Le lettere di Emil

7 marzo 2014
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[Ha avuto una vita breve (1956-2003) ma un ruolo molto importante in quella generazione di poeti, che si è confrontata in modo nuovo e radicale con la realtà romena durante gli ultimi anni del regime comunista. Con un brano scritto dal poeta Claudiu Komartin.]

di Mariana Marin

traduzione di Clara Mitola

I

Penso a te
disperso tra quelle città d’Europa
dove io non arriverò mai.
La Rivoluzione non è iniziata nemmeno quest’anno
ma noi continuiamo ad aspettarla,
dicembristi tutti
perché in questo dicembre
ci è mancata la neve
così come ci sono mancate anche le altre cose.
Non più tardi di ieri sera
qualcuno mi diceva
che da un po’ mi manca il lirismo.
Cosa avrei potuto rispondere?
Io sono una poetessa di sinistra,
perché da sinistra è venuta
e la sensazione d’esser soffocata di miseria;
e la necessità infine compresa:
/ il marciume dei miei occhi malati, chiama il sangue dell’alba! /

Forse è vero
che l’Europa ha gli occhi su di noi.
Ma neanche noi la dimentichiamo facilmente.
Non più tardi di adesso,
quando anche i netturbini puliscono
quello che si può ancora pulire,
io penso a te
e questo tè bollente
che tengo tra le mani
diventa il mio modo di resistere.
E come potrei dirti con esattezza
quanto è difficile?

*

II

Esistono disperazione e gioco
in ciò che non ti dico.
Una sorta di nido di ragno
a cui lavoro con fatica,
una sorta di epidemia medievale.
Più ritirata e nascosta che mai,
dovrei credere che la poesia verrà infine
ad abitare qui,
nelle vetuste tenute
dove si tace, si tace…
Se guarderai meglio
vedrai le biblioteche tremare anche ora
al ricordo di quelle poetesse molto sottili e molto nervose
che invasero la letteratura all’inizio del secolo.

Dolorosamente…

Ed io adesso, verso la fine,
metto insieme, in tranquillità, le mie carte
e distruggo ogni traccia di fedeltà,
ogni traccia di ciò che mi aspettavo sarebbe successo.

Se passerai, al Margine della Zona,
forse mi riconoscerai
così come gli anni sono trascorsi
spalando con calma, dolorosamente…

*

III

Non potro mai descriverti
quel momento mostruoso:
ho visto la mia stessa essenza
inverdire in un luogo
da dove vedevo il Muro e la Legge
da cui penzolavano impiccate
le poesie dal becco di rubino.
Ho toccato me stessa…
Prova adesso a starmi accanto
perché quello che ho scoperto è terribile.
Tu sai che io sono tra coloro
che hanno visto (e non solo sognato)
i corvi massacrare un’immensa pianura d’inverno.
Tu sai che posso disprezzare
e posso adorare questo sacco di pelle
in cui porto avanti la morte fino alla fine.

Però se ciò che ho scoperto
è il fatto che non sarò mai
un uomo libero,
allora cosa farai con me?
Come potrai consolarmi?

*

IV

Sperimentavo tutto in modo febbrile.
Tutto doveva succedere – mi dicevo
e al di là delle mie dolorose certezze in poesia
non rimaneva nient’altro nella posa del giorno.
Te lo dico, sperimentavo tutto.
Dovevo scoprire quella zona fragile
in cui l’immaginazione si stacca dall’esperienza.
La faglia eterna in cui
(inebriante, che limpidezza)
ero attesa.
Credevo anch’io come quel personaggio
– esistito o solo immaginato da Rainer Maria Rilke –
che la poesia è esperienza e meno sentimento?
Sapevo che la mia memoria si accompagna
ad una memoria di lettura nel tempo della scrittura.
L’illuminazione però si realizza da sola
e non deve essere confusa con la redenzione.
Forse per questo il poema all’inizio si rivelava
in un innaturale rallentamento della respirazione
dopo il quale si perdeva in quelle città d’Europa
in cui io non arriverò mai.
Ed io cercavo di resistere,
di resistergli,
con le mani rattrappite in una dolorosa assenza.

L’illuminazione non deve essere confusa con la redenzione.

*

V

A Meyrling, dici,
alle soglie di un suicidio imperiale,
mentre a Torida da molto non c’è più la neve
e sui muri delle case si sono inverditi scheletri freddi
incatenati, uno all’altro.
Così anche noi, uno dall’altro,
ci nasconderemo presto in fosse
scavate da altri e non sotto la neve.
Lì ci faremo a pezzi l’anima
e il nostro bel cervello
fino a quando non ci saremo più
(ah, non ci saremo più)
quei giunchi molte volte creduti anche pensanti.
A Meyrling, dici,
mentre a Torida da tempo io non sono altro
che il gioco di questa chimera
che mi scava negli occhi il destino da talpa.

A Meyrling,
alle soglie di un suicidio imperiale.

A Torida, ti ricordo,
suicidio di un cervello ai margini dell’impero

sotto la terra sempre più lucida

quando il marciume dei miei occhi malati
è mangiato dai porci nel sangue dell’alba.

(1982)

*

Poeti, pittori, prosatori

(il poema d’amore più bello del mondo)

La sensazione che tutto ristagni – lo dicevi anche tu.
Ce ne stiamo come le patate germinate
del pittore Ion Dumitru;
stipati nell’atelier,
vittime della stessa malattia,
ad aspettare di essere contemplati
dall’occhio esperto della realtà
dalle sue tasche strapiene.
Come loro, bacoviani di certo,
poeti, pittori, prosatori;
coscienze intorpidite qua e là
alcolizzati timidi solitari
e tuttavia così vicini
che potrei sentir vibrare nell’aria
la futura pagina scritta e bruciata,
l’ultimo colore assorbito dalla tela.
Il sentimento che tutto è morto e siamo paralizzati;
che nell’anima sono apparsi scoli e topi;
che suppuriamo con fermezza e zelo allo stesso tempo;
che ci è trapiantato tutto direttamente nel subcosciente,
direttamente nel nervo ottico.
– Temi la parola poeta – mi gridavano
da molto i miei istinti primari.
Lei è una sorta di domicilio forzato.
Da lì non puoi tornare mai più tra gli uomini.
La sensazione che tutto ristagni – lo dicevi anche tu.
E di colpo abbiamo smesso di amarci
perché tutto,
proprio tutto,
ci era avverso

suppurando con fermezza
direttamente nel subcosciente.

*

Poema sull’assenza

I giorni e i nostri poemi sull’assenza.
Ci siamo costruiti l’utopia con difficoltà.
Ci siamo detestati fino al codice genetico
durante la costruzione.
Abbiamo lavorato con bisturi, orgoglio ed umiltà.
Ci siamo avvicinati sempre di più
al corpo tempestoso della luce
che ora giace sotto le nostre palpebre arrossate
(sola e tremendamente assente).
Ma stamattina è un’altra.
Ed io, che porto in una memoria quasi viva,
quasi palpitando d’emozione,
i segni delle altre mattine annegate nel terrore,
io procedo (e sembra in sogno)
verso il più dimenticato dei luoghi; il roseto
delle pagine d’altri libri in costruzione.
Qui la mattina è altra.
Forse più vera,
più vicina al senso,
al luogo della nascita e della morte.
Forse l’ultima.
Sola e tremendamente assente.

°

Marin

Poesie tratte da Zestrea de aur / La dote d’oro, traduzione di Clara Mitola, Pavesiana, 2013.

Si legga un altro intervento su Mariana Marin di Clara Mitola.

 

 

 

 

La follia di gustare le rose*

di Claudiu Komartin

È stata la migliore della sua generazione, mi ha detto una volta di Mariana Marin una grande signora della poesia romena, Ileana Mălăncioiu, una delle più apprezzate e verticali scrittrici di letteratura d’oggi, dandomi così conferma di una convinzione che alle volte ho creduto soggettiva.

La poesia di Mariana Marin riesce ancora ad emozionare e a creare quella sensazione di limpidezza e verità che solo i buoni poeti d’ogni epoca hanno saputo dare, Quando altri poeti (in generale, da un po’ di tempo, più giovani di me), in diverse occasioni, hanno riletto La dote d’oro, antologia apparsa solo sei mesi prima della sua brusca e inaspettata scomparsa, le reazioni sono state sempre entusiaste: quanto sarebbe piaciuto a Madi vedere giovani poeti così curiosi di leggere ancora, di scoprire La mutilazione dell’artista in gioventù, Gli atelier o Una guerra di cent’anni.

Di spirito avventuroso e bohémien (sebbene il suo essere bohémien, per quanto ne so, fosse più che altro una soluzione esistenziale in un mondo sordido e chiuso in sé), Mariana Marin non è stata in prima battuta depositaria di uno spirito di controllo civile. Non ha parlato e non avrebbe mai potuto parlare da una pulpito in nome di tutti gli altri, degli oppressi e degli sconfitti. Tutta la sua poesia è un manuale di sopravvivenza, non necessariamente legato ad un’epoca di “pensieri imprigionati”, ma ad un universo di traumi personali e fantasmi latenti. “A volte, la mostruosità e qualcosa che viene dall’interno” scriveva in un poema della raccolta di debutto. La sua poesia appassionata e soggettiva non procede sui binari della disperazione collettiva, non è – nell’epoca in cui i giovani poeti avevano come obiettivo principale quello di entrare nel cuore del reale, la poesia del quotidiano – una patetica lamentela, ma la testimonianza estremamente personale di una creatura che si vede strappata via e gettata lontano dalla realtà della propria esistenza.

Dopo dieci anni dalla sua scomparsa, credo ancora che la morte di Mariana Marin abbia lasciato un vuoto assai difficile da riempire – tanto nelle vite dei suoi amici, quanto soprattutto nella poesia romena di oggi. Nessuna poetessa successiva (e pochissime prima di lei) ha più scritto così bene e in modo così autentico, attenta all’accordo irreprensibile tra la fatalità dell’ingegno e la scelta morale che ci mette di fronte alla verità, al coraggio e alla dignità. Tra gli Optzecişti, pur con tutto il rammarico di una tale osservazione, Mariana Marin sembra abbia fatto parte di quei pochi poeti paragonabili, per il livello di consapevolezza, moralità e talento, ai poeti dissidenti dell’URSS oppure ai “nuovi barbari” polacchi degli anni ’70 e ’80. La dimostrazione sta ne Gli atelier, le poesie che scrisse alla metà degli anni ’80 e apparse nel 1990, e che le avrebbero concesso, tradotte in francese, una breve carriera in occidente. Ma anche nella poesia post rivoluzionaria, che non ha tralasciato nulla dell’orrore dei tempi in cui la poetessa, insieme al nostro mondo incerto e instabile, ha attraversato. Solo un uomo e poeta di tal fatta sarebbe riuscito (come Virgil Mazilescu prima di lei) a conciliare così a lungo i disagi enormi provocati dalla malattia, dall’angoscia, dagli impulsi autodistruttive, con quella lucidità saturnina che può fare del poeta una torcia.

[* Dalla Prefazione]

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7 Responses to Le lettere di Emil

  1. carlo carlucci il 7 marzo 2014 alle 10:10

    Un grazie a NI per aver accolto questa poetessa veramente poeta, veramente grande. Non capita spesso di incontrare voci così fervide,così vicine, così essenziali e dunque così vere.

  2. natàlia castaldi il 7 marzo 2014 alle 10:24

    / il marciume dei miei occhi malati, chiama il sangue dell’alba! /

    belle tutte belle, in ognuna trovi quel verso perfetto, illuminante, che ti fa restare fermo a leggere e rileggere, annuendo.

  3. […] e testi, su Mariana Marin si trovano su questa pagina di Nazione […]

  4. Marilena il 7 marzo 2014 alle 13:37

    Grazie a NI di aver pubblicato alcune delle poesie di Mariana Marin.
    Mi permetto di aggiungere un’altra poesia che a me piace tanto.
    MADI a te un GRAZIE infinito!

    Metà in metà

    Ho sempre avuto paura di te.
    Sempre ti ho amato da lontano
    così come oggi e ancora più lontano
    a Parigi che tu non hai visto mai
    il ricordo di te passa di insonnia
    in insonnia.
    Sempre ho temuto che un giorno avresti intuito
    che non sono fatta come gli altri, che mi manca qualcosa
    e la malattia mi lavora in silenzio
    mentre passo di libro in libro.
    Oggi posso dire di sapere: niente è più difficile
    che uccidere le proprie ombre per metà.
    Niente porta la perdita di se
    tanto vicino.
    Ho sempre avuto paura di te
    e adesso lo vedo come trasmetto agli altri la stessa paura nelle ossa.
    Si dice che ti assomigli
    e non me ne libererò.
    Ovunque cercassi di nascondermi
    la mezzanotte ti guida
    e cominciamo a passeggiare zitte e di traverso
    per Parigi che tu non hai visto mai.

    Metà in metà.

    • carlo carlucci il 7 marzo 2014 alle 14:07

      Parigi….che ritorna e che ricorda Luca e Celan, anch’essi rumeni. La poetessa è al loro rango. E la romantica, splendida Parigi si convertì per la libertà (sete) dei poeti in una gabbia mortale…

  5. carlo carlucci il 7 marzo 2014 alle 14:31

    A Paul Celan i.m.

    In dilata insonnia delicata
    un cielo perla la lieve vela tende
    sensibile all’aria attraversata
    nell’avvenire dei ricordi che t’arrende.

    Ti costava appartenere a quest’esilio
    orrori che rendevano la vita un dormiveglia
    ma nella lingua cui ti sentivi figlio
    un’incibile cantavi meraviglia.

    Finchè questa protratta pena sopportata
    a un ponte sulla Senna non t’accese;
    la fine dell’esilio era arrivata.

    Così la lingua della madre che al carnefice s’arrese
    tu sublime, atroce, intensa l’avevi tramutata
    pagando col tranello che morte alla vita tese.

  6. véronique vergé il 7 marzo 2014 alle 17:36

    Grazie per il dono.
    La voce di Mariana Marin prende la nostra vita.
    Siamo di fronte a lei.
    Senza possibilità di obliare l’amore in tempo scuro.
    E’bello vedere la faglia in une poesia presenza al mondo.
    Forse in un solo gesto di vita breve: scrivere valicare il Muro.

    Grazie ancora.



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