Radical kitsch: ti spunta un Flores in bocca

20 settembre 2014
Pubblicato da

http://youtu.be/-ANGKOqgJ9I

Le Fric c’est Chic
di
Francesco Forlani

In occasione del bell’incontro su critica e letteratura che si è svolto ieri alla Galleria Ostrakon di Milano, nell’ambito del generoso festival “Tu se sai dire dillo”, organizzato da Biagio Cepollaro, a un certo punto Luigi Bosco, tra i relatori, ha citato il dibattito di qualche tempo fa a proposito del numero speciale di Micromega dedicato al ruolo degli intellettuali e Albert Camus, pubblicato su nazione Indiana. A fine serata, quando ormai ci avviavamo verso Torino, tre cose facevano da rumore di fondo allo scorrere dei fotogrammi delle cose appena viste e sentite.

La prima: quando si stava per andare via un amico ci ha proposto di passare per la stazione Garibaldi e assistere almeno all’inizio del concerto, in Piazza Gae Aulenti, dei Blood Orange con la performance live di Chic feat. Nile Rodgers.
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Impressionante lo sfoggio di tacchi alti e scollature, tagli di capelli glam, mondanità a gogò e led impazziti tra trasparenze architettoniche e sinuosità ammiccanti. Come se non bastasse la scritta Replay, fiammeggiante marchio sponsor della serata, sembrava qui un ordine da schermo orwelliano, tipo Obey/obbedisci, dove il big brother intimava di ripetere a oltranza, all’infinito il noto refrain di una delle più celebri canzoni, prodotte proprio da Nile Rodgers. le freak c’est chic!.

Tutti abbiamo ballato almeno una volta su quelle note e per quelli della mia generazione ha significato, la disco in generale, la linea di separazione tra l’impegno sociale e il disimpegno nell’aria di rigore. Del resto la stessa canzone, soprattutto il motivetto, si è sempre prestata ad interpretazioni diverse e tra loro molto lontane. Dagli anglofoni il freak, mostro, stava per bizzarro, strano, e l’essere bizzarri voleva dire Chic, nome della band, ma anche glamour, elegantemente kitsch, se vogliamo, fidandoci delle apparenze, dei costumi di scena, per capirci. Per i francofoni freak veniva sentito come fric ovvero i soldi, la grana nell’argot d’oltralpe. Ecco allora che la grana la si definiva quanto meno cool.
Nell’articolo da cui ho attinto questa fonte si cita anche la più verosimile, a parer mio, delle interpretazioni, ovvero che per gli africani francofoni quel freak stava per Afrique.

A guardarsi intorno, a respirare l’ambiente anche se solo per una manciata di canzoni la mia percezione, da francofono, era che quella canzone celebrava il capitale della moda e chiunque si trovasse nel raggio di quel perimetro ne confortava il credo e la profezia. Per un attimo ho pensato che sarebbe stato molto situazionista catapultare l’incontro letterario a cui avevo appena assistito su quel palco e pur essendo testimone delle grandi virtù ballerine di molti dei poeti che conosco, dubito che si sarebbe potuto uscire vivi da lì. La domanda che mi sono posto è stata allora quale delle due realtà fosse più vera; la prima detta e contraddetta da un manipolo di trent, quarant, cinquant, sessantenni assiepati in una bella galleria dalle pareti bianche o la seconda danzata da una folla di trent, quarant, cinquant, sessantenni in pista? Una frase della canzone conteneva la risposta:

Big fun to be had by everyone
Come on along and surely can be done
Young and old are doin’ it, I’m told
Just one try and you too will be sold

Ian-Curtis1La seconda: si dovrebbe un giorno studiare a fondo la fenomenologia dei flussi artistici dal basso verso l’alto, del modo in cui, per esempio, un autore, ma anche una band musicale, un artista, accede alla grande festa del “riconoscimento”, principalmente da parte del pubblico e dei suoi manipolatori, in primis l’industria culturale. Ultimamente, per esempio, pensavo al caso dei Joy Division, a come la consacrazione avvenne attraverso il suo titolo più pop, Love Will Tear Us Apart, successo che seguì la morte di Ian Curtis nel 1980 due anni dopo Le freak, per capirci. Varrebbe la pena approfondire il discorso sulla qualità di un percorso artistico quando dall’underground si passa al Pop, e magari anche smontare l’idea che la celebrità arrechi danno; la storia dell’arte ci dimostra che non è così con un semplice ragionamento. Se le opere, soprattutto nel caso di quelle postume, valevano prima del successo, come si fa a dire che il successo tardivo ne sacrifichi qualcosa se a cambiare non erano le opere ma il pubblico e l’industria culturale che lo manipola?
Vero è che, come ricordava Pino Tripodi all’incontro di Milano, spesso case editrici o etichette indipendenti sono ricambiati dagli autori freak, mostri, da loro pubblicati con un arrivederci e grazie quando le fric, la grana, si fa portavoce di majors pronte a raccoglierne le opere anche se profondamente critiche dello stesso sistema, polemiche con quelle dinamiche e consorterie, in breve, ribelli. Conosco il caso di decine di autori che sui social network sparano a zero su Mondadori, Einaudi, un giorno sì e l’altro pure e che alla inattesa telefonata di un generoso editor della stessa si sono sciolti come candele in un incendio. Cosa che resta comprensibile ma alquanto problematica, detto tra noi.

La terza: Quando esattamente un anno fa sono stato contattato dall’addetto stampa di Micromega per chiedermi di leggere il dossier da loro pubblicato su Albert Camus ed eventualmente recensirlo su Nazione Indiana, non vi nascondo che ne rimasi lusingato, lusingato e sorpreso. Lusingato, perché un’importante rivista della sinistra intellettuale del paese, mi attestava un micro riconoscimento intellettuale; sorpreso perché tra quella sinistra e la mia, c’era una mega distanza difficilmente colmabile, a conti fatti. Ricordo anche che dopo un breve ma gentilissimo scambio con Paolo Flores d’Arcais, mi ero convinto che nella ricognizione del dibattito, polemica sviluppatasi essenzialmente tra il Foglio per voce di Berardinelli e Micromega, la mia posizione sarebbe stata netta e decisa al fianco di questi ultimi. Le cose però andarono diversamente. Nelle conclusioni della mia micromega inchiesta mi sono ritrovato in una terra di mezzo, una sorta di no man’s land presa tra due trincee e da cui sarebbe stato molto difficile uscirne con un plauso qualunque; degli uni, intellettuali di sinistra e degli altri, intellettuali di sinistra. In altri termini ennesima chiusura di porte da parte dei guardiani del piano di sopra delle lettere e dello spirito e ritorno alla cantina,underground, si badi senza ripensamenti ma con una maggiore consapevolezza di certi meccanismi.
Così, quando mi è capitato tra le mani l’articolo pubblicato da Micromega, sesso e tecnica, della porno attrice Valentina Nappo, mi sono immediatamente ricordato di uno dei miei post più fortunati,Etica del Pompino e perché non sarà mai un’arte nonostante Houellebcq. In esso, tra le altre cose ricordavo come la parola usata in italiano per la pratica (e tecnica) fosse poco elegante:

“Perché diciamocelo pure e non a denti stretti, la parola pompino- della fortuna del termine gemello, bocchino, in un’epoca popolata da ex fumatori ed ex fumatrici, non vale la pena occuparsene- non é affatto bella.(…) In francese fare un pompino si dice tailler une pipe, all’origine nel significato di rouler une sigarette, che per l’ennesima volta dimostra la superiorità del popolo francese sul nostro per le cose che contano, supremazia che non s’impone sul resto del mondo visto che in inglese si dice blowjob, tattica del respiro. E in tedesco?”

Man Ray, Hand on lips

Man Ray, Hand on lips

Dell’articolo di Valentina Nappi che ho apprezzato nel suo tentativo di svelamento di uno dei più bei misteri della vita sessuale degli umani, in un atto che si svolge con un’idea di reciprocità asimmetrica e per certi versi antiutilitarista, very Mauss, la sola cosa che non ho capito era la sua funzione nell’economia e linea editoriale della rivista. C’est chic? C’est radical? C’est radical kitsch? A illustrazione di quel mio articolo su l’affaire avevo utilizzato la magnifica fotografia di Man Ray qui riprodotta.E ho pensato a Paolo Flores d’Arcais. Che faccia lui avrà mai fatto quando si è trovato quell’articolo fra le mani?

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28 Responses to Radical kitsch: ti spunta un Flores in bocca

  1. diamonds il 20 settembre 2014 alle 18:39

    Per salvare lo spirito dei 70 sei sceso nell`ade togliendoti pure lo sfizio di guardare medusa negli occhi per uscirne vivo e scalcitante

    http://youtu.be/8LhkyyCvUHk

  2. giorgio mascitelli il 21 settembre 2014 alle 14:18

    Il problema che sollevi, specie nel secondo punto ma anche in altri punti del tuo post, è fondamentale a patto che non venga recepito in termini moralistici. In realtà questo modo di fare o di essere è sempre esistito con le debolezze umane del giovine poeta surrealista incendiario che diventa solido romanziere se non direttore di collana aspirante commendatore, ma in qualche misura nel passato l’assenza di successo non esauriva il discorso sullo scrittore perché socialmente il successo era percepito come un’eccezione e non come lo standard minimo da raggiungere. Con l’affermarsi di quella che ho chiamato l’estetica del profitto la constatazione dell’insuccesso è un motivo più che sufficiente per chiudere ogni sguardo e ogni attenzione. Per rispondere a questo stallo anche simbolico, visti i tempi in cui viviamo, bisognerebbe elaborare collettivamente una sorta di galateo, un oracolo di prudenza manuale che consenta la propria riaffermazione simbolica di fronte allo spettacolo del successo

    • effeffe il 21 settembre 2014 alle 17:27

      mi piace l’idea
      effeffe

  3. [h] il 21 settembre 2014 alle 18:43

    La celebrità influisce sulla percezione che si ha delle opere, che di per sé non hanno valore, solo forme (influisce per vari motivi: attraverso l’innocente infatuazione, lo snobismo purismo idiota, è uno dei tanti condizionamenti mentali) e sulla vita degli autori. Nel caso della musica la celebrità cambia la vita agli autori anche solo per il fatto che un musicista sempre in tour ha meno tempo per concentrarsi sulla scrittura; chiedersi se influisca positivamente o negativamente sulle opere che l’autore x avrebbe composto se non fosse diventato celebre è una perdita di tempo (per quanto per alcuni possa essere piacevole). Arvo Part si ritirò dalle scene e gliene sono grato. Per il resto le debolezze umane del giovine poeta e del solido romanziere sono insignificanti, non capisco per quale motivo attirino così tanto l’attenzione, assieme al virus del ruolo dell’artista, dell’intellettuale eccetera.

  4. francesco forlani il 21 settembre 2014 alle 19:10

    D’accordo con te sull’importanza della fruizione dell’opera per determinare un senso della stessa. Un po’ meno sulla relazione che fai, in musica, tra tour e creazione visto che una caratteristica dell’underground è quella di massacranti turné in club e piccole scene dove ci si può trovare a suonare per pochi e male. per niente d’accordo sull’ultima parte del commento; sul ruolo dell’intellettuale credo che invece si tratti di una partita aperta e non di un virus o febbre dell’impegno. sul processo invece di monetarizzazione della creatività non credo affatto che si sia detto tutto e bene, di quell’estetica del profitto a cui accennava Giorgio. effeffe

    • [h] il 21 settembre 2014 alle 19:49

      Intendevo dire che la celebrità influenza la vita come qualsiasi altro fattore, per cui è imponderabile, senza contare che il cambiamento dell’artista x può essere positivo per me e negativo per te.

      Sull’ultima parte immaginavo, io ammetto che se sento ancora parlare del ruolo dell’intellettuale metto mano alle lamette. Però, a parte che forse stiamo parlando di cose diverse e comunque non so bene che vuol dire estetica del profitto successo (andrò a leggere) e riaffermazione simbolica (riaffermazione però nei confronti di chi?), non capisco quando citi gli autori che sparano a zero e poi si sciolgono. Cioè, non capisco che hanno da sparare, di cosa si lamentano. Poi potresti allora specificare in che senso trovi problematica la loro contraddizione. Nel senso, se fossero coerenti cambierebbero la situazione che li affligge?

      Poi davvero non capisco i discorsi sugli sopra sotto gli intellettuali. E specifico, dato che il mio non è il discorso contro snob che smerda gli intellettuali a presindere, ma è che proprio c’è uno strato sedimentato di fondo che non tiene. Già il fatto che Flores parli di intellettuali elencando scrittori filosofi e registi fa capire che come si è formato il suo pensiero.

      • [h] il 21 settembre 2014 alle 19:58

        ps

        poi Vattimo che vuole far scopare Heidegger co Benjamin è un necrofilo voyeur supercazzolaro, come pensatrice apprezzo di più Nappi, anche se è troppo contro il sistema

  5. francesco forlani il 21 settembre 2014 alle 20:09

    quando rifletto sulla testimonianza di Pino Tripodi (nell’articolo) è per capire il funzionamento di certi dispositivi squisitamente autoriali senza derive moralistiche (qui rispondo a Giorgio Mascitelli) su e se sia giusto o sbagliato salire ai piani ufficiali, ma in una fenomenologia ph neutra, per quanto possibile. A proposito della genealogia dei pensieri o delle scuole di pensiero la domanda che ha attraversato tutto l’articolo era quanto il rapporto al capitale, nei suo differenti gradi, condizionasse l’espressione artistica, nel caso di un’opera musicale o d’une “pipe” (più chic del fric). effeffe

    • [h] il 22 settembre 2014 alle 01:14

      mmm, non sono sicuro di aver capito bene. Nel senso, ti stai chiedendo cosa succede quando un autore fa il cosiddetto scarto? Oppure cos’è che fa avvenire questo scarto?. Senza appunto intenti moralistici, ma d’altronde che ci sia ancora da smontare l’idea che la celebrità rechi danno in sé e addirittura alle opere è un problema di igiene mentale pubblica, e la colpa è soprattutto accademica. Le uniche discussioni ammissibili per dire x è un venduto sono fra i banchi di scuola a 15 anni, quando uno è innamorato degli artisti. Il rischio che vedo, sempre se ho capito di cosa stiamo parlando (stiamo parlando di sesso vero?) è quello di tracciare una linea, quando una linea probabilmente non c’è, al limite ci sono tutte le storie possibili, e ognuna ha le sue prerogative. Poi la questione majors e indie è solo una farsa.

      Però non so, secondo me sei stato troppo sintetico nel secondo punto. Il riferimento ai Joy Division non l’ho capito. Mi sembra di capire che trovi curioso il fatto che siano diventati celebri con una canzone poco rappresentativa del loro stile. Intendi questo?

      • francesco forlani il 22 settembre 2014 alle 09:05

        per quanto riguarda Ian Curtis dicevo che quella canzone di passaggio si inscriveva talmente nel percorso e nella poetica dei Joy Division da essere bella nonostante il successo e la ricezione favorevole del pubblico. Per quanto riguarda le tracce che tu proponi, sono entrambe vere. La questione majors e indie, invece, non è affatto una farsa ed è la dinamica autentica che intercorre tra i due, che andrebbe indagata. Per quel che concerne il sesso (e la pornografia)e l’ideologia ricordo un tentativo assai onorevole ma in seguito naufragato compiuto dalla rivista Blue in collaborazione con Derive e Approdi. E questo nonostante la pertinenza di un punto di vista nuovo sul rapporto tra capitale e immaginario erotico, la disanima delle “macchine desideranti”. effeffe

        • [h] il 22 settembre 2014 alle 19:07

          beh, che siamo arrivati al punto di dire che una canzone è bella nonostante piaccia a molte persone è curioso, e pure un po’ triste.

          Per il resto conosci i Nobraino? Adesso sono passati alla Warner, prima erano con Martelabel. Il loro ultimo album lo avevano già registrato prima del passaggio e il cantante Kruger alla domanda su come avrebbe influito il passaggio a una major ha detto quindi di aspettare. Ma già ad esempio nelle prime fasi il primo album fu prodotto da Giorgio Canali e fu un lavoro che volle risultare grezzo per restituire l’effetto dal vivo, che è poi la caratteristica che ha reso i Nobraino così apprezzati. Questa cosa andò bene in prima battuta per i Nobraino stessi, che però con i lavori seguenti hanno voluto fare dischi che fossero più “belli”, più curati, in modo tale che le canzoni avessero maggior resa in quanto lavoro di scrittura e non solo di esecuzione.

  6. Il fu GiusCo il 22 settembre 2014 alle 16:23

    Da quel poco che ho visto a Torino, l’attività pubblica dell’artista di sinistra funziona in rapporto alle persone in carne e ossa che condividono la performance. Nel caso dei suddetti intellettuali (da salotto, accademia o sezione di partito), le persone in carne e ossa c’entrano zero, la cooptazione avviene come espressione di un micro-potere o per allargamento della rete relazionale. Il senso del discorso, egregio effeeffe, e’ che lei a quelli non serve in quanto effeeffe ed evidentemente nemmeno come attacchino a Torino. Mi sembra un ottimo risultato, ma dipende da quel che si cerca. Un minimo riconoscimento concedo possa almeno aiutare ad andare avanti, soprattutto quando l’attività pubblica dice che il mondo di quegli intellettuali non esiste o è in chiaro disarmo, persone in carne e ossa non ne girano, elettori men che meno. Potreste forse azzardare una Micromega degli anni dieci voi di NI? Qualcosa di più pubblico, diciamo anche più popolare e di strada rispetto sia ad alfabeta2 che a doppiozero, sulla scia della fu Sud e dell’associazione culturale di cui fai / fate parte? Insomma, se dall’impresa si riesce a tirar soldino, male non fa. Saluti ed in gamba. Gius

  7. giorgio mascitelli il 22 settembre 2014 alle 18:27

    Francesco non alludevo a te quando parlavo di rischi moralistici, ma a una ricezione di questo tipo di discorso. specie tra i più giovani. Quanto al successo e all’insuccesso e al suo culto ( estetica del profitto) è normale che in situazioni così polarizzate anche simbolicamente ci sia del consenso e del dissenso: le uniche cose che i dissidenti devono sapere è che il fatto di essere all’opposizione non significa essere migliori o peggiori di nessuno e che non si è all’opposizione di un dato sistema cultutale per scelta morale, ma per le circostanze storiche che hanno deciso così,( quando Balestrini, nell’intervista per l’anniversario del gruppo 63, ha risposto all’intervistatore, che gli chiedeva dove si collocherebbe la sua opera se fosse un giovane, che oggi non sarebbe pubblicato, richiama con eleganza intellettuale questo fatto storico).

    • [h] il 22 settembre 2014 alle 19:25

      scusa, non è per polemizzare, ma quale sarebbe il fatto storico? Balestrini avrebbe dovuto rispondere non so. A me pare che oltre a capire che non si è peggiori o migliori sarebbe da capire che questa idea dei sistemi culturali avversi è un gioco di ruolo autoreferenziale. Ognuno nel campo editoriale faccia ciò che si sente di fare con le possibilità che gli sono date.

      • giorgio mascitelli il 22 settembre 2014 alle 20:51

        Le circostanze storiche sono il postmoderno, la globalizzazione, il trionfo del neoliberismo, così a occhio e croce. Capisco che tu creda che non ci siano sistemi culturali con caratteristiche storiche, così come molte persone sono convinte che le ideologie non ci sono più. Direi che con questi concetti riesco a spiegare agevolmente alcuni fenomeni altrimenti inspiegabili. Magari invece mi sbaglio e sono solo un vecchio coglione autoreferenziale. Però tu non ti devi arrabbiare per queste cose: da che mondo è mondo, ci sono sempre state delle persone che erano insoddisfatte del presente e quindi dicevano che c’era qualcosa come un sistema avverso o qualcosa del genere. Si chiama critica e in sè non c’è nulla di sbagliato. Il problema è vedere se quella specifica critica è giusta o sbagliata

        • [h] il 23 settembre 2014 alle 00:56

          non mi sto arrabbiando, davvero, e in parte mi spiace di commentare in questo modo, credo però che ci siano dei fraintendimenti di fondo, visto che hai citato la fine delle ideologie, cosa alla quale non credo. Ciò che non capisco è come è possibile mettere assieme postmoderno, globalizzazione e neoliberismo, e aggiungerci pure Balestrini. Balestrini non può dire che oggi non sarebbe pubblicato. Questo non è un fatto storico, è una supposizione. Balestrini oggi si sarebbe alla peggio autoprodotto, si sarebbe stampato le copie a una modica cifra e se le sarebbe distribuite a piedi, e non sarebbe morto nessuno. Per questo ho chiesto di cosa si lamentano gli autori che sparano a zero su Mondadori Einaudi e company. Le aziende non sono opere di carità, e non sta scritto da nessuna parte che x merita di essere letto più di y, e ricordare questo fatto non ha nulla a che vedere col neoliberismo. Se una casa editrice o un’etichetta discografica hanno una precisa idea di cosa pubblicare lo possono fare tranquillamente, non vedo ancora quale sia il problema di cui si starebbe parlando. Perché se prendiamo la risposta di Balestrini, è un ritornello che sento dai tempi di Poe: leggasi i suoi strali contro l’editoria; Leopardi, leggasi le sue previsioni completamente strampalate sul futuro dei libri e degli autori, vedasi Svevo pubblicato sui trafiletti di giornale senza editing, etc. E quando dici che oggi l’insuccesso determina l’anonimato non è che lo considero un lamento autoreferenziale, mi sembra però del tutto pessimistico e anche inconcludente. Io non sono nato in una famiglia colta, e nemmeno ricca, mi sono diplomato col serale, eppure leggo. Ho amici e amiche che leggono. Il problema che vedo qua è quello che si presenta ai concorsi di bellezza, dove i giurati pensano di votare non secondo i loro gusti, ma secondo ciò che credono siano i gusti degli altri, per essere all’altezza del ruolo. Così si forma un presunto gusto che in realtà non corriponde al gusto di nessuno. Invece di continuare a parlare di ciò che pensano gli altri, presumendolo, ovvero che oggi domini l’estetica del profitto, parla dei gusti reali delle persone come me, che sui libri ancora ci piangono e ci ridono e ne parlano con gli altri. Lascia perdere le cazzate di Agamben. Poi ancora non si può leggere, l’ho letto altrove, il tuo testo Lavorare con lentezza, che il mercato propone, il mercato fa questo e quest’altro. Il mercato non è un’entità. Nessuna casa editrice è stata costretta a pubblicare troppo e male, ognuno si prenda le sue responsabilità, se le sente come responsabilità, e cambi direzione se vuole farlo. E la si smetta una volta per tutte di parlare di crisi del mondo editoriale. Primo perché se interessano i libri di qualità si dovrebbe essere contenti se le case editrici vendono meno o falliscono del tutto; secondo perché se interessano i libri non dovrebbero interessare le cifre; terzo perché nel frattempo ci sono un sacco di persone che i libri li amano e li leggono, e sono di più di quelle di un tempo, in termini assoluti e relativi. Se poi in futuro le persone per altri motivi leggeranno di meno, non è un dramma, ci sono i fumetti, i videogiochi eccetera. Ancora, non morirà nessuno di questo.

          • giorgio mascitelli il 23 settembre 2014 alle 14:01

            Senti nella foga della tua risposta hai messo insieme sia cose che ho detto sia cose che nè ho mai detto né penso. Per esempio se hai letto Lavorare con lentezza, ti ricorderai che non ho detto che non si leggerà più, ma solo che bisogna cercare nuove vie per far circolare i testi. Poi per esempio, il mercato non è un’entità, ma per esistere, esiste, non perchè lo dico io, ma qualsiasi lavoratore dell’industria editoriale te lo dirà. e ti dirà anche che condiziona pesantemente le sue scelte. iL mercato, ogni tipo di mercato, viene costruito secondo certe logiche che nella società di oggi sono quelle neoliberiste. Sulla crisi editoriale poi non ho mai espresso opinione alcuna, anche perchè un po’ spero che faccia pulizia di molta fuffa, ma non credo che sarà così. Poi, se tu sei convinto che quello che c’è oggi nell’editoria e nella cultura tutto è prodotto di scelte e responsabilità individuali, è normale che le mie idee non ti piacciano.
            Può darsi tra l’altro che le mie opinioni siano sbagliate: mica mi sono presentato come un Guru o come il mago Otelma che prevede il futuro, scrivo quello che penso sulla base dell’analisi delle cose che vedo e che so. In questa attività è contemplata anche la possibilità dell’errore

  8. francesco forlani il 22 settembre 2014 alle 22:36

    concordo, Giorgio, su tutta la linea, la linea B
    effeffe

  9. [h] il 23 settembre 2014 alle 15:57

    Giorgio, non ti ho voluto attribuire quel pensiero sul futuro, era solo una chiosa. Se tu ammetti che ti puoi sbagliare penso sia utile capire se e dove ti stai sbagliando, e lo spazio commenti penso sia utile anche per questo. Se tu pubblichi un testo, il minimo che ti puoi aspettare è che qualcuno provi a smontarlo. Inoltre scrivo a te anche cose che penso in generale, lette in queste anni su questi spazi, è normale che un po’ ti uso come bersaglio, ma non c’è niente di personale. A me fa piacere che tu o altri cerchiate nuove vie per far circolare i testi, sto appunto dicendo che uno dovrebbe concentrarsi su ciò che vuole fare. Ma nel tuo testo quanto spazio hai dedicato a questa idea? Giusto l’ultimo paragrafo. Sono anni che leggo di persone nel mondo editoriale che si lamentano che si pubblicano troppi lbri e non si ha il tempo di lavorarci con cura. Bene, allora smettano di farlo. Cerchino strategie per acquisire maggior potere. Lavorare in una casa editrice non è un diritto e neanche un dovere.

    Il mercato non viene costruito, il mercato è un concetto, un insieme di relazioni, soggetti, comportamenti, norme eccetera. Il liberismo, o neoliberismo teorizzano che nessun organo deve regolamentare il funzionamento del mercato. Questo non ha niente a che vedere con il profitto, che è la base intrinseca del mercato. Il neoliberismo non dice quali e quanti libri pubblicare e quali e quanti no. Se una casa editrice vuole stare sul mercato deve fare profitto, a meno di non avere un mecenate generoso. Tutte le strategie che metterà in campo saranno ovviamente contrastate dalle strategie delle altre case editrici e dai gusti del pubblico. Ancora, il neoliberismo non c’entra una mazza. Non si possono confondere le condizioni sul posto di lavoro con le linee editoriali. Come tu stesso ricordi, da sempre le case editrici hanno pensato a fare i soldi, però pare che ogni volta ciò venga dimenticato, e soprattutto ciò viene visto come un male. Ancora in buona parte del mondo intellettuale umanistico fatica a palesarsi l’idea che ognuno è libero di pubblicare e leggere ciò che vuole; tanto amore per le lettere e tanto stalinismo interiore. Se vendi i libri è perché tu stesso li consideri merci, non perché è cambiato un paradigma culturale. I libri in commercio sono sempre stati merci, e ciò non ha impedito la produzione di capolavori. Dal momento che è aumentato il bacino di lettori appassionati di letteratura è aumentato lo spazio per i libri di qualità, e questo anche grazie al mercato. Essendo però aumentato il livello culturale e di istruzione c’è più gente che scrive, di conseguenza è aumentata la concorrenza. La vita è fatta così. Pro e contro. Ci sono più persone che scrivono per guadagnare, ma anche più persone che scrivono bene. Comunque nel tuo testo parli di crisi della società letteraria e di campo letterario in crisi. Ora, ti chiedo, ciò è vero? Fattualmente vero? Per questo ho citato Leopardi. Leopardi in un suo testo, se vuoi lo pòsto, dice che al suo tempo le nuove opere sostituiva le vecchie e avevano breve vita e perciò in futuro non ci sarebbero state più opere meritevoli e nessuno le avrebbe ricordate. Leopardi si è sbagliato. E questo è un fatto, non una opinione.

    • giorgio mascitelli il 23 settembre 2014 alle 18:39

      Vedi che alla fine ti arrabbi ? Perdonami, la tua idea del neoliberismo è un po’ naif. Il mercato non è un fatto naturale, ma il prodotto di una costruzione ben precisa, nella prospettiva neoliberista, in cui il pensiero liberista classico viene arricchito da tematiche ordoliberaliste. Questo c’entra con le condizioni di sviluppo del mercato sulla base del quale si fanno le linee editoriali. La crisi del campo letterario non c’entra con la crisi attuale dell’editoria: la crisi attuale è il fatto che il calo delle vendite del cartaceo non è compensato dall’aumento degli ebook, perdipiù quando il libro aveva di solito un andamento anticongiunturale. La crisi del campo letterario è un fatto relativo al valore sociale simbolico della letteratura, la nozione di campo serve a indicare nella sociologia di Bourdieu l’insieme di forze economiche, culturali, simboliche che determinano l’insieme di cose che si credono e si fanno in un certo ambito: il campo letterario descritto da B. non c’è più. Quanto a Leopardi non è stato salvato dall’editoria o dal pubblico, ma da un’operazione organzzata da letterati umanistici vecchio stampo e stalinisti interiori ante litteram che lo hanno spacciato per poeta nazionale imponendolo nel canone scolastico. Che i libri siano sempre delle merci e che questo non abbia impedito che siano dei capolavori mi sembra ovvio, non capisco cosa c’entra. Non è per il fatto che io dica che c’è un mercato che pensi che tutti gli editori pensino solo a pubblicare fuffa. Tu mi attribuisci delle idee moralistiche che non ho.

      • [h] il 23 settembre 2014 alle 21:39

        Guarda, un po’ mi sono arrabbiato, ma non solo con te, in generale, perché continuo a leggere discorsi che non si sforzano mai di fare una verifica fattuale di ciò che si dice. E non ti sto attribuendo idee moralistiche, cosa che per me non è negativa in sé.
        Mi incazzo quando leggo, e tu lo hai scritto, cose come “nelle idee di tutti”, “l’insuccesso determina l’oblio”, “il valore di un’opera è determinato dal suo successo”, e così via. Vorrei per cortesia, maggiore precisione (quante sono in percentuale le persone che ritengono che un’opera valga in ragione del suo successo?), e rispetto per le idee altrui. L’estetica del profitto non mi riguarda, e vorrei che mi escludessi dal novero di coloro che ne sono dominati (please).

  10. diamonds il 23 settembre 2014 alle 18:26

    Significativo il fatto che gli appassionati di musica “da discoteca” definiscano commerciale il coacervo di tutti gli altri generi. Si parlava sotto copertura di neutralizzazione del pensiero e siamo finiti in un ginepraio(con maresco come spirito guida)

  11. francesco forlani il 24 settembre 2014 alle 09:56

    Monsieur H, mi rende indubbiamente felice il fatto che tu creda di vivere nel migliore dei mondi letterari possibili. Io no. E non perché non ami il mercato, anzi, qui a Torino trovo Porta Palazzo uno dei luoghi più autentici e il vino è buono e non si mangia male. effeffe ps se quello che fa Vattimo è necrofilosofia questo significa che ogni tradizione è cimitero delle idee, per te. per me no, e non perché non ami i cimiteri, anzi, ogni volta che vado a Parigi faccio sempre una puntata al Père-Lachaise, per onorare la memorìa di Raymond Roussel. effeffe

  12. [h] il 24 settembre 2014 alle 12:38

    Caro Francesco,

    io prima di leggere il tuo pezzo neanche sapevo come nascevano i bambini, perciò le battute sporcaccione me le hai insegnate tu. Comunque sia se faccio battute non è per semplificare, e dunque vorrei che non fossi a mia volta semplificato. Io leggo delle citazioni di Vattimo e Agamben, e le trovo penose e insignificanti. Il che non significa che consideri entrambi penosi e insignificanti (intellettualmente parlando), dico solo che ho letto due cazzate, e posso provare a dimostrarlo. Viceversa coloro che li hanno citati non si sono presi la briga di dimostrare le loro parole, che prese alla lettera non posso essere che considerate false. A me questo dà dei problemi, se leggo un testo che propone delle idee che riguardano qualsiasi aspetto della realtà mi aspetto una precisa aderenza alla realtà. Un conto è la difficoltà di nominare concetti che ancora sfuggono alla comprensione, dichiarando che per il momento è il massimo che si riesce a fare, e un conto è lasciare sul campo concetti in maniera apodittica. Io non posso leggere in un testo che “la giornata dell’uomo contemporaneo non contiene quasi più nulla che sia traducibile in esperienza”. Mi manda ai pazzi. È come se leggessi una roba tipo “kakgshgoh”: se uno scrive un testo è perché vorrà condividerlo con gli altri, per cui se citi un autore che molto probabilmente pochi avranno letto, e particolarmente quel passaggio, come minimo va spiegato cosa intende; e poi va anche verificato che ciò che intende sia vero. Tutto questo passaggio nel testo di Mascitelli non c’è, e a dire il vero non c’è spesso in molti testi che leggo. Si buttano qua e là citazioni e si dà per scontato un sacco di roba.

    Detto ciò, non capisco perché prendi le mie parole come l’effetto eco di Leibniz. In quale anfratto dei miei commenti c’è un passaggio in cui si evince che io creda di vivere nel migliore dei mondi letterari possibili? E dove farei capire che considero la tradizione il cimitero delle idee? Solo perché ho preso per il culo un paio di citazioni? A mia volta non ho tacciato nessuno di credere di vivere nel peggiore dei mondi letterari possibili. Quello che ho cercato di dire a Mascitelli è: ti piace una certa idea di letteratura, bene, mettila in pratica perché ti piace, senza stare a dire che lo fai opponendoti a qualcos’altro, perché le cose non stanno in opposizione. Senza dire oggi il mercato propone questo e quest’altro. Il mercato è tanti altri soggetti che fanno altre cose legittimamente, che sia per il loro piacere o per il loro tornaconto. Io ci leggo l’estetica della sconfitta, noi disadattati che resistiamo alle forze del mercato e alla massa obnubilata. Senza dire che oggi Balestrini non sarebbe pubblicato. Senza tirare in ballo una sorta di darwinismo letterario, mistificando Darwin. Non solo le parole, ma pure le metafore sono importanti. La questione della durata dei testi è emblematica: nessuno può prevedere quanti lettori avrà un testo. Quindi nessun testo oggi può essere definito “a breve termine”. E nessun impegno a monte può portare attenzione a comando a pochi libri scelti. Come se il gusto dei lettori fosse malleabile a piacimento. Inoltre anche se alcune case editrici cominciassero a pubblicare meno titoli, altre case editrici si potrebbero aggiungere, perché a monte c’è una produzione di titoli autonoma e imponderabile (gli aspiranti scrittori). L’impegno che chiunque può già mettere nel promuovere pochi libri non si contrappone comunque alla ricerca di celebrità di altri scrittori, perché la società funziona così, e non perché c’è la logica del profitto, ma perché le persone amano primeggiare. Oggi è possibile divenire celebri scrivendo libri e qualcuno vorrà provarci, aiutato da altri che ne vedranno la possibilità di guadagno. Senza contare che molti diventano celebri per puro caso. Ma tutto ciò non limita l’azione di chi invece è interessato anzitutto ai testi, senza nascondere l’implicita volontà di affermazione personale, del tutto umana. Io non vedo una mancanza di possibilità per un impegno di questo genere, anzi. Va però accettato serenamente che non tutti leggono con la stessa intenzione e passione, e che la letteratura è anzitutto un passatempo.

  13. francesco forlani il 24 settembre 2014 alle 13:29

    H, trovo la parte finale del tuo intervento talmente condivisibile che non capisco come e perché il confronto si sia ad un certo punto guastato. Per quanto riguarda la crescita della letteratura di qualità in relazione alla crescita del mercato che tu rivendichi o che ho interpretato come tale (“Dal momento che è aumentato il bacino di lettori appassionati di letteratura è aumentato lo spazio per i libri di qualità, e questo anche grazie al mercato.” hai scritto) mi sembra sconfessato dai fatti. Le librerie di qualità chiudono, le terze pagine culturali si ufficistampizzano, i cataloghi delle case editrici storiche mi sembrano molto più contaminati da schifezze di quanto non accadesse in passato (vd su tutti il Catalogo Einaudi). voilà effeffe ps
    per quanto riguarda la tua analisi del punto di vista del Mascitelli, credo tu non abbia colto fino in fondo i propositi, ma questo lo lascio fare a Giorgio

    • [h] il 24 settembre 2014 alle 15:09

      Mannò, è che io commento in maniera aggressiva, bulla. Poi i discorsi di questo genere mi fanno ‘sto effetto. Certamente non colgo a fondo i propositi di Giorgio, ma d’altronde lo spazio commenti sta qua apposta.

      Sul catalogo non so che dire, a prima vista mi viene in mente che oggi sono sopravvissute le opere ritenute di maggiore qualità, ma nel frattempo si prova comunque a vendere, fra tot anni molte di queste opere non saranno più in catalogo, e il catalogo apparirà di nuovo eccelso. Questo può succedere oppure no, però usciamo anche un po’ da questa idea delle case editrici storiche che difendono strenuamente un patrimonio. Per carità, è una cosa stupenda, ma lo possono fare anche altre.

      Le librerie di qualità chiudono. Quali effetti produce sul mondo? Dal mio punto di vista non ha così rilevanza una libreria di qualità, sebbene io faccia acquisti in una libreria indipendente. Ma io già so ciò che voglio comprare, non ci passo più per sfogliare come una volta, per quanto conservo quella naturalezza del gesto. In ogni caso non per forza tutte le librerie spariranno, ciò che intendo è che il luogo non ha più quella rilevanza di prima, la trasmissione dei consigli avviene o per passaparola o sul web. Certo il mio non sarà un comportamento diffuso, ma non penso neanche di essere un alieno.

      Le pagine culturali dei quotidiani sono così rilevanti? Chi le legge? Io ho letto Repubblica fino a vent’anni, adesso ne ho 29 e leggo solo online, e non Repubblica. Ho una “rete” di autori, saggisti e critici (scrivo al maschile, ma ci sono anche un sacco di donne) che stimo con i quali mi trovo bene. Alcuni li posso anche contattare per email e ringraziarli, altri tramite i commenti sui blog. Vogliamo mettere a confronto il tempo che ho trascorso in questi anni sui blog come questo, LPLC, Giap, Vibrisse, Lipperatura, e il piacere ricavatone, con quello passato a leggere un quotidiano? Se dovessi vedere un problema direi che non ho pagato per questo, nel senso di contribuire. Cosa che farei volentieri. Chiedo: sono l’unico?

      Il bacino dei lettori. Dagli anni ’60 ad oggi il numero dei lettori è aumentato fino a stabilizzarsi intorno alla metà degli italiani. C’è da dire che una percentuale molto più piccola è composta di lettori appassionati. Ma c’è lo stesso da dire che persino negli anni ’00 il numero dei lettori considerati “forti” (intorno alle 10 copie annue) è aumentato di più di un milione. Ora non sappiamo come le cose evolveranno in futuro, quanto tempo sarà dedicato alla lettura, questo però rientra in quelle cose che accadono e basta, sono processi troppo grandi e troppo complessi. Ma certo è più probabile oggi per un libro di qualità (stante che a me questa definizione non piace, ma tant’è)finire nelle mani di qualche lettore. Ho appena finito di leggere Almanacco del giorno prima ed è stupendo. Ci sono un sacco di giovani scrittori italiani che potrei citare che ho letto, e molti di più che vorrei leggere. Se dovessi trovare un problema è che ci sono troppi libri belli da leggere. Ma è questo un problema? Chiaramente c’è più concorrenza, però direi che va bene lo stesso, anche perché non vedo alternative, il numero dei lettori non aumenterà così tanto, né le loro caratteristiche di letturi, mentre gli autori sono tutte persone che si formeranno e scriveranno comunque. Ci sono anche tante più robe illeggibili, pazienza.

  14. giorgio mascitelli il 24 settembre 2014 alle 14:22

    Vedi che eri incazzato con me, ma non con me come membro di una categoria odiosa, proprio con me personalmente e perchè ti incazzi così tanto per un passatempo? Per esempio io come passatempo ho il calcio, ma non è che io da interista m’incazzi così tanto quando parlo con uno juventino. Pensi che abbia scritto delle cazzate, vuoi dimostrarlo? provaci, magari, se vuoi un consiglio, con argomenti meno da ufficio stampa. Però mi raccomando, non incazzarti, fa male alla salute e per un passatempo, non credo che ne valga la pena.

    • [h] il 24 settembre 2014 alle 15:32

      ma non mi sono davvero incazzato con te, giusto un po’, riconosco che non è un bel modo di fare, ma potrei dirti le stesse cose con un altro tono. Poi mica penso che fai parte di una categoria odiosa. Ammetto però che alcune cose mi fanno incazzare, in senso buono. La frase di Agamben è tra queste, primo perché non ha un significato, secondo perché che qualcuno si permetta di dire come è fatta la giornata dell’uomo contemporaneo fa abbastanza ridere. Conosce tutti Agamben? E poi scusa, ma se l’hai citata come fattore di un ragionamento, vorrai spiegarla o no? Se fossi il mio prof te lo chiederei.



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