da “Utopie Letali”

13 marzo 2014
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[Da quando, più di tre anni fa, è iniziata l’avventura di “alfabeta2”, ho cominciato a seguire il lavoro di Carlo Formenti, e mi è parso ben presto insostituibile all’interno della costellazione teorica dell’anticapitalismo di sinistra. Insostituibile, innanzitutto, per la sua capacità di criticare parole d’ordine che in questi anni hanno facilmente attecchito tra le file della pur dispersa sinistra radicale. Parole d’ordine spesso elaborate in laboratori universitari e poi date per buone dai movimenti. In questo suo libro appena uscito, di cui pubblichiamo le conclusioni, è possibile anche leggere la parte propositiva della sua riflessione. a. i.]

di Carlo Formenti

Conclusioni

Se un libro è riuscito a spiegare al lettore le idee che l’autore desiderava trasmettergli, non dovrebbero servire conclusioni: queste spetterebbero al lettore, piuttosto che all’autore (che si presume abbia già detto tutto ciò che voleva dire). Se non c’è riuscito, le conclusioni non potranno ovviare al fallimento. Ma le conclusioni sono un rito editoriale cui nessuno può sottrarsi, perciò, pur arrendendomi alla tradizione, cercherò di tributarle un omaggio limitato. Perciò le pagine che seguono, per la gioia del lettore che ha già affrontato un lungo percorso, saranno le più sintetiche possibili. In questo lavoro, il dibattito teorico e la descrizione dei fatti sociali, politici ed economici sono strettamente intrecciati. Per facilitare quest’ultimo passaggio proverò tuttavia ad esporli separatamente.

Sul piano teorico il libro espone quattro tesi. La prima (capitoli I e II) afferma che la crisi in corso è sintomo di un irreversibile mutamento del modello di accumulazione capitalistica. Tale processo comporta, oltre ai processi di finanziarizzazione e globalizzazione, già analizzati da una serie di autori, un radicale cambiamento dei rapporti di forza fra le cassi sociali che si esprime: 1) nello smisurato arricchimento dei già ricchi e nel progressivo immiserimento dei già poveri e delle classi medie, le quali facevano in precedenza da cuscinetto fra base e vertice sociali; 2) nello smantellamento dello stato sociale, accompagnato da estese privatizzazioni e dalla trasformazione in servizi commerciali di una quota crescente di attività che prima rientravano nelle sfere delle relazioni private, famigliari e comunitarie; 3) nella frammentazione del proletariato dei Paesi occidentali e nella parallela crescita di grandi masse proletarie nei Paesi in via di sviluppo; 4) in una evoluzione dei sistemi politici che segna il divorzio fra mercato e democrazia: gli stati nazione – privati di quote importanti della loro sovranità, trasferite ad agenzie internazionali, megaimprese private, aggregati politici regionali, ecc. – si trasformano in regimi postdemocratici incaricati di gestire gli interessi locali del capitale globale.

La seconda tesi (capitoli III, IV, V, VI) rovescia il paradigma – caro a postoperaisti, teorici dell’economia della conoscenza, cantori della Rete come ambiente di una “economia del dono”, profeti del lavoro autonomo, ecc. – secondo cui i knowledge workers rappresenterebbero una sorta di avanguardia economica, sociale, politica e culturale destinata a guidare la transizione quasi indolore verso una civiltà postcapitalista. A questa visione viene contrapposta l’idea secondo cui questo strato, dopo le due crisi che hanno squassato il primo decennio del 2000, si è spaccato in due componenti, la prima delle quali è stata integrata/cooptata nella stanza dei bottoni, mentre la seconda è precipitata nel proletariato dove, tuttavia, non rappresenta l’avanguardia bensì il fianco molle della classe, quello più esposto all’offensiva nemica. Viceversa, analizzando la composizione di classe a livello planetario, emergono nuove forze – la classe operaia dei Brics, le masse indigene e contadine dell’America Latina, i lavoratori precari del terziario arretrato negli Stati Uniti e in Europa, i migranti che si  spostano a milioni in tutto il mondo, ecc. – che incarnano una controtendenza verso la concentrazione di enormi energie antagoniste al sistema capitalistico.

La terza tesi (capitoli VII, VIII, IX) riapre il dibattito sull’organizzazione politica. Trent’anni (1980 – 2010) di esperienze politiche caratterizzate dai “nuovi movimenti” – femminismo, ambientalismo, pacifismo, No Global, fino alle più recenti insorgenze di Primavera Araba, Occupy Wall Street e Indignati – dimostrano che la rinuncia alla centralità del soggetto di classe e la sua sostituzione con identità di genere, culturali, di status, ecc., hanno determinato il crollo della capacità delle sinistre – radicali e non – di contrastare l’attacco del capitale. Spontaneismo (si presume che i movimenti si auto organizzino e debbano respingere le interferenze esterne), culturalismo (si ripudia la collocazione produttiva come criterio identitario) , “orizzontalismo”, (caro a neoanarchici, postoperaisti e movimenti “incantati” da Internet) hanno provocato l’incapacità dei movimenti di coordinarsi, sedimentare memoria delle proprie esperienze, adottare obiettivi, programmi e forme organizzative comuni. Inoltre questo miscuglio di ideologie antigerarchiche, antistataliste, antiautoritarie, orientate alla rivendicazione di diritti individuali/personali (esito della lunga deriva postsessantottina) sono contigue ai valori della cultura liberale, se non addirittura liberista (è il caso delle idee anarcocapitaliste che prevalgono in molte culture cyber). È chiaro che non si viene a capo di questa regressione riproponendo il modello novecentesco del partito di classe; ma tanto meno se ne viene a capo assecondando il rifiuto di ogni organizzazione politica strutturata – che ironicamente genera conventicole guidate da piccoli leader carismatici. È possibile recuperare l’idea del partito come espressione di interessi di una parte sociale contro la mistificazione di un presunto “interesse generale”, in un’epoca in cui la parte è esplosa in pezzi? Sì, se si riparte dai pezzi senza chiedere loro di rinunciare alla propria specificità, se si immagina, cioè, un modello federativo che riunisca identità differenti – andando oltre l’obsoleta distinzione fra partiti, sindacati, movimenti, associazioni, ecc. – ma convergenti su un programma di opposizione antagonista.

La quarta tesi (capitolo X) –  conseguenza logica delle precedenti – afferma la necessità di tornare a riflettere sul concetto di transizione. Contro le nuove teorie del crollo che predicano che il comunismo è immanente al nuovo modo di produrre, per cui basterebbe che la gente se ne accorgesse per mandare in pensione il capitalismo; contro il mito (femminista e non solo) secondo cui la rivoluzione si fa “partendo da sé”, modificando la psicologia e l’antropologia personali, piuttosto che attaccando direttamente  i rapporti economici e politici di dominio;  contro l’idea che si possa arrivare a cambiare il mondo attraverso una lunga marcia dei diritti; contro le utopie “benecomuniste” che pensano si possa cancellare con un tratto di penna “costituente” millenni di diritto pubblico e privato, si sostiene che partito e stato vanno riprogettati come strumenti della transizione al postcapitalismo, e che, a questo fine, rivisitare le teorie gramsciane sul “farsi stato” e sull’egemonia delle classi subalterne è assai più utile delle chiacchiere sul “potere costituente”  delle moltitudini.

Come accennavo all’inizio di queste annotazioni conclusive, nel libro tesi teoriche e descrizioni dei fenomeni empirici sono intrecciate. Fanno eccezione il primo e il terzo Interludio: il primo è un elenco di crudi fatti – al limite della cronaca – per far capire al lettore quali effetti stiano producendo le mutazioni economiche e politiche che stiamo vivendo. Fame, miseria, perdita di dignità, riduzione in schiavitù, negazione dei più elementari diritti alla salute, all’istruzione, alla casa e a una vita decente sono destino comune di milioni e milioni di esseri umani, non solo nei Paesi che un tempo chiamavamo Terzo Mondo e oggi si sono conquistati i galloni di nazioni in via di sviluppo, ma anche nei paesi ricchi. Il terzo è a sua volta un repertorio di fatti che illustrano il processo di colonizzazione della Rete da parte di corporation e governi – processo che ha trasformato Internet da luogo (mitico) delle speranze di democrazia diretta, fine della scarsità, libero accesso alla conoscenza, economia del dono, trasparenza, controllo dal basso, ecc. nell’incubo di oggi, nel nuovo Panopticon che ha ispirato il film di Terry Gillian, “The Zero Theorem”, e nel regno della manipolazione di consumatori, utenti e cittadini da parte di un pugno di marchi monopolistici e dei politici al loro servizio.

Il secondo Interludio è un’eccezione di segno opposto, in quanto si tratta di un inciso teorico sull’attualità delle teorie di Marx, Lenin e Gramsci. Il che, assieme ad altre tesi esposte nel libro, mi varrà la duplice accusa di avere rinnegato le radici operaiste ed essermi convertito alla più classica delle ortodossie. Nella prima accusa c’è del vero: del discorso post o neo operaista, dal quale mi ero già allontanato in precedenti lavori, qui resta solo il riferimento alla categoria di composizione di classe, che considero irrinunciabile non solo per capire l’attuale realtà del capitalismo, ma anche per prendere atto del tramonto di un paradigma il cui contenuto di verità si fondava sulla contingenza storica dell’organizzazione fordista del lavoro. Non sono invece disposto ad avvallare il giudizio di “classicismo” neomarxista: è vero che in questo lavoro le idee di Marx, Gramsci e Lenin, hanno un peso tutt’altro che trascurabile, ma è anche vero che, per molti aspetti, le mie idee si distanziano da quelle dei maestri. Non credo, per esempio, che la fine del capitalismo sia un destino immanente alla logica di questo modo di produzione: penso che per farlo finire occorra un progetto rivoluzionario cosciente e organizzato; non credo che la civiltà (comunista o quel che sarà) che succederà a quella capitalista sarà scevra da contraddizioni: penso che i conflitti di genere, interculturali e altri resteranno anche se assumeranno forme diverse, in barba a ingenui ottimismi antropologici; non credo che il partito potrà mantenere le forme novecentesche: credo che dovrà assumere forme adeguate a organizzare/rappresentare un corpo di classe che si è fatto articolato e complesso; credo ancora che lo Stato borghese vada distrutto, ma non credo che lo Stato si estinguerà: penso che subirà radicali mutazioni a mano a mano che le classi subalterne riusciranno a farsi stato. Ci sono altre differenze, ma lascio al lettore, se ne avrà tempo e voglia, il compito di scoprirle.

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[Carlo Formenti, Utopie letali, Jaca Book, Milano, 2013.]

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One Response to da “Utopie Letali”

  1. malosmannaja il 14 marzo 2014 alle 12:01

    abbastanza condivisibili la prima e la seconda tesi.
    resto perplesso sulla terza sezione in cui alla domanda “È possibile recuperare l’idea del partito come espressione di interessi di una parte sociale contro la mistificazione di un presunto interesse generale, in un’epoca in cui la parte è esplosa in pezzi?” l’autore risponde *sì* e ricade nell’ennesimo gioco dialettico delle “sineddochi programmatiche” dove la retorica della parte per il tutto (o del tutto per la parte, del genere per la specie, del singolare per il plurale e così via) nasconde l’incapacità di definire cosa sia questa fantasmatica “opposizione antagonista”.
    la quarta tesi, per fortuna, contraddice – imho – almeno in parte la terza sezione giungendo al concetto comunque un po’ vacuo del “farsi stato” (cosa si intenderà per “partito e stato vanno riprogettati come strumenti della transizione” spiegamelo tu, Andrea, se riesci), ma comunque prova ad affrancarsi dalle “chiacchiere sul potere costituente delle moltitudini”.
    molto centrata, invece, la riflessione successiva che chiama in causa il mio amato Terry Gillian e che è in buona sintonia con quanto scrivevo in calce all’articolo “navigando con Calvino, google e la NSA” di Domenico Talia apparso su Nazione Indiana circa un mese fa.
    terribile, invece la parte finale, ovvero il “secondo interludio” in cui si ripiomba nell’astrazione filosofica più disarmante, farcita di stato borghese, fine del capitalismo, progetti rivoluzionari nonché rimandi a teorie fantapolitiche novecentesche.
    ho l’impressione, ma forse è la mia formazione scientifica che mi svia, che la morale sia sempre quella: la politica del nuovo millennio coincide con la dialettica macroeconomica dei sistemi finanziari. punto. il resto è aria fritta. e direi che ne abbiamo prova provata in questi anni nella nostra bella europa, mentre purtroppo né Marx, né Lenin, né Gramsci – per ovvi motivi storici – possono esserci d’aiuto in proposito nei loro scritti.
    lascio, sempre in inglese per Andrea Inglese, visto che in italiano si trova davvero poco sull’argomento, un link in proposito, ma se sono noioso batti un colpo che mi smetto, ok?
    : ))
    http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2013/html/sp130523_1.en.html



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