Vagiti d’Europa

4 marzo 2014
Pubblicato da

di Antonio Sparzani
Gianfranco Contini

I primi vagiti di un’idea di Europa si perdono certamente nella notte dei tempi, ma quello di cui vorrei raccontare qui si riferisce al periodo immediatamente postbellico, anno 1946. In questo anno un gruppo di personalità ginevrine prese coscienza della necessità di una ripresa del dialogo tra nazioni e culture profondamente lacerate dalla guerra e organizzarono le Rencontres Internationales de Genève, (RIG). Gli incontri si tennero in una prima fase con cadenza annuale, dagli anni settanta in poi solo negli anni dispari, mentre negli ultimi anni è ripresa la cadenza annuale; fino al 1995 gli atti sono stati pubblicati, dalle Éditions de la Baconnière, e in seguito dalle Éditions de l’Age d’Homme.
Qui il sito delle Rencontres.
Nel 1946 reporter d’eccezione inviato dall’Italia alle Rencontres fu quello che poi divenne uno dei massimi filologi e critici letterari italiani, Gianfranco Contini e Quodlibet ha pubblicato nel 2012 ― riprendendolo dalla «Fiera letteraria», I, 30, 31 ottobre 1946 ― il suo molto interessante reportage (G. C., Dove va la cultura europea?, con l’ottima cura di Luca Baranelli e un saggio di Daniele Giglioli, pp. 63, € 9.00). Va anche doverosamente detto che l’esistenza di questo inedito reportage fu segnalata da Michele Ranchetti al Centro Studi Franco Fortini.
Il titolo che fu dato a questo primo incontro è L’esprit Européen e i relatori ufficiali furono: Julien Benda, Georges Bernanos, Karl Jaspers, Stephen Spender, Jean Guéhenno, Francesco Flora, Denis De Rougemont, Jean-R. De Salis e Georg Lukács. Il testo completo delle relazioni è disponibile in rete qui.

Mi limito a riportare l’inizio dello scritto di Contini, una prosa in sé assai piacevole e originale

D’un timore preliminare in cui ero incorso debbo confessarmi. Che una riunione come le Rencontres internationales avesse a riuscire una di quelle assemblee più o meno protestantiche dove si delibera a maggioranza (probabilmente semplice) dell’immortalità dell’anima o della presenza reale. Timore, si può assicurare oggi post factum, piuttosto infondato. Con gli inevitabili accademici e vanitosi che non fu possibile contenere, si ebbe però lo spettacolo istruttivo di zone vive e quello non meno istruttivo di zone morte e già quatriduane della cultura in figure di scherma estreme e antagonistiche. Il sottile e astuto collega Marcel Raymond, primo responsabile dell’evento, può compiacersi tutt’insieme d’una legittima soddisfazione.
Ma noi critici letterari di gusto un po’ moderno siamo accusati sempre di ammicchi per iniziati, eliminata ogni didascalia e presupponendo a tutti noti gli oggetti sui quali verte il discorso. Sarebbe perniciosa estensione che il critico adottasse un metodo simile anche nelle spoglie del cronista. E dunque precisiamo i fatti: dal 2 al 14 settembre sono stati invitati a Ginevra, per lezioni e discussioni pubbliche sul tema dell’Esprit Européen, intellettuali di tutta Europa. Intorno, qualche manifestazione minore, tra cui notevoli, credo, solo un’esecuzione di musiche moderne diretta da Ernest Ansermet (uno stupendo liricissimo concerto di Bartok, la parte poetica parte letteraria sinfonia per archi di Honegger dedicata a Paul Sacher, La Mer di Debussy — che all’incorreggibile lettore evoca sempre la spiaggia di Balbec davanti a Marcel) e la versione integrale dell’Histoire du soldat a cura dello stesso Ansermet (Stravinsky squisitissimamente servito da Ansermet, Ramuz dal lector originale, lo spiritoso geologo Elie Gagnebin, i mimi piuttosto mediocri). Non so se fosse nella resurrezione dell’Histoire un’intenzione commemorativa: quasi a suggerire che durante l’altra guerra la Svizzera consentiva, nell’ordine della società spirituale, qualcosa come questa collaborazione di Ramuz, Stravinsky e Auberjonois — o come, a Zurigo, Dada. Nella seconda guerra, per la verità, l’otium non è stato sufficiente: dai valichi di Basilea e di Ginevra si sono visti ripassare Hans Arp e Pierre Jean Jouve, ma erano intenti, quando la disperazione non li frastornava troppo, ai loro colloqui interiori e privati con la Musa.
C’erano nove invitati di primo piano: oltre agli svizzeri Denis de Rougemont e professor de Salis, tre francesi, Benda, Bernanos e Guéhenno; un italiano, Flora; un inglese, Spender; un tedesco, Jaspers; un ungherese (ma che, marxista, rappresentava molto di più), Lukács. Ognuno di costoro si sdebitò con una conferenza ex cathedra, tenuta di pomeriggio nella sobria e gradevole aula magna: tranne, non si sa perché, Bernanos, che poté spacciare a una folla serale in un autentico teatro il suo ircocervo di sciocchezze, di logica e finezza victorhughiane. (Con la pessima falsità di chi simula lo smercio di verità impopolari, l’energumeno delle Lettres aux Anglais cumulò in uno solo, piazzato all’estrema destra, i totalitarismi di destra e di sinistra, riservando la sinistra per sé e per i lusingatissimi suoi benestanti partigiani. Clown perfetto, Bernanos perpetrava un vero rito teatrale, nel senso della compartecipazione degli spettatori: applausi, fischi — in verità più discreti — e ululato pro-scientifico d’una virago offesa da non so che innocuo effato sulla solita atomica, con sonoro sbattimento di porte. Dopo quest’oratoria catastrofica di cassandra non inascoltata, è facile immaginarsi il buon gioco di Lukács, nel denunciare il risorgere della crociata di Monaco, dell’accerchiamento. Fortuna che il compatriota Guéhenno provvide a sciacquare in famiglia i panni sudici — d’inchiostro —, compartendo del resto equamente fra Bernanos e Lukács — ciò che era improprio, per questo austero dialettico — l’accusa di azionare «une mécanique de l’enthousiasme»).

Molto più interessanti nel complesso i cinque entretiens che, di mattina, nella sala candida e luminosa d’un altro établissement culturel, mettevano alle prese, di solito su qualcuna delle nove lezioni, gli officiels e altri volenterosi, invitati di secondo piano (seletti non si capì bene con che criterio, forse rappresentanti delle riviste) o annunciatisi motu proprio al comitato direttivo. Arrivato per le ultime e del rimanente più significative giornate, dovrò restringermi a queste, dolente in particolare di non poter riferire sull’intervento del nostro simpatico ed eruditissimo Flora (ma se ne può raccogliere un’idea dal suo articolo del 24 settembre nel «Corriere della Sera»), il quale spiccava con la sua erta canizie romantica fra tante teste pettinate (come, molto affettata, la perdurante frangia ascetica di Benda, peraltro invecchiatissimo dal congresso di fronte popolare «pour la défense de la culture» di dieci anni fa, affidato a tremula canna).

Prosegue Contini iniziando il paragrafo successivo dal titolo “Troppo pochi italiani”, con questo incipit:

Qui gli spulciatori perditempo delle antologie cercheranno e troveranno mille peli nell’uovo della scelta. Ma a onor del vero alcune assenze più macroscopiche non erano imputabili ai ginevrini. Gide, che nei medesimi giorni stava in Svizzera (nella Neuchâtel della troppo celebrata Symphonie pastorale), aveva rifiutato, credo energicamente, l’invito. Così Eliot: per puro snobismo, asseveravano i suoi connazionali. Ortega y Gasset era previsto in programma, ma all’ultimo il suo liberale governo gli rifiutò i passaporti. (C’erano, sembra, altri spagnoli a Ginevra, bramosi di sostituire il teorico della Rebelión de las masas, e che abbozzarono anche qualche conato d’intervento; ma poiché una comunicazione non fu accolta per «ingiurie a una potenza europea» ivi contenute, una seconda venne ritirata, conforme al codice del pundonor.

Una lettura tutta gradevolissima che fa rivivere un clima intellettuale che appare assai lontano dall’attualità, ma che non sarebbe male rammemorare ogni tanto.

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