les nouveaux réalistes: Olga Campofreda

27 giugno 2014
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Lezioni di italiano

di

Olga Campofreda

 

A South Kensington c’è una strada che si chiama come un giardino, c’è poi il numero quarantanove, interno due, citofono laccato in oro. Mi ci specchio ogni volta in superficie mentre qualcuno, dall’altra parte, percorre il tragitto che da una poltrona costosa arriva ad aprirmi il portone, che fa un rumore sordo, un clank secco, come di una cassaforte dopo la combinazione esatta.

La mia combinazione è stata esatta, immagino. Sarà anche per questo, il rumore, un fatto di coerenza.

Lungo la strada che si chiama come un giardino ci sono parcheggiate solo Mercedes, Maserati, Carrera e io non ne so proprio nulla di automobili, ma lo capisco quando si tratta di un convegno dov’è gradito l’abito scuro e una tassa di iscrizione al club particolarmente alta.

La mia combinazione è stata sfacciata, soprattutto.

Prima di salire al primo piano passo in rassegna il mio volto ancora una volta, raduno tutte le rughe che posso, le divido tra quelle che significano stanchezza (le congedo) e quelle che significano esperienza, maturità (mi concentro su quelle, le tengo strette, le scavo). Non sono un’insegnante di italiano, ma sono italiana. Questo forse dovrebbe bastare. Sono italiana e sono sfacciata e tutto quello che devo ripetermi per convincermi a salire le scale del palazzo (scale rivestite in moquette rossa, uno scorrimano in legno bianco e dorato) è che sono una professionista della mia lingua madre, la parlo quasi da quando sono nata e questo è tutto, niente può scalfirmi. Conosco la pronuncia delle parole, il significato, i sinonimi, l’ordine in cui prediligono essere disposte. Conosco il senso proprio, il doppio senso, l’assenza di senso. Conosco il modo di dire e mentire da vent’anni, dal primo non-sono-stata-io che ho pronunciato.

Ci sarebbe questa signora di una certa età, mi avevano detto all’Istituto, questa signora vorrebbe fare delle lezioni di italiano, impararlo in fretta, parlarlo subito. E’ sembrata molto insistente. La signora si chiama Lila, me la sono immaginata vestita di un grembiule a fiori rosa e violetti, con un cappello di paglia, china su una porzione di serra. Ho pensato a Lila come una di quelle artiste di decoupage con l’attitudine spiccata alla preparazione delle torte di mele. Una signora di una certa età. A cosa dovrebbe servirle l’italiano? A leggere Dante, ho pensato. Ho pensato a lungo. Le uniche volte in cui sono in anticipo sono i primi appuntamenti, così pensando impiego quel lembo di tempo. Non ha fatto eccezione la prima volta da Lila, quando ho iniziato a camminare lungo la strada di casa sua, la mia immagine che saltava da una lamiera cromata a un’altra.

Sono salita alle sei e cinquantanove minuti e alle sette spaccate ho suonato il campanello dell’appartamento.

Allora, inaspettatamente, ho imparato subito qualcosa di nuovo, e cioè come una vocale non scritta possa contenere un mondo e separarne due.

Non mi era mai passato per la testa che Lila potesse pronunciarsi [Laila]. Laila è una canzone maliziosa, sensuale, appena la sussurro spazza via la serra, il vestitino a fiori e il profumo di torte di mele come una violenta folata di vento. Al suo posto si impone un bacio alla francese, un movimento sensuale della lingua, un’assonanza con lascivo, lascivia, lascio, permetto.

Entra pure. Che puntualità.

Laila è una modella newyorkese. Si è trasferita a marzo a Londra, vive in questo appartamento con il suo compagno, un inamidato pezzo della finanza che lavora nella City. Lei fa shopping, lo aspetta a casa, si concede il lusso di dedicarsi alla bellezza in mezzo alla bellezza, circondata da un cumulo infinito di cuscini bianchi, una cucina con tre frigoriferi e  un lavandino con tre uscite per l’acqua: fredda, calda, bollente.

Mi offre del tè ed è pronto in un secondo. Un getto diretto nella tazza di porcellana.

In cucina ci sono dei fiori riposti in un vaso, la sola cosa che posso collegare a quanto pensavo di trovare e non è stato, la serra, la vecchia di cui sopra. Fiori del Waitrose, fiori di supermercato.

Non avevano il resto, dice lei. Ho preso questi, ma stanno già morendo.

Li tira fuori dall’acqua e li riversa a testa in giù nel secchio della spazzatura.

Questo nel giorno del nostro primo incontro.

In quelli successivi ci siamo sistemate nel salotto,  sul tavolo davanti al camino, illuminate da una foto di Marilyn in bianco e nero che legge un giornale.

Vado a casa di Lila due volte alla settimana. Quando tardo di cinque minuti, per il primo quarto d’ora di lezione lei se ne resta con le labbra serrate e un po’ imbronciate, poi le passa. Non vedo l’ora che le passi ma non faccio mai nulla per arrivare in orario. Mi piacciono le sue giustificazioni, immagino servano a coprire l’assenza delle mie, che invece non arrivano mai. A Roma la buttavo sui trasporti, qui non posso, non a Londra.

In genere finiamo per le otto spaccate perché lei deve andare a una cena o aspetta il futuro marito per una partenza, per un rientro.

So tutto di lei perché la faccio parlare. Le ho insegnato a dirmi di dov’è (New York), cosa ha studiato (economia, poi ha mollato), com’è composta la sua famiglia, com’è la sua casa.

Ci sono tanti tipi di case, -le dico- tanti modi di dire casa, anche in italiano.

C’è l’appartamento, c’è il monolocale, la villa, l’attico.

Attico?

Una specie di penthouse.

Lila sorride. Come si dice I want?

Voglio, si dice voglio.

Io voglio un penthouse. Io voglio un attico?

Non lo so, lo vuoi?

Annuisce. -Si dice così? Io voglio un attico.

Corretto. Brava. Anche io, – aggiungo.

Cosa?

Un attico.

Ho una mia amica che ne vende uno- annuncia Lila, strappando il velo di impaccio dal suo volto che cerca di mimare la mia lingua. Magari ti interessa.

Magari, Lila, magari. Poi vediamo. Adesso però guarda.

Nota: l’ironia che va insegnata, poco prima o poco dopo il periodo ipotetico dell’irrealtà.

Passo a indicarle le parti della casa, i mobili. Pieces of forniture. I comodini, gli armadi, il tavolo, lo stereo.

Voglio due comodini. È corretto?

È corretto. Ma magari puoi anche dire che ‘ho bisogno’.

Bisogno è need?

Esatto. Tipo per vivere. Una cosa importante. Le cose che vuoi e che non hai non ti impediscono di vivere serenamente, non ti crea problemi se per un po’ le resti a desiderare senza averle. Quando hai bisogno di una cosa invece ne hai bisogno, ti serve proprio.

Voglio un televisore. Nuovo.

Esatto, le dico. Mi volto a guardare quello vecchio e noto con piacere che è più grande dello schermo del vecchio cineclub di Casagiove, in provincia di Caserta, ai tempi della prima del Titanic.

Lo vuoi?

Sì, mi dice Lila, lo voglio.

Ti serve proprio?

Allora magari lo vuoi veramente. E mentre soddisfatta ricavo quanto l’allieva abbia capito la differenza tra volere e avere bisogno mi passano davanti agli occhi tutti i cuscini della casa, e i quadri e il terzo frigorifero e il terzo rubinetto, quello con l’acqua bollente. E i fiori freschi a testa in giù nel bidone scintillante della cucina.

Mi congeda con un rotolo di pound nel palmo della mano, mi dice ciao a domani, scappo a fare i capelli, ed è bellissima e gentile,e non ha più la smorfia sulle labbra serrate, ma sorride e perfino mi dice che poi se davvero mi interessa può mettermi in contatto con la sua amica, quella della penthouse, una vista clamorosa a ridosso di Southbank.

Ok, ci penso, magari, ci penso, ti dico. A giovedì.

*

Ci sono i verbi della prima coniugazione. Ho pensato che un mucchio di fotocopie mi avrebbero facilmente aiutato a vestire i panni dell’insegnante di lingua. Tutte le insegnanti di lingua portano agli allievi fotocopie provenienti da libri misteriosi. È tutto lì il segreto, immagino. E i tacchi. Il rumore dei tacchi quando si entra in casa o in classe. Io e Lila torniamo a posizionarci in salotto e lei mi dice che non fa nulla che oggi non esce, possiamo stare qualche minuto di più. Noto con sorpresa che ha i capelli sporchi. Resterà a casa, non si sente bene e Gabriele è fuori per lavoro.

Le dico che sarà facile, che sono cose facili, anche se so bene quanto lei detesti la grammatica. Le spingo avanti la fotocopia che porta stampate le colonne di coniugazioni, presente indicativo. Poi cominciamo una lettura.

Sandra e Federico sono fidanzati. Sandra è di Milano, fa la maestra e lavora in una scuola elementare. Federico è di Roma e  lavora in banca. Abitano nella stessa casa ma non passano molto tempo insieme, pranzano fuori e cenano ogni sera. Sono innamorati anche se qualche volta litigano.

 Le chiedo allora di sottolineare i verbi che non conosce ancora:

Sandra e Federico sono fidanzati. Sandra è di Milano, fa la maestra e lavora in una scuola elementare. Federico è di Roma e  lavora in banca. Abitano nella stessa casa ma non passano molto tempo insieme, pranzano fuori e cenano ogni sera. Sono innamorati anche se qualche volta litigano.

Le spiego che hanno in comune il modo in cui si coniugano, eccetera eccetera. Una volta che ha imparato può usare qualsiasi verbo della stessa categoria.

Non a caso nella prima coniugazione ci sono queste cose fondamentali, la grammatica pare fatta apposta, chissà quanto è stato fatto apposta.

Cosa?

Ma guarda, non vedi? Pranzare, cenare. Come fai a vivere senza? Lavorare.

Litigare, dice lei.

Brava- le dico, ma poi mi accorgo che ha pronunciato solo la parola, senza il suo significato, incluso. Ha gli occhi vuoti e chiedono.

Litigare, come discutere, dico in inglese.

Ed è necessario?-domanda lei.

Certe volte sì. Certe volte è necessario, credo. Ne abbiamo bisogno.

Io-ho-bisogno-di- litigare, scandisce. Lentamente, come qualcuno che per la prima volta dopo anni emette un suono. Un risveglio dopo il coma.

A volte sì, Lila, certe volte ne abbiamo bisogno.

Lei sorride e passiamo avanti.

Sono- innamorati. Legge. Che significa?

Significa che they love each other. Come amare.

Si passa le mani tra i capelli, poi sul viso. Pensa.

Coniuga il verbo lavorare, un po’ claudicante. Le dico brava, vai bene, quando torna Gabriele potrai intrattenerlo per un paio di minuti almeno. Non servirà parlare oltre, immagino.

Lila mi guarda ancora con quell’espressione vuota e penso di nuovo che non siamo arrivate così avanti, per adesso siamo ferme in equilibrio sopra un senso solo, quando riusciamo a trovarlo.

Voglio o bisogno. Voglio lavorare, dice Lila, appena finito di coniugare il verbo per intero. Un po’ mi annoio. Voglio lavorare, pure se non ne ho bisogno. E a volte sono triste.

E’ la prima volta che mi dice qualcosa di veramente privato. Cala un silenzio imbarazzato che non so gestire.

E amare? Le chiedo, ancora un altro verbo e poi chiudiamo.

Ma lei fraintende.

Voglio o bisogno?

Le dico non fa niente, lo faremo la prossima volta, che sono ormai le otto e già mi vedo alla Piccadilly line ostruita dal rientro.

In realtà non lo so, non è davvero per questo. E’ solo che improvvisamente ho troppa voglia di tornare a casa.

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