Stelle, isole, borghi (prima parte)

18 agosto 2014
Pubblicato da

di Francesca Matteoni

Robert Ingpen, Neverland

isole

“Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino” è la celebre indicazione che Peter Pan, il bambino che non crescerà mai, grida ai tre fratelli Darling in volo per l’Isola Chenoncè. La frase naturalmente non ha alcun significato (come ci tiene a precisare l’autore del libro, ma con il tono beffardo di chi la sa lunga), è solo la prima cosa saltata in mente allo straordinario ragazzo che ha tutto il tempo e nemmeno un attimo da regalare a ciò che non sia puro entusiasmo e avventura. Eppure nessuna direzione è più adatta per un luogo che non esiste, dove si arriva solo da bambini, cadendo piano talvolta nei sogni e nel loro garbuglio di cose note d’improvviso fatte improbabili, di terrori e storie capovolte, interrotte bruscamente dalla visione successiva o dal rumore della sveglia. A destra di cosa? Seconda in quale fila a partire da quale punto di riferimento? E soprattutto quale stella, quella non più grande di un mappamondo, fredda e luminosa, dietro cui Peter si nasconde, o quella distante migliaia di anni luce, già morta e ancora brillante, essa stessa un paese inventato, immaginario?

Come per molti della mia generazione il mio primo incontro con Peter Pan avvenne al cinema alla fine degli anni Settanta con la versione disneyana della storia, estranea allo spirito originale, priva com’è dell’inquietudine e del sospetto che non sia così spensierata l’esistenza del protagonista –  tuttavia fu sufficiente perché il ragazzo volante diventasse uno dei soggetti più frequenti delle mie fantasie a occhi aperti e non. Sarebbe arrivato prima o poi, di notte, sfrecciando tra le costellazioni fino alla mia finestra e tutti quelli che erano i miei giochi più appassionanti, le avventure che cercavo di trarre fuori dai sogni al mattino come la sabbia dagli occhi, sarebbero stati terribilmente veri e presenti.

Anche l’isola quando balugina all’orizzonte è una stella, una nebulosa. La vediamo uscendo noi stessi dal buio, emergere da una nube rossastra, un’alba o un tramonto, volgersi a un pulviscolo azzurro che si apre al centro lasciando trasparire le insenature del mare, la laguna ombrosa, la prateria dei pellerossa, la foresta dove vivono gli animali feroci, le radici enormi che nascondono la casa sotterranea e in fondo, nell’angolo più remoto, la caverna dove una sveglia batte il tempo da dentro lo stomaco di un coccodrillo. Ci siamo in mezzo e siamo perduti su questa zolla di terra al di là dell’atmosfera e degli astri. Quando arriviamo in volo sappiamo che dalla boscaglia vedremo apparire le forme delle nostre paure più intime o quelle lungamente desiderate, già percepite perfino nell’odore, e sappiamo che prima o poi tutto muterà, spogliandosi inevitabilmente. Non riusciremo a vedere l’arco e le frecce di un indiano o gli occhi del nostro lupo preferito, il mare salirà inghiottendo tutto, e dopo l’acqua il freddo che fa la lingua di pietra, per scolpire l’età adulta della concretezza e delle ambizioni.

Ma ora restiamo qui ancora un poco con il destino irrisolto e la gravità esplosa, sospesi a rubare pezzi di cibo dal becco degli uccelli. Il volo di andata è sempre la parte migliore. Noi ci muoviamo pieni di speranza verso un’isola sommersa tra gli astri, dove non si è mai stanchi, non si diventa vecchi. L’Isola Chenoncè, il Luogo del Sempre e del Mai, o anche Tir na nÓg, l’altro mondo di cui parlano le antiche storie d’Irlanda: anch’essa un’isola spinta a occidente.

Dopo, quando avremo voltato la schiena all’isola e non saremo più in grado di vederne il bagliore scrutando il cielo, avremo tutto il tempo per apprendere non il proseguire della strada, ma la via del ritorno. E quando torneremo porteremo i segni sul corpo, l’impronta del cammino.

adoratori di stelle

George Charles Beresford, William Butler Yeats

George Charles Beresford, William Butler Yeats

Il mare che circonda il paese di Peter è a volte lo stesso mare, a nord, dove emergevano isole dalla nebbia, miraggi ingannatori su un orizzonte mobile, quando ancora le mappe riportavano tracce di approdi sconosciuti, di mostri e vite fantastiche. Più di un uomo adulto, allora, si dice aver attraversato l’acqua su rotte immaginarie, aver raggiunto un paradiso terrestre senza dolore o vecchiaia.

Oisin, bardo irlandese, segue in uno di questi viaggi Niamh, la donna di cui si è innamorato, che viene dalla Terra della Giovinezza dove dimorano il re suo padre e i Sidhe, la stirpe leggendaria dei Tuatha de Danaan, composta di  artisti, fabbri, musici e negromanti. Gli abitanti dell’isola vivono in una luce crepuscolare, non logorati da dubbi o desideri.

Il giovane William Butler Yeats prese spunto dal mito del bardo per il suo poemetto The Wanderings of Oisin, scrivendo che in questo luogo le stelle sono annegate nella rugiada,  e la rugiada sommerge il tramonto –  un cielo liquido, primordiale, dove ogni destino rinasce. L’essere umano non può parteciparvi: la gioia che pervade tutto è irraggiungibile per Oisin, che dopo aver cavalcato sul mare tra isole meravigliose, ancora si chiede E quale di queste è l’Isola della Felicità?. Se c’è una libertà da raggiungere (Io porto la liberazione, dice Niamh), non è un luogo fisico dove soggiornare, non almeno finché si è vivi, ovvero tormentati dalle cose che finiscono, dalle domande che si rinnovano, dai ricordi che spingono verso il già vissuto, come se ora rivivendolo potessimo goderne per intero, senza affrettarci all’attimo seguente. Il tempo nell’uomo è proprio questo: non una freccia che da qualche parte dovrà fermarsi, ma una spirale che si riavvolge e così si logora, traendo dal quotidiano la sua direzione, muovendosi tra presenze sempre più chiare quanto più inafferrabili nel passato. Siamo esseri inquieti. Non possiamo soggiornare troppo a lungo in uno stato di appagamento: diventerà presto noia e impulso a partire. Non possiamo scordare la nostra natura mortale e con essa ciò che insieme ci arricchisce e invecchia – la bellezza abita presso di noi a patto che sia sempre sul punto di dileguarsi. Ogni volta che Oisin sosta su una delle isole, le onde o l’aria gli riportano qualcosa della sua vita umana: una lancia, un ramo di faggio, uno storno – e la nostalgia è più forte di ogni ricerca.

L’uomo non può toccare le rive oltre il tempo. Quello è un paese che appartiene alla sola speculazione o a quegli stessi esseri fatati che in un’altra poesia giovanile di Yeats, The Stolen Child,  portano via il bambino, prima che entri a far parte del dolore incomprensibile degli adulti.

Vieni, sì, fanciullo umano!
Vieni all’acque e nella landa
Con una fata, mano nella mano,
Perché, nel mondo vi sono più lacrime
Di quanto tu potrai mai capire.

È un luogo privato dei desideri, che si perde crescendo – crescere, questo produrre tempo – , nello stesso modo in cui smettiamo di voltare la testa in alto per correre da una stella a un’altra. Quando Oisin fa ritorno in Irlanda scopre di essere stato via trecento anni, e camminando sul suolo natio l’età formidabile gli precipita addosso – non potrà più prendere il mare e ricongiungersi a Niamh o al suo popolo, ma nella versione yeatsiana non sceglie nemmeno di convertirsi alla nuova religione, diffusa da San Patrizio sull’isola, sperando in un dio compassionevole che lo accolga.

SAN PATRIZIO

Sulle pietre infocate, senza scampo, le membra dei feniani son gettate;
non c’è guerra coi padroni dell’Inferno, che nella loro furia potrebbero smantellare la terra;
ma inginocchiati e logora le lastre di pietra e prega per l’anima tua che è perduta
per l’amore demoniaco della sua giovinezza e la vecchiaia appassionata e senza Dio.

OISIN

Sarebbe triste contemplare i beati se non ci fosse qualcuno che anticamente ho amato;
getto a terra la catena di pietruzze! Quando la vita nel mio corpo cesserà,
andrò da Caoilte e Conan, e Bran, Sceolan, Lomair,
e abiterò nella casa dei Feniani, siano essi a banchetto o tra le fiamme.

Non c’è consolazione ultraterrena per chi ha voluto vivere tutto pienamente, e lo sguardo non va cercando un riscatto assolutorio – ripercorre il sentiero del mondo conosciuto, chiuso in un pugno di sabbia o dipanato tra il vincolo degli affetti e l’altra gioia di possedere almeno per una volta il bene promesso dalle stelle: la leggerezza che solleva dalla propria condizione, ci conduce nella totalità del sentimento, senza ombre.

Scriveva ancora Yeats:

È uno dei più grandi tormenti della vita quello di non poter mai provare emozioni pure. C’è sempre qualcosa nel nostro nemico che ci piace e qualcosa nel nostro amico che ci dispiace. È questo intricarsi di sentimenti dell’anima che ci fa vecchi, e corruga la nostra fronte e ci infossa le occhiaie. Se potessimo amare e odiare pienamente col cuore come i Sidhe, godremmo come loro lunga vita. (…). Presso di loro l’amore non viene mai a noia, né possono i moti stellari consumare i loro piedi nella danza.[1]

I Sidhe sono quel popolo di osservatori di stelle che si muovono dove noi sogniamo. È diversa la loro misura temporale, coincide con l’oblio di sé, così che ogni stagione è davvero nuova. Ma se li raggiungessimo davvero, cosa sarebbero per noi se non il sembiante monotono dell’eternità, il riflesso delle nostre fantasie, incapace di contenere le storie che stanno sotto la superficie? In una fiaba del folklore inglese si dice che la vita degli spiriti che abitano la brughiera è

un inganno, un’illusione.  – Non hanno vere sensazioni, né veri sentimenti, ma soltanto una specie di pallido ricordo di ciò che li rendeva felici quando erano mortali, magari migliaia di anni or sono. Quelle che ti sembrano mele rubiconde o altri frutti deliziosi sono soltanto susine selvatiche, bacche e more.[2]

Brian Froud, Satyr "Himself"

Brian Froud, Satyr “Himself”

Si dice inoltre che questa loro esistenza crepuscolare sia il destino di tutti coloro che muoiono giovani, quando ancora il corpo è pieno di linfa e sangue, o anche che popoli antichi, come gli stessi Tuatha de Danaan, si siano talmente radicati in una terra, da non poterla abbandonare nemmeno una volta scomparsi. L’estinguersi materiale non fa i conti con l’immaginario. Se qualcuno non li sognasse, non sarebbero che un albero, un rivolo d’acqua, e l’essere umano potrebbe vivere ignaro, convinto che il mondo inizi e finisca con la sua presa sulle cose circostanti.

Antenati, forme del nostro desiderio, spiriti irraggiungibili, custodi: “essi non hanno la nostra religione – prosegue la fiaba popolare -, adorano le stelle”. Difficile stabilire il significato esatto di questa affermazione, se un accenno a riti pagani o semplicemente un rimando alla vaghezza di certe esistenze, ma certo non si può non pensare ai megaliti diffusi in tutta Europa e in particolare nel nord della Francia e nelle isole a nord ovest. Sorti nel neolitico, perfino prima delle piramidi, questi luoghi sono in genere considerati siti funerari, ma anche simboli del sole in connessione con la volta celeste, per predire l’eclissi o fare calcoli sull’orbita lunare. Nella regione di Carnac, il luogo dei tumuli di pietra nella Bretagna francese, si trova probabilmente la più alta e antica concentrazione di menhir e dolmen, databile fino al 6000 a.C. – i primi pietre oblunghe, verticali, piantate nel terreno e disposte in cerchi, allineati o più raramente isolati; i secondi riconoscibili come tumuli sepolcrali, vere e proprie abitazioni dei morti. Segnano l’ingresso nella terra dei sidhe, di, spiriti e folletti, i Korrigans della Bretagna, le antiche fate d’Irlanda, i Pixies della Cornovaglia. Sorgono tra una terra dei morti e una terra degli astri, tra due diverse impossibilità, indicano ciò che è sepolto, passato, come tutto quello che non potremo mai osservare da vicino, che si muove lontano dalla nostra ignoranza. Alcuni menhir si stanno inabissando nel terreno, reso cedevole dal passaggio del tempo. Nel loro sprofondare dove non c’è respiro incontrano la stessa oscurità che è oltre il cielo. Attraversano la materia che si riforma e brulica, le stelle morte.

Tutti i popoli antichi credevano  che la morte fosse l’inizio della saggezza e della bellezza; e la stoltezza fosse una specie di morte. (…) L’io, che è il fondamento della nostra conoscenza,  è fatto a pezzi dalla stoltezza.[3]

Ancora Yeats, il cercatore di fate, ed esse avevano il tremolio degli astri, implicavano la paura del vuoto, quello che cerchiamo di riempire con la parola, che ci distanzia dai corpi celesti, di cui pure siamo residuo, condensa di polvere.

Stelle, isole, fate, tombe. Chissà se l’inizio della saggezza è in realtà l’inizio del tempo. Il tempo che non trascorre, ma è generato. Un tempo misurato dall’intensità della luce, dal suo procedere stellare dentro la fine. Stelle come isole incantante sepolte nella notte. O luoghi deserti, dove si è al sicuro con le cose attorno, il nostro rumore interno ci parla. La pratica di simili posti era raccomandata dal poeta specialmente a chi cercasse un contatto con gli spiriti, una conoscenza ulteriore di sé o semplicemente la conferma che ciò in cui indugiamo da bambini – una fantasticheria che pure nel suo terrore ci fa sentire meno soli – non è affatto insensato, che perseguire una propria verità può voler dire andare fino in fondo nel credere, percorrerlo fino a vedere sebbene in un albore fioco, effimero.

luoghi desolati

Nel 1873 Robert, il fratello minore del poeta, morì a tre anni di difterite, mentre la famiglia si trovava a Sligo, nella casa dei nonni paterni.

Ebbi la consapevolezza della morte un giorno che mio padre e mia madre, i miei due fratelli e le mie due sorelle erano venuti a Sligo in visita. Mi trovavo nella biblioteca quando udii un rumore di passi affrettati e sentii qualcuno, nel corridoio, dire che era morto il mio fratello minore, Robert. Era malato da alcuni giorni. (…) Il mattino seguente, a colazione, sentii qualcuno riferire che mia madre e la domestica avevano udito gemere la banshee – la fata della morte – la notte prima che mio fratello morisse.[4]

La banshee, “la donna delle fate” o “delle colline”, annuncia in un lamento il lutto nelle vecchie famiglie d’Irlanda.  E non promette nessun conforto ultraterreno – ricorda che i morti esistono e con loro ciò che è legato alle origini, all’irrompere delle storie, che senza questo limite nessuna immaginazione è possibile. Nella contea di Sligo, nell’Irlanda nord-occidentale dimora l’infanzia del poeta con le sue prime esplorazioni del mondo fatato: è lì che nasce la sua frequentazione delle lande desolate, paesaggi scabri avvolti dalla pioggia pulviscolare. Yeats, per sua volontà, è sepolto nel cimitero di Drumcliff, alle pendici del Ben Bulben, montagna carica di leggende celtiche, che è in realtà una collina, la table mountain – i versanti ripidi e scanalati, la cima piatta dove sembra di poter correre per tuffarsi nell’oceano. Su questa montagna finisce l’amore leggendario di Diarmuid e Grania, con Diarmuid ucciso, come predetto, da un cinghiale e non un cinghiale qualsiasi, ma un animale fatato, che un tempo era umano. E qui:

Sotto la vetta spoglia del Ben Bulben
nel cimitero di Drumcliff è sepolto Yeats.

La pietra della tomba, come è scritto ancora in Under Ben Bulben, la poesia testamentaria, non è solido marmo, ma limestone, calcare: qualcosa che può sgretolarsi, essere consumato, trascorrere – esattamente come la durata della vita.

ben bulben

Ben Bulben

La prima volta che visitai la contea era inverno, la fine di gennaio. La temperatura era piuttosto mite, nonostante il cielo nuvoloso e la  pioggerellina costante che fa dell’atmosfera un vapore impalpabile, da cui uscire completamente bagnati, una volta al coperto. Arrivai nel cimitero di Drumcliff nel tardo pomeriggio, quasi l’ora di chiusura. Una temporanea schiarita aveva fatto apparire l’arcobaleno, così frequente nell’ovest del paese. Ero l’unica visitatrice – la chiesa medievale era chiusa; dedicai uno sguardo veloce alla croce celtica che si alza dove San Columba, il santo misterioso di queste regioni, fondò un monastero nel sesto secolo, e poi mi volsi per cercare la tomba lì accanto – una semplice lastra grigia su cui erano incisi i versi conclusivi della poesia. Si staglia esattamente contro il profilo del monte, a sua volta attraversato dai sette colori della pioggia. I luoghi in sé sono nulla. Suggestivi, certo, ospitali, freddi, impervi – ma tutte queste sono parole buone per il taccuino di un turista, per una cartolina distratta, se essi non si caricano di senso personale, di un racconto che ci tenga dentro di sé. In questo pezzo di isola occidentale c’è il “mio” Yeats. Mio come qualcuno da cui provengo, un remoto tratto familiare a cui tenersi, specialmente nella difficoltà. I libri che amiamo ci proteggono. I poeti che amiamo ci stanno tutti nella voce, ci spingono nell’unica cosa che possiamo sempre tentare: comprendere.  Quando me ne andrò avrò nel mio bagaglio una piccola regione, un rifugio ben tangibile dietro il risuonare delle poesie. Ero stata alla baia di Rosses il giorno precedente, accompagnata dalla stessa solitudine, da quella bizzarra sensazione di recarmi a un appuntamento, ma l’altro era disperso nella mia mente, nei significati della mia propria visione. “La prossima fermata – mi aveva detto l’autista dell’autobus – è l’America … ma è piuttosto scomodo portartici … ti scendo qui al Country Club. Buona passeggiata!”

Drumcliff e Rosses furono, sono e sempre saranno, grazie al Cielo, luoghi di raduni ultraterreni. (…) All’angolo nord di Rosses c’è un breve promontorio di sabbie, rocce ed erbe: un posto malinconico, infestato di fantasmi. Pochi contadini si metterebbero a dormire sotto la sua bassa scogliera, perché chi ci dorme può risvegliarsi idiota, avendogli i Sidhe portato via l’anima.[5]

D’estate la spiaggia di Rosses si riempie di villeggianti e surfisti. Ma così, in una giornata invernale e fosca, l’unica figura umana era la statua di una donna, i capelli sciolti nel vento, il volto verso il mare come un lamento per gli affogati, i marinai che non fecero ritorno. Perduti nell’oceano a occidente che è un altro cielo, dove le luci si abbuiano sprofondando. Pensai che c’era una connessione tra questi morti insepolti e le frotte di spiriti e fate di cui, per Yeats, abbondava la baia. Guardando la statua, mi ricordai di Riders to the Sea, la tragedia in un solo atto di John Millington Synge, grande amico del poeta, che aveva frequentato a lungo un altro ovest dell’Irlanda – le tre isole Aran, a largo della baia di Galway, dove per secoli la pesca e il mare erano stati il principale sostentamento. L’opera è dominata da una cupa premonizione, un destino scritto a cui i protagonisti obbediscono e si rassegnano. Ma non per questo diminuisce il soffrire o l’incanto sinistro di certe figure ha meno forza. Maurya, la donna protagonista, piange la scomparsa di Michael, il figlio maggiore annegato a nord, a largo del Donegal, e di cui le sono stati mandati i vestiti recuperati, ridotti a stracci. Contemporaneamente è angosciata dalla decisione dell’altro figlio, Bartley, di attraversare il mare per vendere un cavallo alla fiera di Galway. Il figlio, sordo alle richieste della madre, parte cavalcando una giumenta e seguito da un pony color del maltempo. Nell’acqua del pozzo aggalla un’immagine: sul pony cavalca Michael, che indossa abiti e scarpe nuove, di ottima fattura. È un segno inequivocabile del lutto ulteriore che sta per sopraggiungere. Poco dopo un gruppo di donne porta la notizia a Maurya e alle figlie: Bartley è caduto dalla scogliera nel mare, spinto dal pony grigio. La trama è una storia feroce di sventura, di fame e necessità, dello stato di figli, rispecchiati e già finiti nel sogno della madre. La stessa Maurya in conclusione, dirà – nessun uomo può vivere per sempre e dobbiamo accontentarci. Ma gli abiti nuovi, il pony fatato, richiamano una tradizione locale, un’esistenza altra che chiede il conto della nostra. Credevano, nell’ovest e nelle Aran, che il mare fosse abitato da individui simili a quelli sulla terra, con tanto di bestiame che poteva uscire, in certe giornate, risalire le scogliere fino al villaggio. Terribili cavalli d’acqua, affamati di carne. Nelle profondità marine si mescolavano una ricchezza possibile e i corpi gonfi di sale, assiderati e lividi nelle onde. Chi spariva dal mondo quotidiano, diventava dunque il suo riflesso nella mobilità dell’acqua, ma rivestito di tutto punto e privo dei sentimenti, dei dubbi che lo facevano umano. Michael si affaccia dal pozzo all’antica madre quale presagio di cattiva sorte, senza nessuna pena o pentimento: è una specie di giustizia naturale quella a cui ora appartiene. È questo che ci riserva il vivere? Un brevissimo sogno che nasce dalla pelle dei morti? Una speranza – una donna col volto proteso – che è già per metà accettazione?

La bassa marea aveva scoperto un’ampia porzione di spiaggia davanti a me, con pozze d’acqua salina e conchiglie tubolari, e una nebbia diffusa da cui sorgevano le due montagne magiche del Ben Bulben e del Knocknarea, l’una la tomba del poeta, l’altra anch’essa un sito funebre, un tumulo gigante per la regina e guerriera del Connacht, Maeve (Méabh), miniaturizzata nel Romeo e Giulietta di Shakespeare in Mab, fata dispettosa dell’allucinazione. Povera regina, mi dicevo, da un enorme cumulo di pietre sovrastante la costa, a una danza furiosa sulla punta del naso di Mercuzio.  Mi trovavo in un paese di pescatori, senza nessuno con cui poter condividere il pomeriggio, perché come si può condividere un dialogo con un poeta morto e le sue ossessioni? O dire, senza l’ironia degli amici che me lo ripetevano, che ero veramente in cerca di fate? Nel silenzio della mia camminata sentivo nostalgia per qualcosa che poteva balzare dalla schiuma e prendermi, qualcosa che, come il bambino rapito della poesia giovanile di Yeats, avevo atteso a lungo. Il paesaggio scaturiva dai miei amori letterari, guardavo attraverso gli occhi di un predecessore che non aveva con me nessun legame di parentela, ma di elezione – sceglievo in lui un’origine – e anche il tempo veniva smantellato. Tutto è presente e concluso. Le mie risposte stanno in un altrove che mi è al fianco, fuoriesce dalle lande, brilla della sua propria estinzione.

(continua)

[1] William Butler Yeats, “The Untiring Ones” in Mythologies, (London: Basingstoke, Papermac, Macmillan Publishers, 1982), 77

[2] Katherine Briggs, Fiabe popolari inglesi, (Torino: Einaudi, 1996), 202

[3] William Butler Yeats, “The Fool of Faery” in Writings on Irish Folklore, Legend and Myth [WIFLM], (London: Penguin Books, 1993), 282-283

[4] Autobiografie, (Milano: Adelphi, 1994), 35-36

[5]”Drumcliff and Rosses” in Mythologies, 88

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One Response to Stelle, isole, borghi (prima parte)

  1. […] (QUI la prim parte) […]



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