Egitto astratto, Egitto reale

10 giugno 2014
Pubblicato da

di Marco Alloni

[Pubblico la replica di Alloni a Giuseppe Acconcia che a sua volta da queste pagine scriveva in risposta ad Alloni. Non è una posizione di cui sento di poter condividere tutte le premesse – e le conseguenze. Ma la situazione egiziana, da dovunque la guardi, è così tanto più complessa – e incandescente e istruttiva – rispetto ai pochi canovacci circolanti, che merita, credo, più di una finestra di attenzione. rm]

Gentile Giuseppe Acconcia, lei vive l’Egitto da “non egiziano”, io lo vivo da “egiziano”. In questo è la differenza fondamentale fra la sua libertà di squadernare evidenze – mi permetta di chiamare così il suo articolo, visto che è la risultante di un zelante ma incompleto cut and paste – e la mia non libertà di accoglierle fuori dal destino dell’Egitto.
Mi spiego meglio. La sua posizione, chiaramente delineata come difesa della Fratellanza musulmana, è la posizione – direi classica – di chi da Occidente e da occidentale non partecipa alle sorti dell’Egitto se non teoricamente. Può infatti disinvoltamente raccontarci un Egitto categoriale che, purtroppo per lei e anche per me, non ha nulla a che vedere con quello reale. Può raccontarci, avvalendosi della stessa documentazione a disposizione di ogni coscienza, anche di coscienze non problematizzanti, di un Egitto astratto. Non che siano astratti i riferimenti che lei fa alle ovvie – “anche un bambino ecc. ecc.” – caratteristiche di illiberalità che contraddistinguono l’operato di El-Sisi. È astratto il suo atteggiamento rispetto alla sopravvivenza e al futuro dell’Egitto. Perché vede, lei da “non egiziano” prende in esame solo la misura teorica del reale con cui l’Egitto si trova a confrontarsi: in qualche modo direi che comprende l’Egitto librescamente. Squaderna una serie di fatti – eludendo deliberatamente l’essenziale, ovverossia che furono i Fratelli musulmani a inneggiare “Mushir enta el-amir”, non certo i rivoluzionari, e furono i Fratelli musulmani a condannare la rivoluzione del 2011 prima di cavalcare l’onda a partire dal 28 gennaio (ma lei era in piazza solo a partire dal 3 febbraio, mi risulta) – i quali, assunti nella loro mera parvenza giornalistica, ovvero libresca, non hanno alcuna rilevanza per i destini concretidel paese. Mi spiego meglio. Quello che si propone oggi nella realtà egiziana non è un confronto fra un’idea astratta di Egitto e una possibilie reificazione di tale idea nei fatti e nella politica. Quello che si propone è – esattamente come in occasione del ballottaggio fra Morsi e Shafiq – un’alternativa fra due “mali”: questi sì concretamente e tangibilmente storici. Il “male” che lei qualifica (insieme a molti altri) come il ritorno al regime militare e il “male” che la stragrande maggioranza degli egiziani vede incarnato nell’islam politico. Tertium non datur. Ora, la questione che si pone – o che dovrebbe porsi – non è tanto se fra questi due “mali” si possa conferire all’uno all’altro la qualifica di “bene”. Questo è appunto un approccio astratto, libresco e direi dilettantesco. La questione è per gli egiziani – fra cui tra virgolette mi annovero – quali dei due “mali” debba essere ritenuto il minore. E io su questo vorrei esortarla a riflettere: se è vero – come ogni responsabile Realpolitik sancisce sia vero – che non è storicamente possibile schierarsi dalla parte di un “bene” di fatto indisponibile, nella sua difesa della Fratellanza musulmana lei può onestamente affermare di preferire l’islam politico all’opzione militare? Se così fosse, la prego di ritenere come un dato incontestabile che lei è di fatto – scelga se considerarlo un complimento o un oltraggio – un Fratello musulmano o un simpatizzante della Fratellanza. Ma se così fosse, la invito anche a comportarsi di conseguenza. Non basta evocare (presunte) “libere elezioni” o gridare al “golpe antidemocratico” per schierarsi de facto – e non in astratto – con l’islam politico. Bisogna assumere su di sé la responsabilità di pensare e agire come se si fosse “egiziani”, nel caso specifico come se si fosse islamisti. In questo caso, la esorto a dichiarare pubblicamente che lei condivide le posizioni dell’islam politico e che, nel condividerle, le fa proprie nella sua quotidianità. Sarei il primo – voltairianamente – a battermi affinché possa difendere la sua posizione e proporla come alternativa culturale al laicismo o alle istanze da esso espresse durante la rivoluzione. In caso contrario, la sua posizione sarebbe culturalmente indifendibile. E lo dico non perché io sappia – non so nulla di lei – quanto verosimilmente aborrirebbe vivere in una società oscurantista fondata sulla discriminazione – o per meglio dire su una discriminazione teo-diretta non meno illiberale di quella esercito-diretta – ma perché le stesse petizioni di principio astratte che orientano il suo ragionamento, come ne abbiamo avuto ampia prova durante l’anno di presidenza Morsi, ripugnano all’islam politico. Per concludere, allora: si domandi se gli egiziani, e gli espatriati “egiziani” che vivono a sentono “da egiziani”, abbiano oggi facoltà di anteporre all’improrogabilità di una scelta i paradigmi teorici per una “compiuta democrazia”. Si domandi se a loro è concesso il privilegio di pontificare da “democratici” e vivere però altrove dall’aut aut fra due “mali”. Si domandi a quali concrete rinunce darebbe la precedenza, se dovesse – come debbono loro – decidere a quale illiberalità affidarsi e con quali prospettive. Perché fuori da queste domande siamo ancora e sempre a un discorso eurocentricoche degli egiziani e della loro sorte non tiene conto. Mentre è precisamente in quella chiave, da quell’ineludibile punto di vista che io, da “egiziano”, mi pongo. Sapendo perfettamente che non rinuncerei a una birra, non accetterei la Verità univoca, non vorrei veder fatto strame del relativismo, non accoglierei insomma l’islam politico pur di non assistere all’illiberalità di un El-Sisi o di chi per lui. E sapendo soprattutto che l’assenteismo alle ultime presidenziali è anche la mia voce. La stessa voce che accettando El-Sisi lo mette in guardia: “Il popolo di Tahrir ne ha detronizzati tre (Mubarak, Tantawi e Morsi): a te scongiurare nei fatti la quarta sollevazione rivoluzionaria”.

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7 Responses to Egitto astratto, Egitto reale

  1. carlo carlucci il 10 giugno 2014 alle 11:07

    Ora, dopo questi tre interventi il quadro è, nel subbuglio,molto più chiaro. Alloni grazie al precedente intervento ha potuto finalmente precisare questa drammatica situazione dando più che plausibili e comunque accettabili spiegazioni. Avevo seguito su Al Jazeera le interviste post ‘primavera araba’ con molti giovani intellettuali del Cairo e, personalmente, ne ero rimasto molto favorevolmente impressionato (so più o meno cos’è l’emittente Al Jazeera…e scanso inutili polemiche). Qui in Italia dopo la lunghissima e mortifera primavera berlusconiana, viviamo la più breve (si spera) primavera renziana, ma lei Alloni ha ragione noi italiani che tanto dobbiamo come origini e come apporti al nord Africa e a maggior ragione all’Egitto!, assistiamo da indifferenti, da incompetenti…carlocarluccix@gmail.com…se mi vuol scrivere per collaborare a Il Ponte, oppure può direttamente rivolgersi al direttore Marcello Rossi, a mio nome…ilponte@ilpontrerivista.com…3/4 cartelle sul contenuto di quanto sopra

  2. giorgio mascitelli il 10 giugno 2014 alle 13:00

    Renata, direi innanzi tutto che varrebbe a pena di rivolgere anche a Marco Alloni lo stesso invito che facevo ieri ad Acconcia e cioè sarebbe interessante una sua lettura e ricostruzione del movimento di piazza Tahir. Tra i pregi del pezzo di Alloni, se mi permette un po’ meno criptico del primo, annovererei proprio l’evocare la dimensione tragica della storia ( la scelta tra 2 mali), che tra l’altro già una ventina d’anni fa apparve in Algeria in termini simili. A questo punto vorrei chiedergli se il suo ragionamento è applicabile, a suo parere, anche alla Siria.

    • Marco il 11 giugno 2014 alle 19:59

      Gentile Giorgio Mascitelli, il ragionamento è applicabile ovunque si voglia tenere in considerazione le logiche della realtà e di quella sua forma esasperata che è la guerra. Prima della Siria c’è stata l’Algeria, e prima dell’Algeria l’Iran. Abbiamo spesso cercato ragioni univoche, colpevoli e santi in un fronte o nell’altro: né lo shah di Persia né Khomeini andavano chiamati a simile riduzionismo. Né il Fis o il Gia né i militari di Stato algerini. Oggi la Siria di Bashar è confrontata a un movimento di opposizione ampiamente degenerato in “jihadismo”: nemmeno qui esistono santi e ragioni univoche. Ottimamente, lei parla della “dimensione tragica della storia”. Fuori da questa dimensione si rischia di dimenticare che Tahrir è innanzitutto una mutazione antropologica – “il superamento della paura”, secondo l’espressione di Kapuscinski – e non lo scacco definitivo di un movimento spontaneo. E’ la premessa a ogni possibile rivoluzione. E a questi giovani bisognerebbe dare il proprio sostegno sempre e comunque, malgrado la loro disorganizzazione. Sostenere l’Islam politico è, a mio modo di vedere, lo stesso atteggiamento moralisticamente sucidale che colpì il pur sofisticato Foucault all’avvento del khomeinismo in Iran nel 1979. Marco Alloni

      • giorgio mascitelli il 11 giugno 2014 alle 21:24

        Come scrivevo ieri sarebbe interessante, se ne ha tempo e voglia, una lettura di piazza Tahir in quella prospettiva da lei evocata e in una forma più distesa delle pur significative considerazioni fatte nel commento

  3. dm il 10 giugno 2014 alle 17:29

    Sono allibito.

  4. manuel il 11 giugno 2014 alle 10:44

    grazie Marco,
    per questa tua personale sovraesposizione.
    Il quadro è più comprensibile.

    ciao. m.

    • Marco il 13 giugno 2014 alle 13:47

      grazie Manuel Poeta!



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