Finale di partita

28 giugno 2014
Pubblicato da

di

Francesco Forlani

Simon Lane, bambino, in macchina con suo padre. Opera pubblicata in Paso Doble special Sport

Simon Lane, bambino, in macchina con suo padre. Opera pubblicata in Paso Doble special Sport

 

I sogni non vengono mai soli.

Nessuno fa mai un solo sogno,

ma diversi sogni. Accettiamo i sogni come

accettiamo la nostra mortalità. Se ne ricaviamo

o meno un senso è irrilevante. Così come

il fatto che siamo esistiti ed esisteremo ancora.

Simon Lane, Rio de Janeiro, 14 March 2012

Una delle più belle performance di Simon Lane, scrittore meravigliosamente british, parigino nell’anima, la fece durante i giochi della XXVII Olimpiade che come molti ricorderanno si svolsero a Sydney dal 15 settembre al 1º ottobre 2000. Non posso dire con precisione in quale giorno delle due settimane avvenne ciò, ma di tre cose sono più che sicuro. Primo: la lettura fu in quelle due settimane; secondo: accadde in uno dei due week-end; terzo: se fosse stato possibile incarnare la letteratura di Simon in un giocatore, nessuno di noi avrebbe immaginato una maglia diversa dalla numero sette, una maglia di colore rosso per il più dandy di tutti i campioni: George Best.
A Simon Lane, però, il calcio non interessava affatto. Durante i mondiali, gli europei, partite di coppa e affini, non si assiepava con noi tra i divani anni settanta del Café sporting e a proposito dell’esercizio fisico amava ripetere la celebre replica offerta da un onorevole ultraottantenne Sir Winston Churchill a un giornalista che gli chiedeva quale fosse il segreto della sua longevità: « Cigars, whisky, no sport ». Simon Lane realizzò dunque di venerdì il suo intervento, Le monde d’aujourd’hui. Come molti sanno, il quotidiano le Monde esce il venerdì e durante tutto il week end per chiunque si rechi all’edicola, alla richiesta del Le Monde del giorno, l’edicolante porgerà che si tratti di venerdì, di sabato o domenica quella stessa identica edizione; Le monde d’aujourd’hui in realtà è Le monde del venerdì, ma che può essere del sabato e per i ritardatari quello della domenica.
La rivolta di Simon non era contro le monde ma contro il tempo. Come la volta che eravamo stati fermati dalla polizia stradale e al poliziotto che gli rimproverava di avere “solo” un permesso di soggiorno temporaire, lui aveva ribattuto che ad ogni modo anche le nostre vite, lo erano, temporaires. La ragione per cui in un racconto che dovrebbe a 14 giorni 20 ore 2 minuti 3 secondi dalla finale e in quattromila battute rivelare il contenuto della scatola nera recuperata dal fondo della classifica di un girone disputato, ammettiamo, dalla nazionale italiana, io stia parlando di uno scrittore pubblicato in inglese, portoghese, francese e questo autunno finalmente in italiano, è semplice. Potrei semplicemente dirvi che chiamandomi Forlani non potevo che dedicare allo scrittore e all’amico qualcosa di questo tipo, scrivere un racconto For Lane, e farlo in quest’occasione, per il fatto che pur essendo nato a Londra, vissuto a lungo a Parigi, un anno dopo la sua performance avesse deciso di trasferirsi proprio a Rio de Janeiro.
1960-s-george-best
No, il fatto è che come spesso succede nelle grandi esperienze della vita, che siano esse di dolore o di gioia, la questione non sta tanto nel “quanto durerà” ma con chi ci sarebbe piaciuto, o avremmo semplicemente voluto condividerla quella esperienza. E questi mondiali li avrei voluti guardare con Simon. Mi chiedo, per esempio, per quali nazionali in campo giovedì 26 Simon Lane farebbe il tifo, immaginando magari per un solo momento che ad affrontarsi vi siano le rose degli scrittori che attraverso stili inimitabili hanno disegnato le città, cartografato i quartieri, dato vita ai personaggi, descritto gli usi, e i costumi, cultura e civilizzazione, il modo di amare o di uccidere, di entrare in campo, di quelle “nazioni”.
Tra Stati Uniti e Germania sono sicuro che avrebbe affidato al modulo Edgar Lee Masters – Edgar Allan Poe le sorti della partita come un allenatore che possa disporre di due gemelli del gol, alla maniera di Ernst Happel con i fratelli René e Willi van de Kerkhof, per intenderci; perché Simon aveva un gemello nella vita e due ai polsini. L’amore sfegatato per Pessoa lo avrebbe schierato certamente in area lusitana e del resto non fu a Lisbona che Simon prese quartiere per lunghi periodi? Tra Corea e Belgio avrebbe indubbiamente optato per i primi essendo i secondi troppo ordinari mentre tra i russi e gli algerini credo che la grande tradizione romanesque di madre Russia avrebbe deciso sul da farsi. E comunque la somiglianza di Simon Lane con Vladimir Majakovskij, sia dal punto di vista della versatilità nelle arti che nell’eccentricità del vestire –e perfino in certi tratti fisici-era a dir poco stupefacente. Mancano 14 giorni 19 ore 9 minuti 30 secondi al giorno in cui si giocherà la finale. Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire.
Se Simon fosse ancora qui è con lui che vorrei vederla. Lo costringerei a farmi compagnia. Sarebbero delle gran bevute ma solo per mitigare il caldo degli spalti, immaginari, e mescolare alcol e sudore; soltanto per rendere memorabile il tutto. Il mio amico filosofo Jean Claude Michèa ci direbbe che l’unico modo per far sopravvivere lo spirito sportivo è vivere la partita di calcio senza la dittatura del business is business; il capitale che fa simulare, fingere, spegnere il cuore e giocarla con lo spirito giusto, lo spirito del dono. Bill Schankly – il leggendario allenatore del Liverpool non aveva forse detto che “il vero socialismo era quando ciascuno lavorava per tutti gli altri e che la ricompensa finale sarebbe stata equamente divisa fra tutti”?
Racconto pubblicato nella rubrica “Penne mondiali” (Tiscali) a cura della Nazionale Scrittori Osvaldo Soriano Football Club

 

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6 Responses to Finale di partita

  1. carlo carlucci il 28 giugno 2014 alle 17:15

    voto:nove, bravo

  2. véronique vergé il 28 giugno 2014 alle 17:42

    Sento la grande sensibilità di Francesco sfiorare le parole.

    Scrivere il ritmo dell’amicizzia.
    Sapere unire saudade dell’amicizzia
    con la gioia immaginaria.

    E’la partita della vita, dei piccoli momenti che abbandoniamo a chi vive ancora.

    Non seguo le partite. Ma forse sono come Simon Lane. Sono per un paese nella sua dimensione letteraria.

  3. anna il 29 giugno 2014 alle 16:41

    non so quando prenderò la dipartita Iva. Poco importa.
    Importa il fatto che la mia vita è stata ed è una fiaba ebraica, uno sputo di tempo do soffio divino e di vino.
    Il “c’era una volta” delle fiabe ebraiche si scrive più o meno “Pa’am achat”.
    Pa’am è il suono del battito del cuore. “Achat” io me lo vedo più fransé, cioè “acquisto”.
    Ecco, se uno vuole che la propria vita, tragica o leggera che sia, abbia quel pneuma che la gonfia come una vela senza direzione, eviti di acquistare o vendere il proprio Pa’am.
    Sennò finisce che si vende anche un rene e sono tutti cazzi suoi. :-)
    Bene, grazie FF, gioia vera del mio pa’am, come di molti altri tuoi lettori.
    Io torno a fare Syd Barrett: non coltivo funghi in cantina, ma mi fanno siringate di peyote ignoto da paura: quello che i sogni li uccide.

    Baci a tutti,
    a presto, “esprits de finesse” di NI: non scommettete, non ne vale la pena. Rimaniamo canne pensanti, e non azzardiamo su chi non gioca a dadi. Magari canne pensanti con una canna in mano, alla faccia di Giovanardi e Lupi.

    Anna G.

  4. anna il 29 giugno 2014 alle 16:48

    ” Il termine del suo rimuginare fu brusco, ma lo precedettero alcuni segni. Primo (dopo una lunga siccità) una remota nube sopra un colle, leggera come un uccello; poi, verso sud, un cielo rosa come la gengiva del leopardo; poi le fumate, che arrugginirono il metallo delle notti; infine la fuga impazzita delle bestie. Poiché si ripete ciò che era già accaduto nei secoli. Le rovine del santuario del dio del fuoco furono distrutte dal fuoco. In un’alba senza uccelli il mago vide avventarsi contro le mura l’incendio concentrico. Pensò, un istante, di rifugiarsi nell’acqua; ma comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiezza e ad assolverlo dalle sue fatiche. Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo.” J.L.B.

  5. anna il 29 giugno 2014 alle 17:08

    ebbè.
    Scusate la graforrea ma tra un’ora mi ritocca il peyote antionirico e oggi mi sfogo.

    “(…) Elias Canetti offriva poi una definizione che implica quei «tre comandamenti» e schiude l’accesso a tutta l’opera sua, oltre che a questo libro stesso: lo scrittore come «custode delle metamorfosi», erede della capacità mitica di aprire in sé un vasto spazio dove ospitare le figure più contrastanti. Figure che, per lo scrittore, «sono la sua molteplicità, articolata e consapevole, e siccome vivono dentro di lui, rappresentano la sua resistenza alla morte»”.

    QUIZ MACABRO!… per chi ricordasse le parole finali di Autodafé, le confronti con la più famosa frase di Adolph Eichmann durante o alla fine del processo. (La storia di come Eichamann fu portato in Israele, dal momento che in Argentina non esisteva l’estradizione, è da raccontare e ascoltare. Fa ridere a crepapelle, ma alla Arendt, naturalmente).

    Dunque, parallelo tra Elias e Adolphino E. II. la Vendetta. “Quando salterò nella fossa ridendo, il pensiero di avere cinque milioni di ebrei morti sulla coscienza, mi darà un grande senso di soddisfazione”.
    Però: un vero atto da nazionalsorcialista.

    Scappo a beccarmi il mosquito peyote. Baci a tutti.
    Anna G.

  6. diamonds il 1 luglio 2014 alle 11:33

    mi ricorda tanto Mike Hawthorn il pilota inglese della ferrari primavera(uno di quelli mandati allo sbaraglio in nome dello spettacolo dal vecchio Enzo per intenderci),che a coloro che gli domandavano se non avesse paura rispondeva: “Life is short”

    http://www.youtube.com/watch?v=7eHJtMxU7HI



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