les nouveaux réalistes: Maria Luisa Putti

4 agosto 2014
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Blaise Cendrars (1887-1961)

Blaise Cendrars (1887-1961)

 

Ritorno a casa

di

Maria Luisa Putti

 

Il portico sembra lunghissimo per il passo incerto del soldato ferito; il susseguirsi degli archi che, ancora adolescente, si divertiva a contare nelle passeggiate e nei giochi di ragazzo si confonde ora nella memoria con la fila dei commilitoni.

L’uniforme grigioverde lo fa più uomo, ma il sottotenente Alberto Serra, studente dell’Istituto di fisica e matematica, nato a Bologna il 22 settembre del 1897, terzo di tre fratelli sparsi sul fronte tra il Veneto e il Friuli, non ha ancora compiuto i ventuno anni. L’ospedale da campo, quel frammento di pietra che si era staccato da un masso colpito da una granata e che era schizzato a ferirgli il ginocchio come un proiettile, la sua corsa ostinata sotto il fuoco nemico, l’odore dolciastro e ripugnante dei cadaveri in putrefazione, il gioco della dama, gli scacchi, le sigarette fumate nelle trincee per passare il tempo, le scaramanzie e le superstizioni suggerite dal pericolo; l’acqua bevuta nell’elmetto, con i moscerini e i fili di paglia da scostare con le dita. E poi i pidocchi, presi il primo giorno, appena arrivato, nel Genio Zappatori: «Serra, ce li hai i pidocchi?», gli chiese il suo comandante. «Oh, no, signore», rispose il ragazzo inorridito. Allora il maggiore ne trovò un pizzico sotto la sua camicia e glieli diede: «Prendili, qui li abbiamo tutti».

Ricordi affastellati, sovrapposti ai pensieri di ragazzo, ai giochi accantonati, il tiro a segno, il fioretto; i libri di scuola abbandonati sui banchi per andare a fare la guerra. Alberto cammina, ancora, fino al portone di casa, a Verona. La luce del pomeriggio si riflette rossa sulla pietra dei palazzi: batte al portone. Nessuno gli apre. Batte ancora: capisce che nessuno lo aspetta.

 

«Cara mamà, vi scrivo per comunicarvi che verrò a casa per qualche giorno di licenza. Mi dà grande gioia il pensiero di riabbracciarvi.

Il vostro devoto figliolo,

Alberto».

 

Venti giorni: sono passati venti giorni, e la sua lettera non è arrivata.

Alberto è esausto. Per tutto il viaggio non ha fatto che sognare il momento in cui avrebbe varcato la soglia di casa sua, in cui avrebbe sentito il crepitio della fiamma nel camino, l’odore della roba da mangiare preparata dalle mani di sua madre, da quando non avevano più la cuoca. Non ha fatto che sognare di addormentarsi nel suo letto, profumato, soffice, pulito, dopo tante notti passate all’aperto, a dormire seduto, poggiato contro un muro. E poi il viso di sua madre, il suo abbraccio affettuoso, lo sguardo fiero di suo padre e il chiacchierare disteso dopo cena, a ricordare, a raccontare, a leggere libri.

Alberto si astrae con la mente per pochi secondi appena, densi di immagini e di desideri, di ambizioni semplici, ma attese con bramosia e con pazienza insieme, per molti mesi, al fronte.

 

Una finestra si apre al primo piano: si affaccia la cameriera: «Signorino Alberto!».

È sorpresa, quasi non crede ai suoi occhi. Si precipita di sotto per andargli incontro e aprirgli il portone: «La signora è fuori per la funzione, la messa della domenica». Perché, certo, è domenica, e sono le sei del pomeriggio.

Alberto entra nel cortile, sale le scale, raggiunge il salone con il camino acceso. Il suo passo è quello adulto di un soldato stanco, sul pavimento di legno della biblioteca, stanze in cui pare ancora di udire le voci allegre dei ragazzini che tiravano di scherma nei corridoi, divertendosi a trafiggere le pupille della nonna paterna nel quadro che la ritraeva già vecchia: Alberto contro Giovanni, il secondo dei tre fratelli, e poi Giovanni contro Ercole, il più grande, che tutti chiamavano Lino, che era campione di lotta greco-romana, e ad Alberto, più piccolo di lui di dieci anni, sembrava un gigante invincibile. E invece la Grande Guerra lo avrebbe vinto di lì a poco, tenente del Lucca Cavalleria, irrimediabilmente ammalato a causa delle sevizie subite nelle carceri austriache.

Alberto si siede sul divano foderato di velluto blu. La sua mente corre all’alba di venti giorni prima, quando aveva scritto a sua madre per farle sapere del suo arrivo, nella penombra, in uno stanzone pieno di feriti, usando come scrittoio il davanzale di una finestra.

Un giovane soldato ferito gli si avvicinò in silenzio e dopo, sottovoce: «Mi aiutate a scrivere una lettera a casa?». Allungò timidamente una mano per porgergli un foglietto ricavato dividendo in otto parti la pagina di un quaderno e pochi centimetri di lapis.

«Come ti chiami?»

«Paolino, signore».

Alberto non gli chiese più nulla e rimase ad aspettare le parole del ragazzo: «Cara Maria, sono in ospedale, ma sto bene…».

 

Gli occhi di Alberto quasi si chiudono nel ricordo e nel sonno, la testa adagiata all’indietro, i capelli biondi tagliati cortissimi che risplendono sul cobalto della tappezzeria, la gamba allungata ad allentare le bende che gli fasciano il ginocchio sotto l’uniforme. I tratti del suo viso si distendono e le labbra sembrano accennare un sorriso, nel dormiveglia.

A distoglierlo la voce fresca della mamma, un colpo di tosse di suo padre nella stanza d’ingresso.

Alberto si alza dal divano, si accomoda i pantaloni sul ginocchio fasciato, curando che nessuno lo noti; come un soldato sull’attenti si sistema l’uniforme, quasi si stesse preparando alla solennità di un incontro con un generale, o a sfilare in una grande parata, ma non per mostrarsi orgoglioso e fiero, solo da semplice soldato, figlio devoto della sua giovanissima, adorata Italia.

Raggiunge la soglia del salone quando lo sguardo di sua madre si apre in un sorriso pieno e felice, di meraviglia e di gioia.

«Non ti aspettavamo, caro. Vieni qui, lasciati abbracciare».

«Credo di avere ancora i pidocchi, mamà», risponde Alberto con ironia leggera. Ma sua madre gli si avvicina e lo abbraccia ugualmente.

Suo padre, con il sigaro stretto fra le dita, lo guarda, un po’ distante, quasi riconoscesse in quei piccoli gesti tra suo figlio e la madre l’Alberto bambino.

 

Sedersi in poltrona davanti al camino, dopo cena, a chiacchierare, è un rituale che sa di casa, che restituisce intatta l’atmosfera familiare, come se di mezzo non ci fosse la guerra, come se anche Lino e Giovanni fossero con loro e non al fronte, liberi e non prigionieri, a leggere, a scrivere, non a combattere, non a tenere la posizione, non a ubbidire agli ordini dei guardiani in una prigione austriaca.

E in questo stralcio di vita ritagliato all’ombra della guerra, Alberto si apparta con sua madre in biblioteca: «Vi devo parlare, mamà».

«Che cosa vuoi dirmi, figliolo?».

«Voglio chiedervi il permesso di sposarmi».

Questa frase suona insolita alle orecchie della mamma, che fatica a frenare un sorriso: «Chi vorresti sposare?».

«Una ragazza bellissima. È vedova di guerra e ha due bambini stupendi!».

Nella voce di Alberto c’è ancora l’entusiasmo dell’adolescenza, l’incanto trasognato di un ragazzo che nemmeno la trincea ha saputo tradurre in buio cinismo.

La mamma non gli risponde; abbassa lo sguardo, ma in lei si uniscono sentimenti di tenerezza e di preoccupazione: «Non sono cose da decidere così in fretta, mio caro». Prende tempo, cerca un modo per dire a suo figlio che non avrà mai il permesso di sposarsi adesso, non ora, con la guerra ancora aperta, gli studi da completare. E poi in lei il dubbio che questa donna, già grande, possa voler approfittare dell’ingenuità del suo ragazzo. Non gli dice nulla, ma Alberto sa che dovrà lui stesso capire, dai gesti, da piccole cose, se quel matrimonio rispecchia la volontà di sua madre, che ora, alzatasi dalla sedia, gli dà un bacio sulla fronte, come faceva quand’era bambino, gli accarezza il viso, e se ne va nella sua stanza.

«Buonanotte, mamà».

 

Di notte, sotto le coperte, Alberto è agitato; non riesce a dormire. Non è il pensiero della giovane vedova a tenerlo sveglio, e neppure l’ansia di sapere se sua madre gli darà il permesso di sposarla. La ferita al ginocchio, così faticosamente dissimulata per risparmiarsi di dover raccontare troppe cose alla madre apprensiva e al padre, che avrebbe voluto conoscere ogni dettaglio di quella impresa, gli fa ancora male, e la mente di Alberto è tutta riempita proprio dalle immagini di quella volta, quando, con la pistola in pugno, costringeva i suoi soldati a remare, mentre il fuoco nemico sfiorava le loro teste, i loro corpi spaventati. Era sottotenente nel Genio Telegrafisti, allora, Alberto, e stabilire la comunicazione tra una sponda e l’altra del Piave era necessario, indispensabile perché si potessero ricevere e trasmettere gli ordini. Sa che non avrebbe mai sparato a nessuno di loro, eppure non riesce a dimenticare il terrore negli occhi dei suoi ragazzi, tenuti sotto tiro in quel barchino, che risaliva il fiume contro corrente. E poi quel nuotare disperato portando in spalla il telefono da campo, e il ritorno, per stabilire il contatto tra le due rive, mentre sentiva vicinissimo il fischio dei proiettili austriaci, esplosi dalle mitragliatrici, e, ancora, la sensazione acuta della ferita, di quella scheggia partita da un masso colpito da una granata sul greto del fiume.

Solo immagini di guerra riempiono la mente di Alberto nella notte, una notte che gli pare fredda come quella in cui urlando e singhiozzando per l’orrore era riuscito a tirarsi fuori da una fossa piena di cadaveri, soldati austriaci uccisi dai gas asfissianti destinati al nemico italiano, e che il vento invece gli aveva rigirato contro. Irruppe allora in lui, che pure era partito volontario, un senso profondo di ribellione per quelle morti inutili. E ancora orrore e disperazione per i suoi compagni uccisi in un combattimento, pieni di sangue e ammucchiati gli uni sugli altri, indistinguibili, come un cumulo di sacchi accatastati in un deposito.

 

 

 

Al mattino Alberto non si rende conto di essere a casa.

Resta seduto sul letto per alcuni minuti; respira profondamente, si rimette in piedi, quasi a volersi ricomporre, a recuperare la lucidità dell’adulto, del soldato responsabile e ubbidiente. I pensieri della notte sono ricacciati nelle retrovie delle battaglie concluse, delle trincee abbandonate.

Sulla poltroncina Luigi XVI ai piedi del letto, una vestaglia di cachemire bordò che la mamma gli aveva regalato per Natale alcuni anni prima. Immagina l’espressione dolce e affettuosa del suo viso, nell’incarnato di neve, mentre posa la vestaglia sulla sedia guardando Alberto dormire.

Scende in camera da pranzo, per la colazione. Cerca sua madre per casa, cerca la sua risposta per capire se potrà sposare la sua bellissima vedova.

Poi, sul carrello accanto alla tavola apparecchiata, rivede, dopo tanti anni, il panierino che la mamma gli preparava quand’era bambino. Lo apre e dentro c’è la torta di mele che Alberto amava portare a scuola, un paio di frittelle con lo zucchero a velo e un biglietto:

 

«Ti voglio bene, piccolo mio.

Un bacio,

mamà»

 

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