia e occorre pensare. Mi piace il fu GiusCo quando incita a contaminare remunerativamente forme ibride di scrittura gioco sceneggiatura.

  28. fabrizio venerandi il 15 gennaio 2014 alle 16:50

    Ho aperto da poco una collana che intende trattare proprio questo, ovvero la specificità della letteratura elettronica, con un respiro spero internazionale (anche se incidentalmente partiremo parlando di un autore italiano). Penso che si stiano avvicinando tempi maturi per un discorso equilibrato su un fenomeno che – in realtà – ha più di cinquant’anni di storia. Vedremo.

  29. andrea inglese il 15 gennaio 2014 alle 21:42

    a jan, che scrive:
    “noi oggi facciamo ebook che sono libri stampati, ossia costrutti culturali digitali, ma realizzati con le tecniche di scrittura e lettura proprie del libro. In questo senso libro ed ebook ora sono separati da semplici familiarità ed abitudini d’uso, e mi convincono poco i rilievi sulla durata e conservazione perché sono semplici fatti di tecniche e metodi appropriati di conservazione.”

    Infatti: da questo punto di vista Sofri ha ben individuato la natura del problema. Qui nessuno sta a discutere degli aspetti secondari del libro: che sia di carta o elettronico. Gli e-book di oggi sono costituiti a tutti gli effetti secondo la peculiare modalità cognitiva del libro cartaceo. Quindi non è di questo che parliamo. Né stiamo a romperci il capo sulla letteratura elettronica, dal momento in cui assomiglia molto a quanto chiamiamo letteratura tout court. (Poi ci saranno specificità, come dice Fabrizio, da considerare…)
    Il problema è la possibilità che il libro si perda come motore privilegiato della cultura a fronte di nuove forme più frammentarie, brevi e concentrate di circolazione ed elaborazione dei saperi, delle forme letterarie, ecc. Su questo mi sembra che ci sia parecchio da capire e da riflettere.

    Sulla questione della durata e della conservazione dei testi in rete, invece la questione è già più complicata. E non mi sembra basti dire: le innovazioni tecnologiche risolveranno questo problema.
    Oggi noi possiamo sapere quali intellettuali in Francia sotto Vichy o sotto il fascismo, in Italia, hanno scritto ad esempio in riviste razziste e antisemite, come possiamo leggere gli elogi a Stalin di altri intellettuali europei. Possiamo immaginare qualcuno che partecipi oggi all’età di venticinque anni a un blog razzista, e che poi a 45, in virtù di una carriera più in vista, intellettuale o politica, faccia semplicemente cancellare e togliere i suoi articoli.
    Ha senso porre una questione simile?

    • renata morresi il 17 gennaio 2014 alle 12:00

      ha senso, ma è proprio il tipo di problema cui si può rispondere solo tecnicamente, benché difficilmente sarà posto da un tecnico informatico ‘puro’, bensì, appunto, da un umanista – quando dico bisogna essere “umanisti (digitali)” tra parentesi non consiglio di metterci tutti a studiare programmazione e diventare smanettoni, ma almeno diventare consapevoli delle nuovi questioni sollevate dal digitale (o dal risollevarsi di questioni che credevamo ampiamente risolte: la censura, la proprietà intellettuale, ecc. – o da forme letterarie che credevamo inamovibili), sì

  30. jan il 16 gennaio 2014 alle 09:17

    Andrea, sulla durata e conservazione dei testi:

    – Se si VUOLE conservare documenti digitali, esiste ad esempio archive.org che è una fondazione no profit ed è tecnicamente molto abile. Si occupano anche di digitalizzare libri e documenti stampati. C’è Wikimedia e molti altri. Ma solo se voglio conservare e se non lo impedisco con delle semplici indicazioni sulla mia pagina web (robots.txt)

    – Esiste il cosiddetto “diritto all’oblio”, che permetterebbe di rimuovere dagli archivi il materiale che l’autore ritiene non dovere circolare più. E’ una cosa assai controversa e come sai in NI in questi casi abbiamo cercato di tutelare la sfera personale e di salvaguardare però l’interesse pubblico generale.

    – Esiste la profilazione personale sui servizi “social” a cui le persone conferiscono volontariamente le loro azioni più goliardiche imbarazzanti e asociali

    – Esiste la sorveglianza globale della sfera personale da parte di NSA/GHCQ

    E’ una questione importante.

    E poi si pone un problema di rilevanza e autorevolezza delle fonti. Se il manifesto firmato dagli intellettuali fascisti è rilevante, lo sono anche le loro note della lavandaia? Oggi gli atti intenzionali di comunicazione pubblica non sono solo il libro, l’articolo, ma sono polverizzati in singoli atti triviali, informali, semi-intenzionali (tweet, status FB…).

  31. Mario Pandiani il 16 gennaio 2014 alle 09:48

    La tendenza dei produttori di hardware è quella, progressivamente, di eliminare le memorie meccaniche, (Leggi severe sulla pirateria informatica potrebbero farle sparire in breve tempo), il CD è già in via di estinzione, le chiavette USB e gli HD esterni sono di uso comune, ma l’archiviazione è sempre più orientata a spazi dedicati sui grandi server, e non è assurdo pensare che i lettori di e-book finiranno per non avere più una memoria interna, ma leggeranno direttamente via wi-fi i testi raccolti in grandi contenitori virtuali, il cui controllo sarà determinante culturalmente. Almeno questa è la direzione distopica che si può intravvedere in articoli come quello di Sofri, una acritica accettazione della consegna della cultura agli “admin”.
    Questo significherebbe che mentre i roghi di libri del nazismo furono un sinistro e grottesco atto simbolico, vanificato dalla diffusione di testi stampati nascosti nelle case, la conservazione dei testi su un unico server potrebbe consentire di cancellare dal mondo in maniera definitiva i veicoli di idee non gradite.
    Quindi mi sembra che discutere di supporti oggi si riferisca a oggetti che fanno ancora parte di una transizione dal libro cartaceo a un niente virtuale, quindi destinati a sparire come oggetti personali, ricordo bene che l’idea che veniva promossa all’avvento del CD era la eternità della conservazione delle informazioni che conteneva, un’eternità durata trent’anni.

    • jan il 16 gennaio 2014 alle 11:43

      Mario, è sì una distopia. Considera però che puoi fare storage in casa con un hard disk a poco prezzo, o con un dispositivo a più dischi resistente ai guasti. In rete non ci sono solo i feudatari Google Amazon e Apple, ma progetti di storage su Tahoe LAFS molto interessanti (e a pagamento, mind you).

      • Mario Pandiani il 16 gennaio 2014 alle 17:50

        Oggi si può fare tutto, a me interessava la prospettiva che l’articolo di Sofri proponeva.
        Vedi, tu puoi avere uno o dieci Hard Disk in casa tua, ma se cominciano a fare i Pc senza porte USB o Firewire, il tuo Hard Disk dura quanto le macchine che possono leggerlo, non è come un vinile che puoi ascoltarlo anche su un fonografo a manovella. E’ proiettata la mia ansia sull’inconsapevolezza dei rischi che si corrono a consegnare interamente la cultura, cioè un pensiero analogico, al digitale, e alle possibili conseguenze di questa “scelta”.
        Naturalmente la preoccupazione è orwelliana, ma ti faccio un esempio di cosa intendo prendendo in esame l’informazione in senso lato; prova a trovare in rete articoli, che ho letto e purtroppo non salvato, sul Transatlantic, un ristorante di Sarajevo, famosissimo all’epoca perchè si incontravano mafiosi politici e miliziani, prima dell’aggressione nato si poteva leggere degli accordi, magari anche leggendari, che si erano stretti su quei tavoli, oggi non trovi più nulla. Un altro esempio più drammatico, in Kosovo sono stati distrutti più di cento monasteri serbi, ma ce ne sono ancora molti e anche attivi, benchè protetti dalla Kfor, se tu apri google maps e cerchi i monasteri del Kosovo, semplicemente non esistono, trovi moschee e musei, sostanzialmente per il mondo che cerca informazione su google maps, in Kosovo non esistono neanche le rovine dei monasteri ortodossi.
        Quindi, è vero che io so che ci sono e dove, e so anche dove cercare per trovarli, ma la tendenza, la prospettiva globale, è che se si vuole far sparire qualcosa dal mondo si cancella dai grandi server, e questo farà testo in futuro, considerando che già oggi chi parla di storia, generalmente lo fa dopo aver letto la pagina di wikipedia.
        Un libro invece è virale, sfuggirà sempre qualche esemplare e potrà essere letto anche in una capanna senza corrente elettrica, come un seme, in un futuro lontano, potrà rifiorire e diffondersi di nuovo.

        • jan reister il 17 gennaio 2014 alle 09:53

          a Marco Pandiani: sono d’accordo con quel che scrivi e rispondo solo per gli spunti che mi sovvengono:

          Cory Doctorow, The Coming Civil War over General Purpose Computing (boingboing.net)

          Serge Wroclawski http://gizmodo.com/why-the-world-needs-openstreetmap-1495412839 (gizmodo)
          Cory Doctorow http://boingboing.net/2014/01/15/openstreetmap-why-we-need-a-f.html (boingboing

          • Mario Pandiani il 20 gennaio 2014 alle 19:31

            Grazie Jan, è un sito molto interessante e tanto più prezioso in quanto raro, credo. Naturalmente si formano delle resistenze, non c’è distopia che non contenga una lotta interna che vi si oppone, non voleva essere una prospettiva senza speranza la mia, ma è significativo che io non ne sapessi nulla, essendo un banale utente della rete e non uno specialista. Io volevo solo evidenziare che personaggi come Sofri, vanno in una direzione molto chiara, anche se vantano una neutralità, o, come si dice in filosofia abusando della formula che mi è diventata odiosa: “sospendono il giudizio”, e quella direzione è di livellamento culturale e di progressiva anestesia, fino a che qualcuno penserà di rimuovere chirurgicamente alcuni ostacoli a questa follia.

  32. Fabrizio Venerandi il 16 gennaio 2014 alle 09:51

    Io credo in realtà che la letteratura elettronica abbia peculiarità proprie rispetto al testo cartaceo. “Assomiglia” alla letteratura tradizionale, perché è una forma di letteratura, ma vive naturalmente in un ambito che tradizionalmente sarebbe invece considerato sperimentale. O non sarebbe considerato affatto. Per quanto mi riguarda – ad esempio – il motore generatore di ambienti di un mud, è una forma di letteratura.
    Sulla frammentazione del sapere, mi chiedo se davvero si tratti di una novità assoluta o piuttosto di uno sviluppo della trasmissione non libresca della conoscenza: dalla trasmissione “orale” agli articoli su riviste. Buona parte della mia conoscenza informatica è nata su riviste di computer anni ottanta, così come oggi una parte considerevole della mia formazione per la creazione ebook trova “conoscenza” in rete, via forum, newsgroup, bbs, pagine di documentazione. Non trovo una novità nella rete, quanto uno sviluppo di quello che un tempo si divulgava su periodici o dal vivo negli user group territoriali.
    E forse il crollo e la crisi della stampa periodica di questi anni trova proprio nello spostamento su internet di una parte considerevole della sua fornitura di conoscenza. Ecco, non so quanto questo tocchi l’oggetto libro che per sua natura ha una coerenza e uno sviluppo ben diversi da quello di un periodico.
    Sulla conservazione del bene digitale in rete, trovo che il tema sia per sua natura controverso e – imho – lo diventerà ancora di più man mano che gli ebook diventeranno oggetti dinamici e connessi anch’essi con la rete.

    • renatamorresi il 17 gennaio 2014 alle 12:15

      oddio, sì, i mud! quelli secondo me hanno studiato bene sui libri di narratologia (o almeno meriterebbero di esserne studiati :))

  33. orsola puecher il 16 gennaio 2014 alle 10:53

    Ebook e libro cartaceo sono ormai interscambiabili da un punto di vista “di servizio”.
    Per la simpatica mistica del bibliofilo che vuole toccare annusare, rigirare fra le mani, auspicherei invece che questo porti il cartaceo dalla orribile carta riciclata grigiolina, a orientarsi verso una dimensione di pregio, di edizioni per materiali e tecniche, immagini, caratteri che si avvicinino ad un vero e proprio prodotto artistico durevole.
    L’umanista digitante, più che digitale, di solito è piuttosto disinformatico, a volte orgogliosamente e per partito preso. Si osserva un uso del computer come una macchina da scrivere solo leggermente più evoluta. La pagina digitale, online o in ebook, è una mera fotocopia di quella cartacea.
    La lettura su schermo invece ha tempi, spazi, formattazioni di natura molto diversa ed anche opportunità molto superiori.
    Scrivere per e attraverso il web presuppone un pensiero sotteso di tipo nuovo, ramificato e multimediale, sincronico e ampio, che incroci i generi e i ruoli, e richiede, inevitabilmente, un progetto specifico peculiare dal punto di vista tecnico.
    Una digievoluzione della scrittura in ebook multimediali e dinamici, vista la normale abitudine ad usare giochi ecc., mi sembra potrebbe essere anche economicamnete un cosa di notevole successo.

    ,\\’

  34. Detrito analogico il 16 gennaio 2014 alle 12:32

    i libri non faranno una brutta fine, e pure le iscrizioni su stele, zitte zitte, non sono mica uscite dall’uso. sta pretesa che ogni nuova tecnologia spazzi via le precedenti, con i toni apocalittici di contorno, è vecchia come il cucco e da sempre infondata: c’è una marea di gente che continua ad andare a cavallo, il vinile quest’anno ha registrato un aumento delle vendite tra il 20 e il 30%, a fronte di un ennesimo e rilevante calo di vendite del cd.
    la produzione libraria non è mai stata così soffocantemente abbondante, aldilà della congiuntura economica degli ultimi 5 anni, la quale non ha a che vedere con l’avvento dell’ebook, e infatti ci sono settori ben più penalizzati dalla crisi.

    l’evoluzione tecnologica non è un processo deterministico.

    leggerei l’articolo di sofri, più che altro, come un sintomo della malattia che sottintende chi teme la morte del libro, ovvero la prevalenza della fuffa non documentata in 2 cartelle sull’argomentazione razionale fondata su fonti attendibili, ma questa è più una malattia culturale determinata dal prestigio ingiustificato dell’attività giornalistica, che altro.

  35. andrea inglese il 16 gennaio 2014 alle 17:56

    bene jan, fabrizio, Mario P, Orsola, Giusco…

    sareste a questo punto cosi gentili da darci, a noi umanisti digitali – ancora disadattati e pero’ pugnaci a non abbandonare la potenza del libro come specifica forma e tecnica cognitiva – ci dareste insomma uno o due titoli, in grado di farci capire in un’ottica più politica, ma anche culturale, cosa si gioca intorno alla nuove tecnologie informatiche; ai nuovi servizi, alle nuove forme di conservazione e trasmissione del sapere… Quali tendenze, quali pericoli, quali possibilità? Insomma tiriamo un po’ le somme con qualche indicazione bibliografica di quelle magari più preziose e meno evidenti?
    Fabrizo sei autorizzato a farti pubblicità, nel caso…

    • jan reister il 17 gennaio 2014 alle 09:47

      Caro Andrea, mi viene in mente questo:

      Gino Roncaglia,La quarta rivoluzione, Laterza 2010
      Letizia Sechi, Editoria Digitale, Apogeo 2010 (specie il primo capitolo)
      Letizia Sechi, Oltre la carta, Apogeo 2011 (molto breve, riprende temi del precedente), collana “gli editori fanno il surf, ora forse riunita in una antologia unica).
      Fabio Brivio, L’umanista informatico, Apogeo 2010

      Li ho in ebook e se vuoi te li presto volentieri.

    • renatamorresi il 17 gennaio 2014 alle 12:12

      A Companion to Digital Literary Studies, curato da Siemens e Schreibman –
      una raccolta di saggi sulla scena dell’incontro tra digitale e letterario

      si può leggere per intero qui:
      http://www.digitalhumanities.org/companionDLS/

  36. diamonds il 16 gennaio 2014 alle 19:22

    Non riesco a trovare ne` in pdf ne`su tavolette di pietra “la religione secolare della banca mondiale”(s. George,f. Sabelli).Dovro` farmene una ragione

  37. Il fu GiusCo il 16 gennaio 2014 alle 22:19

    Io suggerisco ad Andrea di seguire il portale/blog GAMASUTRA a partire da un articolo di due giorni fa su giochi ed educazione: http://www.gamasutra.com/blogs/JohnKrajewski/20140114/208612/You_Have_Died_of_Dysentery_How_Games_Will_Revolutionize_Education.php

  38. malosmannaja il 16 gennaio 2014 alle 23:10

    boh.
    forse, ribadisco, la questione è un po’ vacua e comunque ci si arrovella su aspetti della realtà molto meno rilevanti di quelli portati all’attenzione da Andrea Inglese nel post sul “Migreurop e la carta dei campi chiusi per stranieri” (non è un problema se non puoi rispondermi: Andrea: ho a cuore solo che tu “legga con interesse”)
    circa *il libro*, comunque, alcune puntalizzazioni.
    a) il libro (o la radio) sopravvivranno, ma è inevitabile che abbiano perso *l’esclusiva* come strumenti di diffusione di cultura.
    b) con buona pace di noi “immigrati”, ciò non rappresenta certo un problema per i “nativi digitali” (anch’io, come Fabrizio Venerandi, ho figli adolescenti che passano senza troppi problemi da e-book sul kobo a vecchi urania ingialliti e da saghe commercial-fantasy cartacee – percy jackson, eragon, hunger games ect – a racconti e microstorie su facebook).
    c) chi decide che forme di comunicazione epigrammatica non possono veicolare pensieri e cultura in modo finanche più virale di opere di centinaia e centinaia di pagine? il mio amato Ambrose Bierce scriveva, nel suo dizionario: “Romanzo: Racconto gonfiato. Un genere di composizione che ha con la letteratura lo stesso rapporto delle vedute panoramiche nei confronti dell’arte. Dal momento che è troppo lungo per essere letto in una sola volta, le impressioni che si ricevono leggendo via via le singole parti vengono successivamente cancellate, proprio come le immagini della lanterna magica. Raggiungere unità o totalità di effetto risulta impossibile; infatti, oltre alle poche pagine lette per ultime, tutto quello che si ricorda è soltanto la trama di quanto precede”. Italo Calvino, già cinquant’anni fa scriveva in “Se una notte d’inverno un viaggiatore” che “I romanzi lunghi scritti oggi forse sono un controsenso: la dimensione del tempo è andata in frantumi, non possiamo vivere o pensare se non spezzoni di tempo che s’allontanano ognuno lungo una sua traiettoria e subito spariscono.” era più avanti di noi???
    d) il problema dell’inquinamento delle fonti muove dal presupposto che esista una scrittura *statica*, mentre essa è oggi più che mai dinamica. se proviamo ad analizzare l’evoluzione culturale dal punto di vista del messaggio anziché dell’individuo, potremmo definire il “meme” come “quanto” di informazione relativa alla cultura umana trasferibile da una mente o da un supporto di memoria ad un’altra mente o supporto. In pratica, un meme è “un’unità di evoluzione culturale capace di auto-propagarsi”, affine al gene egoista di Richard Dawkins.
    e) tutto quanto ai punti a-b-c-d irrita e sconvolge soprattutto il *sistema mercato* che ha fatto dell’articolo *libro*, nonché della cultura e dell’arte, meri *prodotti* commerciali. e di ciò, fanciullesca-mente, godo.
    : ))

    • andrea inglese il 17 gennaio 2014 alle 01:03

      scusa malos, mi era sfuggito il tuo commento; ora l’ho letto e provero’ a risponderti

    • renata morresi il 17 gennaio 2014 alle 12:07

      Secondo me al fondo del pezzo di Sofri c’è un grave malinteso rispetto all’idea di “cultura”. In realtà lui ha parlato della fine della centralità del libro come motore dell’OPINIONE, ovvero del dibattito quotidiano. Ma la “cultura” mi sembra qualcosa di molto più vasto.

  39. andrea inglese il 17 gennaio 2014 alle 13:46

    sì, renata, mi sembra azzeccata la tua impressione: la cultura ridotta a opinione e la ricerca e la letteratura (del libro) ridotta a giornalismo culturale (in rete e nella forma dell’intervento breve)

    detto questo continuo a pensare che la domanda di Sofri sia buona, e che in ogni caso un legame tra opinione e cultura ci sia… (anche se andrebbero ridefiniti un po’ meglio tutti i termini)

    faccio un’esempio: il serio lavoro degli storici, che prende la forma del libro, ha un’influenza importante nel dibattito che nutre e nutrirà il centenario della Grande Guerra nei vari paesi europei? A leggere uno speciale su le monde/the guardian uscito questa settimana sembra di sì. Un libro recente dello storico australiano Christopher Clark ha avuto un impatto importante ad esempio in Germania, ma di rimbalzo anche in Inghilterra. La tesi dello storico tende a mostrare come le responsabilità dello scoppio della guerra non possano essere assegnate in modo quasi assoluto alla Germania e sottolinea la corresponsabilità delle altre potenze europee nel precipitare degli avvenimenti. Questo delle commemorazioni della Grande Guerra mi sembra un terreno di osservazione interessante. Si giocano infatti più partite e il dibattito d’idee finisce inevitabilmente per influenzare i miti nazionali o in ogni caso le forme di narrazione nazionali, che sono parte profonda dell’identità culturale.

  40. Fabrizio Venerandi il 24 gennaio 2014 alle 11:30

    Approfitto in margine a segnalare l’inizio di una personale *grafia relativa alla narrativa interattiva, digitale e non:
    http://salvoesaurimentoscorte.wordpress.com/2014/01/24/letteratura-interattiva-una-grafia-per-iniziare/



indiani