Sei poesie

17 marzo 2014
Pubblicato da

di Luigi Socci

Da Il rovescio del dolore, Italic Pequod, 2013.

luigi socci

Il viaggiatore ignoto

Accappatoi fregati negli alberghi
saponi con i peli appiccicati
sfoghi d’acne da treno:
segni inequivocabili di viaggio
più o meno.

L’avviso ai naviganti era criptato.
Era evidente il posto era sbagliato.

Scelte per punto fermo
come riferimento
stelle cadenti e vento.

Era evidente il posto era sbagliato
col cane che non solo
non riconosce ma persino
staccare dal polpaccio è complicato.

Era evidente
il posto era sbagliato:
tizi mai visti
spazi ridotti, pieni di rischi.
non ho
amici con divani come questi.

Come in una morale
senza l’ombra di fiaba
era evidente io stesso ero sbagliato,
andato a finire
e tornato.

0.8

Chino nel mio cunicolo.

Munito di binocolo.

Non cerco l’ironia, trovo il ridicolo.

28 agosto 94

per Franco Scataglini

Nerastro miramare
funereo zittarsi di triglie
bare a vela.

Onde con l’ombra al collo,
il loro andar di sale
ingozza il porto.

Cozze col cuore a pezzi
tette a lutto.
Il sole simultaneo
traduce sassi in terra
(grossi, di Portonovo; grassa di Tavernelle)

Curioso capolino
di vermi o cicche spente?
Dentro le sabbiature
lenta lebbra dei vivi.

Un morto vive altrove.

In attesa dell’onda anomala delle 15.30

Lei si legge l’oroscopo si scambia
messaggini carini, fa il sudoku
(a lei niente pertiene
di questa apocalisse
in un bicchiere d’acqua e nelle vene
a lei niente ne viene)
si controlla e si tocca
per vedere se c’è
ancora il suo sedere.

Abbi pietà di noi
nave superveloce per la Grecia
di noi che ti preghiamo
di passare d’urgenza in barba ai limiti
di chiuderci nel gorgo
(noi che non siamo a bordo) di strapparci
gli asciugamani a nodi marinari
via dalle mani.

Prima della liquefazione
dello sgocciolamento del calippo
prima che le mie membra
finiscano di spargersi di crema
prima del compimento
dello smutandamento,
al largo (l’acqua in bocca)
portaci a un punto dove non si tocca.

Venga l’acqua
alla gola
che si sloga e si sgola
che per ogni parola
che dice si allaga.
Annegherai i parei,
gli infradito di prada
e piangerà anche lei
ma l’acqua farà sì che non si veda.

Scrivo, con la pistola ad acqua
a spari sul bagnato
di profonde immersioni
nelle proprie ferite
fatte da uno che ha appena mangiato.

Nuova forma di nuoto
invoco
verso il fondo
imploro la marea
che mi nasconda
e mi alzo mi abbasso
faccio l’onda.

Di proprio pugno

Mi scrivo una tua lettera
finché dura la mano
finché mi regge il pugno, finché stringe
finché so l’italiano.
Come consolazione o per rivalsa
mi scrivo una tua lettera
falsa.

Mi scrivo di mio pugno
(la grafia non è mia)
senza fare la brutta
copia, senza bisogno
di sprecare saliva
per chiudere o affrancare.
Mi scrivo una tua lettera.
Poi te la faccio firmare.

Questa poesia non è
per te né per nessuno
non lascia alone
ha l’aut. min. ric.
non odora di chiuso
e poi
non si fa i fatti miei
ha tutte le carte in regola
è ochei.

Questa poesia è bielastica
può essere una esse
o volendo un’ixelle,
questa poesia si stende
come una parte del corpo,
una pelle.

Questa poesia non quadra
il cerchio casomai
si acumina in un rombo,
questa poesia non è
per te che sparirai
prima che tocchi il fondo.

(Per chi fosse interessato, una prossima doppia presentazione della raccolta di Luigi Socci e de Il sangue amaro di Valerio Magrelli si terrà a Roma giovedì 20 marzo alle 18.30 presso l’Esc Atelier autogestito di via dei Volsci 159, con la presenza di entrambi i poeti e il coordinamento critico di Andrea Cortellessa.)

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5 Responses to Sei poesie

  1. diamonds il 18 marzo 2014 alle 06:39

    Dopo le gozzoviglie(braccati da un alba da trasecolo)

  2. andrea inglese il 18 marzo 2014 alle 15:42

    Socci mette assieme delle armi sottili e taglienti, che sono di uso raro in poesia. (Sorta di chimera cattafo-magrelliana, in cui le frasi fatte, idiomatiche, automatiche, le metafore morte, riprendono di colpo vita, graffiano, sprigionano senso.)

  3. enrico de lea il 19 marzo 2014 alle 14:42

    Socci è un cattafian-delfiniano (ma è riduttivo dirlo)
    (insomma, è in quell’aura)

    “Chino nel mio cunicolo.
    Munito di binocolo.
    Non cerco l’ironia, trovo il ridicolo”.

    Muove/commove/rimuove: è grande.

  4. luigisocci il 19 marzo 2014 alle 15:19

    ragazzi, se metto insieme i vostri comments mi ci viene una piccola recensione. anyway dell’ascendenza cattafiana mi dimentico sempre (in genere parlo di caproni, palazzeschi, rebora, scataglini, costa, pagliarani e sanguineti) ma è sicuramente azzeccata. anzi il fatto che non ci pensi mai è sospetto

  5. Carla il 25 marzo 2014 alle 14:39

    Non mi prende molto mi dispiace. C.



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