les nouveaux réalistes: Simone Ghelli

11 settembre 2014
Pubblicato da

petit-nuage

Più sopra il cielo è invisibile
di
Simone Ghelli

Uno scoppio rotondo, pieno d’acqua come la pancia d’una donna gravida, la sveglia per l’ennesima volta. Proprio sopra la sua testa. Tuuum!, e poi una vibrazione sorda da basso continuo.
Livia cammina sul pavimento freddo, le dita dei piedi contratte, eppure sensibili come antenne alla ricerca delle ciabatte disperse chissà dove. Si alza per via di quell’impulso ad andare a controllare se il mondo esiste ancora. Il cielo, soprattutto. Ha paura che il cielo, sotto quelle cannonate insistenti ormai da giorni, sia in procinto d’incrinarsi e riversarsi giù tutto insieme.
Scosta le tende della finestra e guarda fuori, affascinata come sempre dalla luce tinta d’arancione che rimbalza sulla facciata del palazzo di fronte: una sorta di scheletro grigio, rimasto lì ad ammuffire dopo che i vigili hanno messo i sigilli a causa d’irregolarità riscontrate nei permessi. Più sopra il cielo è invisibile, o forse la città è già sommersa e nessuno se n’è ancora accorto. Sono anni che la televisione parla dell’innalzamento delle maree e dell’erosione delle spiagge. Anziché sprofondare lentamente, secondo Livia finiranno sommersi da questo acquazzone che sembra non voler finire più, ricoperti da una mano di vernice blu, liquida e vischiosa.

Scrosci d’acqua improvvisi, scossi da folate di vento, frustano le pareti del suo piccolo monolocale. Dal rumore capisce che la pioggia si tramuta a tratti in chicchi di grandine che picchiettano sul tetto.
Le sembra di vivere in quell’incubo ricorrente che la tormenta da anni, dove la tempesta travolge e trascina via tutto, lasciandola incolume insieme ad alcuni cari, con i quali ascende al cielo in una spirale d’acqua. Quando le capita di raccontare quella storia, le persone le dicono che l’acqua esprime evidentemente il bisogno di un cambiamento, ma a lei sembra piuttosto di essere in balia della ribellione del proprio inconscio che la invita a liberarsi dei beni materiali. O forse non c’è proprio nessuna metafora dietro a tutto questo, se non la raffigurazione delle sua paura di perdere quel piccolo monolocale che ha sempre desiderato.

Livia passa nel bagno, dal quale proviene l’inquietante gorgoglio dell’aria che entra nei tubi di scarico. Le gocce d’acqua battono sull’unica finestrella di alluminio e rimbalzano via con uno strano rumore metallico.
Alza la tavoletta e si accovaccia sul water, sommando un rivolo di urina a tutto il liquido che il cielo sta riversando sulla città. Le sembra di stare su una barca, lassù all’ultimo piano, sulla cresta di un’onda.
Sullo schermo della televisione, appena un metro più in là, l’orologio del televideo segna le 3:49. L’attenzione di Livia viene rapita da una curiosa notizia riportata tra le news: «L’albero di Natale a Piazza Venezia abbattuto da un fulmine». Sotto al titolo viene precisato che il tronco dell’abete addobbato a festa si è spaccato in due parti uguali, per fortuna non si registrano feriti. Livia fa zapping per cercare qualche immagine dell’accaduto, ma sembra che nessuno abbia avuto interesse a riprendere la scena; eppure sente che quello deve essere il segnale d’inizio, il monito lanciato dal cielo.

Intanto, fuori la pioggia si è definitivamente trasformata in un torrente di grandine che sta ricoprendo con un enorme manto bianco la strada e le auto parcheggiate. Picchia duro sul tetto e contro i vetri delle finestre, copre il volume della televisione, dove alcuni giornalisti stanno dibattendo in una replica notturna sulla plausibilità di certi attacchi sferrati al Presidente del Consiglio. I suoi difensori si appellano al sacro diritto alla privacy e avanzano giudizi morali su quelli che si permettono di violare quella sfera privata per gettare fango sugli avversari politici. Gli accusatori sostengono invece che la moralità di un uomo di stato debba dimostrarsi integerrima in pubblico così come nel privato.
Livia pensa alla sua di tutela, e a quella delle decine di persone che ogni giorno viola digitando una serie di numeri che non significano niente, se non il sogno di vendere e fatturare che appartiene a qualcun altro. Lei non sa neanche il nome di chi ci guadagna, conosce soltanto il suo e quello di chi condivide quel supplizio di voci.
A volte persino si confonde, dice buongiorno di pomeriggio o addirittura buonasera di mattina. Dall’altra parte ridono. Capita, gli dicono. È la vita di oggi che è troppo frenetica. Loro vanno di fretta, e lei ci sta per trattenerli ancora un minuto.
Il lavoro di Livia non è calcolabile in base al tempo, anche se ha il dovere di dettare il ritmo, di provare a tenere le persone sull’attenti. Entra nelle loro case, ignara delle attività nelle quali le sta sorprendendo, per ricordar loro che al giorno d’oggi non ci è concessa nessuna rinuncia. Il suo compito è quello d’instillare in loro il dubbio che via sia ancora qualche necessità da soddisfare. A volte un po’ se ne vergogna e le viene da pensare che potrebbe esserci uno dei suoi genitori tra loro.

Oggi vorrebbe sembrare più a suo agio, quasi disinvolta, come molte colleghe che entrano salutando i colleghi dell’open space con larghi sorrisi e ampi movimenti, senza incespicare nelle buone intenzioni al primo passo e rifugiarsi poi nella sua postazione incastrata in un angolo, dove il tempo non passa mai, oppure passa troppo veloce.
Spegne il televisore e con tre passi è di nuovo nel letto, sotto il bozzolo di lana della coperta. Il ticchettio delle gocce sul tetto sembra quello di una lancetta impazzita che corre dietro al tempo. Livia pensa che deve dormire, che deve assolutamente ritrovare il sonno, ed è un pensiero che si avvita su se stesso, che la porta sulla soglia per poi sbatterla subito fuori. Ogni volta il cuore ha un tuffo, come perdere il fiato e tornare a galla.
Mancano solo tre ore e deve respirare piano, prendere aria e tenerla nei polmoni come le hanno insegnato. Le capita anche a lavoro, una specie di panico che le secca il naso e la gola. Le hanno spiegato che deve fare un gran respiro, che deve ingoiare l’aria con la bocca e tenerla a lungo. Di notte però non ha nessuno che glielo dica, soltanto lei con il panico che le mostra quant’è fragile. Si sente di vetro, si sente che potrebbe rompersi da un momento all’altro e la sua testa che non si scollega, che assiste impotente al precipitare di tutti quei dati estratti dai computer e raccolti nelle liste a uso e consumo degli uffici marketing aziendali. Va avanti per minuti, forse per ore, ma quello è il segno tangibile che la comunicazione si sta interrompendo.
Tututututututu.
Segnale occupato.

La radiosveglia è sempre quella, sempre la stessa dai tempi dell’università. È l’unica cosa che la riporti indietro, dalla prima notte che abitò sotto lenzuola umide e fredde; che ha il potere di strapparla al sonno e di gettarla nella materia dura del giorno. Oggetto dalla funzione detestabile, che uccide ogni immaginazione.
Questa è Livia, 37 anni e un profilo da operatrice telefonica, se l’esperienza significa ancora qualcosa.

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