Sacra Famiglia in fiamme

24 luglio 2014
Pubblicato da

di Giorgio Ghiotti

Heilige Familie Chromolithographie 1930

Heilige Familie 1930

Io, quando mia madre mi spiegò che “mostro”, per gli antichi, voleva dire prodigio, e perfino miracolo, mi sentii per un attimo placato, come vivessi in un mondo migliore.
MICHELE MARI, TU, SANGUINOSA INFANZIA

Mio padre era la creatura più buona della terra, si alzava di notte per infornare il pane a tre chilometri da qui, odorava sempre di farina e in casa sembrava polvere o il passaggio dei morti.

Io ho cantato a lungo per i morti, quando l’ho detto all’insegnante di canto mi ha sgridato dicendo: Tu devi cantare per Nostro Signore.

Ho abbandonato il coro e non ho cantato più per molto tempo, allora ho iniziato a scrivere dei racconti cercando di non parlare di loro; ogni tentativo falliva, e io mi odiavo per quell’invenzione borghese perché mia madre e mio padre erano poveri, ma le tragedie avvenivano pure in casa nostra. La normalità, per esempio. E’ stata la tragedia più urgente della mia infanzia.

Mia madre era di contro un’inguaribile pessimista e una discreta biologa, tentava strani esperimenti su ogni tipo di insetto, li teneva in una vetrina nell’angolo del salotto. A me facevano schifo, però cercavo di attirare la loro attenzione picchiando con le dita sul vetro.

Lei diceva di pregare molto perché il male è nascosto e sta sotto i tappeti e dentro gli armadi. Gli armadi della mia camera erano abitati da fantasmi, raccontavano storie bellissime. Li ascoltavo per ore, ma non dicevo nulla a loro perché nessuno mi avrebbe creduto, papà avrebbe sorriso e mamma a fare cambi di stagione anche nel mezzo dell’inverno.

Creavano una sproporzione perfetta, addirittura patetica. Il loro modo di condividere gli anni, intendo, e dopo gli anni i ricordi, e dopo ancora i silenzi, pur sempre una forma di condivisione. Capita a volte che non ci sia più niente da dire. La fedeltà è innocenza postuma. Dopo i silenzi più nulla, ma prima del nulla il fuoco e il bruciare dei fiori. Ci sono fiori che puzzano terribilmente quando bruciano, mio padre era come uno di quei fiori lì.

Tutti i miei vent’anni come verso quel giorno, il giorno della Sacra Famiglia in fiamme.

Era sabato. La scuola si trovava a pochi isolati da casa, prendevo ogni mattina la bicicletta e la legavo nel cortile. Il cortile era pieno di biciclette, un incastro di ferro e lucchetti. La mia aveva la canna curva e il cestino di paglia perché era quella che costava di meno. Me la fece trovare mio padre il giorno del mio sedicesimo compleanno, me ne vergognavo a ogni pedalata, diventavo rosso ma non per lo sforzo delle salite senza il cambio.

Quella mattina la professoressa di inglese non si era presentata a scuola, non ci avevano detto il motivo. Ci avevano solo avvisato: Potete uscire un’ora prima.

Tornando a casa mi fermai in libreria; a me piacevano i libri perché in casa non ce n’erano – capita spesso che si inizi ad amare ciò che non si ha per una sorta di avidità infantile –, la carta ruvida sotto le dita, le storie che nessuno mi avrebbe mai raccontato per fuggire il peccato. Il peccato lo scoprii da solo su quegli scaffali, aveva la forma morbida di un tascabile: Atlante fantastico scritto e diretto da Benedetto Cruz. L’introduzione spiegava come tale dottor Cruz avesse deciso di classificare secondo il metodo di Linneo le creature fantastiche di cui i romanzi delle letterature d’ogni tempo sono pieni. Dedicava molto spazio ai mostri, ne descriveva usi e costumi, abitudini, insediamenti – il volume era corredato di cartografie leggendarie – soffermandosi e rimandando a uno studio critico sul loro linguaggio finanziato dal dipartimento di glottologia e linguistica dell’Università di Cambridge.

Scelsi un altro libro: una villa, un’istitutrice, due fratelli, i fantasmi rossicci di due amanti. Mentre sfogliavo Il giro di vite entrò in libreria una giovane donna mano nella mano con un bambino; le loro dita erano piccole uguali e intrecciate e le unghie cortissime. I corpi però li vidi dopo, prima mi raggiunsero le voci:

– Mamma, devo dirti un segreto.
– Cosa c’è tesoro?
– Ho visto un bambino pazzo che scappava dalla madre.

Quando avevo quattro anni scappai da mia madre, al mare, lei stava persa in certe chiacchiere con delle amiche e io pochi passi più indietro con altri bambini a fare un gran baccano di secchielli palette e scarpette battute sull’asfalto, a piedi da casa nostra allo stabilimento ci volevano dieci minuti. Fu allora che la persi; non la vidi più, perché le madri nei parei sono tutte uguali e tornano bambine anche loro, e attraversare il mercato del lunedì con tutta quella gente sudata in bicicletta e cappelli di paglia e creme abbronzanti è una guerra che non possiamo affrontare di prima mattina con uno yogurt nello stomaco e il sonno ancora dentro le scarpette. Presi a chiamarla, sempre più forte: Mamma! Tornai a casa da solo, la retina del mare stretta al petto come fosse una parte di lei, un suo ultimo dono da proteggere contro i mostri che d’estate risorgono. Il calore dell’asfalto mi bruciava le gambe fino alla mutandina del costume, quando si è poco più di un metro è difficile difendersi dalle forze che ci ancorano alla terra. Un’ora dopo mi ritrovò sul gradino di casa, la retina sprofondata nel petto, mi diede cento baci sulle labbra. Io la baciai invece sulle palpebre, sugli occhi, per non vederli. Ero stato io a scappare da lei o era stata lei ad abbandonarmi? Forse si trattava di reciproco bisogno di fuga. Quella notte collezionai qualche altro centimetro, mi sentivo più vicino al cielo. A lei invece crebbe il seno, lo so perché lo disse a papà la mattina mentre preparava fette biscottate per colazione: “Guarda Pietro, è gonfio, mi fa male”. Dovevo essere stato io, dovevo avere ancora qualche potere su mia madre; me ne rallegrai.

Alzai gli occhi verso il bambino interrompendo la lettura; la potenza di quella frase mi aveva colpito come pietra scagliata alla tempia.

Iniziai a sanguinare dal naso.

Miss Giddens non arrivò mai nella villa dei fantasmi; riposi il libro sullo scaffale e pensai che il giro di vite non è altro che un giro di giostra. Da piccolo avevo il terrore delle giostre, soprattutto del moto verticale dei cavalli.

Cercai le chiavi nello zaino e entrai in cucina, sui fornelli la pentola con l’acqua e il sale era già pronta. Lei non venne a salutarmi; dal salotto giungevano strani rumori, pensai: i ladri. Poi: pericolo. Presi dal cassetto un coltello e, nascosto dietro la porta, cacciai gli occhi oltre la fessura. Allora la vidi.

Mia madre schiacciata sotto il corpo di Nicola, il lattaio, mia madre felice nel fare l’amore con lui. E Nicola non era più Nicola, era tutti gli uomini del mondo.

Il corpo di lui puzzava di latte e formaggi. Il corpo di lei era invece un corpo di insetto. L’unico insetto per il quale non avrei mai potuto provare schifo ma desiderio, un desiderio naturalmente infantile, l’erotismo ingenuo dei bambini. Perché abbiamo due gambe, una lingua, dieci dita, questa condanna anatomica? (Nicola aveva nove dita perché uno se l’era giocato sbagliando il taglio di una forma di cacio.)

Mia madre, stesa sul divano tra le braccia di tutti i Nicola del pianeta, fu il primo nudo della mia vita e la mia prima innamorata.

La scoperta della pornografia coincise con la scoperta del corpo della madre. La pornografia sarebbe stata per me sempre una cosa castissima, essere lo spettatore delle passioni altrui. Una forma di pudore.

Aveva gli occhi chiusi mentre l’uomo ansimava e le cercava le labbra; per un momento ho creduto che stesse dormendo. Nessun bacio l’avrebbe potuta svegliare, non un mio bacio di certo.

Persi velocemente un centimetro dopo l’altro, i capelli si schiarirono, le parole fuggivano dalla mia testa e pensai a quanto sarebbe stato difficile reimparare a parlare e a nominare le cose. Corsi in camera mia senza fare rumore, mi piegai sulle ginocchia, raggiunsi il letto a gattoni. Ero di nuovo il bambino chiuso nell’armadio ad ascoltare storie impossibili, ci trasformiamo continuamente. Allora i fantasmi della mia mente parlarono e si fecero unica voce, e la voce disse:

Tu sei mio Figlio, il prediletto, mandato nel mondo per redimere tutti i peccati.

In radio passavano una vecchia canzone, le parole si confondevano al suono metallico del ventilatore sul frigorifero:

Sweet child in time
You’ll see the line
The line that’s drawn between
Good and bad

Decisi di aspettare mio padre.
Mamma puliva le carote, le grattugiava a scaglie.
Alle otto di sera, la serratura scattò e lui ci sorrise il suo sorriso migliore. Ricordo di aver pensato:

Ti odio perché non sei bello come Nicola.
Ti odio perché hai lasciato che mamma si innamorasse di un altro.
Ti odio perché non hai i suoi baci, il suo odore, il suo culo.
Ti odio per il tuo culo piatto e per la normalità cui ci hai condannati.
Ti odio per la farina sulle scarpe e gli aquiloni d’estate.
Mi fanno schifo gli aquiloni mi fa schifo il pane e mi fai schifo tu.
Cazzo ridi, non vedi come crolliamo a picco?
Mangiamo tutte le sere a questo tavolo senza sapere che ogni cena potrebbe essere l’ultima.
Non solo i baci tradiscono. La pasta è già fredda, è un tradimento perfetto.

Guardarono la televisione, mezz’ora, senza parlare, papà venne a darmi la buonanotte rimboccandomi le coperte.

– Ho vent’anni, pa’.

Mi guardò con gli occhi seri del bambino, sembrò invecchiare in pochi secondi di mesi. Quello era veramente mio padre, una creatura stanca e muta in piedi sotto la porta, la vita breve, il sonno pesante, un collezionista di illusioni e speranze fallite, un nulla. Ciao miracoloso mostro.

Quella purezza avrei potuto amarla, ma la bontà non coincide per forza con un cuore puro. Non sono servite a niente le preghiere di mamma né i cambi di stagione in pieno inverno, le domeniche in chiesa ad ascoltare il Vangelo e i miei sogni notturni a immaginare le ossessioni dei ricchi. Il presente è l’unica misura del desiderio.

Sappiamo diventare famiglia sempre troppo tardi e solo prima del crollo, senti gli scheletri che già escono dall’armadio, in fila indiana ci salutano con la mano. Una recita perfetta.

(La mia carriera scolastica può vantare una sola recita di Natale. Le parti le aveva scelte la maestra Paola, io ero uno dei Magi. Mi sentivo talmente importante, non perdevo un attimo di vista la scatola vuota delle scarpe rivestita di carta argentata. Il mio tesoro d’incenso. Spiavo da dietro il sipario insieme a Davide, il mio migliore amico – il figlio di Nicola – le file piene di genitori, una morsa di pipì tra le gambe, la sala era gremita di facce sorridenti e truccate e immaginavo per noi un destino simile. Mio padre vi dà il pane ogni giorno! avrei voluto gridare al microfono, Sono fiero di lui! A quel tempo ero davvero orgoglioso di lui, mi sembrava il lavoro più importante del mondo impastare farina e lievito perché sfamare un quartiere vuol dire avere il potere di deciderne la sopravvivenza. Nessuno sapeva fare il pane; i genitori dei miei compagni di scuola erano ottimi banchieri, agenti immobiliari, parrucchiere in centri benessere le donne. Di quell’uomo piccolo e troppo gentile chiuso in un forno di notte a tenersi compagnia con la radio nessuno avrebbe avuto memoria. Ci sarebbe stato un altro fornaio quando mio padre sarebbe morto, e dopo di quello un altro ancora, e la radio sarebbe stata sempre la stessa SONY col metallo della retina spezzato. A loro importava solo del pane. Quando la recita iniziò e le luci in sala si spensero, i genitori continuarono a parlare e a ridere nei loro abiti da sera, le collane di perle bianchissime e le cravatte scure a pois, e mia madre e mio padre con i vestiti della festa se ne stavano zitti ad aspettare che qualcosa accadesse su quel palco tenendosi forte il braccio dall’emozione. Non scattarono neanche una foto, e in assenza di testimoni nessuno mi ha potuto dare del bugiardo quando, negli anni, ho iniziato a raccontare di quella meravigliosa recita di Natale in cui ho fatto la parte di Gesù Bambino nato da una vergine e mia madre era la regina del teatro e gli applausi erano solo per me.)

Aspettai che si addormentassero e andai in cucina. Dal cassetto delle forchette presi la scatola dei fiammiferi, ne accesi uno e lo spensi alitandoci sopra, mi bruciai la punta del naso.

Entrai in camera loro, russavano piano. Ho odiato per anni il loro russare, sembrava che avessero in gola gli scarafaggi degli esperimenti di mamma, una fila di scarafaggi lunghissima, ma gli insetti col tempo impararono a digerirli e non soffocavano mai, la mattina erano ancora in piedi a bere latte e caffè. Il latte di Nicola.

I fiammiferi sono sottili, si spezzano in fretta se non si inclinano bene. Bisogna che il gesto sia rapido, sicuro, bisogna avere fede.

Bisogna porgere l’orecchio ai mostri che abbiamo dentro.

Rogo
Il letto prese fuoco. Prima il merletto delle lenzuola, poi il materasso.

Per ultimi s’incendiarono loro.

Le fiamme sono arrivate fino al quadro con la Madonna e il suo bambino. Bambino, gli ho detto, Non piangere, ti si squagliano le lacrime in volto.

Gli insetti di mamma nella vetrina hanno iniziato a muoversi pazzi. Mi hanno fatto pena, le zampe troppo piccole per quei corpi corazzati, spiegate in un’inutile fuga.

È toccato poi alle frange del tappeto.

Il calore ha ucciso tutti i batteri, ha purificato tutto. Allora è stato il turno dei fiori; sono uscito in giardino, i petali si sono accesi subito, sembravano le stelle dei capodanni passati quando uscivamo sulla terrazza e papà ci metteva tra le mani quei ferri sottili e lunghissimi e faceva scattare la rotella dell’accendino. Mamma era felice, papà un fanciullo eccitato, io disegnavo grandi cerchi di luce nel buio. Ogni capodanno brindavamo dicendo Grazie Signore per quanto ci hai dato, aiutaci nella tentazione e liberaci dal male. Io maledivo la bontà di mio padre, la sua allegria, il suo amore per mia madre e per me. Io pregavo affinché il male non ci liberasse mai perché dal male ci si può sempre salvare, mentre dal bene non si può che cadere più in basso.

I fiori hanno perso i liquidi e il colore; c’è un momento preciso in cui i fluidi abbandonano i corpi e iniziano a evaporare, l’ho studiato sul libro di chimica, si chiama punto di ebollizione. In quel momento la sostanza passa dallo stato di aggregazione liquido a quello gassoso.

Diventiamo vapore.

*

La normalità me la sto lasciando alle spalle, la vita sta accadendo.

Ogni mattina una ragazza in camice bianco apre la porta della mia stanza e fa entrare il sole da queste finestre, prepara la pomata e prende a massaggiarmi la pelle perché il dolore sia più sopportabile, poi prende le garze pulite e copre le ustioni. Restiamo a guardarci un po’, lei mi sorride e io le sorrido e lei taglia i gambi e cambia l’acqua nel vaso; allora inizio a spiegarle di come infradiciano certi fiori al morire e di come si classificano i mostri negli atlanti fantastici.

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2 Responses to Sacra Famiglia in fiamme

  1. Sacra Famiglia in fiamme | Estro-Verso il 24 luglio 2014 alle 21:25

    […] – Mamma, devo dirti un segreto. – Cosa c’è tesoro? – Ho visto un bambino pazzo che scappava dalla madre. segue […]

  2. anna il 26 luglio 2014 alle 14:31

    I miei sogni, dico quelli veri, degli ultimi, diciamo, due anni, sono incredibili.
    Ve ne racconto due, ho ricominciato a sognare sogni veri, mentre dormivo, dopo circa un anno di apnea notturna in cui m’immergevo ne sonno a tal punto da sognare di annegare. Urlavo chiedevo aiuto mentalmente a qualcuno per svegliarmi, se non mi fossi svegliata sarei stata fottuta. Poi, come dice Carver in un racconto, mi svegliavo sudata e con una tachicardia spaventevole.
    Poi sono tornati i sogni veri, per fortuna. Il primo è stato incredibile, impossibile renderlo ma degno del migliore misto Bosch- Vermeer… Vabbeh, si fa tard. Prima o poi spero di raccontarvelo…



indiani