L’ecologia politica e il terzo intruso. Per un’autocritica delle forme di vita quotidiane

11 giugno 2014
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Di Andrea Inglese

Vi è una critica al capitalismo di matrice marxista affascinata dalle potenzialità emancipatrici insite nelle contraddizioni più avanzate tra forze produttive e mezzi di produzione. In quest’ottica, va letta l’insistenza sul “capitalismo cognitivo”, e sulle forze antagoniste che in esso si formerebbero, acquisendo via via consapevolezza del proprio compito rivoluzionario. Il carattere rassicurante di questa lettura della realtà consiste nell’immaginare che, ancora una volta, l’attuale sostituto dell’antica classe operaia, il “cognitariato”, non ha da perdere che le proprie catene. Noi lavoratori cognitivi scopriamo, infatti, di essere la risorsa originaria di cui si avvale tutto il sistema di produzione e circolazione della conoscenza. Siamo creativi, ma la nostra creatività è parassitata finché permettiamo che i proprietari dei nuovi mezzi di produzione decidano quando, in che forma e a che prezzo impossessarsi delle nostre energie mentali (emozioni, fantasie, conoscenze). L’obiettivo rivoluzionario è chiaro: strappare allo Stato e al mercato il controllo su quelle risorse che sono nostre, che sono dentro di noi. Qui non ci sono in gioco riserve energetiche limitate e non rinnovabili. Noi siamo soggettività produttrici, e le nostre attività mentali sono illimitate e rinnovabili. Dobbiamo solo sottrarre i nostri ego ai sistemi d’appropriazione monopolistica del capitale, per poterceli gestire in autonomia, senza che qualcuno sopra di noi si arricchisca grazie ad essi.

Insomma, nella saga del “capitalismo cognitivo” non solo non è sollevata nessuna questione relativa ai limiti della produzione, ma neppure nessuna questione di autolimitazione nei confronti delle forme di consumo di questa produzione. I supporti tecnologici dei nostri flussi di conoscenze possono eventualmente inquinare, ma non i flussi stessi che in quanto tali, moltiplicandosi e diffondendosi, non produrrebbero alcun inconveniente né sulla psiche né sul pianeta. Possiamo sì autolimitarci nei nostri collegamenti ai flussi collettivi, ma ciò riguarda in definitiva una scelta basata su criteri personali. (Ognuno si costruisca i propri filtri a seconda della maggiore o minore voracità di informazioni e conoscenze.)

L’integrazione della questione ecologica in una prospettiva anticapitalistica impone di abbandonare il seducente mondo “senza confini” dell’economia immateriale della conoscenza, per pensare nel contempo la socializzazione dei mezzi di produzione e la riconsiderazione critica dei modi e delle forme di produzione. Non sarà sufficiente la socializzazione dei mezzi di produzione per creare una società più umana e razionale, se il modello di riferimento resterà quello della crescita illimitata delle forze produttive. Ciò implica l’introduzione di un terzo soggetto in questa storia di sfruttati e sfruttatori, un soggetto non umano ma vivente: l’ambiente naturale, la trama degli ecosistemi del mondo. Questo non solo perché si tratta di rimettere sui piedi l’economia globale, considerando l’economia della conoscenza sullo sfondo di una più generale economia della sussistenza, ma anche perché le forme di sfruttamento o di esclusione umane sono aggravate dall’intrusione dell’ambiente come soggetto terzo. Gli ormai incontestabili squilibri climatici mostrano che la natura non solo sfugge al nostro dominio, ma reagisce in modo distruttivo alle sistematiche aggressioni di cui è fatta oggetto dalle società della crescita economica e dello sviluppo industriale. E i danni di proporzioni maggiori ricadono proprio su quelle popolazioni del Sud del mondo, che non hanno ancora goduto di tutte le prerogative del livello medio di vita di un cittadino statunitense. (E all’interno dei paesi più avanzati, le catastrofi climatiche, come nel caso del ciclone Katrina a New Orleans, colpiscono più duramente i ceti sociali più deboli, e aprono la strada a saccheggi ulteriori da parte del capitale privato).

Il perseguimento dell’uguaglianza tra gli esseri umani non può dissociarsi dal perseguimento di un limite che deve ridefinire le nostre forme di produzione in termini di equilibrio con la varietà e la fragilità degli ecosistemi planetari. La questione dell’autolimitazione, più in generale, implica una critica radicale del modello di sviluppo industriale e tecnologico, critica che ad oggi è stata elaborata da autori come Adorno, Anders, Illich o Castoriadis. Per tutti questi autori, lo sviluppo capitalistico non produce solo una classe mondiale di sfruttati o un numero crescente di esclusi dalla circolazione di merci e servizi, ma la distruzione della società nel suo insieme e, con essa, la distruzione dell’equilibrio ambientale che ci ha permesso, come specie, di sopravvivere sul pianeta. Diversi sono i motivi che hanno reso, all’interno della tradizione marxista, difficilmente accettabili sia le critiche nei confronti del progresso tecnologico sia quelle dei conservazionisti nei confronti dei devastanti interventi umani sugli ecosistemi esistenti. (E oggi ancora non è raro incontrare qualche convinto anticapitalista pronto a sostenere che il riscaldamento climatico è un fenomeno gonfiato ad hoc da specifiche lobby industriali.) Io mi limito ad evocarne uno che ci riguarda tutti. Zorzoli ricordava nel suo articolo apparso sul numero scorso di “alfabeta2”, che per “risultare davvero efficace il percorso verso la green economy deve essere accompagnato da un analogo percorso verso la green society dove la crescita non sia più il motore primo dello sviluppo”(1). Qui non ci scontriamo con il nemico al di fuori di noi – il proprietario dei mezzi di produzione – ma con il nemico in noi, quello che vuole consumare, godere, fare esperienze, viaggiare, conoscere, ecc. e vive nella dipendenza di un mercato di merci e servizi sempre in crescita.

All’immaginario “eroico” della lotta e dell’insubordinazione sociale dovremmo affiancare un immaginario capace d’investire e trasformare il nostro concreto stile di vita quotidiano, in vista di una riduzione delle molteplici forme di dipendenza a cui siamo sottoposti. Nessuna propensione ad assumere frontalmente il conflitto sociale con lo Stato o con il capitale potrà esimerci dal considerare fino in fondo le conseguenze ambientali e quindi sociali delle nostre abitudini di vita. In gioco non è un astratto rispetto dell’ambiente naturale e un (ennesimo) rinnovamento nello stile dei consumi. Intraprendere un processo di disintossicazione, in prima persona, dal consumo di merci e servizi significa accrescere la propria autonomia rispetto alle tecnologie (mai neutrali) e alle cerchie di esperti. Questo percorso, come Illich tra gli altri ha mostrato, non si costruisce in termini di semplice rinuncia e negazione, ma apre lo spazio a inedite forme di azione e soddisfacimento. “Da un punto di vista sociale dobbiamo riservare l’espressione ‘progresso tecnico’ alle situazioni nelle quali i nuovi strumenti espandono la capacità e l’efficacia di un numero consistente di persone, specialmente quando tali nuovi mezzi favoriscono poi di riflesso una più autonoma produzione di valori d’uso”(2).

L’intrusione del pianeta, come totalità vivente e soggetto reattivo, nello spazio del conflitto puramente sociale tra sfruttatori e sfruttati, non solo radicalizza la critica nei confronti capitalismo, ma implica almeno potenzialmente un allargamento di questa critica a tutta quella parte della società che rivendica i valori dell’autonomia e della democrazia. Nello stesso tempo, questa critica non può sorvolare il mondo delle nostre quotidiane abitudini di vita ed esige, anzi, una prima verifica a questo livello.

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Note

1) G.B. Zorzoli, Si fa presto a dire “rifiuti”, in “alfabeta2” n° 34, gennaio-febbraio 2014, p. 8.
2) Ivan Illich, Professioni disabilitanti, in Esperti di troppo. Il paradosso delle professioni disabilitanti, a cura di Bruno Bortoli, Erickson, Gardolo, 2008 (1977), p. 45.

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Questo articolo è apparso sul numero 35 di “alfabeta2”.

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One Response to L’ecologia politica e il terzo intruso. Per un’autocritica delle forme di vita quotidiane

  1. alessandro broggi il 11 giugno 2014 alle 11:58

    completamente d’accordo.

    è, mi sembra, un po’ anche la linea latouche-gorz-clément, ecc.



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