les nouveaux réalistes: Andrea Ponso

8 agosto 2014
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Faldone 1 16 18

di

Andrea Ponso

 

Non è niente, ma attento a questo sfinimento. Non è niente, gente, gelate pure seduti sulle vostre sedie, sugli scalini di gesso, scrollate poi via tutto. E non so che ore sono, dove andiamo da queste parti, se qualcosa rimane che si possa dire racconto, vi prego, fatene fiori.

 

 

 

 

Introitus

Oh, quale potenza – e che strano pensiero: arrossisco, tosse, scorbuto, semantica da sputo. Mi darai indietro tutto: i miei libri, gli assegni, anche se in bianco, e l’imbuto da dove mi hai bevuto, prosciugato tutto il sangue – brutta ghirlanda inacidita, eppure così, dolcissima, mia morte e pittima. Che non ci volevo andare, lo spazio di una sigaretta, non ci volevo proprio andare fino alla bottega, a ritirare le poche cose che mi servono per mangiare e digerire, per stare in piedi fino a sera e poi addormentarmi, dimenticarmi delle mani, e delle fistole in testa, dei tesseramenti e abbonamenti scaduti all’infinito. Eppure, così, mai parlato d’altro: degenerazione e argento, genitali e risorgere – una stessa pasta finissima: ti ci abitui, l’assuefazione è contagiosa, gioiosa, e grida e ingravida di deserto il tuo esercito scalcagnato e ora pure insabbiato, tenuto a bada da quattro fresconi che ti premuri di accudire, nutrire, lavare, spolverare e mettere in bella mostra nello spazio vuoto e lucente della mente.

Ed ora dai, su, tesoro: inventa qualcosa; rassegnati alla rosa e a questo deserto, negli stinchi ci sbatte spesso e volentieri … non vuole lui, non lo vogliamo noi, ma è così: sposalo – che non c’è divorzio, o giudizio, che ciò che l’uomo ha unito … tentenna, si alza da solo e carica la pistola: non so perché – e non è Dio, e non è Cristo, eppure è una festa. La foglia è stata corrosa dalla malattia, l’unghia è sporca di terra fresca, ancora fresca per poco, e la vigna … la vigna è veggenza, è invasione, è contagio: genera grigiore di cenere, ma genera.

Appostato in fondo al giardino, mangio da un cartoccio qualcosa che non ha odore, che non ha nessun sapore: dicono conoscenza, e riconoscenza quella che dovresti avere; dovresti inginocchiarti a pregare, a ringraziare. E lo faccio, mi straccio le vesti, e nessuno mi vede – ed è perfetto questo angolo buio in piena luce. Se sei così luminoso e pallido, ti credono malato, e invece sei graziato: ti attraversano, imperversano schiavi dei tuoi simulacri: li recriminano ad ogni passo, vogliono indietro il loro orgoglio … ma non ne ho più abbastanza, tutto è raccolto in questa stanza, lo posso mettere a disposizione della produzione, lo posso pesare come eroina, con un bilancino d’oro o d’argento.

Intanto il vento sparpaglia anche questo, il vento invade, divarica, prosciuga.

E siamo sempre allo stesso deserto. L’inserto settimanale è stato staccato, e verrà conservato a lungo in qualche cassetto della cucina, tra le posate arrugginite, i cucchiai, i coltelli per l’arrosto. Ho dato, e mi sono tolto di mezzo; ora azzimato passeggio, senza alcun pensiero o gonfiore del cervello – cammino, guardo, osservo, respiro, passeggio – genero per loro, il mio nome non avrà ragione, la mia discendenza in questa stanza rimanda il suo dovere, altrove.

E da parte nostra strilla, arsenico, come imbuto imbevuto tutto di te, di noi, di lei: l’arsenale in fiamme, guardate, guarite guardandolo l’arsenale in fiamme, fatene la vostra fame, e non vi sarà dato cibo, o broda o mercanzia. Eppure da imbuto a ponte, il passo è sommerso, il ponte travolto, rannuvolato subito in alto, tra le Ande del mondo, altissimo, santo, cristosegnato e travolto.

E rinvenendo ritrovo la vita, la rivedo venirmi addosso con la forza di un sasso scagliato in se stesso, fermo nel suo polso di gesso, slogato per sempre – come quando rinvieni da un morso, da un profondo e non percepito salasso, e ti alzi, e tutto ti gira, e le vertigini ti scassano il cranio, te lo smussano, ma da dentro e giù giù fino allo stomaco, anch’esso, chiaramente, luminosamente rovesciato: ed eccoti tutto, lì, vomitato sul selciato. Guardalo, rammemoralo, adoralo se puoi, verme insulso, uomo in barca in brache di tela, uomo da museo, imbalsamato: vi trovi il sangue, e un siero nero, escrementi, imprecazioni, gelo vilipeso e raggrumato; ma grida se vuoi, ma guardalo: rinvieni in esso, rinvieni in esso l’oscuro rapporto, quando come tutti ti hanno a sangue, a sangue e a prezzo del sangue, salvato e penetrato – strato su strato, nessuno spessore ermeneutico, nessun inutile intrallazzo, politica, potere, porzioni sigillate: niente.

Tutto viene da nord, da est, da ponente s’impone, prono s’impone e pompa nel tuo sangue, ti sradica, ad ogni spinta tenta di staccarti, scacciarti via da te, da quello che penso, e pensi, dai sensi e dai non sensi, dal sale e dal pane amato, dal ventre vidimato e ingravidato che, potenzialmente, e solo potenzialmente sei, sei stato e sarai.

E dove abito è sempre debito – ma un bruciore, vi dico, un’alba barbara, una bordata e un cratere. Proprio lì, dove mi faccio la barba, tengo farmaci e vita in ordine: tutta una bruttura, un limbo, un brano di carne mangiata d’altri. Si, un bruciore. E va bene, lo accetto, lo centro in pieno – potessi fare altro, tramandarlo come per procura, passando da notai a fiscalisti, lascerei ad altri questa frescura, questo sottobosco, sottopelle senza cura – lo renderei al creatore, alla brutale bellezza della sua natura, alla filosofia e alla ragione, ai suoi aggeggi geniali, agli ingranaggi, ai geli suoi.

Ma non v’è ragione o motivo: v’è solo questo debito imbavagliato e buio, che non sappiamo, che non amiamo mai, mai, mio dio mai; potessimo solo farlo buono facendoci buoni, e bui, e belli – vestendo l’ombra sua, e l’obbrobrio come orpelli, come camminamenti dentro lo spessore sfiatante dei venti … ma niente. Sono solo momentanei, monumentali accorgimenti: travature, travet, cicisbei, bullismi, monismi riduttivi, incivili, invalidanti, anti vita, anti schianti, anti tutti quanti – per niente, aureole di gas caino, cianotiche le nostre guance nel suo bacio, accecante. E sono tante le legioni, pochissimi i profili, innumerabili gli affanni, i fregi, i nomi, i dimmi che mi o non mi ami: cianfrusaglie, croste, accresciute crisalidi.

Ed io che senza assetto, che non ho madre, che ho sempre sete e silenzio tra le costole, e le costole sprofondano nel buio del bar ogni sera, e al pomeriggio, dopo le sei sempre – caffè sigaretta come siero per l’ansia e la ritrosia; e mentre guardo levriere le cameriere alzarsi sulle punte, tossire, sorridere, dare il resto, ecco m’investe il loro sapore, la loro sapienza da antiche speziali mi spezza il tempo di adesso, mi precipita fuori, nel già e non ancora, la loro ingenua geniale inconsapevole gentilezza, anche se venata d’odio, e fatica, e smaniosa indifferenza … quanta capienza in quelle stanze, quante scale, saliscendi, pianerottoli e rotta di collo giù ci dividono, mie inesistenti figlie, e madri, e sorelle, voi così sublimi, e morte, e belle, mai nate mai nemmeno annusate – eppure è così: ogni mattina vi alzate calde dai letti, vi lavate, profumate, vi preparate alla fatica in faccia ai clienti, alle loro grandinate, ai loro odori avariati o dolcissimi, o pesti, o straziati, voi lo fate, fasciate della vostra magrezza, della vostra superba scaltrezza – avete gli attrezzi, quello che serve, per trasformarvi all’occorrenza in belve vive di tenerezza e spezzare la mia e d’altri cavezza, liberandoci nel deserto, lasciandoci alla sete, alla gioia minuta immensa, all’esodo della xenitéia, da schiavitù, da insulsa alterigia, da scontrosa pretesa d’essere assennati, buoni avventori, velenosi solo per timidezza, scaltri anche noi per niente, scalcagnati dal niente, rincorsi, azzuffati, pestati, massacrati, criticati, criticanti, dementi, lucenti: attenti – lussati e addormentati.

E c’è una fame, una fine, un fuoco, una fatica infinita.

E fu così che da questo deserto scavarono vite, intasarono oasi e silenzi, stremando ogni attenzione, costruendo davanzali, ponti e delusioni – scavando fino al fondo, fornendo idee, concetti, ragioni; generando vertigini e mali immaginari, portando sabbia scura nelle bocche, chiamando tutto questo perfezioni – dimenticando la verginale, esigente escoriazione iniziale.

E sbucarono ceffi da dietro i banchi di chiese senza altari, assaltando i fedeli; uscirono da ogni cassetto, affilati come coltelli, incidendo ogni cruccio, ogni cicatrice: svendendo vittime e dolore – dai tiranti, in alto, sollevavano ogni stagione, ogni gola sbrecciata di muro, ogni erba, ogni odore; drenarono reni, intestini, spine dorsali … come squali, il sangue freddo, pulsante, nell’azzurro, salato.

Mi ritirai nel nome, muovendomi poco, accorato, negli scambi, tra verbi e consecutio temporali: fili spinati pensati come cieli, costellazioni, ospedali. Mi ferivo e fiorivo, e dal ferro una fede finalmente sfiorava la fonte, limpida a tratti, a tratti sporca di terra e sangue, e canali.

 

Consummatum est

E pose la sterile nella sua casa, quale madre gloriosa di figli: e così affina insieme affezione e indifferenza, distacco e presa, clamore e mormorare sommesso – è lo stesso ed è diverso, sed transire,e in questa pasqua passa, Quamdiu in imagine pertransimus, e non si ferma mai, non vacua imago, sed veritas, mai.

 

 

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One Response to les nouveaux réalistes: Andrea Ponso

  1. gianluca il 8 agosto 2014 alle 16:58

    queste parole sono vigna. e sono veggenza. convergenza d’umano e divino, mi par di comprendere, e poi non vorresti fermasti al leggere. inoltrarsi altrove, cosa è un verbo?
    bravo andrea! :)



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