‘O Strega! : il padre infedele (Bompiani) di Antonio Scurati

29 maggio 2014
Pubblicato da

Les particules alimentaires

di

Francesco Forlani

(Nota al quarto dei dodici romanzi candidati al Premio Strega 2014)

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Un piatto di Davide Scabin

 

Dalle prime pagine del romanzo di Antonio Scurati, Il padre infedele, precisamente da quando sappiamo che Glauco Revelli fa il cuoco, tutto quanto accade nel mio immaginario di lettore, attinge alla decennale esperienza maturata nel mondo della cucina grazie a Cocina Clandestina e alle centinaia di cuochi, critici enogastronomici, buone forchette, dj incontrati, a partire dal mio socio Marco Fedele e finendo con Davide Scabin. Questa premessa mi sembra necessaria per spiegare meglio come e perché, un romanzo estremamente intelligente, acuto, graffiante, come questo, manchi il proprio oggetto letterario, la sua causa prima, non per la cosa in sé ma per quanto di essenziale ruoti intorno al personaggio,  alla maniera di certi dipinti o fotografie la cui cornice rende invisibile quel che avrebbe dovuto mettere in risalto; il pretesto, il mondo della cucina in overbooking (overcooking) è talmente inverosimile e contraddittorio che il testo, la genesi di un adulto che osserva dal di fuori il mutamento di sé e della propria epoca, ne esce come impoverito.

Il padre infedele è un diario. Ce lo dice l’autore con l’attacco del terzo capitolo:

“In principio fu la misoginia.  Non mi piace per niente doverlo ricordare ora che, anni dopo il nostro incontro, Giulia è la madre di mia figlia  e io sono un altro uomo, ma ho deciso di confessarmi a questo diario e (…)”

Glauco fa il cuoco dopo essersi laureato in filosofia, discutendo una tesi sulla filosofia dell’arte in Hegel. Per chi non avesse nozione della cosa vale la pena riportare un passaggio del magister in questione, in grado di comprendere attraverso  quale visione del mondo Glauco vede le cose, se le vede fino in fondo:

“L’opera d’arte è tale solo in quanto, originata dallo spirito, appartiene al campo dello spirito, ha ricevuto il battesimo di spirituale e manifesta solo ciò che è formato secondo la risonanza dello spirito”. In parole povere il bello non può essere naturale in nessun caso.

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Eppure tutta la narrazione di Scurati è pervasa da questo ordine naturale, a volte perfino se ne serve per smascherare con effetti davvero esilaranti l’artificiosità del mondo come insieme di relazioni di potere: ora il  direttore di banca, portatore sano di gravità in un ufficio tappezzato di rappresentazioni del bene e del bello, dove facce sorridenti accampano pretese di fiducia nel futuro e nei propri conti; nella descrizione dei partocipanti “fuori tempo massimo”ad un corso prenatale o  in un reparto di  maternità in cui l’ostetrica sciorina le centinaia modalità di parto possibile in una prova di forza con dio in persona che vorrebbe a tutti i costi punire “facendo partorire nel dolore” l’offesa umanità; in modo magistrale quando Glauco e Giulia si ritrovano prigionieri di un ristorante new age in cui il mangiare narrato crea una barriera tra cibo e palato lasciando gli ospiti a digiuno di qualsiasi cosa possa significare gusto.

In queste pagine, del Revelli- Scurati filosofo, ho sentito tutta l’energia e forza del Michel Houellebecq delle Particelle elementari, lo stesso disincanto e moto di ribellione a un universo che si vorrebbe riappacificato intorno al nulla. Risulta allora davvero sconcertante la superficialità con cui il Glauco cuoco si determina come tale con ben poche cose,  attraverso il cambio della carte del ristorante, nel passaggio di consegne, avvenuto suo malgrado, del padre ristoratore, o la fissazione per la mancata stella Michelin talmente astratta da farci pensare all’ossessione dell’autore per il Premio Strega. L’universo gastronomico di Antonio Scurati è pretestuoso e povero a tal punto che dalla sua cucina non si sente fuoriuscire nessun profumo, rumore di pentole, e tanto meno il “sacro” silenzio che solo gli amanti del cibo possono generare nei rapidi gesti e preparativi di un piatto da portare in sala.

Togliere alla cucina tutto questo significa eliminare dalla storia del romanzo l’essenziale, come se in una immaginaria e tribale antologia si decidesse di  omettere il suo più brillante inventore, Rabelais. Così ci rimangono soltanto le fragilità di un personaggio che declina il proprio declino di maschio attraverso la sua tele-ipnosi su una pubblicità del Mulino Bianco.

Il padre infedele, dicevamo, è un diario e Scurati un impeccabile diariste. Il termine l’ho ritrovato facendo alcune ricerche sulla differenza tra mèmoire et journal intime dove il primo si differenzia dal secondo soprattutto per il suo valore di saggio, di riflessione intellettuale e morale. Non essendoci in francese un termine più esatto di quello di journal, una brillante studiosa, Michèle Leleu, negli anni cinquanta scrive in Les journaux intimes:

« Nel corso dell’opera, faremo uso corrente del termine Diariste per indicare un autore di Journal intime; senza disconoscere  come possa tale neologismo prestarsi a critiche, crediamo che si giustifichi a diversi titoli… Si può accostare il termine  Diariste al vecchio  francese « Diaire » talvolta usato come aggettivo (cf. Littré), ma che indica anche  le Livre de raison, tenuto regolarmente in certe famiglie d’altri tempi. »

Il Livre de raison o anche Libro dei conti, veniva trasmesso di padre in figlio, di generazione in generazione, quasi a costituire la memoria viva di una famiglia e in grado attraverso la ricchezza dei documenti presenti oltre alle registrazioni dei conti di spesa, di raccontare quella storia di tutti.

iBion���»�>@i>b���qpoo��F��îA�îAEcco perché il passaggio che ho amato di più è stato quello in cui Glauco deve cantare una ninna-nanna alla sua piccola Anita e non trova son Livre des Comptes; lo cerca invano in quella galassia di voci che dicono nonni, suoceri, senza accedere al quanto mai prezioso documento. All’improvviso però spunta una Bella Ciao, che suo padre gli aveva cantato da piccolo; Le livre des comptes gli serviva su un piatto d’argento la comptine, qualcosa di cui nutrirsi ma soprattutto da custodire per le generazioni a venire. Qualcosa di naturale, come la magnifica cucina di Davide Scabin. Altro che Hegel.

 

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