Quest’Europa si fonda sui confini – Intervista a Sandro Mezzadra

21 gennaio 2014
Pubblicato da

Intervista a cura di Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa. [L’intervista è apparsa sul sito di Melting Pot Europa il 16 ottobre 2013. Ringrazio Filippo Furri della segnalazione.]

L’operazione “Mare Nostrum”, con l’impiego umanitario delle navi militari nel Mediterraneo, è una prima risposta della governance europea alla strage di Lampedusa. Si tratta di un primo segnale che racconta come la politica “umanitaria” oggi stia tornando all’ordine del giorno tra le strategie di gestione delle migrazioni, prendendo il sopravvento su quella dei respingimenti. In realtà l’una e l’altra si sono da sempre alternate, o hanno addirittura coabitato, confermando la natura ibrida e ambivalente dei confini europei che, pur descritti come semplici linee di demarcazione dello spazio continentale, fungono invece da dispositivi di connessione tra l’Europa e gli Stati ad essa esterni. Con Sandro Mezzadra, docente presso l’Università di Bologna, abbiamo ripreso la traccia di discussione sviluppatasi in questi anni intorno all’istituto del confine cercando di utilizzare questa chiave di lettura per comprendere meglio ciò che sta avvenendo in queste settimane a Lampedusa ed il rinnovato discorso che la governance europea ha proposto sul tema delle sue frontiere.

Grigion: La strage di Lampedusa, probabilmente la più grande di sempre, ha portato alla luce anche la storia di altre 20.000 vite ingoiate in questi ultimi vent’anni dal Mar Mediterraneo. In questi ultimi giorni si discute quotidianamente di frontiera. Cerchiamo però di chiarire un punto: quella che chiamiamo Fortezza Europa, per sottolinearne la violenza, di fortezza ha ben poco. La potente e costosa macchina del controllo messa in piedi dall’Europa non è mai riuscita a fermare in realtà la mobilità di chi ha sfidato le sue frontiere. L’istituto del confine insomma ha avuto un ruolo ben di verso da quello che correntemente gli viene attribuito. Non un dispositivo per decidere “se” si entra, piuttosto un filtro che decide “come si entra”, che determina l’assegnazione di uno status giuridico diversificato a chi lo attraversa, che definisce la qualità dei sui diritti, a seconda della modalità con cui ci si confronta con il confine, ma anche uno strumento di politica internazionale e di negoziazione economica, uno spazio in cui si misurano diverse spinte e si giocano diversi equilibri. In questi giorni di grande dibattito intorno alla frontiera Sud si tende invece a cancellare questa realtà portando la discussione su un terreno piuttosto semplificato, tutto incentrato sulla dicotomia tra accoglienza o respingimenti, salvataggi o morte, possibilità di ingresso o chiusura delle frontiere. Perché?

Mezzadra: Il dibattito pubblico cancella questa realtà perché continuiamo ad essere sotto la pressione di retoriche che insistono sulla necessità di difendere il confine e lo presentano dunque come qualcosa di inviolabile, come una linea di separazione assoluta, come la linea che circoscrive il territorio nazionale.

Ma più in generale credo anche che, nello stesso dibattito all’interno della sinistra, delle forze che si sono mobilitate in questi anni ed in questi giorni a fianco dei migranti e dei richiedenti asilo, non sia sufficientemente penetrata la consapevolezza delle trasformazioni molto profonde che negli ultimi anni si sono determinate nella modalità di gestione dei confini e dunque nello stesso istituto del confine. Sono modificazioni che proprio nel Mediterraneo appaiono in modo estremamente chiaro. Il Mediterraneo è uno spazio che è attraversato da una molteplicità di flussi, è uno spazio continuamente ridefinito da movimenti ma anche da politiche che lo configurano come spazio di interconnessione e non come area al cui interno si vorrebbero metaforicamente erigere le mura di una fortezza. Il confine è in questo senso un muro ed al tempo stesso un ponte. Il confine è un filtro più che un sigillo che presiede in modo assoluto a dispositivi di inclusione ed esclusione. In questi ultimi anni lo è diventato sempre più ed in particolare nel Mediterraneo. Le politiche, anche quelle di militarizzazione, dello spazio Mediterraneo, sono politiche che dobbiamo saper interpretare prima di tutto dal punto di vista degli effetti che hanno sulle modalità con cui quel confine viene attraversato.
Credo sia particolarmente interessante guardare, da questo punto di vista, alla proiezione dell’Europa, intesa proprio come Unione Europea, verso la sponda Sud del Mediterraneo, non solo alle politiche di esternalizzazione della gestione dei confini e di espulsione, ma anche alle politiche di cooperazione allo sviluppo che sono sempre più intrecciate alle prime. D’altro canto l’Europa non è l’unico attore nel Mediterraneo. Anche i regimi della sponda Sud contribuiscono alla determinazione delle modalità di questa interconnessione. Naturalmente vigono dei rapporti di forza ma anche questi non sono rapporti di forza rigidi. Va aggiunto naturalmente il fatto che negli ultimi due o tre anni ci sono stati due elementi fondamentali che hanno contribuito a modificare questo scenario e a renderlo ancora più complicato. Il primo sono evidentemente le rivoluzioni nel Maghreb e nel Maschrek con i complessi effetti che hanno avuto sulla gestione del cosiddetto confine esterno meridionale dell’Unione Europea. Il secondo è, altrettanto evidentemente, la crisi economica che in Europa stiamo vivendo in modo particolarmente pesante nei paesi meridionali, che peraltro crea delle situazioni che solo pochi anni fa ci sarebbero sembrate paradossali, come la presenza di migliaia di giovani spagnoli, molti in condizioni che dalle nostre parti verrebbero definite di “clandestinità” in Marocco.

Grigion: La presunta novità nello scenario del Mediterraneo è l’annuncio dell’operazione “Mare Nostrum”. Il richiamo allo speronamento della “Kater I Rades” del 1997 è venuto piuttosto automatico. Ma per la verità le operazioni militari a scopo umanitario non sono una novità in quel tratto di mare.
I soccorsi, l’accoglienza, i salvataggi, sono da anni stati appaltati a chi ha il compito di presidiare la frontiera. Frontex per esempio, agenzia di cui in questi giorni si dibatte molto, è in fondo un’ operazione di questo tipo: un dispositivo in cui militare ed umanitario si ibridano, stanno insieme.

Mezzadra: Questo è un punto fondamentale. Fai bene a sottolineare questo elemento di ambivalenza che se vuoi caratterizza costitutivamente il concetto stesso di confine. Questa ambivalenza oggi si manifesta tra l’altro nel fatto che, molto spesso e non solo nel Mediterraneo, anche se ora è di questo stiamo parlando, la logica militare e la logica umanitaria si presentano come strutturalmente intrecciate.

La stessa Frontex, per quanto io abbia condiviso fin dall’inizio e continui a sostenere la campagna per la sua chiusura, non è un’operazione militare tradizionale. Assomiglia più ad un think tank nelle sue modalità di organizzazione interna e nella sua proiezione sugli spazi di confine gioca un ruolo fondamentalmente di coordinamento. Certo, c’è molta opacità nel modo in cui funzione Frontex. Ma il fatto di denunciare questa opacità non deve portarci a credere che le logiche dell’umanitario e quindi anche le logiche del soccorso, le logiche dell’assistenza, siano completamente estranee alla razionalità di Frontex. E questo lo dico ovviamente non per salvare Frontex dalle critiche, non per individuare qualcosa di positivo in Frontex, ma per mettere in evidenza il fatto che l’umanitario oggi si presenta come qualcosa di strutturalmente intrecciato ad altre logiche, tra cui quella militare che in questo quadro gioca un ruolo estremamente importante. Basta andare a vedere come vengono gestiti i campi profughi ai confini dell’Europa. In molti sono stati negli scorsi mesi per esempio al campo di Shusha, al confine tra la Libia e la Tunisia, ed hanno mostrato in modo estremamente efficacie come quel campo sia stato gestito attraverso la strutturale combinazione di razionalità che ci possono sembrare opposte: quella militare, quella economica, sicuramente importante, e quella umanitaria. Quindi credo sia importante avere una consapevolezza di quanto vi sia di ibrido, come dicevi, nei nuovi regimi di controllo dei confini, in particolare nell’area mediterranea. Perché questo ci serve a comprendere il fatto che, invocare la logica umanitaria, come molti hanno fatto, rischia di essere quantomeno un’arma spuntata.

Grigion: Questo affidamento dei salvataggi a chi ha il ruolo di pattugliare le frontiere ci dice quanto l’Europa non riesca e non voglia uscire dalla logica di utilizzo del confine come strumento di selezione. Si va verso l’attribuzione di nuove consegne ed un impiego di nuovi mezzi per le operazioni di soccorso, proprio per non mettere in discussione l’istituto del confine stesso su cui è fondata la geometria dell’Europa.
Ma in questi giorni le immagini dei corpi, il volto dei parenti, gli appelli sottoscritti da migliaia di persone, tra cui quello per un canale umanitario che abbiamo promosso e che anche tu hai sostenuto, che in questo quadro sembra una provocazione, hanno riportato al centro del dibattito pubblico la questione immigrazione. Dall’epoca della Lega Nord al Ministero dell’Interno, quella dei proclama di Maroni e Bossi, dei pacchetti sicurezza, sembra passato un secolo. Oggi ci si inchina davanti ai corpi, si spinge per l’abolizione del reato di clandestinità (con effetti più simbolici che sostanziali), si discute di accelerare la costruzione di un sistema comune d’asilo. La governance europea sembra insomma costretta a ripensarsi anche su questo terreno. È solo forma? Oppure questa necessità di ripensare le politiche europee in materia di immigrazione, la loro forma, i loro simboli ormai inadeguati, pur con l’intento di riaffermarle, sposterà di conseguenza anche in avanti la sostanza del governo delle migrazioni, modificando anche in concreto alcune cose?

Mezzadra: Ovviamente, parlare, come ho fatto prima, in modo estremamente sintetico, di un intreccio tra diverse logiche nella definizione del regime di controllo dei confini e dei movimenti di persone nel Mediterraneo, significa anche mettere in evidenza le potenziali contraddizioni di questo regime. Significa avere la possibilità di inserirsi all’interno di queste contraddizioni per allargarle e per creare spazi di libertà. Sostenere che sia necessario essere consapevoli del fatto che la logica umanitaria oggi si presenta come strutturalmente intrecciata con altre logiche, come quelle che menzionavo prima, non significa affatto affermare l’impossibilità di fare un uso del discorso umanitario e di alcuni strumenti umanitari, così come di alcuni strumenti giuridici che fanno riferimento all’umanitario ed in particolare, in questo caso, del diritto d’asilo. Va anche fatta un’osservazione che secondo me è molto importante. Non dobbiamo perdere di vista la specificità di quello che accade in queste settimane nel Mediterraneo. Prima menzionavo due grandi fatti che hanno segnato anche lo sviluppo dei dispositivi di controllo dei confini negli ultimi anni, cioè la crisi economica e le rivoluzioni nel Maghreb e nel Maschrek. Naturalmente non dobbiamo dimenticare ciò che sta avvenendo in Siria e la cronicità della guerra nel Corno d’Africa. Questo per dire molto semplicemente che la composizione delle moltitudini che stanno arrivando in questo momento a Lampedusa ed in Sicilia è molto particolare. Si tratta di una composizione che richiama immediatamente le figure giuridiche della tutela del diritto d’asilo. Anche da questo punto di vista siamo ormai negli ultimi anni in una situazione estremamente complicata. È complicata in Italia, per i motivi che conosciamo, ma è complicata anche a livello globale. La stessa Unhcr denuncia la crisi del diritto d’asilo. Quando l’Unhcr denuncia la crisi del diritto d’asilo fa riferimento prima di tutto al fatto che è sempre più difficile tracciare una distinzione netta tra il richiedente asilo e il cosiddetto migrante economico. In questo preciso momento siamo invece in una situazione in cui questa distinzione può essere giocata per aprire quegli spazi di libertà di cui parlavo, perché le persone che arrivano a Lampedusa o in Sicilia, o che muoiono nel Mediterraneo, sono persone a cui si applica tendenzialmente, o si dovrebbe applicare, la tutela internazionale prevista dalle convenzioni sul diritto d’asilo. Da questo punto di vista la proposta del canale umanitario, secondo me può essere anche qualcosa di più di una provocazione. Credo che intanto sia molto importante che questa proposta sia stata lanciata anche dal Sindaco di Lampedusa, una persona di notevole spessore. Credo che la sua voce abbia molto contribuito a determinare il cambiamento di opinione di cui tu parlavi, almeno rispetto all’Italia. Ma anche per quel che riguarda la cosiddetta governance europea, penso che si possa insistere sul realismo di questa proposta di apertura di un corridoio umanitario. Ciò detto e venendo al nocciolo della tua domanda, penso che la possibilità di giocare “dentro e contro”, per usare una vecchia formula, le contraddizioni del regime di controllo dei confini e delle migrazioni in Europa, ci sia. Credo che questo cambiamento di clima, di cui dovremo ovviamente verificare la durata, possa portare ad un parziale ripensamento quantomeno di alcuni dispositivi che sono stati utilizzati in questi anni nel governo delle migrazioni e dei confini.
Sinceramente, per quello che oggi è l’Europa, non credo però che ci sia realisticamente la possibilità immediata di modificare in modo profondo questo regime di controllo, perché questo regime di controllo dei confini e delle migrazioni è un elemento fondante dell’Unione Europea, così come la conosciamo oggi. Cambiare questo regime significa cambiare l’Europa.

È un obiettivo che tutti noi ci diamo quotidianamente con la consapevolezza che ci vorrà un po’ di lavoro….

Grigion: Con questa ultima affermazione hai in realtà già risposto alla domanda che stavo per farti. Lavorare perché questo spazio di possibile trasformazione che si è aperto prenda la direzione giusta, significa lavorare per trasformare l’Europa. Questo è un terreno che non è circoscritto all’affermazione dei diritti dei migranti ma investe invece noi tutti, riguarda lo spazio che abitiamo noi tutti.

Mezzadra: Evidentemente si. Ci sono da fare alcune considerazioni. La prima riguarda i migranti, che molto spesso noi stessi tendiamo a considerare come una sorta di blocco omogeneo su cui proiettiamo, più o meno consapevolmente, le immagini che sono arrivate da Lampedusa in queste settimane. In realtà il mondo dell’immigrazione si è andato profondamente diversificando negli ultimi anni anche in Italia. Si è stratificato per status giuridici, per condizioni economiche, per composizione di genere, per mille altri fattori. Ed anche in Europa, per quanto si dovrebbe scendere nelle diverse specificità nazionali, il mondo dell’immigrazione si è modificato anche per via delle politiche migratorie che, riprendendo il discorso che facevamo all’inizio, non sono state politiche all’insegna della chiusura assoluta. A me è capitato recentemente di partecipare ad un dibattito su questi temi in Germania e di sentire diversi colleghi sostenere che in Italia ci sarebbe un arrivo quotidiano di migranti mentre in Germania le frontiere sarebbero sigillate in un modo assoluto per cui i migranti in Germania non arriverebbero. Queste discussioni mi hanno molto colpito perché in Germania, per esempio, sono arrivati in questi anni molti più migranti di quanti non ne siano arrivati in Italia. Al di là del fatto che molte delle persone che arrivano in Italia irregolarmente si disperdano poi nel Nord Europa, è bene ricordare come la Germania sia all’avanguardia nell’adozione di politiche di “immigrazione mirata”, per riprendere proprio il lessico della Commissione Europea, ed attraverso queste politiche, che sono estremamente selettive e contribuiscono dunque a diversificare il mondo dell’immigrazione, sono arrivate decine di migliaia di migranti. Credo quindi che ci sia la necessità di fare i conti con l’insieme di questi processi anche per aggiornare e naturalmente rilanciare l’intervento politico sui temi dell’immigrazione ed all’interno delle lotte dei migranti. D’altro canto quello che dicevi a proposito dei cittadini europei lo avevo già in parte anticipato nella risposta alla tua domanda precedente. Io sono convinto da molto tempo che, proprio per le caratteristiche che ha il processo di integrazione europea, il modo in cui vengono quotidianamente gestiti i confini, tanto a Sud quanto a Est, sia uno degli elementi fondanti, costituenti potremmo dire, dell’Europa. Naturalmente questo significa che le immagini che provengono da Lampedusa, così forti, così sconvolgenti persino per chi si occupa di queste cose da molto tempo e non scopre i morti del Mediterraneo in questi giorni, ci richiamano, non solo ad assumere iniziative perché di morti non ce ne siano più, ma anche a costruire un’Europa diversa, fondata su rapporti con gli spazi ad essa “esterni” radicalmente diversi da quelli che sono all’origine della costituzione materiale dello spazio europeo che conosciamo. Quelle immagini insomma ci richiamano alla necessità di assumere lo spazio europeo come spazio fondamentale di lotta, come spazio immediato dei movimenti e della costruzione di un discorso politico, delle agende e delle rivendicazioni.
E penso effettivamente che Lampedusa, come molti altri spazi di confine in Europa, possa e debba diventare uno dei luoghi fondamentali in cui cominciare ad immaginare e costruire un’altra Europa.

Tag: , , , , , , ,

2 Responses to Quest’Europa si fonda sui confini – Intervista a Sandro Mezzadra

  1. andrea inglese il 21 gennaio 2014 alle 21:06

    malos, se ci sei e se mi leggi, questa potrebbe essere una risposta agli interrogativi che ti facevi e mi rimpallavi sul precedente post sulla mappa dei luoghi di detenzione dei migranti…

  2. malosmannaja il 29 gennaio 2014 alle 17:06

    ci sono, seppure a corrente alternata per motivi di evidente instabilità mentale.
    : )
    forse questo non risponde agli interrogativi (almeno non ai miei, che erano di natura economica:)), però le parole di Mezzadra sono intense, tanto che mi trovano in buona sintonia, almeno da un punta di vista umano quasi umano.
    resta da comprendere, tuttavia (almeno per me che sono tordo) come si possa colmare la distanza sempre più incolm’abile tra filosofia umanista (un’altra europa) ed economismi imperanti (questa euro-pa).
    ad esempio, è buffo che in europa e nel mondo i capitali finanziari non conoscano confini e che l’obiettivo principale delle moderne politiche economiche sia proprio quello di polverizzare i confini (valute e legislazioni nazionali), mentre quando si parla di esseri umani la logica s’inverta (ambivalenza o meno, si parla di un “regime di controllo dei confini” del “mare nostrum”).
    sarò cinico (o meglio, cinanico), ma mi pare mera utopia auspicare maggiore integrazione o politiche umanitarie all’interno di coordinate economiche europeiste e ultraliberiste.



indiani