Quattro poesie

24 febbraio 2014
Pubblicato da

di Matteo Fantuzzi

Da La stazione di Bologna, inedito.

strage di bologna

Questi testi sono dedicati a tutti quelli
che si trovavano a Bologna il giorno della strage.
Tutti tranne alcuni.

 

scoppia una bomba
nel cuore di Bologna.
due agosto ottanta
Se dalla Piazza ti incammini e prendi i portici
del centro e riesci a superare in un sol colpo
quella folla, i saldi, le vetrine, i tavolini delle firme,
se riesci a non fermarti davanti a quel barbone
inginocchiato a mo' di Cristo che chiede
le monete e prega tutti per i soldi, se ad un tratto
ti fai forza e inizi a correre smettendo di vedere
altrove ti troverai d'un tratto alla sinistra
il luogo steso a gambe aperte e in mezzo la ferita
che ancora accenna, che ricorda il giorno
in cui la gente stata tutta uguale per una volta,
                                                   e solo quella.
Tutti comunisti, preti. Tutti bolognesi. 

nei giorni successivi i taxi sono gratis per i parenti
delle vittime ricoverate dentro gli ospedali cittadini.

Come un padre che scava solo e a mani nude
un figlio fino a sanguinare e che non smette
se lo getta addosso e non lo lascia,
carne della carne, pure se una gamba resta
sotto le macerie e Marco non potrà più essere
mezz’ala e correre veloce sotto la tribuna,
oppure tra i distinti laterali proprio dove stanno
spesso i famigliari che applaudono comunque
qualsiasi cosa accada, perfino dopo una sconfitta:
come fa chi aspetta a casa con il fuoco caldo
sotto la minestra e che comunque resta.

L’esplosione della stazione coinvolse non solo le strutture della sala d’attesa ma anche i sovrastanti uffici amministrativi della Cigar. Euridia, Katia, Nilla, Rita, Franca e Mirella morirono nel crollo della struttura.

Crollano le travi, cadono le pietre e i calcinacci,
vola via l’età dell’innocenza ormai tradita
dalle cose, qui tutto ricordo: ogni palazzo,
strada, parco, ogni momento ha una sua storia
che preme ed urge come l’esigenza di memoria.
Di qua c’è un corpo immobile che cerca
ossigeno tra i cocci, alla sua destra
si intravede appena un piede senza scarpa,
un uomo grida e cerca la sorella, un altro
piange. Un padre copre con il corpo i figli,
li abbraccia come alla mattina si proteggono
dagli incubi, dai mostri che in fondo al sonno
vengono e devastano. È quotidiana questa strategia
della tensione, non abbandona mai davvero.

Da Bologna quella mattina buona parte dei treni sarebbero dovuti giungere in Romagna per il periodo estivo, lo stesso percorso che ho fatto anch’io definitivamente oramai da diversi anni.

Qui sarebbero arrivati
tra le zanzare mai addomesticate,
gli ombrelloni colorati, il caldo
le piadine, i padelloni
il pesce arrosto sulla griglia.
Sarebbero arrivati da queste parti
che un poco come stare dentro a una famiglia
con la zia un po’ matta, la cuginetta che si tira
su la gonna, qualche nonna
che prepara il sugo all’ombra della casa
e i padri sempre in giro a fare danni,
a bere forte, a bestemmiare gli uomini
e il governo che non apre pigli armadi
se ne resta sempre zitto come che non fosse
mai successo nulla, come se i cadaveri
ottenessero dei pesi differenti
sulla bilancia consumata della storia.

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10 Responses to Quattro poesie

  1. Marco Di Pasquale il 24 febbraio 2014 alle 17:38

    “come se i cadaveri
    ottenessero dei pesi differenti
    sulla bilancia consumata della storia”
    Questo lo scarto, la delusione che ci avvolge ad ogni reiterata tragedia, ad ogni trappola del potere che si camuffa dietro a retoriche commozioni e contemporaneamente tira lo sciacquone, perché dinanzi alla strage per loro è subito “tutto ricordo”: per noi mai soltanto ricordo, ma anche e soprattutto vigilanza.
    Grazie per i bei testi.
    mdp

  2. andrea ponso il 24 febbraio 2014 alle 20:43

    al di là della mancanza di stile, e delle banalità – Matteo Fantuzzi sembra, ancora una volta, andare alla stazione di bologna come si va al discount e prendere quello che gli serve a poco prezzo. qualcuno ha scritto che i lager sono ormai percepiti come installazioni estetiche, ma qui siamo ancora più in basso: è la piagnucolosa e falsa empatia impossibile con le vittime che assume un’estetica da layout del Lidl.

    • Giuliano Ladolfi il 25 febbraio 2014 alle 10:31

      Caro Andrea, non finisci di sorprendermi… Mi spiace che la partecipazione all’Opera Comune abbia lasciato un segno così labile in te. Non mi riferisco alla stroncatura, operazione in se stessa assolutamente legittima, delle poesie di Matteo Fantuzzi, ma al modo. In Atelier abbiamo condiviso un imperativo categorico: motivare le nostre posizioni. Il dibattito non va effettuato su una “mancanza di stile e di banalità”, ma suil’argomentazione. I concetti generici costituiscono un alibi critico. Va’ in profondità, enuclea i motivi dei tuoi giudizi, suscita un dibattito sul valore della poesia, affonda lo sguardo all’interno dell’estetica novecentesca e contemporanea, perché la critica sterile è un boomerang che non rende giustizia e onore a chi la pratica. E, siccome continuo a nutrire stima e considerazione per te, ti invito a riprendere in mano il mio saggio “Per un nuovo Umanesimo letterario” (Novara, Interlinea, 2009), dove ho tentato di impostare non una soluzione (non ci sarà mai una soluzione a questi problemi che si evolvono come si evolve l’umanità), ma un punto di partenza per una discussione. Lì affonda il bisturi della tua intelligenza e della tua cultura. E, visto che il 17 febbraio scorso hai espresso anche un giudizio negativo sulla pubblicazione “Tutta colpa di Mike” della Giuliano Ladolfi Editore, ti invito ad essere più preciso: critica il mio saggio di sociolinguistica ivi pubblicato, saggio che riprende tesi svolte in corsi postuniversitari che ho tenuto per gli Atenei di Torino e di Vercelli, e critica anche le parole che il Rettor Magnifico dello IULM di Milano ha manifestato nei confronti del testo. Non credo (sbaglio?) che esistano argomenti tabù per la cultura. Tutto dipende dalla profondità con cui un argomento viene affrontato. Ti sarò riconoscente per ogni tipo di apporto che vorrai regalare alla rivista “Atelier” e alle edizioni che portano il mio nome. Con immutata stima, Giuliano

  3. andrea ponso il 24 febbraio 2014 alle 23:06

    vedo che nessuno commenta. forse è un bene, almeno, oltre al silenzio strategico forse esiste anche un minimo di dignità. io mi sono riletto i testi: mi sembra incredibile che banalità del genere possano passare per poesia, ma veramente non mi capacito di questa cosa. e ci sto male.

  4. Il fu GiusCo il 24 febbraio 2014 alle 23:39

    Sono testi pop e sicuramente maggioritari tra l’esiguo pubblico della poesia, specie quello più giovane. Peraltro, potrebbero avvicinare persone che altrimenti nemmeno si sognerebbero di farlo e magari qualcuna passerà ad altre e maggiori complessità. Non c’è il singolare ma nemmeno la pretesa di, anche il latte lo fanno intero, parzialmente scremato e scremato. Voglio dire che c’è una soglia biologica di assimilazione (e di produzione) oltre che il gusto, a ciascuno il suo. Ciao. Giuseppe

  5. alessandro broggi il 25 febbraio 2014 alle 09:10

    Vorrei spezzare una lancia in favore di questo lavoro di Matteo, la cui limpidezza di dettato poetico (una limpidezza certo non astratta, ma calata nella lingua del nostro tempo, a volte anche nell'”intelligenza” del banale quotidiano) mi sembrano invece efficaci proprio rispetto all’argomento scelto, forse – restando per esempio allo stile di superficie – più che non una complicazione semantica ulteriore, o una più spinta verticalità metaforica.
    Certo quattro testi possono essere pochi per comprendere il senso di un’intera raccolta a tema, frutto di anni di documentazione storica e di riflessione poetica da parte dell’autore, ma alcuni commenti finora pervenuti, nella loro univocità priva di margini, mi sembrano francamente ingenerosi.
    Cogliendo in ogni caso questi stimoli un po’ ruvidi, vorrei chiedere a Matteo se ha voglia di fornire qualche indicazione proprio sulle opzioni estetiche che hanno orientato questo suo lavoro poematico. E anche, più in generale, sulle ragioni che l’hanno spinto ad affrontare l’argomento e sul percorso svolto a livello del macrotesto.

    • Giovanna Rosadini il 25 febbraio 2014 alle 10:35

      Mi associo al commento di Alessandro Broggi. Ho avuto il piacere di leggere il lavoro di Matteo in anteprima, e apprezzo molto la sua linea di ricerca e di impegno, solide e concrete in tempi di narcisismi esibiti e inconsistenti vetero-sperimentalismi che lasciano il tempo che trovano. Non si può giudicare un’opera da quattro testi, peraltro. Personalmente ne avrei scelti altri, ve ne sono di più incisivi e memorabili… Trovo la poesia di Matteo, contrariamente a quanto è stato ipotizzato (un gioco di specchi?), profondamente onesta.

  6. massimiliano il 25 febbraio 2014 alle 13:59

    E’ vero..al di là del gusto personale stroncare senza argomentare è triste e limitato.Anche a me piacerebbe sarebbe cosa è “poesia” magari con un mirabile esempio di chi giudica questi versi di Matteo Fantuzzi come banalità che pare incredibile possano passare per poesia.

    Massimiliano Lancerotto

  7. matteo fantuzzi il 25 febbraio 2014 alle 22:11

    Questo testo inizialmente avevo pensato potesse affrontare la reazione dei bolognesi all’esplosione del 2 Agosto 1980, un momento (dopo un atto così efferato) di civiltà e umanità che oggi facciamo troppa fatica a ritrovare e durante il quale ognuno dei presenti ha cercato di aiutare le persone coinvolte per quanto nella propria possibilità e competenza. E questo anche perché venivo da un libro che al contrario raccontava la disgregazione della società da ogni punto di vista: morale, materiale, umano. La preparazione a questo testo che dura ormai da 6/8 anni mi ha portato in verità a tutta una serie di ulteriori analisi che sono in definitiva questa sezione del libro per come si sta sviluppando, ci sono i nomi e le storie di alcune delle persone coinvolte, ci sono le domande sul senso delle stragi e in particolare di una strage come questa che va a colpire la seconda classe della sala d’attesa del maggiore nodo ferroviario italiano nel primo sabato mattina di chiusura delle fabbriche mentre stanno partendo i convogli per le località di villeggiatura, c’è Bologna con le sue contraddizioni e la sua umanità… Il lavoro in questi anni s’è svolto sulle fonti, perché quel giorno avevo poco più di un anno e non ho ricordi diretti, è stato reso possibile da tanta documentazione in buona parte fornita dall’archivio dell’Associazione dei Famigliari delle Vittime della Strage (facilmente reperibile anche on-line), dai video, dagli audio, le immagini, i giornali dell’epoca, le interviste, i libri che affrontano l’accaduto anche dal punto di vista sociologico, giuridico, della comunicazione ecc. Il linguaggio è l’unico che ho ritenuto possibile per raccontare a chiunque queste cose, perché al di là di ogni altra questione la mia speranza è che non si perda, non si dimentichi quanto è accaduto, la storia non si consumi in se stessa e rimanga nella memoria che il 2 Agosto 1980 a Bologna si è consumata la maggiore strage di civili del Dopoguerra italiano. Intanto grazie a tutti del sostegno e grazie anche per le critiche che servono comunque a riflettere.

  8. elogiodelleccedenza il 26 febbraio 2014 alle 04:07

    Intanto sono stato bannato.



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