L’Ucraina e le icone della guerra necessaria

13 settembre 2014
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

Il settantacinquesimo  anniversario della seconda guerra mondiale è stato ricordato dal mondo politico occidentale con una serie di paragoni e allusioni alla guerra civile in Ucraina e in particolare alla minaccia rappresentata dalla Russia: si può citare in questo senso il discorso a Danzica del presidente tedesco Gauck, sorprendente perché finora le dichiarazioni dei responsabili tedeschi erano sempre state molto caute, ma anche  una serie di dirigenti polacchi, baltici e anglosassoni ha evocato il ritorno di una minaccia nazista. Anche dall’altro lato non sono mancati riferimenti a quel conflitto: per esempio Putin con  esagerazione ha paragonato all’assedio di Leningrado condotto dai nazisti l’attacco delle truppe di Kiev contro Donetsk ( sia detto con il massimo rispetto per le sofferenze della città, che ha pagato un prezzo altissimo in termini di morti e distruzioni , paragonabili in Europa dopo la seconda guerra mondiale soltanto a quelle subite da Sarajevo).

E’ comprensibile che sia così non solo per la rilevanza storica di questo conflitto, che lo rende ancora sentito, ma anche perché la seconda guerra mondiale dal punto di vista di simbolico ha il pregio di presentare un nemico certo, aggressivo e contro il quale era inevitabile fare la guerra.  Sul piano retorico l’evocazione della seconda guerra mondiale e delle sue lezioni è quello che potremmo chiamare un’icona della guerra necessaria. Tra l’altro questo spiega perché la prima guerra mondiale, di cui pure cade il centenario, abbia avuto meno spazio nei discorsi ufficiali: si tratta di una guerra  le cui cause sono più articolate e riconducibili nella coscienza comune a un misto di veti incrociati, giochi diplomatici finiti male, nazionalismi e imperialismi reciprocamente diretti. Eppure, a volerle vedere con un po’ più di precisione anche le cosiddette lezioni della seconda guerra mondiale sono un po’ più inquietanti di quanto i richiami attuali facciano: infatti gli unici a dichiarare guerra alla Germania dopo l’invasione della Polonia furono Francia e Gran Bretagna ossia i paesi normalmente indicati come i portatori del funesto spirito pacifista europeo  che aveva lasciato la Cecoslovacchia a Hitler senza fermare il conflitto. Stalin era convinto che dopo il patto Ribbentrop- Molotov  Hitler non lo avrebbe più attaccato, nonostante l’anticomunismo fosse al pari dell’antisemitismo uno dei pilastri ideologici del nazismo. Gli Stati Uniti entrano in guerra nel dicembre del 1941, solo dopo che il Giappone aveva cominciato a minacciare i loro interessi diretti nel Pacifico, Churchill aveva respinto l’invasione dell’Inghilterra e iniziato a suonarle agli italiani in Africa e la Germania aveva aggredito l’URSS.  Tra l’altro senza l’attacco della Germania e dei suoi numerosi alleati nell’Europa centrorientale ( la Slovacchia, l’Ungheria e la Romania, oltre naturalmente all’Italia ), l’Unione Sovietica non avrebbe mai avuto l‘occasione  di sottomettere quella parte di Europa che le fu assegnata poi con gli accordi di Jalta.

Mi trovo costretto a ricordare queste ovvietà, visto che nel discorso politico e mediatico molti sembrano credere che la storia ci offra delle lezioni belle e pronte da applicare per ogni circostanza.  I fatti storici diventano delle icone che rappresentano un comportamento  o un valore da sostenere in quel momento e vengono agitati a quel fine per essere depositati nello scaffale una volta terminata la loro funzione, come i vestiti di carnevale.

Non che sia una novità: Valerio Massimo nel I secolo d.c. aveva scritto proprio una raccolta di exempla storici ( fatti e aneddoti che mettevano in luce determinati vizi e virtù morali) che dovevano servire all’oratore a seconda della tesi da sostenere, ma almeno nelle classi dirigenti romane c’era l’idea che questo tipo di uso della storia era puramente retorico e che per capirla veramente bisognava leggere Tacito.

Non sembra esserci nel nostro tempo una simile precauzione forse perché la fine della guerra fredda e l’inizio della globalizzazione sono stati percepiti nelle  classi dirigenti occidentali come una fine della storia, aldilà anche di quello che Fukuyama intendeva impiegando questa vecchia espressione hegeliana. La storia insomma è diventata semplicemente una serie di immagini utili tutt’al più utili a fornire motivazioni esemplari per determinati comportamenti nel presente;  così se qualcosa ostacola il processo di globalizzazione guidato dagli Stati Uniti, esso non può essere nient’altro che il passato che ritorna.

Per esempio, l’ex premier slovacco, nonché fondatore della Democrazia Cristiana in quel paese, Jan Čarnogursky in un’intervista concessa al quotidiano di Bratislava Sme del 16 agosto scorso dichiarava a proposito della crisi ucraina che la posizione di Putin era comprensibile e legittima. Tra le molte cose interessanti che quell’intervista contiene vi è anche una domanda degli intervistatori che chiedono a Čarnogursky come sia possibile che uno che come lui, che è stato dissidente e ha lottato contro il comunismo nella Cecoslovacchia sovietizzata, sia filorusso. Al che l’intervistato ha avuto un gioco fin troppo facile nel ricordare che essere anticomunista e antirusso non siano la stessa cosa. E’ chiaro che per quei giornalisti, e non solo per loro, l’unico motivo per cui si può comprendere la posizione dei russi è il desiderio che l’Unione Sovietica ritorni.

 

Anche il presidente Obama ha più volte parlato della Russia come di un paese fuori dalla storia ancorato al passato, alludendo in occasione della crisi ucraina alla sua incapacità a risolvere i conflitti se non con la violenza. Bisogna chiedersi allora  perché un uomo politico indubbiamente intelligente come Obama non si sia reso conto che questa sua dichiarazione si presti alla banale obiezione che negli ultimi venticinque anni nessun paese più degli Stati Uniti sia ricorso alla guerra.  L’unica risposta è che evidentemente Obama non considera quelle condotte dagli Stati Uniti delle guerre, sia che le consideri operazioni di polizia che servono a mantenere il nuovo ordine mondiale della globalizzazione, nato dalla fine della storia, sia che le consideri avvenimenti accidentali incapaci di mutare la sostanza di un mondo pacifico e globalizzato.

Negli anni ottanta Reagan prese a chiamare l’Unione Sovietica come l’Impero del male. Si trattava di una definizione fortunata non solo perché sfruttava il successo internazionale della saga di Guerre Stellari,  semplificando il messaggio ideologico della Guerra fredda, ma perché la gerontocrazia che dominava l’Unione Sovietica dette un suo contributo decisivo al successo dell’espressione, mostrandosi capace soltanto di invadere, reprimere e mandare in rovina l’economia dei paesi a essa soggetti. L’espressione usata da Reagan non costituiva soltanto una spettacolarizzazione dello scontro tra blocchi e dunque una banalizzazione politica, ma rispetto a formule di tipo più politico, che so impero totalitario o stato comunista  tirannico, spostava il confronto dal concreto tempo storico a quello indeterminato e rituale della saga. Del resto anche la sfumatura religiosa contenuta nella nozione di Impero del male contribuiva a portare il confronto su un piano astorico, sul piano dell’eterna lotta tra le forze del Bene e quelle delle Tenebre, arricchendo oltre tutto di un carattere di teodicea ( la vittoria finale del Bene)  questo tempo fuori del tempo.

 

L’Impero del male nel giro di pochi anni collassò, venendo sostituito secondo la spiritosa espressione dello scritto russo Pelevin, che si riferiva agli anni di Eltsin, da una repubblica delle banane del male, e quindi questo modo di dire cadde in disuso.  Tuttavia  la nozione di Impero del male non era una pura e semplice forma di propaganda, al contrario essa veicolava un modo astorico di guardare alle vicende storiche  che, nato dalla persistenza di vecchi archetipi  mitico-religiosi  presenti nell’inconscio culturale anche degli occidentali più laici, si sposava perfettamente con le matrici neoliberiste e neopositiviste della cultura e delle tecniche di governo statunitensi e poi occidentali. Infatti questo sguardo astorico è sopravvissuto al declino dell’Impero del male.

 

Prova ne sia che anche la globalizzazione è stata narrata preventivamente come fine della storia o come fase storica incommensurabilmente nuova di grande pace e prosperità, cioè con quegli aspetti paradisiaci che devono per forza seguire la sconfitta delle forze delle tenebre.  Non è un caso che proprio in questa fase storica prenda piede l’espressione Stati canaglia per indicare quelle nazioni che non accettano le regole del diritto internazionale scaturito dal nuovo ordine. E’ un’espressione che ha il suo apice, ricorda Derrida nel suo libro su di essi, con la presidenza di Bill Clinton.  Ora anche la nozione di Stato canaglia rimanda a un immaginario che non ha a che fare con la storia: la canaglia è quella fascia di popolazione criminale o connivente che vive in ogni epoca ai margini della vera e propria società. Si tratta di un metafora sociologica e moraleggiante che ancora una volta esclude la possibilità di una storicità.

 

Ancora più interessante è la definizione di Stato canaglia che uno dei collaboratori di Clinton, docente di studi internazionali, Robert S. Litwak ( cito sempre da Derrida) fornisce: Stato canaglia è qualsiasi stato che gli Stati Uniti ritengono tale. Se ci si pensa, una simile definizione attribuisce agli Stati Uniti un ruolo da Leviatano hobbesiano che è al di fuori delle leggi per farla rispettare e infatti coerentemente gli Stai Uniti non riconoscono la giurisdizione di quel tribunale internazionale dell’Aia, al quale pure hanno contribuito a deferire numerosi esponenti di Stati canaglia.  Il curioso è che una concezione del genere presuppone la fine del tempo storico, l’idea cioè di vivere in un’epoca che non porterà cambiamenti se non un perenne arricchimento grazia alla scienza e alla libertà economica. Dal punto di vista del divenire storico questa idea di un superstato controllore è pericolosissima perché porterebbe al conflitto non appena apparisse all’orizzonte uno stato di dimensioni tali da sottrarsi al controllo del benevolo Leviatano statunitense e che pretendesse che i propri interessi concorrenti fossero riconosciuti nei modi delle tradizionale diplomazia tra stati.

 

Nel concreto il richiamarsi al passato , sovietico o nazista o talvolta entrambi, evocato astoricamente come un’icona del male è stato il modo in cui l’occidente ha letto la vicenda ucraina. Ancora  una volta questa lettura richiama il tempo mitico della saga nella variante dell’Impero che colpisce ancora. Una prospettiva storicizzante invece avrebbe sconsigliato di sostenere in un paese composito etnicamente e il cui principale atout economico è di essere una porta per il mercato russo un movimento nazionalista antirusso: è chiaro che una scelta del genere significa condannare per decenni un paese così grande a un’instabilità politica e a una dipendenza dall’estero paragonabili o superiori a quella della Bosnia pacificata dopo la guerra civile. Ma tutto ciò per il tempo mitico nel quale nuotano le categorie politiche delle èlite politiche e culturali dell’occidente globalizzato non conta nulla. Non è un caso che in queste èlite gli unici a esprimere preoccupazione per il modo in cui l’occidente aveva approcciato la crisi ed era intervenuto in Ucraina sono stati due dirigenti novantenni come Kissinger e Helmut Schmid, e ciò non per saggezza senile, ma perché ai loro tempi era impossibile non avere una prospettiva storica nelle scelte politiche.

 

Se poi questo modo di vedere è pericoloso per gli Stati Uniti, che infondo hanno sempre come via d’uscita estrema la possibilità tecnica dell’isolazionismo, per l’Europa, in cui tutto ci condanna a essere dentro la storia, è una forma di autolesionismo addirittura letale.

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3 Responses to L’Ucraina e le icone della guerra necessaria

  1. sparz il 13 settembre 2014 alle 09:06

    sempre istruttivo e piacevole leggerti, Mascio!

  2. andrea inglese il 14 settembre 2014 alle 18:49

    Bel pezzo Giorgio.
    Per i francofoni incollo un link a un intervista di Emmanuel Todd, che offre, dal punto di vista demografico, dati interessanti sulla società russa:
    http://www.les-crises.fr/la-russie-nous-surprendra-toujours/

    Nella retorica anti-russa, mi sembra giochi anche una specifica confusione: ossia il giudizio sulla politica interna e quello sulla politica estera. La realtà russa, la società russa, non è riducibile al governo autocratico putiniano, così come la politica estera di tale governo non si può leggere esclusivamente secondo criteri di politica interna: di grado o meno di democraticità di un regime. Come l’Atene di Pericle per prima ha dimostrato si può essere un regime democratico e portare avanti una politica imperialista. Vedi gli USA nel XX secolo e oggi.

    • giorgio mascitelli il 15 settembre 2014 alle 17:47

      Grazie Andrea e consiglio a tutti il link di Todd che è molto interessante. Il mio timore è che la retorica antirussa non sia che un capitolo della retorica antistorica e mitologica che governa l’occidente e finisca con l’essere la sola chiave di lettura di ogni avvenimento e la matrice di ogni politica. con il risultato che oggi in Ucraina i principali ostacoli al raggiungimento di un accordo vengono dagli Usa e dall’europa.



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