Via dalla pazza morte

7 aprile 2014
Pubblicato da

di Mario Sammarone

Gilles Dostaler, Bernard Maris
Capitalismo e pulsione di morte
ed. La Lepre, 2010

capitalismoNon tutti gli dei antichi sono stati rimossi dal mondo degli uomini. Segretamente, alcuni di loro operano ancora presso di noi e congiurano con le loro arti oscure, reggendo le sorti dell’odierna esistenza. La loro arma inattesa le strutture psicologiche dell’impulso di vita (Eros) e di morte (Thanatos), che sorprendentemente si trovano alla base della forma economica oggi dominante, il capitalismo.

Capitalismo deriva da capitale e da capo, nel senso delle teste dei buoi che venivano contate e poi immolate sugli altari delle società pagane; ciò suggerisce, anche solo intuitivamente, una comunanza tra teoria economica e certi fenomeni religiosi, in primis quello del sacrificio, cioè il dispendio più alto che un essere può dare di sé.

Al di là delle speculazioni sul tema di Bataille e Girard, peraltro più che mai attuali, due intellettuali francesi, Gilles Dostaler e Bernard Maris – un giornalista e uno studioso di economia politica – hanno scritto un libro proposto in Italia con l’accattivante titolo di Capitalismo e pulsione di morte (ed. La Lepre, 2010), analizzando la forma più oscura del capitalismo e delle strutture sociali da esso derivate. Con puntualità i due autori mettono in luce un interessante paragone, accostando due figure gigantesche del pensiero, l’economista John Maynard Keynes e il padre della psicanalisi, Sigmund Freud.

La pulsione di morte freudiana sarebbe alla base della tendenza all’accumulo e al possesso capitalista, che Keynes definiva “desiderio morboso di liquidità”. Lo spirito del capitalismo si basa sull’accumulo dell’eccedente produttivo in modo da accrescere il capitale e creare nuovi apparati di produzione. E così l’uomo, invece di sperperare il surplus di ricchezze prodotte, come facevano quasi tutte le società pre-capitaliste, in una sorta di catarsi a maggior gloria dell’impulso di vita, consegna questi sovrappiù di ricchezza all’aumento indefinito del capitale, ritardandone il godimento nel tempo. È il freddo impulso di morte, per cui l’uomo si ritrae in una spenta parsimonia senza gloria, né luce.

In realtà, la teoria della convergenza delle idee dei due grandi pensatori è stata già avanzata in molte sedi. È innegabile, tuttavia, l’approccio diverso dei due pensatori: per Keynes, la società, se ben guidata, approderà finalmente all’abbondanza liberandosi dal problema della scarsità; Freud, più pessimista, evoca il “termitaio” come sbocco per l’umanità, cioè una forma di totalitarismo in cui ogni individuo sarebbe annientato – di lì a poco, in Germania e Austria, tale teoria si sarebbe inverata nel diabolico regime hitleriano.

Questa diversità dipende innanzi tutto dal loro carattere personale, portato uno all’ottimismo – Keynes è stato una delle menti più raffinate del secolo scorso, un viveur con l’attitudine al dispendio improduttivo, che ha vissuto a contatto con l’alta borghesia e l’aristocrazia britannica. Freud, invece, è molto più pessimista, anche per delle tendenze verso quel tipo di nevrosi che egli stesso aveva teorizzato.

L’economista e il padre della psicoanalisi hanno elaborato nello stesso periodo le loro tesi, l’uno nell’Inghilterra post-vittoriana e l’altro a Vienna, leggendo reciprocamente le loro opere ed apprezzandole, tanto che le idee freudiane sono state introdotte in Inghilterra anche grazie al circolo di Bloomsbury, di cui Keynes fece parte – Bloomsbury fu un centro culturale di élite che ridefinì i canoni estetici, letterari ed artistici del tempo.

Keynes, criticando la precedente visione micro-economica, produce un più moderno sistema macro-economico in cui ripensa vari aspetti di questa scienza, definita allora scienza lugubre, triste, quasi “un appannaggio delle tenebre”, per dirla con John Ruskin. Si può dire che l’homo oeconomicus nacque con la cacciata dall’Eden e con l’ingresso nella storia, quindi nel mondo non più paradisiaco dell’abbondanza, ma in quello della scarsità.

Un altro aspetto rilevante del libro è l’analisi del denaro, considerato da Keynes non come un oggetto neutro steso sugli scambi commerciali, ma un vero archetipo di morte. Anche per Freud il denaro possiede pulsioni inconsce di morte, con una componente sessuale o libidica in più. Il denaro è paragonato allo sterco e al demonio. Secondo Keynes colui che accumula denaro è una sorta di buco nero della società, che fagocita e intercetta ricchezze, una figura stanca e quasi funebre. L’esatto contrario dell’imprenditore, teso all’attività (e quindi alla vita) che, come dice Franco Ferrarotti, è l’innovatore che progetta il futuro.

Lo sfruttamento, o meglio, la violenza sulla natura è un altro misfatto perpetrato dall’impulso di morte, di cui noi non siamo immediatamente consapevoli, per cui abbiamo solo un’immagine di progresso pulito e utile. Eppure Thanatos è lì, che opera nell’ombra, ed ha prodotto guasti accumulati nel tempo che adesso abbiamo tutti sotto gli occhi: rifiuti, degrado della natura, inquinamento. Con il capitalismo, potenziato dai dispositivi della tecnica, il pianeta diventa sempre più una landa desolata.

Cosa ci salverà? L’arte naturalmente. E il pensiero involontario, ovvero la contemplazione, ciò che Pierre Hadot definisce atteggiamento orfico verso il mondo. Orazio scrisse che non tutto di lui sarebbe morto, i suoi versi sarebbero stati immortali – dunque, l’arte fa sopravvivere. Per rifarci a questo autore classico, ma tuttora moderno, c’è bisogno di più carpe diem, il vero impulso di vita che ci rende liberi e sottratti al giogo dell’utilitarismo.

Per concludere, il testamento spirituale di Freud è nella dialettica finale tra Eros e Thanatos, quella di Keynes nella prospettiva di eliminare ogni pulsione di morte, nascosta nelle forme di avarizia, usura ed attaccamento al denaro. Il fine? Vivere momenti pieni di vita, per dedicarci all’abbondanza della conoscenza e meno a quella dell’accumulo. Sarà l’inutile a salvarci? Difficile rispondere, l’unica certezza però è che solo l’inutile possiede la bellezza.

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3 Responses to Via dalla pazza morte

  1. diamonds il 8 aprile 2014 alle 11:54

    tornare alla natura,che in quanto ad arte è maestra incontrastata,declinata in tutte le coniugazioni(a costo di rompersi i ponti mobili;anhe a rischio di scontrarsi col grande stro..ops

    http://www.darelfen.com/albums/Cypress%20Hill-IV/20120808102432-10-%20Cypress%20Hill%20-%20%20Tequila%20Sunrise.mp3

  2. […] Via dalla pazza morte | Nazione Indiana. […]

  3. virginialess il 10 aprile 2014 alle 23:08

    La ricchezza finanziaria mondiale ammonta oggi, se ricordo bene, a undici volte il PIL. Chi l’accumula progetta a suo modo il futuro? L’arte e la conoscenza: importanti certo. Consolatoria forse la prima, spesso inutilmente chiarificatrice la seconda



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