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	Commenti a: Da Belleville al Kitsch	</title>
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		<title>
		Di: ornella tajani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/03/19/da-belleville-al-kitsch/#comment-247358</link>

		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Mar 2014 12:26:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.nazioneindiana.com/2014/03/19/da-belleville-al-kitsch/#comment-247357&quot;&gt;ornella tajani&lt;/a&gt;.

[A. Chevalier, un membro del consiglio comunale di Parigi]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/03/19/da-belleville-al-kitsch/#comment-247357">ornella tajani</a>.</p>
<p>[A. Chevalier, un membro del consiglio comunale di Parigi]</p>
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		<title>
		Di: ornella tajani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/03/19/da-belleville-al-kitsch/#comment-247357</link>

		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Mar 2014 12:14:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[È chiaro che la questione etnica è solo uno degli aspetti, che qui prendo ad esempio per descrivere alcuni effetti di questo tipo di gentrificazione. Quella di “bobo” non è che un’etichetta, che ho usato un po&#039; scomodamente al posto di una perifrasi più lunga, cioè una classe media colta che abita in certi quartieri e coltiva un determinato stile di vita – alla quale, se vivessi stabilmente a Parigi, mi sembrerebbe sicuramente di appartenere.
È probabile che ci sia ancora mescolanza sociale; ma allora mi viene da dirti che il vero discrimine sarà molto presto (lo è già) quello economico, e i prezzi del mercato immobiliare saranno così proibitivi da livellare la popolazione in base al reddito. A me pare – ma forse sbaglio – che le fasce proletarie francesi si spostino perlopiù al di fuori della mura, e che quelle che restano siano in maggioranza appartenenti ad altri gruppi etnici, almeno nelle zone interessate. Forse è anche per questo che viene spesso messa al centro la questione etnica, che in qualche modo include –in questo caso- quella sociale?

Le citazioni caricaturali di cui dici effettivamente urtano. Statisticamente, quanti abitanti dell’est parigino pensano davvero cose del genere? Non ho condotto io lo studio, quindi non posso sapere quanto siano state scelte ad hoc per supportare una tesi. Tuttavia, personalmente mi stupisce che, nelle zone in questione, ci sia ancora e anche questo.

Mi piace che la città sia stata il maggior nemico del Kitsch, in passato. Quando parlo del fatto che Parigi forse è solo un esempio, è perché credo che meccanismi del genere – come l’istituzionalizzazione di un quartiere artistico/culturale etc, sempre più somigliante all’idea che di sé vuol dare – siano soltanto più o meno lenti in altre città, ma difficili da arrestare, finché le città resteranno il centro della vita. E penso che Bruxelles e forse anche Barcellona (che conosco meno) non siano così lontane dall’esempio parigino.

A proposito dei rampolli, mi dai l’occasione per precisare che gli appunti sul kitsch qui lanciati non riguardano certamente solo i bobo. Parigi, caricatura di se stessa, è sempre di più una città da godere, in maniera anche parassitaria; è sempre di più un giocattolo ad uso e consumo di. Nel suo libro la Clerval usa questo esergo, traduco sintetizzando: «Parigi non ha bisogno di avere tante fabbriche. L’obiettivo della nostra capitale è quello di essere una città di lusso e di piacere; di attirare sempre più stranieri e, con loro, più commercio e più consumo». 
Lo diceva Auguste Chevalier nel 1850.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È chiaro che la questione etnica è solo uno degli aspetti, che qui prendo ad esempio per descrivere alcuni effetti di questo tipo di gentrificazione. Quella di “bobo” non è che un’etichetta, che ho usato un po&#8217; scomodamente al posto di una perifrasi più lunga, cioè una classe media colta che abita in certi quartieri e coltiva un determinato stile di vita – alla quale, se vivessi stabilmente a Parigi, mi sembrerebbe sicuramente di appartenere.<br />
È probabile che ci sia ancora mescolanza sociale; ma allora mi viene da dirti che il vero discrimine sarà molto presto (lo è già) quello economico, e i prezzi del mercato immobiliare saranno così proibitivi da livellare la popolazione in base al reddito. A me pare – ma forse sbaglio – che le fasce proletarie francesi si spostino perlopiù al di fuori della mura, e che quelle che restano siano in maggioranza appartenenti ad altri gruppi etnici, almeno nelle zone interessate. Forse è anche per questo che viene spesso messa al centro la questione etnica, che in qualche modo include –in questo caso- quella sociale?</p>
<p>Le citazioni caricaturali di cui dici effettivamente urtano. Statisticamente, quanti abitanti dell’est parigino pensano davvero cose del genere? Non ho condotto io lo studio, quindi non posso sapere quanto siano state scelte ad hoc per supportare una tesi. Tuttavia, personalmente mi stupisce che, nelle zone in questione, ci sia ancora e anche questo.</p>
<p>Mi piace che la città sia stata il maggior nemico del Kitsch, in passato. Quando parlo del fatto che Parigi forse è solo un esempio, è perché credo che meccanismi del genere – come l’istituzionalizzazione di un quartiere artistico/culturale etc, sempre più somigliante all’idea che di sé vuol dare – siano soltanto più o meno lenti in altre città, ma difficili da arrestare, finché le città resteranno il centro della vita. E penso che Bruxelles e forse anche Barcellona (che conosco meno) non siano così lontane dall’esempio parigino.</p>
<p>A proposito dei rampolli, mi dai l’occasione per precisare che gli appunti sul kitsch qui lanciati non riguardano certamente solo i bobo. Parigi, caricatura di se stessa, è sempre di più una città da godere, in maniera anche parassitaria; è sempre di più un giocattolo ad uso e consumo di. Nel suo libro la Clerval usa questo esergo, traduco sintetizzando: «Parigi non ha bisogno di avere tante fabbriche. L’obiettivo della nostra capitale è quello di essere una città di lusso e di piacere; di attirare sempre più stranieri e, con loro, più commercio e più consumo».<br />
Lo diceva Auguste Chevalier nel 1850.</p>
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		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/03/19/da-belleville-al-kitsch/#comment-247347</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2014 22:10:22 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47798#comment-247347</guid>

					<description><![CDATA[Articolo molto bello e tagliente questo di Ornella Tajani. Non so dire quanto il caso di Parigi possa essere appplicato ad altre metropoli o capitali europee. Di certo, mi chiedo come sia Praga oggi, o Lisbona, o Barcellona...
La questione del kitsch nella città è particolarmente grave: la città, infatti, per sua natura, è stata nel Novecento la maggiore nemica del Kitsch, secondo la definizione che qui ne dà la Tajani, riferendosi a Kundera e Adorno. La città è il conflitto e le contraddizioni. E se il Kitsch guadagna anche le città, allora siamo fritti.

Su Parigi quel satanasso di Rem Koolhaas già nel 1995, in &quot;Generic City&quot;, aveva visto giusto: &quot;Parigi non può divenire che più parigina - sta già diventando hyper-Parigi, una caricatura verniciata&quot;.
Ma questo è un aspetto, senz&#039;altro il più evidente, del fenomeno.
L&#039;altro è la gentrificazione in cui parla Anne Clerval nel suo libro &quot;Parigi senza popolo&quot;. Il libro che tratta di un tema cruciale non l&#039;ho letto, ma le citazioni riportate da Ornella mi hanno un po&#039; irritato. Ci ho trovato a tratti una facile caricatura.

Innanzitutto bisognerebbe chiarire il profilo sociale del &quot;bobo&quot;. Io e gran parte della gente che conosco mi pare ricadano in questa categoria, se la interpreto correttamente. Mi sembra che si tratti della classe media colta, con frange alte (più nettamente borghesi) e frange basse (più popolari). Si può stigmatizzare finché si vuole questo ceto sociale, indentificarne le strategie di &quot;distinizione&quot; per dirla alla Bourdieu, ma a me pare con tutti i suoi limiti - ben evidenziati dalla Clerval - che i bobo siano ancora disposti ad accettare una certa mescolanza non tanto etnica, ma sociale. Il problema dei quartieri popolari di Parigi, è non è che sono etnicamenti poco europei, è che sono socialmente popolari, o proletari, per dirla marxianamente. Senza del tutto negare la specificità delle questioni etnico-culturali, io ricentrerei il discorso sulla questione sociale.

Infine: si potrebbe alla fine credere che i bobo siano alfa e omega del male e del kitsch che conquista anche la città. Ma questo vorrebbe dire dimenticare una questione ben più grave. Io vedo nelle zone centrali di Parigi andare e venire perfettamente a loro agio i rampolli della grande borghesia italiana. E assieme a loro ci sono i rampolli di tante altre borghesie d&#039;europa e del mondo, e assieme ai rampolli, anche i vegliardi e le vegliarde straricchi del globo. Questi non hanno le fisime dei bobo: dove arrivano vogliono le vetrine in oro zecchino. E gli africani li vogliono solo in livrea, eventualmente. O a pulire i cessi di casa, che in genere sono più di uno...
Costoro secondo me tirano le fila di tutta questa faccenda. E&#039; su di loro che bisognerebbe puntare sopratutto il faro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Articolo molto bello e tagliente questo di Ornella Tajani. Non so dire quanto il caso di Parigi possa essere appplicato ad altre metropoli o capitali europee. Di certo, mi chiedo come sia Praga oggi, o Lisbona, o Barcellona&#8230;<br />
La questione del kitsch nella città è particolarmente grave: la città, infatti, per sua natura, è stata nel Novecento la maggiore nemica del Kitsch, secondo la definizione che qui ne dà la Tajani, riferendosi a Kundera e Adorno. La città è il conflitto e le contraddizioni. E se il Kitsch guadagna anche le città, allora siamo fritti.</p>
<p>Su Parigi quel satanasso di Rem Koolhaas già nel 1995, in &#8220;Generic City&#8221;, aveva visto giusto: &#8220;Parigi non può divenire che più parigina &#8211; sta già diventando hyper-Parigi, una caricatura verniciata&#8221;.<br />
Ma questo è un aspetto, senz&#8217;altro il più evidente, del fenomeno.<br />
L&#8217;altro è la gentrificazione in cui parla Anne Clerval nel suo libro &#8220;Parigi senza popolo&#8221;. Il libro che tratta di un tema cruciale non l&#8217;ho letto, ma le citazioni riportate da Ornella mi hanno un po&#8217; irritato. Ci ho trovato a tratti una facile caricatura.</p>
<p>Innanzitutto bisognerebbe chiarire il profilo sociale del &#8220;bobo&#8221;. Io e gran parte della gente che conosco mi pare ricadano in questa categoria, se la interpreto correttamente. Mi sembra che si tratti della classe media colta, con frange alte (più nettamente borghesi) e frange basse (più popolari). Si può stigmatizzare finché si vuole questo ceto sociale, indentificarne le strategie di &#8220;distinizione&#8221; per dirla alla Bourdieu, ma a me pare con tutti i suoi limiti &#8211; ben evidenziati dalla Clerval &#8211; che i bobo siano ancora disposti ad accettare una certa mescolanza non tanto etnica, ma sociale. Il problema dei quartieri popolari di Parigi, è non è che sono etnicamenti poco europei, è che sono socialmente popolari, o proletari, per dirla marxianamente. Senza del tutto negare la specificità delle questioni etnico-culturali, io ricentrerei il discorso sulla questione sociale.</p>
<p>Infine: si potrebbe alla fine credere che i bobo siano alfa e omega del male e del kitsch che conquista anche la città. Ma questo vorrebbe dire dimenticare una questione ben più grave. Io vedo nelle zone centrali di Parigi andare e venire perfettamente a loro agio i rampolli della grande borghesia italiana. E assieme a loro ci sono i rampolli di tante altre borghesie d&#8217;europa e del mondo, e assieme ai rampolli, anche i vegliardi e le vegliarde straricchi del globo. Questi non hanno le fisime dei bobo: dove arrivano vogliono le vetrine in oro zecchino. E gli africani li vogliono solo in livrea, eventualmente. O a pulire i cessi di casa, che in genere sono più di uno&#8230;<br />
Costoro secondo me tirano le fila di tutta questa faccenda. E&#8217; su di loro che bisognerebbe puntare sopratutto il faro.</p>
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		Di: Federica Nicci		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/03/19/da-belleville-al-kitsch/#comment-247317</link>

		<dc:creator><![CDATA[Federica Nicci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2014 09:55:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Interessantissimo spunto di riflessione. Contribuisce a descrivere una dinamica sociale che recentemente è stata smascherata anche da Slavoj Žižek (si legga &quot;Vivere alla fine dei tempi&quot;). A breve, un fenomeno abbastanza simile, applicabile però a tante &quot;poetiche&quot; attuali, verrà evidenziato sul blog museoprivato.blogspot.it]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Interessantissimo spunto di riflessione. Contribuisce a descrivere una dinamica sociale che recentemente è stata smascherata anche da Slavoj Žižek (si legga &#8220;Vivere alla fine dei tempi&#8221;). A breve, un fenomeno abbastanza simile, applicabile però a tante &#8220;poetiche&#8221; attuali, verrà evidenziato sul blog museoprivato.blogspot.it</p>
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