Chandra Livia Candiani, La bambina pugile

19 giugno 2014
Pubblicato da

di Giorgio Morale
Chandra-Candiani
Per alcuni le cose inutili sono indispensabili
Emoziona già la dedica, nel nuovo libro di Chandra Livia Candiani (“La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore”, Einaudi 2014, già su Nazione Indiana qui), che dice l’amore per tutto quanto costituisce il nostro essere nel mondo.

“… A chi amo, a chi mi ama, ai monaci della foresta, agli indifferenti e agli spaventati dell’amore e dell’amicizia, ai vivi, ai morti, e ai mai nati, ai sopravvissuti, a tutti gli oggetti del lavoro umano, tavoli, sedie e letti, e pane e vino, e orti, e a tutti i cari, furiosi o delicati, animali,… agli alberi vecchi e giovani, solitari e socievoli, al fondo del mare, alle onde una a una, ai granelli di sabbia, alle nuvole, alle montagne, ai sassi, alle conchiglie, ai fiumi, alla terra terra,… alla notte, alla luce, all’universo che non finisce…”.

L’io e il corpo, le relazioni e il male, l’universo e gli oggetti: è un elenco delle principali questioni affrontate dal pensiero tra fine Novecento e primi anni Duemila. Su questi temi Chandra Livia Candiani esercita una sorta di “sospensione del giudizio”, frutto di una personale e organica assimilazione della filosofia dell’esistenza occidentale e del pensiero orientale, e mette fra parentesi il modo comune di pensare: attualmente non più la metafisica della tradizione occidentale ma il suo contraltare, il deserto della condizione postmoderna, ciò che rimane della decostruzione del mondo e del senso susseguente alla messa in crisi delle tradizionali certezze a opera di gran parte della cultura contemporanea. Così oltrepassa il pensiero della crisi e innesta un “andare alle cose stesse”.

“Non è più esemplare il mio io”. Io con vestito leggero
Sin da “Io con vestito leggero” nei componimenti di Livia Candiani l’io si pone come “leggero” in quanto non è più quello della tradizione lirica occidentale, da Petrarca al Romanticismo; quello narcisistico e solipsistico, chiuso nella sua torre d’avorio da cui parte per farsi conquistatore e legislatore del mondo. Già nella prima sezione di “Io con vestito leggero”, La signora, la soggettività è pressoché assente e il poeta è solo una voce; l’io arretra per lasciare emergere gli elementi naturali e il mondo verso cui il soggetto si pone in una condizione di fratellanza, di apertura e condivisione totale, per cui gli avvenimenti della natura e delle stagioni sono figura degli eventi che lo riguardano.

Ciò viene esplicitato ne “La bambina pugile”: “l’io zittisce / e si alza il volume della voce / non solo degli uccelli / ma anche del silenzio dell’armadio”. Come dice la stessa Livia Candiani in una intervista a chi scrive: “Per me non è mai esistito solo il regno umano, è fondamentale nella mia vita e quindi anche nella mia poesia, entrare in contatto con altri regni, come quello animale, vegetale, minerale, e quello dei morti”. Cosa tra le cose, quindi. O soggetto tra soggetti. L’ultima sezione di “Io con vestito leggero” include, senza ostentazione, dati biografico-psicologici ed elementi del contesto storico-sociale vissuto. Ma un verso lo dichiara apertamente: “Non è più esemplare il mio io”. Così l’io si esprime con gesti, azioni, modi di essere, avventure del corpo e dello spirito, con la molteplicità delle sue interazioni con il mondo, gli altri, le cose. In un’adesione al mondo che è la scoperta della propria mondità: io nel mondo e il mondo in me. Ne sortisce un dialogo ininterrotto con sé e il mondo e con sé attraverso il mondo reso possibile dal disporsi in una posizione di ascolto: “Di chi è la voce / che mi chiede di essere / asciutta risonanza”.

Si può vedere in questo statuto leggero dell’io una coincidenza con la lezione della cultura contemporanea e della neoavanguardia, ma per Livia Candiani si tratta soprattutto di una esperienza biografica. Nella stessa conversazione citata prima, troviamo questo: “Ci sono stati anni in cui mi era più facile sentire di essere l’albero che vedevo fuori dalla finestra che quel che sentivo in questo corpo, in questa mente, mi ero estranea, forse ero mezza pazza, ma il mondo mi ha salvato, con tutti i suoi significati sospesi ne ha dato uno anche a me: accoglierlo”. A fronte di scenari neocapitalistici, mercificati, svuotati di senso, e di un linguaggio massmediologico, inautentico, caotico, a fronte della frammentazione e reificazione del mondo postmoderno, Livia Candiani immette nella sua poesia una tensione alla unificazione di quanto è disperso e violentato, senza nessuna pretesa dirigistica da parte di un io onnipervasivo e senza nessuna volontà di potenza ideologica, solo con la forza di un sentire e di uno sguardo capaci di rispetto e accoglienza.

Negli anni successivi questa leggerezza dell’io si è incontrata con il Buddhismo Theravada e Livia Candiani ha avviato un cammino spirituale che è stato un completamento mai esibito ma anche mai celato, anzi fatto oggetto di preziose e apprezzatissime riflessioni. L’io che ne risulta non è l’io disgregato nella quotidianità postmoderna, ma non è neanche l’io esultante del mistico. Ne “La bambina pugile” appare come un io non più ostacolo ma condizione della conoscenza: “La via senza di me / sempre con me / è vino senza bicchiere”. È un io che s’interroga (“Cosa diciamo / quando diciamo me”), consapevole di essere “una sola e comunissima / briciolitudine”, della sua solitudine (“La mia famiglia sono io”), della sua molteplicità (“Io è tanti /… io è un abbraccio”), della relazione che lo costituisce (“Io sono gli altri / sono il mondo, / mischiata a tutti, invisibile / angusta fisionomia”), del suo ruolo (“rifugio piccolo che spinge fuori / che spalanca l’aperto”), del suo essere mondo (“Sono famiglia con la neve”), del suo agire nel mondo, dove “stiamo facendo / dell’infinito / casa”.

Dietro la porta/l’assassino di fuoco
Per addivenire a questa spoliazione dell’io da incrostazioni ideologiche e del linguaggio da ogni senso comune c’è stato un prima, una tempesta che affonda nell’esperienza del male e del dolore, nelle violenze dell’infanzia e nelle ferite della vita, nell’esperienza della separazione, della fragilità, della perdita, della morte.

Delle violenze dell’infanzia Livia Candiani ha parlato ne “La porta”: “La porta. / Era. / Di ferro. / Certe volte di ghiaccio. / Perfino / di umano / costato…”. La porta. Un’altra delle figure che Livia Candiani definisce “minime” e che hanno fatto parlare di “leggerezza” della sua poesia: fiabe (“I sogni del fiume”, Biblioteca di Vivarium 2005), ninne nanne (“La barca di nebbia”, Biblioteca di Vivarium 2006), lettere mai scritte (“Io con vestito leggero”). In realtà, nonostante la “leggerezza” dovuta alla personale disciplina nell’affinare l’ascolto e alla maestria nell’arte del levare peso alle parole, quelle citate si rivelano figure forti, che mettono in comunicazione mondi diversi. Che ci regalano un’altra vista. In questo caso una porta, una soglia. E davanti alla porta, in un istante, sospesa tutta una vita. “È meglio presentare una sola Immagine in tutta la vita, che produrre opere voluminose” diceva Ezra Pound. Dal particolare, dalla porta, dalle parti di essa (maniglie, stipiti) si diramano corridoi, labirinti, che assecondano una geografia complessa, che costruiscono uno spazio interiore e dicono il passato, l’infanzia, la memoria. Scorrono incubi, minacce: “Dietro la porta/l’assassino di fuoco”. Il verso spezzato crea un ritmo necessario, verticale. Il ritmo richiesto dalla porta. Dalla tensione trattenuta. Dallo scoprire passo passo. Non è facile aprire questa porta. “La porta era / sbarrata. / Catenacci. / Di ferro. / Cocente.

Proviamo a spostare un punto e crolla tutto. La tensione si trasmette da una parola all’altra. Da un verso all’altro. Come diceva Ezra Pound, “Nessun verso è libero per chi vuole fare un buon lavoro”. Un ritmo complesso, anche, che intreccia in una ricca sintassi immagini e silenzio. Efficace, perché crea un’attesa ritmica. Puntualmente elusa, quando serve, perché la scrittura di Livia Candiani è vigile, anche quando evoca figure della psiche. Unisce il controllo e la precisione con l’indeterminatezza obbligata del dire l’indicibile. “Molti corridoi. / Conducono alla porta. / Circondano la porta. / Molti corridoi. / Davanti alla porta. / Dietro alla porta. / Invisibili.”. Finché si aprono finestre, navi salpano nel mondo e attraversano il tempo, e il poema stesso è una di queste navi giunto fino a noi.

Bevendo il tè con i morti
La morte e i morti sono una presenza costante nella poesia di Livia Candiani, da “Io con vestito leggero” a “Bevendo il tè con i morti” a “La bambina pugile”. Sempre in queste raccolte la morte si colloca in una prossimità con il mondo dei vivi. “Bevendo il tè con i morti”, che contiene tra le più belle poesie sulla morte e sui morti mai scritte, nasce in questa prossimità e comincia in medias res: “Verso sera / i morti siedono sui fili della luce / come gocce di pioggia / che è già caduta”. Qualcosa c’è già stato, ne rimangono i segni, tracce concretissime e figure archetipiche, nelle “gocce di pioggia”, “sull’albero del giardino”, ne “la barca dei morti”, “ai vetri della finestra”, sulle “piastrelle in cucina”. Se il perturbante è un esorcismo, “Bevendo il tè con i morti” è un’iniziazione. La presenza della morte viene recuperata, e con essa ci viene consegnata una “antica consuetudine/d’intimità”. Avviene come dice Emily Dickinson: “Quando non v’è più luce / a poco a poco / prendiamo l’abitudine del buio…”.
Avanziamo nel libro e la vista si adegua. Guadagniamo una doppia vista e i morti li vediamo o ne sentiamo la presenza in ciò che ci circonda. Dove c’era il peso appare la leggerezza (“Il morto /… trepido coltiva / la leggerezza di un bambù / per avere in vita / troppi pesi portato”), il buio appare luminoso (“Azzurra / è la notte / dopo il buio del corpo / per la morta / che sognava l’aperto”). E con quanto struggimento leggo di “tutti i delicati morti / che senza indirizzo / ora passeggiano in cerca / dell’incompiuta musica umana“. Vedo me stesso da un altrove, io stesso corpo e sguardo, “sono il vetro della finestra / che guarda“. Si susseguono impalpabili rivelazioni (“Non si addice / ai morti la tristezza”, “Non a casa / ma senza casa / sono i morti”, “e a braccia spiegate / si gettano nella dimenticanza”, “i portatori di pace / entrando seminano / a piccoli gesti celati / fiocchi di silenzio”). Mentre anche gesti e oggetti quotidiani diventano momenti di un’avventura dello spirito, “la teiera il coperchio“, il pavimento di legno che canta per i morti, il bicchiere da cui si beve “la vita mancata
Dopo aver abitato la soglia tra i vivi e i morti, e averci condotto il lettore, Livia Candiani affronta il suo corpo a corpo con la morte nell’ultima sezione del libro, Madre eretica, dedicata alla morte della madre. Una poesia per me è il culmine di questa sezione e forse dell’intero libro, e ne costituisce una chiave d’accesso, è Mi insegno: “Mi insegno/a non proferire urlo/mentre mi cadono addosso/secchi di notte…”. C’è il dolore umano di fronte alla morte, l’individuo nella sua solitudine irrimediabile. “Mi insegno”. “Mi insegno” perché non ci sono maestri, ed è l’intero universo umano che urla silenziosamente. Se il dolore non ha limiti, il linguaggio è attento e maestoso, tale da inverare quanto affermava Shelley: “La Poesia è uno specchio capace di rendere bello ciò che è distorto” (“Difesa della poesia”). E anche noi come il Poeta avvertiamo il dono prezioso della poesia: “Leggero è il macigno/portato con le ali…”.

C’è male male grande
Quasi a evidenziare una continuità con la raccolta precedente, anche “La bambina pugile” si apre con una poesia dedicata alla morte del fratello, e alla morte sono dedicati altri componimenti, tra cui l’intera sezione Pianissimo per non svegliarti scritta nella circostanza della morte di un’amica. Anche qui espressioni di una evidenza materiale per dire il fatto della morte (“Qui la morte è il materasso strascinato / via, le luci scheletriche”) e il suo prevalere sul chiacchiericcio inautentico (“la morte straccia le notizie, / è contemporanea, sempre”), ed espressioni di tangibile levità per dire l’indicibile di una presenza che persiste (“Sei aria che sorride, / che mi circonda amorosa”, “ora visiti le stanze / con andatura lieve”) o di un’assenza incolmabile (“è così bruciante ora / accoglierci senza tocco / nel telefono che non suona / nel messaggio che non arriva”). Anche qui la protesta del vivente (“ogni morte è prematura”, “la morte non aspetta. / È un ritmo ignoto che ci spinge / alle spalle”). Con il ricorso a diverse modalità di scrittura per dire l’evento, come nella poesia Per zia Lù, dove troviamo descrizione e dialogo: “Non c’era luce / il tuo profumo scendeva le scale / la tua amica Marina ripeteva: / ”Perché?””, racconto: “Ti ho toccato piano i piedi / nascosti dal tuo asciugamano / azzurro”, riflessione: “ogni morte è prematura / e noi manchiamo sempre / il punto e non c’è punto, solo / opera incompiuta”.

Nel mondo dunque “C’è male male grande / come feritoia e fame / di carezza…/ pezzi perduti di te di me / a ogni inciampo a ogni / passo…/ noi moriamo sai / noi moriamo” (Mappa per l’infanzia). Ma Livia Candiani rifiuta un comune sentire che tende a espellere la morte e i morti dall’esperienza dei viventi (“Pensa, la relazione di ora / questa nuova faccia / dell’amore, / la chiamano lutto”) e come l’amica di Pianissimo per non svegliarti dentro l’esperienza del dolore cerca “il punto / in cui il male si fa conoscenza”. Il male non è alieno alla condizione umana e può trovarvi una sua funzione. “C’è un male / che non aggiunge male / sgombera spazio / lo vara tagliando / la corrente del superfluo /… C’è un male / che fa guarigione”.

All’io, le ferite dell’esistenza aggiungono quell’intensità di sentire che lo rendono capace di vero dialogo. Così l’io parla all’altro, la sua ferita parla alla nostra ferita. Così la presenza dell’io e della sua ferita non è un inciampo anzi una via per un umano parlarsi. Come dice Bataille, “La comunicazione richiede una mancanza, una ‘incrinatura’; entra, come la morte, da una fessura della corazza. Richiede una coincidenza di due lacerazioni, in me stesso, nell’altro” (“Il colpevole”).

Per abbracciarsi si fa così
Termino la lettura di questo libro con la forte sensazione di avere aggiunto qualcosa alla mia esperienza, di avere acquisito un sapere che meglio definisce il mio essere nel mondo – in una lingua che trascende la parola. Il respiro della poesia traduce in parole-immagini l’alito stesso delle cose. Perché “La Poesia agisce in modo diverso e più divino, risveglia ed allarga la mente stessa facendone il ricettacolo di mille sconosciute combinazioni di pensiero” (P.B. Shelley, “Difesa della poesia”). Solo alla poesia è dato “trasformare l’invisibile in visibile”, uscire “fuori dai confini dell’anima – nella parola”.

È significativo che anche ai lettori non accademici arrivino in modo diretto i versi di Livia Candiani. Come ha osservato Bruno Nacci, “il lettore… da questa poesia viene convocato come testimone, giudice, complice, tutto fuorché esteta e declamatore di gradevoli sonorità”. Perché, come dice Tzvetan Todorov, “Il lettore comune… ha ragione rispetto a insegnanti, critici e scrittori quando gli dicono che la letteratura parla solo di sé, o che insegna solo a disperare. Se non avesse ragione, la lettura sarebbe condannata a sparire nel giro di breve tempo” (“La letteratura in pericolo”).

È significativo che la dimensione dell’incontro abbia una posizione preminente in tutte le testimonianze su Livia Candiani. Così Alida Airaghi: “Ho conosciuto Chandra Livia Candiani in una giornata primaverile del 1986… Le mie bambine, Daria e Silvia, avevano allora sette e un anno, e Vivian, presentando Chandra alla più grande, l’aveva così avvertita: “Vedi questa ragazza? È un folletto!” E in effetti, con la sua espressione di infantile stupore, i capelli corti, biondi e dritti sulla testa, il corpo agile e inquieto, Chandra ben si prestava a incarnare una vaporosa figurina boschiva”. Nello stesso tono scrive Vivian Lamarque: “È piccola e non pesa niente di niente, assomiglia, davvero, al Piccolo Principe, così come Saint Exupéry lo disegnò. Sa fare tante cose, parlare con i merli indiani, con gli olmi, i morti (senza tavolini però), tradurre testi buddisti per un grande editore (campa di questo), sa meditare e far meditare, disegna, recita in piccoli teatri e anche a domicilio, sa fare tante cose bene, e scrivere poesie bene… Leggeva con una voce strana, quasi straniera, che colpiva. Una voce infantile ma seria, debole ma forte… fa parte di quei poeti che almeno una volta vanno ascoltati, i loro versi vanno letti avendo quell’eco nelle orecchie”.

Ma Livia Candiani va ascoltata anche quando non dice i suoi versi, perché alcuni parlando di poesia parlano di sé, Livia Candiani parlando di poesia parla della Poesia. Spesso anche quando parla di sé parla della poesia. Per alcuni poeti infatti poesia e vita sono tutt’uno, un percorso comune, e Livia Candiani è uno di questi.

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8 Responses to Chandra Livia Candiani, La bambina pugile

  1. francescotomada il 19 giugno 2014 alle 21:09

    Una lettura attenta, rispettosa e acuta per un’autrice tra le più valide della poesia italiana.
    Grazie a entrambi.

    Francesco t.

  2. Giorgio il 20 giugno 2014 alle 06:35

    Grazie a te, Francesco, dell’attenzione, e grazie ad Antonio Sparzani per l’ospitalità.

    Segnalo per gli amici siciliani che domani sabato 21 giugno, alle ore 18, “Nuvole Galleria” (Palermo, vicolo Ragusi 35 – angolo via del Celso 14) ospiterà la presentazione de “La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore”. Ne parleranno con l’autrice Francesco Balsamo e Giampaolo De Pietro.

  3. […] Continua a leggere Chandra Livia Candiani, La bambina pugile su “Nazione Indiana”. […]

  4. […] su Nazione Indiana un mio articolo su questo libro e i testi di Sebastiano Aglieco, Franca Mancinelli, Nadia Agustoni, Alessandro […]

  5. […] su Nazione Indiana un mio articolo su questo libro e i testi di Sebastiano Aglieco, Franca Mancinelli, Nadia Agustoni, Alessandro […]

  6. Stella Maria il 21 giugno 2014 alle 22:24

    Grazie Giorgio e Grazie ad Antonello che ti ha postato.
    Ho trovato in queste parole le sensazioni provate a pelle conoscendo Chandra ed è bello vedere che persone vere esistono ancora e hanno la leggere dell’io. Perchè l’arte non è solo autoesaltazione, come spesso ci capita di leggere o vedere o sentire, ma è anche una voce che racconta all’uomo i suoi sentimenti, porta pathos e consolazione qualcosa di immortale che resiste ai secoli e all’autodistruzione del genere umano.
    Potrei scrivere di tante cose che mi hanno colpito ma non sono così brava con le parole e rischierei solo il copia/incolla di ciò che ha scritto Giorgio.
    Non ho più i genitori e ho perso una figlia, presto, tutto è avvenuto molto presto, la leggerezza dei morti è qualcosa che mi porto dentro avendo con chi mi ha amato, e molto, ancora un legame molto forte per fede ma anche e soprattutto perchè l’amore dato e ricevuto non si dimentica.
    E poi questo ricordare come abbracciarsi è semplicemente straordinario, per me lo è in questo momento che vivo la cattiveria delle persone come stigmate, separazione e male fatto solo per affermare se stessi distruggendo l’altro.
    Grazie ancora, soprattutto a Chandra perchè si dona e a te Giorgio per avermela fatta conoscere.
    Stella Maria

  7. Giorgio il 23 giugno 2014 alle 20:24

    Cara Stella Maria, grazie del tuo commento: è una conferma che Chandra Livia Candiani “fa parte di quei poeti che almeno una volta vanno ascoltati, i loro versi vanno letti avendo quell’eco nelle orecchie”.

    Ma confermi anche quanto dice Todorov sempre ne “La letteratura in pericolo”: che il lettore “oggi come un tempo, non legge le opere per padroneggiare meglio un metodo di lettura, né per ricavarne informazioni sulla società in cui hanno visto la luce, ma per trovare in esse un significato che gli consenta di comprendere meglio l’uomo e il mondo, per scoprire una bellezza che arricchisca la sua esistenza; così facendo riesce a capire meglio se stesso”.



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