The Architecture of Violence

22 settembre 2014
Pubblicato da

di Mattia Paganelli

Al Jazeera ha recentemente presentato un breve documentario sul ruolo dell’architettura e del territorio nel conflitto israelo-palestinese attraverso l’analisi di Eyal Weizman, direttore di ricerca nel dipartimento di architettura di Goldsmiths College (University of London). Se possibile, andrebbe visto leggendo in parallelo il suo libro Il minore dei mali possibili, direttamente ispirato alle riflessioni di Hannah Arendt.

The Architecture of Violence

Se si lasciano per un momento da parte le reazioni emotive e anche lo stupore attonito per la lucida razionalità messa in atto dalle forze di occupazione, l’analisi presentata è schiettamente materialista. Weizman legge l’architettura come Benjamin interpretava il cinema: una tecnologia ha dimensioni e possibilità estetico-politiche specifiche, non trasferibili come se la materia fosse il supporto trasparente di un’ideologia – oggi si direbbe discorso. Questo materialismo, anche se ormai slegato dalla dialettica, è di fondamentale importanza. Ne Il minore dei mali possibili Weizman evidenzia come l’esercizio della violenza sia inestricabile dalla manipolazione mediatica di quell’economia che valuta come accettabile un male minore, per evitare un male più grande. Calcolo che trova un’applicazione diretta nel concetto di ‘proporzionalità’ della risposta militare all’attacco subito (proporzione che, tra l’altro, Israele ha pubblicamente dichiarato di voler ignorare da qualche anno a questa parte). Weizman si rifà, forse un po’ semplicisticamente, alla critica che Voltaire fece del calcolo del ‘migliore dei mondi possibili’ di Leibniz (le ironie di Candide). Eppure questa proporzionalità posizionata tra nessun male e il male assoluto, che sembrerebbe essere alla fonte di una repressione ‘morbida’ operata attraverso l’architettura invece che direttamente con le armi, non discute la base da cui si sceglie un certo grado di violenza piuttosto che un altro – e il fatto che l’intenzione di fare almeno un po’ di male non è eliminabile. Infatti, anche se Weizman non ne parla direttamente, la scelta di una risposta proporzionata o senza proporzione è fondata sull’idea di un soggetto che nasce immediatamente dotato di potere, opposto non a un soggetto senza potere, ma a un non-soggetto. Le scelte urbanistiche israeliane in Palestina mostrano con gran chiarezza da quale terreno o fondamento si muovano e quali separazioni estetico-politiche instaurino: gli Israeliani si muovono rapidamente, i Palestinesi incontrano continui ostacoli; gli Israeliani sono soggetti i Palestinesi sono corpi.

Ma fin qui parrebbe non far altro che soffiare sul fuoco della rabbia per le ingiustizie di cui siamo testimoni. Invece l’importanza dell’analisi di Weizman, mi si permetta un salto dal particolare a considerazioni più generali, sta nell’aver saputo evidenziare, al di là di contrapposizioni dialettiche, che la politica produce un’estetica, ovvero genera un corpo organizzato e incanalato su un territorio distribuito in modo ben preciso. Non si tratta qui più della spettacolarizzazione novecentesca legata alla comunicazione di massa, da cui era possible, almeno in linea di principio, distrarsi, nè soltanto dei ‘corpi docili’ di Foucault. Una repressione esercitata attraverso le dimensioni estetiche, forse finanche poetiche, della realtà in cui viviamo, sia questa architettura, tecnologia, consumismo dei media, finanza folle, ecc. richiede di essere affrontata sullo stesso terreno delle dimensioni che manipola. Altrimenti si rischia di dare risposte vecchie a problemi nuovi e, intrappolati nell’incommensurabilità che ne deriva, lottare contro i mulini a vento. Solo un approccio che sappia riconoscere quali dimensioni diano forma alla realtà presente può sostenere una discussione politica capace di resistere e sfidare le strutture che permettono la decisione di esercitare la violenza.

Nel caso di Weizman, le sua analisi lo condurrà a formulare il concetto di “forensic architecture”, o autopsia dell’architettura; la pratica in cui attraverso lo studio dei danni agli edifici è possibile ricostruire quanta forza sia stata applicata e come, così da poter individuare le responsabilità legali e eventuali crimini di guerra di fronte a un tribunale internazionale. Questo naturalmente vale solo per conflitti in cui l’esercizio della violenza è ancora bilanciato dal valore della legalità, in cui forza e semantica si contendono ancora il campo; dove cioè esiste ancora una distribuzione di giusto e ingiusto accettata almeno nominalmente da entrambe le parti. In caso di conflitto aperto, di guerra conclamata per così dire, tutte le organizzazioni estetiche e epistemologiche crollano, l’equilibrio tra male minore e male assoluto svanisce (e il conflitto aperto diviene l’unico modo per ridisegnare la distribuzione del presente). Purtroppo non occorre andare molto lontano per incontrare la guerra conclamata e la distruzione senza limiti. Ma, e questo è il punto fondamentale, noi (un noi della vita quotidiana) non abbiamo visto di prima persona gli orrori della guerra civile in Siria, per prendere l’esempio più prossimo; ne abbiamo notizia solo attraverso la comunicazione, cioè di nuovo in ambito semantico. Se qualcuno non può fare a meno di soccorrere le vittime sul campo, gli sia riconosciuto il coraggio (o la vocazione da martire), ma per noi che viviamo ancora in pace e democrazia (anche se sempre più circondati, anche se sempre più ristrette) il compito è ancora quello di resistere e svelare le manipolazioni della comunicazione che il potere usa per giustificare e rendere accettabile l’esercizio della violenza (va da sè, la comunicazione è il nostro materiale). Nonostante le origini dei conflitti contemporanei siano spesso concatenazioni di cause accumulatesi nel tempo da cui ormai è difficile districarsi, e di giochi più grandi fatti sulla pelle di paesi più piccoli, scegliere il male minore è comunque sempre scegliere il male, concludeva Hannah Arendt. Sotto l’effetto delle esecuzioni abilmente riprese e fatte circolare su tutti i media di recente, si finisce per commettere una volta ancora questo errore.

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2 Responses to The Architecture of Violence

  1. Marco Di Pasquale il 22 settembre 2014 alle 12:31

    Grazie per questo articolo che almeno personalmente mi fa riflettere soprattutto sulle conseguenze della pervasività dei coloni ebrei e della precisa volontà di cancellare il residuo visibile dell’atrocità sovrapponendovisi, installandosi al loro posto con nuove realtà urbane che violentano inoltre l’organizzazione geospaziale della regione. La nostra reazione, se non di martiri, può essere di oppositori di questo sistema di rimozione del ricordo e di riempimento della profondità, rielaborando informazioni e cambiandone la semantica per svelare dell’oggetto, del fatto, il vero significato di brutalità.

  2. carlo carlucci il 22 settembre 2014 alle 13:12

    può essere molto più semplice:gli oppressi (quan’altri mai..)di ieri entrano nel rango degli oppressori di oggi…



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