autocritica idraulica: Sergio Garufi

14 settembre 2014
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Due cronopios: Cortázar e Jovanotti

di

Sergio Garufi

La critica idraulica, come la chiamava ironicamente Cortázar, è sempre alla ricerca delle “fonti”, dei libri che hanno influenzato il tuo libro, come se le idee non potessero sfociare che da lì. È un approccio che lui rifiutava, tipico di chi pone l’accento sul sapiens anziché sull’homo. E difatti, di fronte a un’opera complessa e adamitica come Rayuela, la dichiarazione d’indipendenza della letteratura ispanoamericana, molti critici restarono spiazzati, non trovando appigli per le loro dotte esegesi. In una lettera del 24 novembre 1964 a Nestor Lugones, un laureando che gli chiedeva le fonti di Los Reyes, Cortázar rispose così, fingendo di confondere le fonti con le fontanelle:

Le uniche che vedo con chiarezza sono quelle della Piazza del Congresso, dove io passavo spesso in quell’epoca a causa di una ragazza che viveva vicino alla Confetteria del Mulino”. E poi aggiunse: “Non creda che mi sto burlando di lei […] Gli investigatori del fatto letterario partono quasi sempre dall’errore di credere che non c’è effetto senza causa. Più che un errore è una semplificazione. Io non usai nessuna fonte (copio i termini della sua lettera); in ogni caso vai a sapere quali remote e multiple fonti usarono me. Un disegno di Cocteau, per esempio, con un giovane minotauro che guarda lontano. O qualcuno che fischiettava sotto la mia finestra, disegnando un labirinto nell’aria. Lei mi cita il nome di Asterione, ma io mi resi conto di questo nome molto dopo, grazie a un bel racconto di Borges. Per me il minotauro non aveva e non ha nome. Il personaggio di Axto, per terminare, è pessimo per una tesi, perché non ha alcuna origine.  Lei forse ammetterà che di quando in quando a uno scrittore capita d’inventare un personaggio traendolo dal puro nulla. È triste, ma è così. Probabilmente per questo Minosse mandò a tortura e a morte Axto; anche Minosse cercava fonti, aveva una forte vocazione da filologo. E concluse con un invito perentorio: “Entri da solo nel labirinto, i gomitoli non le servono a nulla”.

Cortázar è molto presente nel mio nuovo romanzo, Il superlativo di amare. Gino, il protagonista, non è solo il traduttore del suo epistolario, ma è un suo grande ammiratore, uno stalker postumo che ne spia le abitazioni e i rapporti sentimentali; eppure l’argentino non rappresenta una vera fonte d’ispirazione. Anche in questo caso, ha contato più una fontanella secca vicino a un monastero di Bevagna, dalla quale fantasticavo potesse sgorgare all’improvviso un’acqua miracolosa, che tutti i libri che ho letto. Cortázar volevo che fosse solo una presenza fantasmatica, una sorta di spirito guida, come Humphrey Bogart per Woody Allen in Provaci ancora Sam; niente di più. E da questo confronto, dal ripercorrere i passi dell’argentino a Parigi, il protagonista avrebbe dovuto infine trovare la propria strada, capire che casa sua stava altrove, che doveva seguire un’altra stella.

Sulle note di Come musica ho conquistato la mia donna, come ho detto l’altro giorno in un’intervista radiofonica. L’effimera eternità di ogni storia d’amore danza intorno a una colonna sonora, e siccome il rapporto fra Gino e Stella ha parecchi spunti autobiografici, se dovessi indicare un’altra fonte del mio libro segnalerei quel bellissimo pezzo di Jovanotti. Anche il rapporto fra Gino e Stella è costellato da “false partenze”, sospetti infondati, equivoci e fraintendimenti. Anche lui sa che “è successo già, che altri già si amarono non è una novità”, però fin dall’inizio vede in lei qualcosa di speciale, qualcosa che non ha nessun’altra. E alla fine, dopo una drammatica separazione, cercherà di riprendersela, consapevole che nella vita ben più dei concetti contano gli affetti, perché “solo l’amore rimane, tutto il resto è un gioco”. Nel poco tempo che sono stati assieme Gino e Stella “si sono attraversati fino nel profondo”, ma resta ancora da scoprire “al centro del suo cuore che c’è”, ed è questa insondabilità dei sentimenti ciò che più ci attrae in una persona. Ma forse Cortázar c’entra anche qui. Vedendo il videoclip di questa canzone ogni suo lettore riconoscerà immediatamente, nel balletto degli escavatori cingolati come docili elefanti davanti al domatore, l’estro e la follia stralunata di un autentico cronopio.

 

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3 Responses to autocritica idraulica: Sergio Garufi

  1. liviobo il 16 settembre 2014 alle 20:07

    scusa garufi… a me non piace tanto fare polemiche… però questo accostamento… cortazar e jovanotti… proprio non riesco a farlo passare… ricordo la faccia schifata di herzog quando gli fecero vedere il documentario che j. dedicò a aguirre…ma una persona fine com te non percepisce che j. è il renzi della canzone, è un broccolone senza sale, altro che cronopio?… molto più cronopio toto cutugno… magari le canzoni sono pure gradevoli, pulite, sono meglio di lui…e la danza delle scavatrici è bella, vero… ma lui… per carità…da affogarlo in un’acquasantiera…

  2. sergio garufi il 17 settembre 2014 alle 08:14

    che è per l’appunto ciò che direbbero i famas (nel senso che il post e il commento sono anch’essi storie di cronopios e di famas).

  3. liviobo il 17 settembre 2014 alle 18:12

    eeeh…troppo facile… lo sapevo che dicevi così… con questo sistema, non falsificabile, si può sostenere che sono cronopi i comici del bagaglino, luca giurato, tutta la banda di forzaitalia con in testa sappiamo chi e giovanardi subito dopo… a me invece mi sa proprio che i cronopi non sono i frivoli e i simpatici, ma quelli che invertono l’ovvio… e jovanotti a me pare prorpio il campione dell’ovvio di sinistra… poi, è chiaro, io ho detto la mia e dovevo dirla, ma ognuno si fa i cronopi che vuole…



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