L’uomo che sapeva ascoltare il vento

10 maggio 2014
Pubblicato da

di Nicola Fanizza

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Ogni anno, terminati gli esami di maturità, verso la metà di luglio, ritorno a Mola, il Paese che mi ha visto nascere. Tuttavia quest’anno non ci sarà più Nicola Palazzo ad aspettarmi in piazza XX Settembre. Il vento, che è metafora di tutte le cose, se l’è portato via. Aveva da poco festeggiato – il 28 agosto 2013 – i suoi cento anni e per l’occasione erano giunti a Mola i nipoti che vivono in Inghilterra. Nulla poteva far prefigurare il triste evento. Certo, a differenza degli altri anni, Nicola non si era fatto vedere in piazza. Eppure quando andai a trovarlo a casa sua, le sue condizioni mi apparvero buone. Mi disse che il medico gli aveva consigliato di tenere a freno i suoi piedi nervosi. E tuttavia la stretta della sua mano non aveva perso vigore. Conservava intatta la forza – incredibile per un uomo della sua età – che aveva acquisito in gioventù, quando aveva lavorato alla costruzione delle strade in qualità di cazzavrècce (spacca pietre).

Ogni volta che mi incontrava, con gli occhi contornati dal sorriso, diceva di aver ascoltato il vento: «sono uscito, perché sentivo che saresti arrivato oggi». Di fatto Nicola, come tutti gli uomini che vivono sulla costa, prestava attenzione al vento, ne sentiva le voci e gli odori, così stranieri, leggeri e invisibili. Fu proprio il fragore del vento a svegliarlo, mentre era in Etiopia, la notte del 9 giugno 1940: «Per circa un’ora, un’intensa aurora boreale illuminò di luce rossa il castello di Gondar che mi stava di fronte, mentre la volta del cielo era una tavolozza di tutti i colori dell’arcobaleno. Lo spettacolo produsse nella mia mente una profonda inquietudine, era il presagio di future sventure. Il giorno dopo, infatti, il comando ci comunicò che eravamo in guerra contro la Francia e l’Inghilterra».

Viviamo già da molto tempo in un mondo in cui i vecchi, i saggi e i profeti parlano a una città che non li vuole più ascoltare, in un mondo in cui si è infelici non perché sono crollate le ideologie, ma in quanto non si hanno più amici. Il deserto avanza! Siamo un po’ tutti soli e gli anziani sono più soli che mai. Da qui l’esigenza di Nicola di addomesticare la distanza dagli altri attraverso le rituali chiacchierate che a Mola nei mesi estivi hanno luogo nelle prime ore del crepuscolo.

A quei riti di solito partecipavano Domenico Deluso, Michele Tenzone, Pinuccio Gelsomini, Giovanni Pesce, Umberto Pietanza, Martino Vitulli, Franco Catalano, Pinuccio Magnifico, il poeta Tonino Abatangelo e il dott. Luigi Lattaruli. Fu proprio quest’ultimo – il più anziano del gruppo insieme al poeta (sono nati ambedue nel 1926) – a mettermi in contatto con Nicola. Ricordo il nostro primo incontro: da una parte Nicola raccontava gli eventi a cui aveva partecipato a partire dagli anni Venti; e, dall’altra, il Dottore ascoltava con attenzione, alternando momenti in cui dava l’assenso a momenti in cui interveniva per precisare o rettificare il contenuto delle sue affermazioni.

Nel corso della sua vita Nicola aveva svolto diverse attività lavorative: come musicista nella banda del Paese; come siparista presso il teatro Niccolò van Westerhout; come muratore nella costruzione delle strade; e, infine, come volontario nel Corno d’Africa. Qui, sfruttando le sue competenze musicali, era entrato a far parte della banda del CLI Battaglione. Ed è proprio sulle modalità del suo arruolamento che emergeva il dissenso fra Nicola e il Dottore: mentre Nicola diceva che era stato arruolato a sua insaputa, il Dottore lo smentiva ritenendo che ciò fosse impossibile.

Il periodo che egli visse in Africa si configura come la stagione più importante della sua vita. Era questo il fuoco da cui si originavano i suoi ricordi più intensi: «La guerra in Etiopia – ripeteva spesso – non era finita nel 1936, poiché gli Abissini avevano continuato a combattere anche negli anni seguenti».

Fra le cose liete ricordava: di aver allevato un cucciolo di leone, che accoglieva gli sconosciuti con spruzzi di pipì e di essere stato costretto in seguito ad abbandonarlo per ordine del suo comandante; di aver avuto la fortuna di conoscere le donne abissine, che, a suo parere, avevano i seni duri come l’avorio; e, infine, di aver apprezzato il comportamento dei soldati abissini, i quali, dopo la vittoria, non consumarono alcuna vendetta nei confronti degli Italiani.

Fra le cose tristi, ricordava: il massacro dei civili e dei religiosi sospetti, che seguì l’attentato subito dal generale Graziani il 19 febbraio 1937; l’introduzione dell’apartheid, che vietava i rapporti sessuali fra i cittadini italiani e i «sudditi dell’Africa orientale»; e, infine, la paura di essere colpito dalle bombe sganciate dagli aerei inglesi.

A partire dall’inizio del conflitto, le truppe italiane presenti nel Corno d’Africa – senza alcuna copertura aerea, senza carri armati e senza rifornimenti – furono abbandonate al loro destino. Ciò accadde poiché il controllo del Canale di Suez e, insieme, dello Stretto di Gibilterra da parte degli Inglesi impediva allo Stato Maggiore dell’Esercito italiano di inviare rifornimenti alle nostre truppe presenti in Africa orientale. Agli inizi della guerra – diceva Nicola – «speravamo che da un giorno all’altro arrivasse dalla Libia un’armata in nostro aiuto, poi, a partire dai primi mesi del 1941, perdemmo ogni speranza: quell’armata nei nostri discorsi diventò l’armata fantasma».

Di fatto, nell’estate del 1941, le truppe inglesi avevano conquistato gran parte dell’Etiopia, anche se alcuni focolai di resistenza italiana si mantennero attivi a Gondar, dove Nicola combatté fino a novembre del 1941.

Proprio nel distretto di Gondar, Nicola dice di aver incontrato e di aver parlato più volte con un tabaccaio, che era privo di un braccio. Quest’ultimo gli aveva detto che era genovese. In più occasioni lo aveva visto in luoghi diversi: seguiva con il suo carro gli spostamenti dei soldati per vendere loro sigarette, cartoline postali e francobolli. Ma non era vero. Quel tabaccaio – come scopriremo fra poco – era una spia che seguiva i nostri soldati per comunicare, attraverso una radio trasmittente, agli aerei inglesi le ordinate degli obiettivi da colpire.

Dopo la resa del presidio di Gondar, Nicola fu trasferito prima a Chisimaio, nel sud della Somalia e poi, per via mare, in un campo di prigionia in Kenia. Qui scoprì che il colonnello inglese che interrogava i prigionieri italiani era proprio il tabaccaio che aveva conosciuto a Gondar. Quando giunse il suo turno, Nicola si trovò di fronte il colonnello e due interpreti. Chiese, pertanto, a questi ultimi di poter parlare da solo con il colonnello, il quale diede subito il suo assenso. Nicola gli disse di averlo gia visto in altre vesti a Gondar e gli chiese dove avesse imparato a parlare l’italiano. Il colonnello rispose sorridendo che sapeva parlare la nostra lingua, poiché era nato a Malta e che si sarebbe comunque attivato per rendere meno pesante la sua condizione di prigioniero di guerra.

Durante i quattro anni vissuti in prigionia, Nicola riusciva a vincere la malinconia con la brezza che veniva dal mare. Quel vento leggero gli annunciava che sarebbe tornato a casa.

Nel secondo dopoguerra, Nicola ritornò a Mola. Qui, ogni mattina, dopo essersi levato, rivolgeva la sua attenzione alla torretta del palazzo Pesce, dove era ubicata una banderuola, uno strumento che serviva per indicare la presenza e la direzione del vento.

Ricordo che durante gli anni Cinquanta rivolgere l’attenzione alla banderuola era ancora un rito. Anche mio padre, prima di recarsi in campagna, rivolgeva il suo sguardo alla banderuola, ubicata sulla medesima torretta laica. La banderuola era una sorta di mediatore fra l’uomo e la natura: era, infatti, un ausilio per interpretare il tempo, soprattutto per chi doveva affrontare le avversità del mare, una partenza, una semina e tutto ciò che era legato alle condizioni atmosferiche.

A partire dagli inizi degli anni Sessanta, il tempo non è stato più interpretato ma ci è stato dato, in modo gerarchico, dalla TV. Da qui il venir meno della stessa utilità pratica delle banderuole. Corrose dalle intemperie, le banderuole non sono più state sostituite e sono per lo più scomparse dalle torrette dei nostri palazzi e dai campanili delle nostre Chiese. Ciò nondimeno Nicola non si è arreso: ha continuato a rivolgere il suo sguardo alla banderuola che tutt’oggi svetta sulla torretta di palazzo Pesce.

Nicola era un uomo mite, un uomo che aveva imparato ad ascoltare il vento, ad annusare, a porgere la mano al vento; come se fosse un compagno d’avventura; come fosse un antico conoscente, familiare e, insieme, affascinante, che ci prende per mano, fa volare le foglie e la polvere e per pochi istanti fa dimenticare della gravità che ci tiene attaccati alla terra.

D’altra parte Nicola sapeva che col vento non si può in alcun modo scherzare. Chi mai l’ha sconfitto? In ogni battaglia, gli spetta sempre l’ultimo colpo, il più terribile.

Nel chiudere queste brevi note, ripenso a Nicola che mi aspetta a Mola in piazza XX Settembre e scorgo sul suo volto il sorriso che vince la morte.

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2 Responses to L’uomo che sapeva ascoltare il vento

  1. diamonds il 13 maggio 2014 alle 11:19
  2. […] L’uomo che sapeva ascoltare il vento | Nazione Indiana. […]



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