lo scholapost : il lato B delle cose

2 agosto 2014
Pubblicato da

scolapasta

di

Francesco Forlani

Lo scorso Aprile il mondo della scuola è stato scosso da una triste vicenda relativa al romanzo Sei come sei, di Melania Mazzucco, adottato in due quinte ginnasio del Liceo Giulio Cesare di Roma. Dall’articolo pubblicato sulla Stampa raccogliamo in un passaggio la pietra dello scandalo: «Quel libro rivela un chiaro contenuto pornografico – accusa il presidente di Giuristi per la vita, Gianfranco Amato -. E tra l’altro è tutto fortemente ideologico, perché oltre alla relazione tra i due gay c’è anche la vicenda della fecondazione assistita grazie a un utero in affitto. Questa non è la normalità e la scuola non può assolutamente sostituirsi alle famiglie nell’educazione dei ragazzi».
Ho raccolto la pietra da terra e rigirandomela tra le mani ho tentato di dare delle risposte alle domande che man mano mi si paravano davanti. Innanzitutto perché questa vicenda mi aveva interessato al punto da scriverne oggi a mesi di distanza dall’accaduto ma soprattutto in quale ruolo, quello di professore in un liceo o di autore di libri? Ho pensato immediatamente, entrambi, e andando avanti con il ragionamento mi sono reso conto che le due problematiche, quella del potere insegnare senza censura ogni cosa possa servire alla crescita di uno studente, e l’altra, di poter scrivere di tutto a condizione che ogni cosa trovi un posto preciso nella narrazione, in realtà fossero le due facce sporche della stessa medaglia. La questione che poteva valere per l’uno quanto per l’altro rimaneva la seguente: la scuola e la letteratura devono confortare un’idea del migliore dei mondi possibili o piuttosto contribuire a formare la migliore visione del mondo possibile?

Politically correct

“Se ti cambiano il nome è per dimenticare che

qualcosa non funziona nella cosa stessa”

Umberto Eco, Pistola dell’ostrega

articolo pubblcato sull’Espresso dell’1 luglio 2004

La parola Politically correct, in questi dieci anni, si è via via trasformata in un’altra, buonista essi dicono, ma credo che il termine pensiero unico possa farci capire meglio e con più grande efficacia il sistema di pensiero che non vuole pensieri in cui un po’ alla volta si sono volute incasellare visioni del mondo ma soprattutto i mondi, le vite, in principio inclassificabili o quanto meno riconducibili ad un solo orizzonte di senso. Di corretto, in Italia, probabilmente esiste solo il caffé, non sempre facendo ricorso agli stessi correttivi, mentre la politica, totalmente assoggettata al tema della legalità, ai suoi correttivi, sembra avere dimissionato dal ruolo di sua più autentica interprete; se il politically correct appiattisce dunque ogni battaglia politica sulla questione della correttezza delle parole, quasi a prescindere da quella delle cose, il pensiero unico, da parte sua, neutralizza, o vorrebbe disinnescare, ogni possibile complessità delle idee snaturandone alcuni principi di base come ad esempio le dinamiche di dialogo e di conflitto. Ecco che in tale schizofrenia o divaricazione tra linguaggio e realtà, il pensiero autentico si determina come una ferita che sanguina, un pensiero che vuole pensieri ovvero quello che in economia il pensiero unico e, in società, il politically correct non vogliono assolutamente.

da Les beaux draps (1941) trad. Giovanni Raboni e Daniele Gorret, in Mea Culpa. La bella rogna, Milano, Ugo Guanda, Milano 1982, 201 p. [coll. Biblioteca della Fenice, 44]

da Les beaux draps (1941) di 
di Louis-Ferdinand Céline trad. Giovanni Raboni e Daniele Gorret, in Mea Culpa. La bella rogna, Milano, Ugo Guanda, Milano 1982, 201 p. [coll. Biblioteca della Fenice, 44]



A proposito del pensiero unico vale  allora la pena ripercorrere la sua genealogia. e più particolarmente il testo fondativo di Ignacio Ramonet pubblicato nel gennaio del 1995 in un editoriale di Le Monde Diplomatique, soprattutto attraverso due passaggi. Il primo, in apertura, spesso citato che dice:

“Che cos’è il pensiero unico? E’ la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale.”

e quello finale:

“La ripetizione incessante di questo catechismo attraverso tutti i media e da parte di quasi tutti gli uomini politici di destra e di sinistra gli conferisce una tale forza di intimidazione da soffocare qualsiasi tentativo di riflessione libera, e rende assai difficile la resistenza contro questo nuovo oscurantismo.
Si è quasi portati a pensare che i 17,4 milioni di disoccupati europei, il disastro urbano, la precarizzazione generale, la corruzione, la tensione nelle periferie delle città, il saccheggio ecologico, il ritorno dei razzismi, degli integralismi e degli estremismi religiosi, la marea degli esclusi non siano altro che miraggi, colpevoli allucinazioni in grave discordanza con questo migliore dei mondi, edificato dal pensiero unico per le nostre coscienze anestetizzate.”

Sono passati vent’anni e la situazione  economica sembra a conti fatti ancora più deteriorata rispetto a quanto annunciato dall’editorialista. Su quella sociale e culturale varrebbe allora la pena riflettere tornando al punto da cui siamo partiti.

La Repubblica di Salòt e i banchi di scuola

Del Radical Kitsch ho scritto a più riprese quest’anno contemplando e analizzando una serie di opere letterarie, artistiche e cinematografiche, manifestazioni allineate e coperte dal sistema “cultura” partorito durante un’orgia neoliberal  dall’accoppiamento selvaggio e da larghe intese  della peggiore sinistra che l’Italia abbia avuto dal dopoguerra ad oggi  con la più moderna destra, animata nelle faccende culturali, per lo più, da gente dell’ex sinistra.

Una macchina quasi perfetta se non fosse che basandosi tale politica culturale su alleanze e cordate a brevissimo termine può capitare che la stessa si inceppi, che la propaganda culturale incespichi sul maledetto sassolino lasciato inavvertitamente in giro, su un “perturbante” difficilmente digeribile per quanto slow food, e nonostante la scritta chilometro zero ben segnata sulla confezione. Ecco allora che non Nabokov o Sade, Henry Miller o Boccaccio abbiano scosso il granitico edificio morale del Gran Consiglio dei Genitori Italiani, ma Melania Mazzucco, la quale, poveretta, ha dovuto addirittura invocare ” la libertà di opinione” o qualcosa di simile.

Non entro nel merito della qualità del libro perché non è il tema di questo articolo anche se una riflessione sull’utilità della letteratura italiana contemporanea nelle scuole andrebbe fatta; la questione è che il radical kitsch deve la sua forza alla natura profondamente consensuale del proprio discorso e questo può avvenire soltanto quando le grandi tribune, essenzialmente media e scuola, ritengono il messaggio, ogni tipo di messaggio, innocuo. Di tale readersdigestizzazione delle idee, Pierre Bourdieu ne aveva ben descritto la mattanza,  in un magnifico articolo, La parole du cheminot,  uscito subito dopo gli attentati del 1995 a Parigi. Un conduttore di Metro, interpellato da un giornalista sugli attentati islamisti e sui suoi autori, fatti in cui era rimasto direttamente coinvolto, aveva semplicemente  risposto : « des gens comme nous ».

Questa semplice parola  racchiudeva, per esempio, un’ esortazione a combattere risolutamente tutti coloro che, nel loro desiderio di scorciatoie e semplificazioni, mutilano una realtà storica ambigua, per ridurla alle dicotomie rassicuranti del pensiero manicheo che la televisione, incline a confondere un dialogo razionale con un incontro di catch, ha istituito come modello”

Berlinguer nelle scuole? Va benissimo, a patto che non sia comunista. Testi di canzoni di De André e Vasco Rossi invece di Pascoli e Carducci, ben vengano a condizione che dell’uno si prenda tutto tranne l’anarchico e dell’altro ogni parola ma senza un grammo di hashish. La repubblica di Salòt del resto ha fondato tutta la propria retorica di finta libertà su questo tipo di censura strategica: Louis-Ferdinand Céline sì ma non quello di Bagatelles pour un massacre, compartimentazione stagna questa che una recente e coraggiosa critica in Francia, su tutte  quelle di Philippe Muray e Julia Kristeva, ha sconfessato dimostrando, testi alla mano, continuità e non separazione tra romanzi e pamphlet.

Quello che però la Mazzucco non ha voluto capire è che  in Italia sfruttare un essere umano non è tabù, creare diseguaglianza non è tabù, fare soldi a palate figuriamoci, mangiare male, studiare male, vivere male, rubare, men che meno; l’unico tabù rimasto, soprattutto nella scuola italiana, è la sessualità e dunque, pur amata armata di buoni propositi, indenne non avrebbe mai potuto attraversare il fuoco di fila delle pubbliche virtù italiane. E già, perché come per tutti i tabù che si rispettino, l’importante non è farlo o non farlo ma soprattutto che il fatto ( ‘o fatto) non si sappia. Da questo punto di vista non esiste nessuna differenza tra etero e omo, a rose is a rose,  un cazzo un cazzo, anche se lo chiami uccello, pisello, pesce, titìn, mazza, pene, minchia,sesso maschile, coso …

Per chiunque insegni in un liceo credo sia abbastanza frequente l’esperienza di imbarazzate reazioni in classe alla parola sessualità, di professori, studenti e poco importa se la si stia usando per spiegare loro una funzione biologica o le topiche, pardon, freudiane. Quando spiego ai miei ragazzi il ruolo dell’inconscio nella psicoanalisi e il suo funzionamento nei comuni fatti di vita quotidiana, al primo sorriso un po’ allusivo, da barzelletta sporca per intenderci, interrompo la lezione e chiedo loro di alzarsi,  prendere le sedie su cui passano una gran parte della loro scolarizzazione e gli chiedo di dirmi a voce alta cosa c’è scritto sullo schienale – quando ancora la parola resiste alla miriade di segni e disegni poco allegorici, non sempre allegri, sicuramente vivaci.” Ecco,” aggiungo, “siete seduti sul vostro inconscio”. Come se dalle segrete dei bagni quell’invincibile esercito di cazzi, cazzilli, fiche, fichette, durante l’ora di ricreazione si fosse evaso a cercare riparo lontano dallo sguardo censorio dei professori.  Il professore non vede, o fa finta di non vedere; gli studenti idem; i genitori degli studenti idem con patate, pardon. Così penso che la battaglia contro il politically correct, che assolve essenzialmente il ruolo di arbitro nelle questioni morali,  possa servire a smascherare  quella grande invenzione dell’economia globale, chiamata pensiero unico; visti i chiari di luna del momento, sicuri che nessuno pagherà perché sia data una botta di bianco alle sedie, tanto vale tenercele così come sono e sei, e sventolarle ai quattro venti, per una botta di vita.

da Les beaux draps (1941) trad. Giovanni Raboni e Daniele Gorret, in Mea Culpa. La bella rogna, Milano, Ugo Guanda, Milano 1982, 201 p. [coll. Biblioteca della Fenice, 44]

da Les beaux draps (1941) di
di Louis-Ferdinand Céline trad. Giovanni Raboni e Daniele Gorret, in Mea Culpa. La bella rogna, Milano, Ugo Guanda, Milano 1982, 201 p. [coll. Biblioteca della Fenice, 44]

 

 

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2 Responses to lo scholapost : il lato B delle cose

  1. virginialess il 8 agosto 2014 alle 22:56

    Il caso Giulio Cesare è stato parecchio dibattuto in rete,”protesta”dei genitori cattolici inclusa . E’ forse il caso di ripetere/ricordare che è in corso un’iniziativa del ministero per la lotta alla discriminazione di genere. Il romanzo della Mazzucco faceva parte di un elenco di testi consigliati; gli studenti l’avrebbero letto a casa per poi discuterne in classe.



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