Il fervore del corso

1 giugno 2014
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

Andate a far shopping il sabato pomeriggio, or che nelle strade non ci sono più gli scioperanti, e i compratori sciamano e i venditori sciorinano. Andate a far shopping: non allevierà le pene dell’animo, ma certamente neppure le acuirà.

Grazie, dite grazie, alle donne e agli uomini che silenti e tenaci s’adoprano nella mattina prefestiva, tra il sonno degli altri, per appicciare, allumare e rifiorire il nostro corso Buenos Aires. E così nel meriggio per magia il corso diventerà festone di natale e vi scoprirai la letizia del comprare le merci, quale i padri le prime volte.

Savino Spatafora è un altro a cui dovresti essere grato nel corso Buenos Aires, esecutore di un compito più appariscente, e perciò più retribuito dalla muta cortesia delle genti, di quello dei silenziosi e tenaci addobbatori. Ma il compito di Savino Spatafora nasconde tra le sue pieghe impegni altrettanto gravi: riposa sulle sue spalle, anzi sulle sue spalline verde oliva giusta l’uniforme dell’Ambrosianpol, la sicurezza di quel pezzo di marciapiede tra i civici numeri trentuno e quarantuno. Non che la sua situazione contrattuale preveda esplicitamente tale carico, che anzi la causale delle palanche è solo la porticina di un’austera quanto renitente alle ricevute fiscali gioielleria, ma è legittimo vanto di Spatafora quello di conoscere ed applicare anche i doveri non scritti, di saper leggere tra le righe ( od anche nelle righe, se è per questo) e insomma di conoscere tutti gli automatismi del luogo. Dunque vigila e vegeta, non consentendo a chicchessia di rompere l’ordine entro i suoi confini, rispettandoli però e contentandosi di quelli: la cittadinanza commossa ringrazia. Tra il civico trentuno e il civico quarantuno di corso Buenos Aires regna l’ordine perciò. Solo lo esacerbano quegli intrugli colorati dal nome inglese che i ragazzini, ed anche le ragazzine, lasciano riversare pigramente per terra da recipienti non stagni, ma trattasi anche di un tipo d’ordine troppo abissalmente inferiore perché Spatafora possa pensare d’intervenire. Eppure le chiazze sul terreno paiono talvolta assumere la forma del ghigno.

Ad un certo momento però l’occhio di Spatafora casca sul profilo di un veicolo, luminescente ai lati, targato con targa di città nota per i suoi torroni, torrazzi e tette, parcheggiato proprio agli estremi lembi del territorio di sua competenza. Non che Spatafora ci veda qualche minaccia all’intangibilità del territorio assegnatogli, anzi è da reputare come un segno concreto della fruttuosità della sua opera questa confidenza viaria, ma insomma il sabato pomeriggio è un bel casino. Tuttavia escono subito da un magazzino i due piloti, belli d’una loro bellezza arcana, ma belli. La donna soprattutto con in testa i colori dell’ape ( giallo il crine, nero il viso e le ciglia, che se fosse il contrario sarebbe febbre gialla) ed il vestito cremisi leggero leggero, ma con certi suoi argani strani, interni e ingegnosi, appositi per il sostegno adeguato alle mammelle. L’uomo, forse più semplice ( gli zoccoli, i pantaloncini, la maglietta et cetera) negli indumenti, ma con quell’orgoglioso portamento che solo un’irrorazione regolare e bastantemente ampia di palanche sa comunicare ai muscoli e ai tendini del corpo. I visi loro sereni testimoniano dell’appena assaporato piacere dello shopping e lo testimonia anche, se proprio si vuole fare gli svizzeri,  la fila di scatole che la donna sostiene e trasporta, ballonzolandole un borsettino elegantissimo e costosissimo sull’avambraccio. Ora il corso Buenos Aires ha tanti pregi, ma non ancora quello della pulizia etnica, normale dunque che uno slavo lì di passaggio non resista alla tentazione e strattoni l’ape di Cremona, facendola volare alla maniera di una qualsiasi vecchiazza in uscita di ufficio postale, menando poi le tolle con la borsa.

-Fermatelo!- Urla il paterfamilias dell’ape indignatissimo e poi fissa nelle orbite degli occhi Spatafora. Ed in quel momento tutto il corso si ferma e tace e guarda Spatafora sulla capoccia ( mai tante figazze se lo filarono così), Savino comprende che deve e dopo una sospesa istantanea esitazione corre, con gran sollievo del corso. Corre e salta ostacoli e schiva persone e lancia stridi e prende la mira e si mette le dita nel naso e sputa  tira due madonne e allunga le mani in un placcaggio non riuscito e corre con piede alato, che diventa ala quando scivola sul milk-shake arrovesciato. E quell’insulso liquido sembra a Savino dirgli nel corso del volo e poi della tombola successiva  – non avevi da uscire dalle terre tue-  ed anche – goditi i costi del cottimo- . Prima del crac delle ossa Spatafora fa in tempo ad urlare –Chi non fa non falla-.

Più tardi, mentre i medici cercan di contare i pezzi di cui ora è composta la spina dorsale di Spatafora, trovando un accento sincero il fuco di Cremona si esprime in siffatta maniera:- Ed il colmo della disdetta nera è che nulla o quasi restava nella borsa, avendo fatto compere-. E questo però non dev’essere da freno, ma se mai da sprone all’azione di Spataora, ché, come è noto, a rubare a chi ha poco si fa peccato due volte.

( apparso nel volume Milano giallonera, Roma 1995)

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