Lo Schola Post

27 febbraio 2014
Pubblicato da

scolapasta

 

Alcolismo e insegnamento
di
Régis Jauffret
(traduzione di Francesco Forlani)
Faccio l’insegnante. Disprezzo i miei studenti come un datore di lavoro i suoi impiegati. Se avessi ereditato una fortuna da mio padre, invece di questo bilocale che è spazioso quanto due vasetti di yogurt, non sarei costretto a subire la loro gioventù radiosa e rivoltante per un cinquantenne allo sfascio sulla strada della vecchiaia e della morte. Il liceo in cui insegno si trova in un quartiere borghese della capitale. I genitori non si preoccupano affatto del rendimento dei loro rampolli. Gli basta fare buon uso delle loro relazioni, perché a fine anno il preside riceva una telefonata imperativa di un ministro o del provveditorato che ingiungono di promuoverli alla classe superiore. Nonostante tutto, il mio lavoro mi piace. Per via delle vacanze, degli scioperi, dei congedi per malattia. Inoltre, posso fare lezione anche  pressoché ubriaco, senza che l’amministrazione mi faccia pervenire una nota di biasimo.
Quindici anni fa, ho incontrato una collega assunta da poco, nella sala professori. Abbiamo fatto l’amore nei bagni della palestra. Seguivamo il ritmo delle flessioni che eseguivano gli allievi obbedendo ai colpi di fischietto della professoressa d’ educazione fisica. Abbiamo goduto tirando lo sciacquone per coprire il rumore dei gemiti. Ci siamo sposati il mese successivo per ragioni fiscali.
Adesso abbiamo soltanto rare conversazioni telefoniche. Lei non è completamente impazzita ma il suo stato mentale necessita di un ricovero all’anno. Ha squallidi rapporti con altri pazienti le cui performance sono rese deplorevoli dagli psicotropi. Pur non avendo alcun problema materiale e il cibo è decente, le capita di emettere un lamento che mi pare il primo tiro di una sigaretta interminabile il cui fumo si appresterebbe a gettarmi in faccia. Io riaggancio immediatamente nel timore di peggiorare il morale già a terra tra  burrasche di birra e gin.
Da tempo faccio a meno di una vita sessuale. Preferisco di gran lunga l’alcol, è anonimo, muto, e basta aprire la bocca per raggiungere l’ebbrezza, l’estasi. Gli perdono il mio decadimento e queste nausee che al mattino mi danno l’impressione di essere stato ingravidato durante la notte.

da Microfictions1

  1. ‘Microfictions’ , Gallimard Aprile 2008; raccoglie 500 micronarrazioni, di una pagina e mezzo, 500 frammenti di vita di gente comune al cui interno si trovano migliaia di personaggi. Nate da una medesima pulsione alla scrittura , in un determinato tempo e tutte in uno stesso formato, identica struttura, queste storie brevi (ognuna dotata di un narrante, molto spesso una narrante) raccontano i loro amori, crimini, vigliaccherie, piccoli fascismi ordinari, qualche momento di felicità o di gioia familiare, il tutto offrendo il proprio punto di vista sull’esistenza, sull’educazione dei figli, ma anche su quella dei vecchi. Editori italiani interessati? []

12 Responses to Lo Schola Post

  1. alessandro broggi il 27 febbraio 2014 alle 14:57

    fantastico jauffret!, come sempre.

  2. maria allo il 27 febbraio 2014 alle 20:31

    Jauffret sa davvero esplorare con una leggerezza disarmante le profondità della psiche complessa e multisfaccettata .Lo adoro ! Grazie

  3. diamonds il 27 febbraio 2014 alle 21:31

    mi ricorda qualcosa?

    http://youtu.be/nioubXIkEEk

  4. malosmannaja il 1 marzo 2014 alle 09:15

    tanto urticante quanto asettico nella scrittura. ottimo davvero.
    e al professore gravido di disprezzo comunque va riconosciuto il merito di provare ad interrompere la catena esponenziale dello sfascio – che aumenta di generazione in generazione visto che seminando assenza o, nella migliore delle ipotesi, parole al vento, si raccoglie tempesta – poiché non avendo figli non corre il rischio di infoltire le fila degli studenti. sì sì, il ragionamento *fila*…
    : )

  5. daniele ventre il 4 marzo 2014 alle 15:51

    Mi ricorda il mio futuro… :/

  6. daniele ventre il 4 marzo 2014 alle 15:51

    Alunni a parte, che sono un po’ meglio…

  7. Alberto Aldrovandi il 5 marzo 2014 alle 16:28

    Ma non è ridondante dire “quartiere borghese della capitale”? Ci sono forse aree rurali a Parigi? è ovvio che insegna in una scuola di città, non di campagna. Comunque a me sembra una banale storia di cronaca, forse non sono abituato allo stile o è difficile da rendere in italiano.

  8. effeffe il 5 marzo 2014 alle 17:19

    Alberto forse tu confondi metropolitano, cittadino con borghese. Per borghese, in italiano e in francese si intende quartiere residenziale contrapposto a popolare sempre che non si voglia considerare la periferia come parte della capitale e a Parigi lo è, la banlieue parisienne, celebre per le zones (vd film la haine) . Rimanendo nella cintura ci sono quartieri popolari meno facili e quartieri ultra residenziali, borghesi come il sedicesimo. effeffe

    • Alberto Aldrovandi il 6 marzo 2014 alle 20:41

      Scusami, non avevo capito. Quindi “borghese” nel senso di peccatore verso il Proletariato, ora ci sono arrivato… sarebbe a dire persone che svolgono lavori di produzione soprattutto simbolica piuttosto che materiale, insomma gente che opera su soldi e parole piuttosto che compiere attività faticose, e ha in genere (ma non sempre: vedi il mio idraulico) un reddito superiore ai lavoratori manuali e deve quindi fare ammenda tramite schizofrenia, visite a mostre di arte moderna e nei casi più tragici acquisto di carabattole ecosostenibili ed ecosolidali. Ora io non voglio mancare di rispetto alla religione di nessuno ma in quanto traduttore preferirei per correttezza usare i termini concreti italiani che esistono: professionisti, commercianti, imprenditori, funzionari statali.

    • Alberto Aldrovandi il 6 marzo 2014 alle 20:54

      Quanto al testo: mi fa l’effetto di un trafiletto del Carlino su un anziano stirato sulle strisce. Quando lavoravo nel recupero crediti ho incontrato miriadi di padri separati che stavano molto molto peggio di ‘sto personaggio qua e senza bisogno delle totalizzanti istituzioni psichiatriche borghesi, basta il diritto civile mammone italiano: altro che pari opportunità, perdi tutto: figli, casa, reddito. Off topic, ma se può salvare una vita vale la pena di scriverlo: maschi eterosessuali all’ascolto, non vi sposate, non fatelo mai, poi siete fottuti, se non ci credete chiedete a un vostro amico che studia giurisprudenza, rimarrete a bocca aperta, mi ringrazierete.
      Insomma è chiaro che chi scrive e apprezza ‘sta roba lo fa perché la vede come esotica, essendo del tutto alieno, impermeabile alla realtà della sofferenza umana.
      Disclaimer: la forma è ironica, ma questo è il mezzo non il fine. I contenuti sono tragicamente veri, bisogna metterli giù così altrimenti sarebbero segati automaticamente per il processo di “dissonanza cognitiva” legato ai superstiti culti comunisti. Ma perché Alberto si dà tanta pena? Dirà il mio unico lettore. Risposta: questo per me è un gioco, una prova tecnica, ho intenzione di rompervi i coglioni molto più di così (non voi nel senso di questo sito ovviamente, voi nel senso di questo ceto, che questo sito così bene rappresenta)

  9. effeffe il 7 marzo 2014 alle 00:40

    Albè, t’aggie mis ‘o link al libro, la scheda de lo istess, t’aggie ritte que sta cazza de scola “borghese” è comme i licei classice inde città d’Etalia, e che lo personnage c’enzegna in da sta scola. ca ce stanne le artre deux nouvelles accà https://www.nazioneindiana.com/?s=jauffret e allà, et si sto libbre ciò fanne pubblicà, na copia te l’arregal ie mismo, sia que l’aggie tradotte sia que l’ha tradott quercuno d’artre, vabbuò?
    effeffe



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