Tre domande sulla scrittura (a Giulio Marzaioli e Andrea Inglese) 2

17 luglio 2014
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(Nell’ambito di una tesi dal titolo “Dalla prosa lirica alla prosa in prosa”, discussa da Marco Inguscio presso la facoltà di Lettere moderne presso l’Università del Salento, Giulio Marzaioli ed io siamo stati invitati a rispondere a tre medesime domande relativamente alla nostra esperienza di autori. Pubblico di seguito lo stralcio della tesi con le mie risposte all’intervista. a. i.)

INTERVISTA A ANDREA INGLESE

1) La prosa in prosa è scrittura della crisi. Siete d’accordo con una simile affermazione?

Il termine “crisi” può vuol dire molte cose e non so bene in quale senso venga qui utilizzato. Una prima forma di risposta potrebbe consistere nell’interpretare questa “crisi” come “crisi del verso”. Il verso ci pare limitante per il lavoro che ci interessa fare. Qui è meglio, poi, che passi alla prima persona singolare. Per molta parte del secondo Novecento si è parlato di un cammino della poesia verso la prosa. Si voleva registrare in questo modo un fenomeno abbastanza evidente. In molti poeti, come l’ultimo Montale o Sereni o Giudici, la poesia ha cercato di svincolarsi non ancora dal verso, ma da un lessico sublime o comunque ricercato e incentrato ancora sull’aspirazione simbolista alla trasfigurazione del quotidiano.

Più in generale si può dire che la lirica novecentesca sia stata comunque ossessionata dall’idea di espressione individuale come sorta di super-significazione. Intendo dire, che la parola poetica ha cercato di incarnare, di dare alla luce, delle significazioni che si ponessero ad un livello più alto e più globale di quello cui accediamo nella vita ordinaria, attraverso i vari ambiti locali delle nostre prassi. Il taglio versale, credo, sia un eredità di questa ossessione per la profondità, per il surplus semantico. Dobbiamo distinguere anche graficamente, o in ogni caso ritmicamente, il discorso poetico da quello ordinario.

La scelta della prosa mi sembra innanzitutto una sfida nei confronti di questa eredità del paradigma lirico. Ovviamente non si tratta di saturare poi la prosa di figure retoriche, di procedimenti della lingua letteraria, per compensare la perdita di enfasi ottenuta con la scomparsa del verso. La prosa, inoltre, si presenta come un territorio indifferenziato, anche perché nel mio caso, ma anche in quello di altri autori, essa non costituisce una semplice tappa di transizione verso una dimensione narrativa. Il discorso sarebbe molto più lungo e articolato, ma io lo ridurrei un po’ forzatamente a questa constatazione: il verso, che sia libero o no, è impregnato di una memoria “lirica”. Questa memoria non la considero di per sé come un elemento sempre negativo. Ma vi sono libri e testi, in cui non m’interessa confrontar mici in alcun modo. E sono questi i libri di prosa, e di prosa non del tutto narrativa, anche se la narrazione non è per me né un tabù né un dispositivo obsoleto. In libri come Prati (2007 e 2009) o Quando Kubrick inventò la fantascienza (2011), la prosa è prevalente, una prosa estremamente ritmata, in qualche modo “passata” attraverso il motore ritmico di un’oralità che non vuole, però, essere mimetica. A me interessa un’oralità inverosimile, non riconducibile precisamente a forme di mimesi psicologica o sociologica.

Insomma, ritornando al concetto di “crisi”. Se di crisi si tratta, essa riguarda le forme della poesia contemporanea – più o meno in continuità con la lirica novecentesca – ma anche le forme della narrazione oggi dominanti, che sono quelle del romanzo. Ovviamente questa crisi dipende da diversi fattori che riguardano non più solo la storia dei generi, ma quella della società e delle istituzioni culturali. Ma questo ci spingerebbe ancora più lontano, rispetto alla domanda iniziale.

2) Dal punto di vista contenutistico in questa scrittura interessa ancora la condizione umana storico-determinata? In che modo? Quanto e cosa vi è di civile?

Qui devo fare riferimento, di nuovo, alle prose che ho pubblicato fino ad ora. Penso in particolar modo a Prati, a Quando Kubrick inventò la fantascienza e a I miei pezzi (2013). In ognuno di questi testi è fondamentale la condizione umana storico-determinata. Non potrebbe essere altrimenti. Ma questo è un assunto molto generale. È come se volessi dire con ciò: scrivo sempre facendo riferimento alla mia esperienza, e la mia esperienza è quella di un essere umano che vive in un mondo storico-sociale ben determinato.

Bisognerebbe vedere semmai come entrino questi aspetti nella scrittura, o ancora meglio come la scrittura riveli alcuni di questi aspetti, li renda più visibili e evidenti, più perspicui rispetto a come essi emergono in altre forme di discorso, sia esso politico, o morale, individuale o di gruppo. Ancora una volta, è meglio che faccia un esempio preciso. Nella serie di sette prose che compongono la serie intitolata I miei pezzi mi sono posto come problema di elaborare una possibile figurazione radicale del concetto di “capitale umano”. Questo è un concetto storicamente determinato, ossia si è imposto in una fase specifica della nostra società tardocapitalista e in concomitanza con una sorta di offensiva neo-liberista che non riguardava, ovviamente, solo decisioni di carattere prettamente economico o politico, ma che toccava anche ambiti relativi alla cultura e ai saperi.

Così ho preso questo concetto, che ormai si è talmente diffuso da aver quasi perso le sue connotazioni ideologiche, e ho pensato a come costruire un discorso basato su un’applicazione parossistica di esso. Se ognuno di noi è potenzialmente un capitale umano, vuol dire che qualsiasi cosa sia in noi, in quanto esseri umani, è potenzialmente capitalizzabile, e quindi investibile, e quindi atto a produrre un qualche profitto. Mi sono così chiesto come si potrebbero mettere a profitto alcuni fatti antropologici elementari come il respirare o il camminare. Mi fermo qui, perché dovrei ora scendere in un’illustrazione di tipo testuale. Ho voluto comunque mostrare come la scelta della prosa si è qui articolata con la scelta di un tema storico-ideologico specifico, affrontato in modo consapevolmente critico. Inoltre la scelta della prosa mi ha permesso di utilizzare una macchina retorica ridondante e ossessiva, che mettesse assieme, tra le altre cose, le caratteristiche del parlato e quelle del messaggio promozionale.

Un’ultima cosa sulla questione della “poesia civile”. Non credo sia possibile né utile scrivere della poesia civile. Soprattutto in Italia, soprattutto di questi tempi, soprattutto per autori della mia generazione o ancora più giovani. La poesia civile implica l’esistenza di un pubblico capace di mettersi in ascolto di un certo tipo di parola poetica, un pubblico che dovrebbe essere sensibile a un certo tipo di messaggi. La poesia civile s’immagina indirizzata alla parte illuminata, consapevole, di una determinata società oppure, in ogni caso, pone come suo presupposto uno zoccolo di valori fondanti e condivisi. Io non credo che ci si possa riferire a questo zoccolo di valori fondanti e condivisi, non credo che esista una cosa simile oggi. Io, comunque, non me ne sento assolutamente il depositario: io sono “minato” quanto chi legge le cose che scrivo, da questo punto di vista. Credo molto più in una poesia politica, ossia una poesia che assuma la sua parzialità, il suo ostinato opporsi ad assumere come ovvie certe forme di vita e certi discorsi dominanti. Questa parzialità è una parzialità di visione, innanzitutto, non di azione. Per questo, la poesia non propone, per me, programmi e linee di condotta. Cerca di costruire una visione alternativa, perché per agire diversamente, bisogna cominciare a vedere le cose diversamente. Ma la visione non agisce magicamente sull’azione. Quindi l’impegno per una diversa visione non è equivalente al tentativo di agire diversamente e in forme collettive.

3) Cataldi scrive: gli scrittori d’avanguardia – (come fecero i Vociani ad esempio) – non cessano di occuparsi, in modo più o meno esplicito e diretto sia della poetica della forma (rispondendo alla domanda: come dev’essere un testo per rappresentare la situazione presente?) sia di quella che potremmo chiamare poetica della ricezione (rispondendo alla domanda: come dev’essere un testo per creare nel pubblico dei lettori un certo effetto?). Questi fattori, intervengono nella vostra scrittura, e a che grado di consapevolezza?

Posto, ripeto, che non mi considero uno scrittore d’avanguardia, per il semplice fatto che non ho la pretesa di cambiare la vita attraverso la letteratura, la prima delle due preoccupazioni è molto presente quando scrivo. Il problema, però, non lo avverto come esigenza di concepire un testo in grado di rappresentare la situazione presente, ma semmai come la ricerca di un testo che sappia entrare in rapporto con la lingua del presente. Solo che questo entrare in rapporto è assai problematico. Innanzitutto, significa rinunciare ad ogni programmatica o sistematica inattualità della lingua poetica. La programmatica inattualità ipotizza che la parola poetica si realizza proprio attraverso una sorta di non contaminazione (un’illibatezza) con la lingua attuale, ossia la lingua idiota, stereotipata, depotenziata che circola nella società e attraverso i suoi supporti tecnologici.

Da un certo punto di vista, la poesia è sempre inattuale, in quanto non servibile nel gioco della comunicazione sociale ordinario, quindi non vi è nessuna necessità di enfatizzare questo aspetto. Per me, quindi, si è trattato in libri recenti, come Lettere alla Reinserzione del Disoccupato o La grande anitra (2013) di parassitare certa lingua del presente, cioè inserirmi all’interno, utilizzarla come involucro, primo sembiante, con l’intenzione però di far deragliare il suo funzionamento un po’ meccanico, povero semanticamente.

Per me la parola chiave credo sia “ambiguità”: avanzare con la maschera di una lingua familiare, che familiare, nei fatti, poi non è. Quindi non si tratta di rincorrere la lingua del presente o di pretendere rappresentare il tempo presente. Ma di utilizzare le forze del presente (della lingua presente) contro se stesse. Lo scopo è sempre quello di togliere ovvietà alle cose, alle frasi, ai contesti, alle figure che sono dentro il cloroformio dell’ovvio. Ma per questo non c’è bisogno di indossare né i panni del poeta moraleggiante dal suo eremo né quello del poeta come grande irregolare. Anche qui, le mitologie residue intorno al poeta sono molto meno interessanti del lavoro davvero particolare che, con la poesia o partendo dalla poesia, si può fare sul linguaggio.

Sulla questione della ricezione, calano le ombre e i più grandi dubbi. Innanzitutto chi è il destinatario della poesia? Vi è un destinatario universale? L’umanità? O, come è stato nei fatti, per buona parte degli scorsi due secoli, la borghesia colta? Io mi immagino un lettore colto, ma insoddisfatto della sua cultura. Mediamente colto, non certo una sorta di erudito. Colto, e che si nutre di cultura, dell’industria culturale, ma che è in qualche modo insoddisfatto dalla così tanta, varia, disponibile, innocua, cultura circolante.

E quindi penso, dal punto di vista della ricezione, a fenomeni di rottura delle aspettative, di tradimento delle attese. Da sempre, insomma, penso alla poesia, come ad altre forme d’arte, di creazione umana individuale, come a delle pratiche di de-condizionamento.
Solo che questo de-condizionamente non ha, ovviamente, la pretesa dei de-condizionamenti di massa, politici, utopici e rivoluzionari. Agisce per contatto locale, individuale, per complicità, intimità, con il lettore, che spesso scrive lui stesso, perché lui stesso è preso, attraverso la scrittura, in una sorta di distanziamento dalla sua esperienza standard, ordinaria.

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6 Responses to Tre domande sulla scrittura (a Giulio Marzaioli e Andrea Inglese) 2

  1. véronique vergé il 17 luglio 2014 alle 12:53

    Articolo interessante, anche se vivo la poesia di una maniera diversa.

    Abbiamo dimenticato che la poesia risponde a una sete essenziale.
    Un’attrazione per la lingua – madrelingua o no.

    Un slancio -quasi il balzo della tigra per afferrare il mondo, la vita.
    La poesia civile puo fare parte di questa energia poetica.

    Non si scrive poesia per seguire una moda di scrittura, ma con suo propio senso dell’etica in poesia.
    Etica -non nel senso morale-

    Rispondere a una domanda:
    La poesia è per me la vita?

    Scrivo per raggiungere un livello alto della lingua o per rispondere a una esigenza profunda in me?

    • Lalo Cura il 19 luglio 2014 alle 17:21

      gentile véronique, non so qual è la situazione en france, ma qui en italie gli scrittori tutti, salvo tre-quattro eccezioni, più che rispondere a una esigenza profunda in loro, stanno intonando da anni e anni il de profundis alla letteratura

      https://www.youtube.com/watch?v=NTpcpXcpAzA

      lc

    • Marco Inguscio il 3 agosto 2014 alle 17:42

      Buonasera Véronique,
      come spero si sia capito, la tesi si occupa volutamente di investigare solo su di un certo tipo di scrittura (che pure però può co-rispondere ad una “esigenza profunda” come tu dicevi), e non pretende essere metro di giudizio o men che meno faro ideologico per l’intero panorama poetico italiano.

  2. laserta il 18 luglio 2014 alle 12:58

    “condizione umana storico-determinata” (supercazzola a manetta?)

    “Quindi non si tratta di rincorrere la lingua del presente o di pretendere rappresentare il tempo presente. Ma di utilizzare le forze del presente (della lingua presente) contro se stesse” (e cioè?)

    “perché lui stesso è preso, attraverso la scrittura, in una sorta di distanziamento dalla sua esperienza standard” (ovvero, il lettore termina un libro di Inglese in una sorta di dissociazione psicotica)

    insomma, magnato pesante ieri sera?

    • Lalo Cura il 19 luglio 2014 alle 17:08

      inutile bussare, laserta, ‘ca nun ce sta nisciuno

      consòlati con questa:

      https://www.youtube.com/watch?v=6nzyDP1P9qQ

      p.s.

      se vuoi che ti si apra (i.e.: risponda), devi portare doni (i.e.: elogi), non critiche

      lc

    • Marco Inguscio il 3 agosto 2014 alle 17:47

      laserta chiedo scusa per il linguaggio sicuramente troppo accademico -che tra l’altro non mi rappresenta- ma trattandosi di una tesi e dovendo presentare lo stesso lavoro ad una commissione di docenti universitari, beh lei comprenderà.



indiani