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	Commenti a: Fare il bucato	</title>
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		Di: Marco Di Pasquale		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Di Pasquale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2014 16:06:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Divertentissime queste svagate riflessioni ad alta voce! e: sono totalmente d&#039;accordo con diamonds!]]></description>
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		Di: diamonds		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[diamonds]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2014 11:51:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[la migliore conferma che esisteva qualcosa per cui valesse la pena dopo la giovinezza anche prima del viagra:le parole(meglio se quagliano raggrumate in poesia,ma anche in libertà non sono da buttare: &quot;Wäsche waschen”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>la migliore conferma che esisteva qualcosa per cui valesse la pena dopo la giovinezza anche prima del viagra:le parole(meglio se quagliano raggrumate in poesia,ma anche in libertà non sono da buttare: &#8220;Wäsche waschen”</p>
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		Di: Adriano		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Adriano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2014 08:18:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[“ Giovedì 2 ottobre 1997 - Ogni tanto, sfogliando qualche pubblicazione che si occupa di fotografia italiana - libri, riviste della fine degli anni Cinquanta -, trovo, sotto a immagini che spiccano fra le altre per un certo esotismo, un ché di « americano », dovuto anche allo sfondo dei soggetti ritratti - « Harlem », il « Carnevale di Monaco » -, il nome di quella che allora era una giovane promettente fotografa: Giulia Niccolai. Per una strana coincidenza - e anche perché ho conosciuto tanta gente - io l’ho conosciuta, vent’anni fa, cioè vent’anni dopo quelle fotografie. L’ho conosciuta in quanto scrittrice di poesia - « visiva » - e compagna di uno scrittore di poesia, cioè di un poeta, Adriano Spatola. Quello che mi ricordo è che Adriano Spatola è stato forse l’ultima persona di cui ho pensato di poter divenire amico. Ma allora, vent’anni fa, ero già stanco di desiderare di trovare amici e, soprattutto, di andarne in cerca. Ero stanco di viaggiare, come avevo viaggiato, sia pure su distanze risibili, finendo sempre nelle case degli altri a fare la parte dell’ospite che non può neanche essere ingrato perché lì dove si trova non ce l’ha chiamato nessuno ma c’è voluto andare lui. Ero stanco, soprattutto, di innamorarmi delle donne dei miei amici - con Giulia Niccolai non credo che sarebbe successo, ma non è mai detto - o, comunque, di desiderarle - i miei « amici » l’avevano capito e forse ci si divertivano anche. Ma, soprattutto, ero stanco. E stanco di essere stanco. Così, allora, ho smesso di cercare. E quello che mi succede ora è di trovare - perché qualche viaggio, sia pure soltanto fra le vecchie riviste, lo faccio ancora - e non è assolutamente la stessa cosa. “]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“ Giovedì 2 ottobre 1997 &#8211; Ogni tanto, sfogliando qualche pubblicazione che si occupa di fotografia italiana &#8211; libri, riviste della fine degli anni Cinquanta -, trovo, sotto a immagini che spiccano fra le altre per un certo esotismo, un ché di « americano », dovuto anche allo sfondo dei soggetti ritratti &#8211; « Harlem », il « Carnevale di Monaco » -, il nome di quella che allora era una giovane promettente fotografa: Giulia Niccolai. Per una strana coincidenza &#8211; e anche perché ho conosciuto tanta gente &#8211; io l’ho conosciuta, vent’anni fa, cioè vent’anni dopo quelle fotografie. L’ho conosciuta in quanto scrittrice di poesia &#8211; « visiva » &#8211; e compagna di uno scrittore di poesia, cioè di un poeta, Adriano Spatola. Quello che mi ricordo è che Adriano Spatola è stato forse l’ultima persona di cui ho pensato di poter divenire amico. Ma allora, vent’anni fa, ero già stanco di desiderare di trovare amici e, soprattutto, di andarne in cerca. Ero stanco di viaggiare, come avevo viaggiato, sia pure su distanze risibili, finendo sempre nelle case degli altri a fare la parte dell’ospite che non può neanche essere ingrato perché lì dove si trova non ce l’ha chiamato nessuno ma c’è voluto andare lui. Ero stanco, soprattutto, di innamorarmi delle donne dei miei amici &#8211; con Giulia Niccolai non credo che sarebbe successo, ma non è mai detto &#8211; o, comunque, di desiderarle &#8211; i miei « amici » l’avevano capito e forse ci si divertivano anche. Ma, soprattutto, ero stanco. E stanco di essere stanco. Così, allora, ho smesso di cercare. E quello che mi succede ora è di trovare &#8211; perché qualche viaggio, sia pure soltanto fra le vecchie riviste, lo faccio ancora &#8211; e non è assolutamente la stessa cosa. “</p>
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		Di: marisasalabelle		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/01/24/fare-il-bucato/#comment-245962</link>

		<dc:creator><![CDATA[marisasalabelle]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2014 07:13:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;Lo smoglio&quot;: così, nelle Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri, è indicata la &quot;colata&quot; di cui parla Giulia Niccolai, &quot;grigia di cenere e di sporcizia, a fine operazione&quot;. Fu la presenza di questa materia nel calderone del bucato a fare accusare il barbiere Gian Giacomo Mora di diffondere volontariamente la peste, servendosi appunto di quella poltiglia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Lo smoglio&#8221;: così, nelle Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri, è indicata la &#8220;colata&#8221; di cui parla Giulia Niccolai, &#8220;grigia di cenere e di sporcizia, a fine operazione&#8221;. Fu la presenza di questa materia nel calderone del bucato a fare accusare il barbiere Gian Giacomo Mora di diffondere volontariamente la peste, servendosi appunto di quella poltiglia.</p>
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