les nouveaux réalistes : Attilio del Giudice

14 giugno 2014
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La turista - opera di Attiiio del Giudice

La turista – opera di Attiiio del Giudice

Per Elisa

di

Attilio del Giudice

 

Ieri ho rivisto zio Sergio, il fratello di mia madre. Ci siamo incontrati in occasione di una spartizione proprietaria davanti al Notaio, insieme ad altri parenti. La ricchezza della nostra famiglia ci garantisce una vita agiata, ma i rischi di un declino finanziario sono sempre in agguato e una maggiore vigilanza da parte di tutti non guasterebbe. Questa è stata la raccomandazione del notaio, che cura con sospetta solerzia i nostri interessi da quasi cinquanta anni. All’esortazione, profusa col solito tono apodittico, abbiamo risposto con un silenzio serioso, sapendo, però, ciascuno dentro di sé, che lo sperpero (più lo sperpero amministrativo o l’incuria, che un vero e proprio scialacquamento edonistico) avrebbe caratterizzato a tempo indeterminato i nostri comportamenti. Una questione mai approfondita in famiglia, un argomento noioso di cui ora non mi va di parlare.

Lo zio ed io abbiamo raggiunto la Cervinara, la villa di famiglia a piedi. Mi faceva un certo effetto camminare con lui a fianco, che non mi arrivava nemmeno alla spalla. Mi ha fatto pena. S’è invecchiato. E va be’, questo me lo dovevo aspettare e, naturalmente, anche lui mi avrà trovata con tutti i segni del tempo, che porto sul viso e non solo, ma quello che mi ha fatto più impressione è stata la gobba. Anche da giovane la gobba stava là e non la si poteva ignorare, ma ora sembrava molto più invasiva e quasi raddoppiata. Ho notato che i miei due fratelli con le rispettive mogli, nel salutarlo sotto il palazzo del notaio, prima di mettersi in macchina, lo hanno abbracciato e con nonchalance gli hanno toccato la gobba. Sì, perché non c’è niente di più efficace che toccare una gobba maschile, per propiziarsi la fortuna. E’ una credenza diffusa, trasversale nei vari ambienti e classi sociali, alla quale, anche i miei fratelli e specialmente le mie cognate , non hanno saputo sottrarsi. Io, no! Anzi dovrei credere esattamente il contrario.

“Zio Sergio, ma che hai fatto? Da dromedario, sei diventato cammello?” Gliel’ho detto, papale papale.
Io mi posso permettere di parlagli in tal modo, senza rispetto e lui non può offendersi più di tanto, questo perché, tra noi, c’è un segreto antico, che posso gestire a mio piacimento e, se voglio (non so perché. finora non l’ho mai fatto), lo posso mettere alla gogna e lui questo lo sa perfettamente, almeno così pensavo. Non si è offeso, anzi si è messo a ridere, del resto è stato sempre spiritoso.
“Sai, zio, ho vinto un concorso letterario per racconti brevi”. Nel dirgli questa frase, non avevo progettato niente, in verità; mi è venuta in mente come per caso, all’improvviso, una sorta di libera associazione, però, subito mi è venuta anche la curiosità maligna e irresistibile: ”Voglio proprio vedere come la prende”. Mi sono detta.
“Davvero? – ha risposto – Questo mi rende felice. Sono orgoglioso che la mia nipotina si faccia strada con la sua creatività” E ha sorriso quasi commosso.
“Si, ma non sono una nipotina, ormai sono una nipotona… Zio, ho quarant’anni.”
“Quarant’anni? Sembra ieri che eri una bambina, con quelle treccine dorate e impertinenti. Però conservi il volto dolce e pulito di un’adolescente e sei ancora portatrice di incanto e di poesia.”
“Grazie zio, belle parole. Allora ti faccio leggere il racconto col quale ho vinto il premio o preferisci di no?”
“Ma certo che voglio leggere!”
“Okey, però aspetta un attimo, lo tengo sul computer, te lo stampo.”
“Posso leggerlo direttamente sullo schermo, se vuoi.”
“ No, no, te lo stampo, faccio in un minuto, è breve.”
Ho stampato e gli ho dato in mano il foglio. “Zio, ti prego leggi ad alta voce, ho voglia di gustarmi la tua voce calda. Mi ricordo quando mi leggevi Cime Tempestose, non mi stancavo mai di ascoltare.”
Così ha inforcato gli occhiali e si è messo a leggere.

Il ricordo
Elisa era ricca, ricchissima e, forse, bella. Ma sì, era ancora bella!
Le piaceva starsene distesa, al sole, completamente nuda, leggere un buon libro e fumare una Davidoff di fronte al mare.
Verso l’una, un vento caldo di scirocco portò una nuvolaglia gravida di pioggia e disciolse un grumo della memoria.
La stessa luce, la stessa nuvolaglia livida. Era il maggio odoroso.
Giocavano a nascondino. Sempre allegro zio Sergio, il fratello della mamma. Sempre divertente! Nonostante fosse gobbo.
Venne la pioggia forte. Ripararono nel fienile. E, lì, nel fienile, per gioco, zio Sergio la stuprò.
Elisa aveva undici anni, in quel maggio odoroso.

Ha mantenuto il controllo fino alla fine, sempre con quella sua bella voce da attore. Poi, senza mostrare nemmeno una briciolo di imbarazzo, ha detto:” Sono contento che proprio con questo racconto brevissimo ma assai intenso, hai vinto il concorso. Alla base della buona letteratura, c’è sempre un’esperienza forte e personale e credo che, da questo episodio non banale della tua vita, potrai trarre altri spunti, altri bei racconti. Io, Elisa, te lo auguro con tutto il cuore. Tu hai grande capacità di sintesi e questo è un talento raro e prezioso. La nostra epoca, l’immaginario collettivo, fortemente legati ai prodigi della tecnologia che, come sai, brucia i tempi, impongono, anche nella prosa narrativa, l’alta velocità e le risoluzioni essenziali.”
Si è tolto gli occhiali e ha sorriso un’altra volta.” Vedi, tu hai attinto dalla realtà, mentre oggi la fonte è un’altra, vale a dire: il pornografico, capisci? Cioè, l’eros preconfezionato, senza individualità, senza rischio, senza mistero, senza il tormento del desiderio e dell’attesa, che noi abbiamo felicemente sperimentato. L’eros mortuario, ripetitivo, ossessivamente omologo alle produzioni seriali del mercato e servo del determinismo medianico.”
Mi guardava e sorrideva spudoratamente come una vecchia puttana e senza esitazioni ha completato la prolusione: “ Insomma, Elisa, si tratta di un’oscenità importata e imposta dalla cultura del consumo, in altre parole: dal residuo fecale della modernità, della nostra stupida, orrenda, modernità”.
Così, questo vecchio porco, con la gobba ineludibile, la furberia e la voce flautata era capace ancora di sorprendermi e io, a quarant’anni, lo stavo ancora ad ascoltare senza sputargli in faccia, porca vacca!
Quanto mi potrà costare un Killer che metta le cose a posto?

 

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5 Responses to les nouveaux réalistes : Attilio del Giudice

  1. mimmo dello monaco il 15 giugno 2014 alle 12:32

    Questo bel racconto di Attilio, sembra seguire la logica del “brutto, sporco e cattivo”: un “vecchio porco”, gobbo, ha stuprato anni addietro una nipotina undicenne.
    La bimba, ormai quarantenne, lo rivede in occasione di un incontro di famiglia, e, sempre ricordando ciò che non si può dimenticare, ricorre a un espediente narrativo per rimettere lo zio di fronte al terribile avvenimento. Qui, vien fuori la genialità dello scrittore: con un colpo di genio, il vecchio satiro spiazza (o tenta di spiazzare) la nipote, sostenendo con inaudita impudenza che la sconvolgente esperienza della ragazza possa avere avuto il merito di favorirla nel suo percorso di scrittura creativa. Dialetticamente magistrale e pro domo sua, la tirata su l’eros contemporaneo, il pornografico “senza rischi, senza misteri”, contrappunto aberrante a una positiva ”esperienza forte e personale”.
    Il brutto sporco e cattivo si è così rivelato un raffinato cinico impudente e, a suo modo, furbastro affabulatore.
    I caratteri che contradistinguono i personaggi nati dalla penna di Attilio sono sempre ben definiti. Sin dall’inizio.
    L’io narrante del racconto, la giovane donna, pur portando dentro di sé da decenni il doloroso ricordo dell’accaduto, ha un atteggiamento alquanto distaccato, quasi aristocratico, tipico della classe sociale cui evidentemente appartiene.Ci appare anche come persona concreta, decisa a sfruttare l’occasione dell’incontro di famiglia per contestare allo stupratore l’episodio, da lei già rielaborato nel racconto vincitore di concorso.
    “Il vecchio porco” con il suo affabulare, con le sue dissertazioni non prive di buon senso mi genera un senso di colpa. Devo farmi forza: devo evitare che mi diventi simpatico.
    mimmo dello monaco

  2. rosa il 16 giugno 2014 alle 21:35

    A parte la scrittura,agile e personale nello stile (come sempre,del resto),
    il nucleo attrattivo del racconto sta nella sorpresa:sorpresa non tanto per
    il terribile episodio dello stupro(succede,eccome,anche in quegli ambienti),
    quanto per i comportamenti.Un tentativo di vendetta o una ricerca di qualche forma di rimorso attraverso l’originale via di un racconto da parte della nipote;
    il cinismo inveterato dello zio, che con le sue elucubrazioni spiazza la nipote
    e fa fallire il suo piano.

    Complimenti Rosa

  3. digimax il 18 giugno 2014 alle 15:38

    Trovo questo racconto assolutamente straordinario.
    Per il tema, complesso, doloroso (ma sempre tristemente d’attualità) della violenza sulle donne, cui Attilio Del Giudice ha, in molteplici occasioni, dedicato impegno e passione letteraria.
    Per la disamina psicologica dei protagonisti che si dipana e si comprende man mano che la storia si sviluppa, inizialmente spiazzando il lettore ma poi restituendo senso e significato anche ai comportamenti più imprevedibili dei due soggetti letterari.
    Per la sapienza tecnica della scrittura, che a mio avviso, in questo racconto, raggiunge livelli altissimi, quasi a configurarsi come una dimostrazione, una virtuosa esibizione delle potenzialità straordinarie di questo “facitore di storie”.
    Il finale, poi……
    un auspicio? una minaccia? o una indulgente, rassegnata superiorità emotiva?
    Bravo di cuore
    Digimax

    • Silvana il 22 giugno 2014 alle 21:57

      SPREGIUDICATEZZA IRRECUPERABILE
      Un orco mitologico divoratore di bambini,nella accezione giornalistica viene definito pedofilo παις, παιδός (bambino) e φιλία (amicizia).Le vittime delle sue nefandezze hanno estrazioni sociali diverse,creando una bizzarra forma di democrazia sociale.Lo scorcio iniziale della vicenda concernente Sergio e la nipote è una riunione familiare ,nella zona campana di Cervinara.,per problemi successori.Cornice è la trama di un crimine che ,se fosse stato denunziato,avrebbe costituito il reato di violenza carnale su minore.La connotazione culturale è costituito da una donna dell’alta borghesia.Attilio evidenzia simbolicamente anche la disarmonia estetica,accentuatasi col trascorrere degli anni. Tra la gobba di Sergio e l’avvenenza della nipote.La protagonista Elisa, realizzata socialmente, assaporava il gusto di potersi vendicare dello zio,inducendolo a leggere il racconto imperniato sul loro segreto antico.Il suo sbalordimento per la reazione imprevista dello zio Sergio a me appare assimilabile allo sbigottimento provato per la violenza subita in quel fienile ,alla tenera età di 11(undici) anni ,come se lo stupro l’avesse lasciata ferma inconsapevolmente a quel punto della vita,che nello zio Sergio era proseguita ,invece,con un spregiudicatezza diventata totalmente irrecuperabile.Per lastricare futuri di mutamenti radicali,radendo al suolo questo tipo di misfatti,la divulgazione è essenziale.E..l’autore sembra descrivere orrori e nefandezze familiari,in un’ottica di prospettiva risolutrice,creando nel lettore indignazione e volontà anche indiretta di riscatto.Mai lo abbandonerà l’amara consapevolezza che:”…certe cose sono sconvolgenti ed inaccettabili alla comune coscienza.La comune coscienza è inadattabile alle atrocità.E ci sarà pure qualche ragione.Forse, perche’ essa in realtà le vuole (20 Dicembre 1969), dal “Caos” di P.P.Pasolini”.Tali deplorevoli episodi potrebbero restare in ombra omertosa eternamente.Contaminazioni di reticenze irrisolte sembrano ardere palpitanti in percorsi variegati ed alternativi di colpa; finchè colpevoli assegnati a quell’inabissante oblio che,per un paradosso sotto culturale diffuso nelle terre meridionali,trova ripetutamente consenso nei medesimi parenti.
      Silvana Cefarelli

  4. Enzo Majorano il 23 giugno 2014 alle 19:34

    Ho letto più volte il racconto breve “Per Elisa” e l’ho trovato particolarmente intrigante e coinvolgente.
    Le parole e i luoghi, i personaggi e le loro emozioni, “ruotano” ad un ritmo perfetto.

    Sensazionale è il personaggio dello “zio” che cinicamente elude le sue responsabilità diventando quasi il narratore… colui che non è emotivamente coinvolto… una voce fuori campo che ostentando una insensibile moralità riesce a far rientrare il suo “ basso profilo” in una logica giustificazione.

    Chi è il “Mostro”: Il Gobbo che stupra, ancora una volta, la nipote, affascinandola con la sua “furba” affabulazione o è Elisa che sentendosi troppo coinvolta, assolda, nell’intenzione, un Sicario “distanziatore” per “rimuovere” l’arcano dolore?

    E’ (forse) tutta colpa del “vento caldo di scirocco” che ha reso sostenibile l’idea di risolvere una lacerazione che contribuisce, però, a confondere eros e amore; passione e dolore, finzione e realtà…

    E’ tutto così amabilmente confuso nella mente di Elisa che la sua voglia di vendetta la spinge a pubblicare la storia… una storia vera, senza usare “personaggi”… che la coinvolge in pieno… in pratica una vendetta letteraria nei confronti di chi non ha veramente capito cosa sia un “maggio odoroso” .

    Complimenti. Un gran bel lavoro.

    Enzo Majorano



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