les nouveaux réalistes: Alessio Arena

16 luglio 2014
Pubblicato da

Simon Bolivar

Simón Mago

di

Alessio Arena

“In un lontano paese visse tanti anni fa una pecora nera.
Fu fucilata.
Un secolo dopo, il gregge pentito le eresse una statua equestre molto bella,
in mezzo al parco.
Così, da quel momento in poi, ogni volta che apparivano pecore nere venivano subito fucilate
affinché le future generazioni di volgarissime pecore comuni potessero
esercitarsi anche nella scultura.”

Augusto Monterroso, La oveja negra y demás fábulas, 1969

 

 

 

Dopo la prima settimana di convalescenza era arrivato il momento più temuto, lo stesso che avevo sognato proprio durante l’operazione, quando tenevo la bocca così aperta, spalancata, che quella poi diventava il portone d’ingresso della Giuseppe Parini, e io ci ero già dentro, caduto, immobile, senza la possibilità di uscirne mai.

La cosa peggiore di tutte, però, era che il mio ritorno a scuola, dopo un evento di tale portata, che mi aveva sconvolto le parole di bocca, sarebbe avvenuto in tutta solitudine, e sia all’andata che al ritorno, avrei dovuto percorrere i rumori assordanti di via Padula fino all’incrocio con via Boccaccio, e poi scendere verso la chiesa di Santo Strato, senza la mano nervosa di nonna Valeria che stringeva la mia, e senza la mano inconstante di nonno Vittorio che mi accarezzava l’altra.

Ero profondamente triste non solo per quello che mi aspettava quando sarei entrato in classe, introducendomi in silenzio nella prima fila di banchi, ma perché quei due vecchi mi avevano proprio abbandonato nel momento del bisogno: se n’erano andati, prima ancora che uscissi dalla sala operatoria, a chiudere le trattative di vendita della loro vecchia casa di Caracas, dove mancavano da un po’ di anni.

– Allora tutto a posto? – aveva chiesto mia madre alla loro prima telefonata, il giorno dopo l’operazione – Avete già visto i nuovi proprietari?

– Figlia mia, quali proprietari? Io non voglio vedere nessuno. – disse nonno Vittorio – Aspettiamo solo di firmare le ultime carte con l’agenzia. Ma, senti, passami il carajito, com’è sta? Si è messo a piangere?

– Uh, peggio, peggio ancora.

Infatti non mi ero messo a piangere, nemmeno una lacrima avevo versato quando l’anestesia si era andata a stropicciare sulle punte delle mani e dei piedi, staccandosi poi via dal mio corpo come la pelle di un serpente. E certo, mi faceva male. Ma alla sorpresa del dolore se n’era subito aggiunta un’altra: avevo paura di parlare, e poi, nell’imprevedibile passo successivo, non ne avevo neanche più voglia. Sentivo che un treno invisibile mi aveva attraversato la gola e si era portato via tutte le parole che stavano lì, tutti i suoni che mi servivano a dare un nome alle cose della mia vita di bambino del casale di Posillipo, il primo della classe nella quinta C della Giuseppe Parini.

– Ma come, non parla? Passamelo, passami il carajito. – diceva nonna Valeria, puntuale al telefono, ogni sera alle otto come il telegiornale, durante la settimana che io stavo al letto.

– Niente, è impossibile fargli uscire una parola. Secondo me è scemo. – tirava  corto mia madre. – Il medico del Cardarelli mi ha detto che sta benissimo e che ci sono decine di bambini come lui che si operano di tonsille ogni giorno.

– E allora?

– Allora non lo so! Gli ho spiegato che così fa ridere i polli, che non c’entrano niente le tonsille con le corde vocali. Ma quello deve fare sempre di testa sua: pensa che mangia pure le cose solide, ché quando mi avvicino al letto con le pappine fa una faccia verde, ma di parlare, di dire una vrenzola di parola? Niente.

– ¡Ay, Dios!

– Eh, mammà, ti devo riattaccare, ja’.

Ero arrabbiato con i miei nonni. Li immaginavo preoccupati, tristi davanti al panorama della giungla di cemento dove si erano trasferiti giovanissimi, e da dove poi se n’erano preventivamente andati, quando tutto era diventato politica, come diceva nonno Vittorio, anche fare la spesa, anche andare al bagno e pretendere di trovarvi la carta igienica.

Ero stato a casa per giorni a sorbire dalla cannuccia lo stesso succo di parchita che i vecchi mi rifilavano da piccolissimo, e pensavo che quando fossero tornati da Caracas avrei voluto tanto chiedergli se si ricordavano della mia voce. Ma questo sarebbe stato impossibile, perché io non parlavo più.

– Come stai? Com’è andata? Hai avuto paura? Bentornato!

Quel giorno in classe fu esattamente come lo avevo immaginato.

– Uh anema, ma t’hanno tagliato ‘a lengua? – disse Nicola Piccirillo, il mio compagno di banco, che era l’unico vero “straniero” del Casale, l’ultimo di una chiassosa famiglia di Santa Maria a Vico che aveva comprato un appartamento nel Parco Primavera, proprio dietro alla scuola.

– Allora gli devi imparare a parlare come i muti, mae’! – fece rivolgendosi alla maestra Giovanna, una arrivata da poco pure lei, con molte lentiggini, a sostituire la signorina Buccirosso.

– Ma no. Vedrai che dopo l’intervallo gli tornerà la voce. – rispose lei, con una voce tutta abbrucata, maltrattata dagli allucchi che le servivano a mantenere il controllo della classe. – Ha solo avuto la tonsillite.

– Uh anema, ‘a tonzilli’!

Nicola si alzò dalla sedia e cominciò a muovere le mani come un forsennato. In un batter d’occhio ebbe l’appoggio di tutta la classe: in piedi, sulle sedie, cominciarono a improvvisare una coreografia simile a quelle che gli animatori dei lidi di Miseno insegnavano sul bagnasciuga. A pieni polmoni, seguendo Nicola, tutti i miei compagni di classe ripetevano quella parola mozzicata, storpiata, che io vedevo saltare dalle loro bocche come un insetto: Tonzilli’! Tonzilli’! Ton-zi-lli’!

Quando la maestra Giovanna riuscì a farli stare zitti, minacciando di far venire la direttrice, aspettai che proseguisse la sua lezione di matematica, mi mostrai calmo, e poi, con un gesto inequivocabile, chiesi di andare in bagno.

– Mae’, statti attenta, che se ne scappa! – sentii che diceva Nicola, appena fuori l’aula – Lo fa sempre.

Ma il paesanotto aveva ormai perso qualsiasi credibilità di fronte alla maestra, che lo zittì con un fulminante:

– Se dici un’altra scemità, ti dò la parte del bambino gesù nella recita di Natale!

L’odioso Piccirillo aveva ragione, l’avevo già fatto diverse volte, con la signorina Buccirosso. Questa nuova non poteva immaginarlo. Uscire dalla scuola senza che nessuno ti chiedesse dove stavi andando continuava ad essere una cosa facilissima. Mentre scendevo le scale del primo piano, controllai che Olga, la bidella, stesse pulendo la palestra, e mi infilai nel giardino dell’ingresso come un insetto, come quello che stava in bocca ai miei compagni.

Tonzilli’, tonzilli’, mi ripetevo sul marciapiede, ma senza pronunciare quella parola, a bocca chiusa. Da quando mi ero operato e avevo smesso di parlare, tutto quello che normalmente mi suonava attorno, i rampicanti sui muri di Via Santo Strato, i claxon delle macchine, le carte che rotolavano sul selciato della discesa Coroglio, i tombini che sussultavano sotto l’autobus, tutto rimbombava, e sembrava intonare quello che io avevo in mente, anche se mai mi sarebbe venuto di reclamare la paternità di quelle cose, quelle parole che avevo la sensazione di sentire. Mai avrei voluto mettermi pure io dentro alla partitura invisibile di quell’orchestra.

La mia intenzione adesso era di andare al Virgiliano: sin da prima dell’operazione volevo ritornare nel parco per vedere con più calma quella statua che avevano messo il mese scorso, e che nonno Vittorio e nonna Valeria avevano applaudito con molto poco entusiasmo, fieri e impettiti vicino a Magaly Arocha, quella signorina con la gonna rosa stretta, la console del Venezuela a Napoli. Feci la strada più lunga per risalire sul viale Virgilio, perché qualsiasi vicino mi avesse visto avrebbe dato subito l’allarme a scuola, o a mia madre, che a quell’ora doveva stare sdraiata sulla sua sedia imbottita del consolato di via De Pretis, il suo posto di lavoro, dove mi aveva portato diverse volte a bere i succhi di parchita offerti dalla console, come no.

Entrai nel parco dall’ingresso principale, c’era pochissima gente, e il rumore degli alberi camminava frettoloso per i viali asfaltati e le terrazze panoramiche, dalle quali il mare, almeno quel giorno che aveva smesso di piovere sì e no una decina di volte, sembrava una enorme big babol scamazzata dal piede di qualcuno, enorme pure lui, chiaro.

Arrivai alla statua senza perdermi, senza avere nessuno alle spalle.

– Questo è il libertador – mi aveva detto nonno Vittorio quando era stata inaugurata la statua – Simón Bolívar: un uomo perseguitato da sciagure familiari, che nacque ricco e morì povero per liberare il suo popolo dal giogo del…

– Bla, bla, bla, leva mano, Vitto’… – lo aveva interrotto nonna Valeria, aggiustandosi con le sue mani tremolanti la permanente che esibiva quel pomeriggio, anche se con un certo imbarazzo – Era una pecora nera, carajito. Tu sai cosa fanno con le pecore nere a volte?

Mia mamma l’aveva richiamata dall’altra parte della terrazza, facendole segno che la console voleva salutarla.

La statua teneva sotto agli occhi un bellissimo scorcio del golfo. Era di bronzo, credo. I suoi occhi di bronzo stavano fissi sul Vesuvio perché, nonno Vittorio mi disse pure questo, da giovane, prima di fare la rivoluzione in Venezuela, Bolívar era venuto qui con un signore tedesco che ne sapeva parecchio di vulcani, di nome Von Humboldt, che l’aveva accompagnato fino a sù, al cratere, dove il libertador aveva potuto vedere il suo futuro.

Non so se era per il nervosismo, per la stanchezza di quella giornata, per questo mio nuovo modo di stare nel silenzio del mio quartiere, e della mia casa, e della natura del parco, ma appena arrivato avevo avuto la precisa sensazione che la statua si fosse in qualche modo accorta di me. A Bolívar lo avevano fatto senza gambe, il suo busto arrivava fino a qui, alla bocca dello stomaco, quasi uguale a quella di Santo Strato che il 17 agosto portavano in giro in processione per tutto il Casale. Sotto teneva una colonna di pietra, e io gli stavo su un fianco: senza guardarlo fisso negli occhi, lui non poteva vedermi.

Mi misi a sedere per tentare di tranquillizarci, sia io che lui. Passò un po’ di tempo e nella mia mente si fece spazio un pensiero più rumoroso di tutti gli altri: pensai che se lui aveva potuto vedere il suo futuro nel Vesuvio, con un po’ di impegno e di coraggio, avrei potuto cercare anch’io un poco del mio nei suoi occhi.

Stavo zitto, sempre zitto, e all’improvviso sentii una specie di voce. Una specie di vento che attraversava la corona di fiori che avevano lasciato al collo del libertador, e faceva muovere i petali con un tintinnio assordante, manco fossero stati di ferro filato.

Sentii che Bolívar mi diceva un sacco di cose, ma era una musica incomprensibile, nella quale, solo appizzando le orecchie e facendomi passare la paura, avevo colto i nomi dei miei nonni, e altre parole che iniziavano con la lettera V.

Improvvisamente ebbi una gran pena per Simón Bolívar e per i due vecchi, seduti nervosi e delusi, per l’ultima volta, nella terrazza della loro casa di Carcas appena venduta, a bere parchita. Pensai che nonno Vittorio e nonno Valeria credevano, a quel punto, che non ci fossero dubbi su di me: che io ero una pecora nera.

Allora mi tappai le orecchie, mi alzai da terra e mi misi proprio davanti alla statua del libertador, lottando contro il suo sguardo.

– Zitto, statte zitto! Non dire scemità! – urlai a squarciagola, con tutta la mia voce – Non dire una parola!

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2 Responses to les nouveaux réalistes: Alessio Arena

  1. véronique vergé il 16 luglio 2014 alle 17:41

    Nella scrittura di Alessio Arena si respira Napoli. Con tutti suoni.

    Non propio una scrittura visiva,
    ma un canto che accompagna
    chi è nato a Napoli.

    Anche la rabbia e la disperazione del narratore ha un canto.

    Piccolo annedoto: avevo visitato il magnifico museo di Capidimento.
    Per tornare nel centro, mi sono sbagliata e mi sono ritrovata vicina all’ospedale :)

  2. véronique vergé il 16 luglio 2014 alle 17:42

    Capodimento



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