La viola

di Giorgio Nicolai

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Il Metrò di Parigi era una grande città sotterranea con negozi di ogni tipo: alimentari, vestiti, souvenir. Ogni giorno i corridoi erano affollati dai parigini dalla mattina alla sera: andare al lavoro, tornare a casa. I volti dei viaggiatori erano molto simili: aggrottati, preoccupati, stanchi. C’erano anche dei turisti perlopiù impauriti e disorientati dalla rete dei corridoi.
C’erano molte persone che vivevano alle fermate del Metrò: disoccupati, stranieri, tutti alla ricerca di qualche moneta per mangiare.
Il Metrò era a tutti gli effetti la città di questo piccolo popolo dimenticato e la vita degli abitanti di questa città dipendeva dal buon cuore di tutti i passanti indifferenti e affrettati.
Agli occhi dei parigini di sopra, questa popolazione esisteva esclusivamente di sotto: nessuno sapeva dove fossero di notte, nessuno se ne interessava. In realtà, quando il Metrò chiudeva, tutti si rifugiavano fuori a dormire, sotto un qualche tetto o un cartone.
La popolazione di sotto era miscellanea, una mistura d’etnie e mestieri: bianchi, neri, musicisti, venditori di souvenir, venditori di cappelli, pittori, scultori, semplici mendicanti.
La loro vita era scandita dal passare regolare dei treni e dal conseguente afflusso dei viaggiatori per i corridoi.
Alla fermata Bastille abitavano in quattro: un’anziana signora indiana, che passava le giornate a pregare, un disoccupato francese che aiutava i viaggiatori con valigie a fare le scale, un ragazzo africano dalla carnagione scurissima che vendeva souvenir della Tour Eiffel, un suonatore di viola marocchino, che stava sempre nello stesso punto del corridoio, con una pila di spartiti al suo fianco.
Il primo a stabilirsi alla fermata Bastille era stato proprio lui: nessuno degli altri tre sapeva da quanto tempo fosse lì. Il suo nome era Driss, ed era arrivato in Francia dal Marocco dieci anni prima. Questa era l’unica cosa che aveva rivelato agli altri sulla sua vita.
Il ragazzo africano era arrivato da un paio di mesi. Aveva ventidue anni e si chiamava Lionel. Aveva avuto l’idea di vendere souvenir della Torre lontano dalla Torre, perché lì c’erano troppi venditori e nessuno comprava. Lontano aveva più possibilità.
Parlava spesso con il francese.Charles aveva perso il lavoro tre mesi prima (faceva il cassiere in un supermercato), e subito dopo aveva dovuto lasciare la casa perché non riusciva a pagare l’affitto. Non sapeva fare molto: non suonava nessuno strumento, e non vendeva souvenir. Si era quindi arrangiato in un altro modo: aiutava le persone con le valigie che dovevano fare le scale. Era sulla cinquantina, quasi calvo, con un po’ di pancetta e un po’ di rughe. Nonostante ciò, il sorriso, la gentilezza, e la nazionalità francese lo rendevano il più ricco dei quattro.
L’anziana signora indiana non parlava mai (non sapevano nemmeno il suo nome): stava sempre prostrata sul pavimento, con la testa china. Aveva lunghi capelli grigi, e camminava a stento.
Lionel spesso l’aiutava a fare le scale, e questo era l’unico contatto che la signora aveva con gli altri.
Lionel e Charles mangiavano spesso insieme, spendendo tutti i soldi guadagnati durante il mattino per un panino burro e formaggio. Lo compravano da un negozio di alimentari, e il commesso asiatico sorrideva sempre quando li vedeva entrare. Era il momento più felice della giornata per loro.
Parlavano sovente del suonatore di viola, Driss, che solo un paio di volte gli aveva fatto compagnia a pranzo. Driss non parlava con nessuno, stava sempre in disparte, ed evitava accuratamente ogni tipo di contatto con Lionel e Charles.
“Chissà perché è così silenzioso”, disse Charles un giorno, “Perché non parla mai con nessuno? Suona ininterrottamente per ore, sembra non stancarsi.”
“E dove dorme?”, chiese Lionel, e mentre lo disse diede un morso troppo grosso al panino, e un po’ di burro colò in terra.
“Non lo so. Quando noi andiamo via, a dieci minuti dalla chiusura, lui sta ancora lì a suonare.”
“Nessuno dorme dentro”, diceva Lionel.
“No infatti, deve uscire e dormire fuori.”
Charles, durante il giorno, osservava spesso il suonatore di viola: si metteva a suonare alla sommità delle scale, e all’ora di pranzo tirava fuori un panino da una tasca della custodia della viola. Appoggiava la schiena al muro, mangiava, e riprendeva a suonare.
Charles non riconosceva nessuna delle melodie, ma lo rilassavano molto, e soprattutto, non lo facevano pensare alla sua condizione.
Un giorno, subito dopo aver finito di mangiare con Lionel, decise di andare da Driss proprio mentre stava per prendere in mano la viola dopo la pausa pranzo.
“Ciao, Charles”, gli disse con un sorriso, prima che lui potesse parlare.
“Ciao, Driss. Come va la giornata?”
“Così e così. Mi fa male una mano, e non suono bene.”
“Ti andrebbe di cenare con me e Lionel stasera?”
Il volto di Driss s’incupì.
“No, non posso, ho da fare. Domani, domani a pranzo sarò dei vostri.”
Charles lo guardò sorridendo: forse si erano fatti troppi preconcetti su di lui, forse era solo un po’ timido.
Il giorno seguente pranzarono insieme: la conversazione fu vivace, parlarono di calcio, di donne e altre cose qualunque, ma Driss non disse nulla di se stesso.
Quando Lionel gli chiese: “Dove dormi la notte?”, Driss rispose semplicemente: “Un po’ di qua, un po’ di là.”
Nonostante i pranzi e le chiacchiere, le giornate passavano monotone. Il pomeriggio, dopo aver guadagnato qualche spiccio, Charles andava fuori a cercare lavoro. Le prime volte usciva volentieri: ma si sentiva sempre più stanco, più afflitto, e aveva sempre meno voglia di lasciare i corridoi del Metrò.
Lionel aveva sempre un volto apparentemente felice e sereno: ma a pranzo, Charles notava segni di preoccupazione e ansia sul suo volto. La principale preoccupazione di Lionel era la sua famiglia in Africa.
La verità era però, che era poco il tempo per pensare alle proprie cose, perché prima di tutto bisognava pensare a trovare i soldi per mangiare e sopravvivere.
Le giornate passavano scandite dai treni e dalle folle frettolose.
Driss, dalla sua postazione in corridoio, mentre suonava osservava gli sguardi della gente: era la cosa che lo intrigava di più.
Lui veniva guardato con superiorità, ma gli occhi dei passanti tradivano ignoranza: molto pochi conoscevano la musica, ma essendo cittadini di sopra, dovevano guardarlo con aria superiore e distaccata. Alcuni però erano sinceramente colpiti dalla sua musica, e per questo, dopo Charles, era quello dei quattro che guadagnava meglio.
Charles invece provocava perlopiù pietà nei passanti: il suo viso tondo e la sua gentilezza erano la sua fortuna. Nonostante ciò non gli venivano certo risparmiate occhiate di disprezzo.
Lionel era il più maltrattato: l’aria di superiorità si tramutava molto spesso in razzismo (celato o non). L’anziana signora non suscitava l’interesse dei viaggiatori: le passavano davanti senza guardarla.
Tutti i viaggiatori in generale, non si rendevano conto della loro presenza: gli passavano davanti come se non fossero esseri umani uguali a loro; qualcosa di inconscio nella mente gli diceva che erano diversi, superiori a loro per principio.
E gli sguardi dei quattro si facevano sempre più tristi e stanchi a ogni cenno d’insofferenza dei passanti.
Charles era sicuramente il più turbato, perché lui prima era un parigino, un viaggiatore: ogni passante che lo guardava in maniera sprezzante era una fitta al cuore.
La vita sotterranea continuava indisturbata, inesistente per i parigini di sopra: un mondo parallelo, con le sue strade, i suoi negozi, le sue regole e i suoi tempi. Un muro si frapponeva tra loro e i passanti e divideva i due mondi.
Charles sfogava la sua rabbia con Lionel e con Driss, che ormai quasi tutti i giorni si univa a loro per pranzo.
Lionel era molto curioso di sapere qualcosa su di lui, e gli faceva domande di continuo.
Ma Driss rispondeva solo alle domande sulla musica.
“Perché proprio la viola?”, gli chiese un giorno.
“Perché mi piace molto il suo suono, non mi stanco mai di sentirlo. E poi perché, di tutti gli strumenti, è quello meno famoso, che rimane sempre in disparte rispetto, ad esempio al violino o al pianoforte.”
“Alla gente che passa piace molto la tua viola.”
“Mi fa piacere pensare che accompagni le persone al lavoro, e che li distragga magari per solo un secondo da tutta la fretta che hanno. Che la musica gli faccia vedere quanto sia inutile correre in quel modo, e che si possono fermare ogni tanto ad ascoltare una bella melodia.”
Lionel non capiva bene, ma annuiva con convinzione: il suono della viola aveva come una fascinazione mistica su di lui, e non si spiegava come dal semplice movimento delle dita sulle corde potesse nascere quella musica sublime, che gli svuotava la mente e calmava lo spirito.
“Quando hai imparato a suonare?”, gli chiese poi.
“Quando sono arrivato in Francia, dieci anni fa.”
Ovviamente Driss non aggiungeva altro, e Lionel rimaneva deluso dalle sue risposte.
Qualche giorno dopo quella conversazione un quinto si aggiunse alla comunità di Bastille, un nuovo abitante del Metrò.
Era sui trentacinque anni, e vendeva giocattoli per bambini e lucette. Era molto socievole e sempre sorridente.
Al primo impatto non piacque molto a Charles, Driss e Lionel, perché con il suo modo di fare si prendeva molti clienti. Le loro opinioni cambiarono quando tentò di parlare e di scherzare con la signora indiana, ma lei non lo guardò nemmeno, rimanendo col capo chino; allora il nuovo arrivato cominciò a girarle intorno e a parlarle ad alta voce, non ottenendo però alcuna reazione dalla signora. La scenetta provocò le risa dei tre che guardavano, ma Driss tornò subito a suonare, senza intrattenersi con il nuovo arrivato; d’improvviso, mentre gli altri ancora ridevano, era diventato scuro in volto ed era corso via.
Charles e Lionel invece erano rimasti, e guardavano divertiti. Poi si avvicinarono a lui per presentarsi. Il ragazzo si chiamava Hassan ed era marocchino proprio come Driss.
“Lo conosci?”, gli chiese Charles.
“Nessuno lo conosce. Ma ci siamo già incrociati, in Marocco.”
Charles voleva sapere qualcosa di più.
“È un tipo strano”, disse, “sai qualcosa di lui?”
“Solo voci. Era una sorta di leggenda nel quartiere: una delle storie che vengono raccontate ai bambini per spaventarli. Girava voce che avesse ucciso qualcuno, e che era scappato. Scomparso, da un giorno all’ altro, come per magia.”
“Chi avrebbe ammazzato?”
“Non lo so, mi sembra fosse un impiegato. Un caso insolubile.”
“Queste voci erano fondate?”
“Non ne ho idea. Io ho sempre pensato che fosse stato il suo carattere solitario a far crescere i sospetti.”
“Cosa faceva in Marocco?”
“Nessuno lo sa. Vagava per i bar, tutti ne parlavano come di una figura mitica. Anche allora nessuno sapeva dove dormisse. Si diceva che fosse un mago, un indovino, anche il diavolo in persona. L’ho incontrato appunto, in un bar, e mi sembrò un ragazzo normale.”
“Lo vedevi spesso?”
“Fino a oggi, l’avevo visto solo una volta.” E Hassan guardò con ansia in direzione di Driss, che come sempre suonava la sua viola. Appariva imperturbabile, ma si notava sul suo volto una riga di preoccupazione, di turbamento.
Il mattino dopo Lionel non venne. Charles, Driss e Hassan erano molto preoccupati: Driss in particolare, perché intuiva cosa potesse essere successo.
Lionel, la sera prima, si era messo a dormire come sempre in un cartone alla stazione dei treni, quando erano arrivati quattro ragazzi incappucciati che l’avevano svegliato a calci.
“Cosa volete?”, aveva gridato, ma gli altri non avevano risposto, e invece continuavano a riempirlo di botte.
Pioveva a dirotto. Quando Lionel cadde svenuto a terra, i quattro se ne andarono. Il sangue si mischiò alla pioggia sull’asfalto.
Lionel morì prima dell’alba.
Questo Hassan lo venne a sapere solo tre giorni dopo. Ovviamente, tutti furono profondamente turbati.
Soprattutto Driss, già da quando era arrivato Hassan, era più scuro in volto e ancora più silenzioso di prima. Poi, dopo la morte di Lionel, si chiuse definitivamente in se stesso: non pranzava più con gli altri, e suonava ininterrottamente, con lo sguardo fisso sullo spartito.
Nei suoi occhi vi era come un velo e Charles non capiva se tutto questo era dovuto alla morte di Lionel o alla presenza di Hassan.
Quest’ultimo invece aveva un gran desiderio di parlare con Driss. Nel loro quartiere a Rabat, Driss era un argomento di conversazione e voleva sapere qualcosa di lui, qualcosa che non fossero le leggende che aveva sentito in Marocco.
Cercava di avvicinarsi quando smetteva di suonare, ma Driss scompariva nella folla.
Quando tornava al mattino, lo trovava già lì a suonare, con l’espressione severa e triste, concentrato solo sulla musica.
Un giorno Charles arrivò molto presto di mattina, alle sei e quarantacinque. Bastille era deserta e non sentiva il familiare suono della viola echeggiare per i corridoi.
Driss infatti era seduto sul pavimento, con la schiena appoggiata al muro. Aveva gli occhi lucidi, l’espressione persa e distante: sembrava il fantasma di se stesso.
Charles cercò di avvicinarsi a lui, ma proprio in quel momento arrivò un treno e il corridoio si riempì di persone; quando la folla e il rumore passarono Charles sentì il suono della viola e vide Driss in piedi, a suonare.
Charles lasciò perdere, e aiutò un’anziana signora con una valigia. Ma da quando Lionel era morto, si sentiva sempre più stanco, e aveva sempre meno voglia di muoversi e di pensare: sorrideva di meno e passava la maggior parte delle giornate seduto sulle scale.
Era stanco e sconfortato, e non vedeva più una via d’uscita. Non andava più fuori a cercar lavoro, era arrivato l’inverno, e faceva troppo freddo.
Hassan sembrava il più allegro di tutti, almeno esteriormente. Ma ogni volta che vedeva Driss un turbamento lo colpiva: voleva parlargli ma allo stesso tempo aveva paura di lui.
Charles gli disse il giorno stesso in che stato avesse trovato Driss quella mattina, e Hassan non si stupì.
“Si vede che ha qualcosa che non va. È come se stesse per esplodere, ha qualcosa che trattiene nel corpo, un’enorme tristezza, che tiene a bada con la musica.”
“Per esplodere, o per scomparire.”
Driss effettivamente sembrava sull’orlo di un abisso: appariva invecchiato, camminava a fatica, le mani si erano fatte nodose, i capelli ingrigiti; e sembrava sempre assente, lontano da tutto.
Anche per Hassan ultimamente le giornate si facevano sempre più monotone e stancanti. Come Charles, aveva la sensazione di scomparire sempre di più, ad ogni sguardo indifferente dei passanti.
L’unica cosa che non faceva assopire del tutto la sua mente era il pensiero di Driss.
Dopo il racconto di Charles, decise di arrivare all’apertura del Metrò il giorno successivo per parlargli. Driss, incredibilmente, era già lì, proprio come lo aveva visto Charles, appoggiato al muro, con lo sguardo perso e il viso tirato.
Hassan si sedette al suo fianco.
“Buongiorno, Hassan”, disse Driss, che non dimenticava mai le formalità.
“Buongiorno, come va?”
“Non lo so, da qualche tempo non ho risposta a questa domanda. Non ho più uno stato d’animo.” Mentre parlava, Driss non aveva spostato lo sguardo. “Tu vuoi sapere se sono un assassino, o un mago.”
“No no no. Voglio solo parlare. Sapere qualcosa di te.”
“E che c’è da dire? Noi non esistiamo. Mi sento scomparire di giorno in giorno, e anche Charles, e anche tu, state lentamente svanendo. Io non ho ammazzato nessuno, se lo vuoi proprio sapere.
Sono sempre stato povero, e preferisco non farmi notare. Ai loro occhi, noi non esistiamo. Ci guardano, ma non ci vedono. E ogni volta che succede, qualcosa di noi se ne va. Lionel, è morto così. Nessuno l’ha visto, nessuno se ne è accorto. E Charles scomparirà allo stesso modo, e anche io, e tu. Non sento più di essere della loro stessa razza. La musica mi faceva sentire diverso, mi faceva sentire di essere qualcuno, un tempo. Ormai non più, non più. Io non voglio parlare di me perché non c’è nulla da dire. Sono nato povero, e nessuno si è mai accorto della mia esistenza. Nessuno ha mai creduto in me. Sono venuto in Francia con qualche speranza. Ma non c’è modo di farsi notare, noi siamo di una categoria, loro di un’altra. Solo passandoci davanti queste persone ci classificano. Meglio scomparire definitivamente, per scelta.
Divertente che, proprio quando non si vuol far sapere nulla di sé, tutti parlano di te e inventano storie improbabili.”
In quel momento arrivò un treno, e Driss si alzò per suonare, e Hassan rimase ad ascoltare. Come parlava bene la sua viola! Più delle sue parole. E le persone passavano indifferenti.
Il mattino dopo Hassan andò di nuovo all’apertura del Metrò. Driss non era dove si trovava di solito e Hassan lo trovò sulla banchina, come in attesa del treno. Ma era troppo indietro, all’altezza della fine del tunnel. Aveva la custodia della viola in mano. Hassan sentì il rumore del treno che arrivava. Venne travolto dalle persone che dovevano salire. Tra le teste, vide Driss buttarsi sotto il treno. Si aspettò di sentire un botto, un urlo, ma nulla. Driss era scomparso. Le persone salirono come se non fosse successo niente. Il treno ripartì.
Hassan si avvicinò alla banchina vuota e vide, tra i binari, la viola.

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7 Commenti

  1. Il metro mi ha sempre spaventata a Parigi.
    Avevo la sensazione di entrare negli inferni.
    Nella mia mente mi cambiava in ombra.
    Avevo il respiro inghiottito dal buio.

    Prendevo il metro per raggiungere il sud. Mi accadeva di sfiorare con lo sguardo una donna
    con il corpo inclinato verso la terra artificiale.
    Non sapevo più in quale mondo ero.

    Il racconto mi ha ricordatol’incubo. Mi chiedevo chi era il musicante, qui era questa vecchia, qui era questo ragazzo addormentato su una panchina.

    Non mi sono fermata. La valigia dietro me.
    Il rumore del metro e il grande silenzio tra gli esseri.
    La vicinanza dei corpi e il muro di invisibilità.

  2. Testo troppo telefonato, ripetitivo, patetico, con dialoghi troppo formali, troppo spiegazioni…bisognerebbe sforbiciarlo per 3/4.
    Solo se fosse l’opera prima di un 16 enne gli farei i complimenti.

    • Lungi dal voler essere offensiva, a me patetico sembra un simile commento. Ho letto molte volte il racconto e sono del parere che le critiche vadano accettate, positive o negative che siano, che possano essere costruttive e aiutare a migliorare, e che puntino ad evidenziare punti di forza di un testo oppure punti di debolezza. Tuttavia quella che ho appena letto più che una critica sembra un elenco di difetti scritto senza alcun fine. Mi sfugge innanzitutto il significato del termine “telefonato” in riferimento al testo, ma soprattutto quello dell’aggettivo “patetico” utilizzato per definire un racconto. Trovo che una critica, positiva o negativa che sia, debba comunque essere esauriente, spiegare perché il testo non è piaciuto, e non ridursi ad essere un commento di poche righe scritto con tanta supponenza e boria. Mi aspetterei di trovarmi davanti un grande esperto di letteratura, un mago della penna.. Vedo invece una critica tipicamente “all’italiana”, fatta per distruggere invece che con lo giusto spirito critico. La trovo inoltre, rileggendo l’ultima frase, offensiva sia per chi ha scritto il racconto che per i sedicenni. Concludo ripetendo che le critiche vanno accettate, ma che per criticare occorre spirito critico, quello che in questa critica manca totalmente: non una spiegazione, non un riferimento a questi aggettivi utilizzati per demolire questo lavoro. Insomma, prima di scrivere bisogna armarsi degli strumenti giusti, che a leggere qualcosa e tirar fuori tre aggettivi negativi pronti all’uso son capaci tutti.

      Saluti

      • Il racconto mi ha emozionato: trovo che trasmette molto bene il sentimento di angoscia, disperazione ed estraniamento dei personaggi. Inoltre mi sembra ben collocato il punto di vista che mi sembra quello di un osservatore esterno e quasi sgomento.
        Mi piacerebbe che il tutto fosse un po’ più stringato. Per esempio quando i personaggi riflettono ad alta voce sulla loro condizione : Driss che parla di sè, un po’ troppo, forse. La condizione dei personaggi è già descritta da tutto il resto..
        Auguri comunque. un racconto che si fa leggere fino alla fine e che emoziona

      • Francesca non sto li a perdere altro tempo, per tollerare il mio commento le basterebbe rileggere, e togliere una parola (volendo anche due) dal rigo sottostante.

        “La popolazione di sotto era miscellanea, una mistura d’etnie e mestieri”

        saluti

        p.s. non sono un esperto di letteratura o un mago della penna, ma un semplice lettore, e si sa che si può essere intollerabili ;o).

  3. Il contenuto mi è piaciuto; la scrittura anche, se pur si trova qualche piccolo refuso sintattico e/o grammaticale.
    Continua a scrivere, ma soprattutto continua a sognare, di cose tristi e di cose divertenti, di amori e di contrasti, di città grandi e di piccoli villaggi, di belle persone e di cattivi esempi. Scrivi e pensa e sogna. Auguri!

  4. Per me va bene così. Non è ne ripetitivo ne patetico,ne da sforbiciare. E’ una tranche de vie che trova in se ragioni e giustificazioni.

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Helena Janeczek è nata na Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da trentacinque anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie edito da Suhrkamp, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per opere di narrativa che spesso indagano il rapporto con la memoria storica del secolo passato. È autrice di Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997, Guanda, 2011), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), che hanno vinto numerosi premi come il Premio Bagutta Opera Prima e il Premio Napoli. Co-organizza il festival letterario “SI-Scrittrici Insieme” a Somma Lombardo (VA). Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (2017, Guanda) è stato finalista al Premio Campiello e ha vinto il Premio Bagutta e il Premio Strega 2018. Sin dalla nascita del blog, fa parte di Nazione Indiana.
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