Do you remember Femminismo?- Bénédicte Martin e i cazzi per la testa di Micromega

7 ottobre 2014
Pubblicato da

Equateurs1402_LaFemmeUn Prix Femina

di

Francesco Forlani

La Francia, si sa, è terra di femminismi. Uso il plurale perché la sua galassia si compone di linee di pensiero, personalità, narrazioni talmente diverse che non è possibile immaginarla come un’unità leggibile e fruibile in quanto tale. Ecco perché dire femminista significa impiegare una categoria talmente generale da comportarsi come un concetto vuoto utile al massimo per una caricatura.

Quando si parla di femminismo si deve allora sempre pensare a delle dinamiche, dei movimenti che, pur condividendo un orizzonte di senso comune, diciamo quello della condizione femminile, di fatto affidano a una narrazione propria e a una propria interpretazione la comprensione e trasformazione di quello stesso orizzonte.

Una caratteristica di questi movimenti, per esempio, è la capacità di produrre nella società, grazie a strumenti essenzialmente giuridici,  piccole grandi rivoluzioni in grado di conquistare dignità di vita e di pensiero per quella “condizione”. Il corpo e non poteva essere altrimenti, diventa il teatro delle battaglie più importanti come dimostra il fatto che le mouvement de liberation des femmes ( MLF ) in Francia sia nato intorno al tema dell’aborto, nel 1970 affermandosi con il celebre Manifeste des 343, del 1971 cui aderirono Simone de Beauvoir, Catherine Deneuve, Jeanne Moreau, Françoise Sagan, Delphine Seyrig, solo per citarne alcune.

I femminismi francesi si  sono nutriti poi del pensiero e dell’azione di Julia Kristeva, Hélène Cixous, Luce Irigaray,  che si smarcano per esempio da quello “égalitaire” di Simone de Beauvoir per fondare un feminisme de la différence. A tale filosofia che in sintesi rivendica la doppia natura del maschile e del femminile, dell’identico e del differente, in nome di un dualismo fondatore di un pensiero autentico, si rifanno in italia Luisa Muraro e Adriana Cavarero , fondatrici  negli anni ottanta della magnifica esperienza della comunità filosofica femminile “Diotima”. E come battitrice libera andrebbe almeno ricordata Elisabeth Badinter, assai controcorrente.

Così, per tornare in Francia, nel 2003 è esploso l’ultimo movimento femminista, denominato “Ni putes ni soumises” con la famosa Marche des femmes contre les ghettos et pour l’égalité, in omaggio a Sohane Benziane, ragazza di 17 anni, bruciata viva da un gruppo di suoi coetanei. A questo movimento si riallaccia anche tutta la questione della violenza sulle donne, tema tutt’oggi di triste attualità.

Questa introduzione, a grandissime linee e di densità concettuale sconcertante, serve a creare un contesto rispetto a un doppio evento culturale di attualità in questi mesi, nei due paesi in questione, l’italia e la Francia. In Italia, l’esordio sulle pagine di Micromega, una delle più importanti riviste della sinistra intellettuale italiana, della pornostar Valentina Nappi e in Francia l’uscita di un libro che ho trovato audace e interessante se letto come chronique della condizione femminile, di Bénédicte Martin.

Per chi non avesse avuto la fortuna di leggere Valentina Nappi consiglio uno dei suoi ultimi articoli, intitolato serenamente A me piace il cazzo . L’articolo vale la pena e aggiungo che al di là dell’effetto facile di meraviglia per il buco dello schermo da parte di una protagonista di quel mondo che è dietro lo schermo mentale di tutti noi, pornografi più o meno coscienti, la sensazione che ho, nel fondo, è che si tratti di una rivincita o del tentativo di un riscatto, da parte dei benpensanti della Gauche nostrana rispetto ai femminismi di oggi e di ieri. Ho come l’impressione, e questo mi piacerebbe condividerlo con voi, che si tratti di una manipolazione della pur meritevole autrice per sferrare un bel fendente alle femministe o alla caricatura che si ha di esse. A me interesserebbe sapere cosa ne pensi Luisa Muraro, per esempio, ma per il momento sarei ben felice di sapere cosa ne pensiate voi.

in conclusione, non essendo ancora tradotta l’opera di Bénédicte Martin e non volendo vanificare, traducendolo, il lavoro dei traduttori che a quest’opera, lo spero, ci lavoreranno, vi propongo, nella sua lingua originale, il sommario del libro La femme, invitando i lettori francofoni a procurarselo, perché vale, perché è originale, perché è onesto.

 

Sommaire

Avant-propos
De Colette à Warm Up
De la jupe
De la contraception
De Lolita à Sappho
De la profanation du temple (virginité et amants du passé)
Du célibat
Du poids
De la beauté
De l’addition

 

 

De l’avortement
De la poitrine
De la chevelure
De la masculinisation
Du shopping
De la presse féminine
De la demande en mariage
De la famille
De la cuisine
De l’argent
Du travail
De l’amour
De la maternité
De la procréation, de la reproduction
De la maîtresse de maison
De la chair
De la séparation, du divorce
Des accusations

De la domination
Du machisme et de la misogynie
De la galanterie
De la violence
De la garde des enfants
De la solidarité féminine
Du viol
Du gynécologue
Des beaux-pères
De l’alcool
De la folie
Du ministère de la Condition féminine
Des mauvais combats du féminisme
Du féminisme
Des Femen
De la prostitution
De la théorie du genre
Des salopes et des chiennes
Du couple qui marche et de l’amour heureux
De l’infidélité
De la littérature
De l’écriture
De la colère des femmes Électre
Des héroïnes et des grandes brûlées
De la religion, de la dévotion
De la vieillesse
De mon fils
De la mort

 

© Editions des Equateurs : 2014”

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50 Responses to Do you remember Femminismo?- Bénédicte Martin e i cazzi per la testa di Micromega

  1. [h] il 7 ottobre 2014 alle 14:39
  2. francesco forlani il 7 ottobre 2014 alle 14:51

    letto e molto utile, grazie. Non mi meraviglia invece la presenza di Badinter nel dossier, come è accaduto ai redattori dell’articolo. Pur trovandola molto interessante in certe sue considerazioni il mio punto di vista è vicino a quello di Françoise Héritier,quando in questa intervista http://www.choisirlacausedesfemmes.org/uploads/documents/journal89_2.pdf alla domanda CH : Comment avez-vous réagi au dernier livre d’Elisabeth Badinter ? risponde:
    F.H. : Pour moi, elle souscrit au modèle archaïque dominant, en jugeant que la pulsion sexuelle masculine est irrépressible. Pourquoi serait-ce la seule pulsion qu’il serait impossible de maîtriser? L’expérience historique et ethnologique montre que les hommes peuvent la maîtriser tout comme les femmes. A l’image d’autres pulsions, comme celle d’éliminer physiquement ses adversaires ou de prendre le bien des autres. Ces pulsions sont maîtrisées par l’individu et par la société et
    contrôlées par la loi.

    • [h] il 7 ottobre 2014 alle 15:33

      il libro di Badinter cui si riferisce qual è?

      mi sembro concorde anch’io, anche se non conosco i suoi testi e il pensiero di Badinter in tema. Cmq proprio a proposito delle dinamiche di potere a me è parso utile un testo di Barbara Smuts sulle origini evolutive del patriarcato.

      http://isites.harvard.edu/fs/docs/icb.topic1001965.files/Course%20Materials_Week%205/Evolution%20of%20Patriarchy%20Smuts%201995.pdf

      Questo è uno studio che prova a unire la prospettiva evolutiva con quella femminista. In particolare analizzando le diverse forme di coercizione maschile nei primati non umani e in differenti società umane si vede come possa cambiare radicalmente il comportamento degli individui. Ad esempio nell’ultima parte vengono nominate le differenti situazioni tra gli yanomamo e gli aka pigmies (per quest’ultimi sono citati gli studi sul rapporto padre figlio di Barry Hewlett http://anthro.vancouver.wsu.edu/media/PDF/cultural_nexus_fathers.pdf

      Come lei conclude, la teoria evolutiva può aiutare a far luce sul passato, e insieme a quella femminista può aiutare a far luce sul futuro.

  3. francesco forlani il 7 ottobre 2014 alle 16:05
    • [h] il 7 ottobre 2014 alle 16:25

      ok, grazie, io ho mamme cattivissime, xy lo recupero col prestito interbibliotecario. la cultura sarà salvata da loro e da ValeNap

      (devi proprio dire tutte queste parolacce?)

  4. véronique vergé il 7 ottobre 2014 alle 17:52

    Grazie Francesco!

    Non conosco il libro in francese. Ho tanti libri da leggere. Mi sembra interessante.
    Grazie per il consiglio di lettura.
    Mi sento vicina del movimento Femen.
    Ho totale ammirazione per la première ministre femme de l’Education Nationale.
    Per il momento sono preoccupata del sorte delle donne nel medio oriente.
    In particolare le donne Kurdes.
    Ho paura per queste donne.
    Ho una rabbia che mi prende il cuore.
    Mentre sono nella mia casa, libera, altre donne vivono un inferno.
    La condizione femminile è in pericolo.
    Solo le Femen hanno avuto il coraggio di denunciare il fanatismo islamico nella manera crudele di asservire le donne.

  5. véronique vergé il 7 ottobre 2014 alle 18:07

    Parlavo di Najat Belkacem, è criticata perché è donna e ha lavorata sulla questione del genere.
    E’attaccata da un grupo di reazionari molto influente.
    Integrismo cattolico.

  6. diamonds il 7 ottobre 2014 alle 18:35

    era destino:doveva pensarci una pornostar ad alzare l’asticella(del pensiero, malpensanti che non siete altro)

    http://www.youtube.com/watch?v=hqZGvkF00DI

  7. LucaT il 7 ottobre 2014 alle 18:39

    “Il Cazzo punta all’emancipazione dell’individuo dai lacci sociali, territoriali, linguistici, tradizionali. La sua azione pratico-politica è alimentata da una pulsione all’esplorazione del possibile”.
    Cosa vuoi pensare di queste asserzioni? C’è solo da trovare il modo di non intristirsi dell’ingenuità dei gonzi che credono che questa fuffa abbia un fondamento, un valore, un’utilità.

  8. NaRobba il 8 ottobre 2014 alle 00:29

    Penso che il nome simone de beauvoir e quello della Nappi non solo non dovrebbero coesistere nello stesso articolo ma, più in generale, non dovrebbero coesistere nello stesso universo. E questo, con tutto il rispetto possibile (cioè, nessuno). Un saluto.

  9. francesco forlani il 8 ottobre 2014 alle 09:32

    almeno tu, nell’universo

    effeffe

  10. Giulia il 8 ottobre 2014 alle 10:25

    Ma quello che non capisco è dove sia il femminismo nella Nappi, o la sua pregnanza filosofica.
    E poi…se a una donna piacesse la Fregna? O la Vulva, come dice la Nappi?
    Secondo me l’unica risposta a un articolo del genere, con un titolo così trash, è STICAZZI.
    [Risposta seria: se la Nappi vuol fare filosofia può farlo, ed è giusto accoglierla senza pregiudizi. Ma conferma i pregiudizi proprio perché utilizza lo stesso linguaggio che dovrebbe superare, quello della volgarità. E si esprime poco con il turpiloquio, soprattutto quando, come in questo caso, è fine a se stesso. E poi, onestamente, definire la donna a partire dal proprio orientamento sessuale mi sembra una pessima partenza. Non credo sia un caso che proprio la De Beauvoir_e chiedo scusa se nel mio intervento il suo nome coesiste con quello della Nappi, penso anche io sia al limite del blasfemo_scriva del Culto del Fallo in modo sostanzialmente negativo. Per millenni tutto, compresa la figura della donna, è stato declinato in termini maschili. E ora, dopo le lotte, la liberazione sessuale, le rivoluzioni culturali, il post modernismo, per definire un nuovo pensiero femminista si ricorre ad una definizione che chiama in causa il Fallo? Grandi passi in avanti! Io, personalmente, la vedo come una disperata trovata pubblicitaria da parte di Micromega, e nulla di più. Che poi si possa e si debba discutere su quello che ha comportato la liberazione sessuale, sulle sue ipocrisie, e soprattutto_ma questa è una mia opinione, perciò stesso opinabile_sul suo travisamento, sono d’accordo, ma mi sembra evidente che spendere parole per queste paccottiglie di fuffa non porti da nessuna parte. E poi basterebbe forse Houellebecq, che sulle contraddizioni profonde della liberazione sessuale ha scritto pagine profondissime, usando il turpiloquio a fin di bene, e non “tanto per”]

  11. francesco forlani il 8 ottobre 2014 alle 10:59

    ottima risposta, condivisibile. Il riferimento a Houellebecq ci sta però solo in parte perché nei suoi romanzi si attacca non tanto l’emancipazione femminista ma il détournement che il neoliberalismo ha fatto dell’idea di rivoluzione sessuale. détournement che è stato possibile perché gli attori, di fatto, erano gli stessi. effeffe

    • Giulia il 8 ottobre 2014 alle 13:15

      Ha ragione a puntualizzare, e la ringrazio per averlo fatto.
      Ho una visione viziata della questione, diciamo così, per colpa di un testo_purtroppo fuori catalogo da tempo_di Richard Posner (professore a Chicago e una delle punte della Law&Economics, il Male, più o meno_ma scrive cose davvero notevoli), “Sesso e ragione”: una disamina interessante e uno studio intelligente_pur se non completamente condivisibile, per alcune derive a cui giunge la visione proposta_che lega a doppio filo sviluppo economico ed emancipazione sociale all’emancipazione femminile.
      A confortare questo punto di vista c’è anche un altro splendido testo, di David Harvey, “Breve storia del neoliberismo”, che evidenzia come i valori (o meglio, la loro dissacrazione, il loro disintegrarsi in nome della libertà individuale_forse nel tempo confusa col libero arbitrio_)del postmodernismo siano stati inizialmente legati proprio al neoliberismo, in un unicum che sdoganava l’autonomia individuale e sul piano etico e sociale e su quello economico. Solo successivamente, riprendo sempre il testo di Harvey, il neoliberismo si è appoggiato ai valori della destra conservatrice, per meri motivi di consenso elettorale (ascesa di Reagan_già la Thatcher era su un altro piano). Posner ha il pregio di condurre un’esposizione della storia dei costumi sessuali in Occidente con un linguaggio privo di fronzoli e molto chiaro, anche se a tratti un po’ irritante, e soprattutto ha il merito di provare a stabilire un nesso tra evoluzionismo, emancipazione femminile, omosessualità (ho visto che in un commento si proponeva un confronto proprio su questo).
      Per h. : credo che la Nappi cercasse uno slogan per provocare una reazione traumatica nel lettore. Posto che faccio una fatica enorme_colpa mia eh_a mettere insieme Slogan e Pensiero Articolato, mi chiedo se ci sia davvero bisogno di altre provocazioni di questo stampo. Mi sembra, certe volte, di essere circondata da gente che urla e che pensa che si possa davvero cavare qualcosa da una pratica simile. Qualcosa che duri nel tempo, intendo. Siamo pieni di spot erotici, il porno è ovunque, e la questione, per me, non è quella posta dalla Nappi, tutt’altro. E’ lo svilimento, lo svuotamento di significato di certe pratiche sessuali, che non significa che siamo diventati più freddi, ma che viviamo in un mondo dove la freddezza ci viene imposta. Anche le lavandare di cento anni fa, al fiume, per darsi magari qualche risposta efferata, se lo urlavano tra loro: “A me me piace…”, ma non erano più libere di noi, anzi. E’ la comunicazione con l’Uomo, l’Incontro, l’Accettazione nella Differenza.

      • francesco forlani il 8 ottobre 2014 alle 13:35

        infatti non ti nascondo che la cosa che mi ha sorpreso di più nel dossier di Micromega dedicato al corpo, dove ritroviamo la Nappi oltre a Rocco Siffredi e altri intellettuali, la totale assenza, mi pare, di pensatrici e pensatori legati alla philosophie de la diffèrence.
        Pr quanto riguarda invece il festin nu a cui fai riferimento, ti consiglio sul versante francese questo autore.
        http://fr.wikipedia.org/wiki/Philippe_Muray

        • Giulia il 8 ottobre 2014 alle 22:52

          Grazie mille per il suggerimento!

  12. [h] il 8 ottobre 2014 alle 11:14

    vabeh, ma che è ‘sta roba per cui un nome non può coesistere co un altro nome?

    poi usa due metafore, mica definisce a partire dagli orientamenti sessuali

  13. francesco forlani il 8 ottobre 2014 alle 11:35

    dall’orizzonte di senso a quello del consenso, h. c’est son problème. effeffe

  14. diamonds il 8 ottobre 2014 alle 13:57

    La nappi ha ribaltato il paradigma mandando a gambe all`aria il re

    http://youtu.be/QcszGiMPjcQ

  15. [h] il 8 ottobre 2014 alle 15:39

    Va bene, la provocazione e l’uso dello slogan sono poco adatti per trasmettere un pensiero articolato, però questi alla fine sono problemi minori. se uno vuole, pazienta e vede se c’è la sostanza, e la sostanza c’è, poi può essere giusta o no, e può lo stesso non interessare. ma non c’è una gerarchia di persone deputate al discorso (non credo che lo pensi, cmq).

    per il resto è piuttosto ardito dire che la freddezza ci viene imposta.
    e a proposito di pensiero della differenza ho provato una volta a leggere un testo di Irigaray. a un certo punto ho trovato scritto che le donne hanno difficoltà a maneggiare il denaro perché sono legate al rapporto con la terra, con i frutti, non con gli scambi economici. non ho buttato il libro contro un muro solo perché l’avevo preso in biblioteca

    • Giulia il 8 ottobre 2014 alle 22:41

      Sulla Irigaray non mi esprimo perché il passo che cita non lo conosco.
      Però posso rispondere sul perché la Nappi ha terminato la sua carriera di filosofa ancora prima di cominciarla.
      Basta una sola parte dell’articolo: “Il Cazzo è TRANSUMANESIMO, è la cultura che sovverte la natura, la domina, la prende per il culo, glielo mette in culo, la porta al paradosso, al contro-natura. Del contro-natura costituiscono altissime manifestazioni il controintuitivo, la paradossalità dell’arte contemporanea, l’impeto della scienza e della tecnica che contraddicono il senso comune e umiliano la logica dell’ ‘è sempre stato così’.”
      A parte il linguaggio molto vicino al politichese (dire molto per non dire niente), dopo la tirata sul ritorno alle origini, alla Natura, di botto sovverte tutto, la Natura compresa (e giustamente vien da chiedersi: “Che dobbiamo fa’? Pro Natura, Contro Natura? Forse è il caso che ti decidi, Nappi mia, visto che ti stai contraddicendo nello spazio di appena trenta righe…”) c’è un aspetto abbastanza inquietante. Ovvero il finale dedicato all’esaltazione del Transumanesmo. Se si ha cognizione di cosa sia il movimento dei Transumanisti (deriva ridicola, a tratti allucinata e allucinante, del post umanesimo) basterebbe quella frase per bollare tutto l’articolo. Il sito dei Transumanisti Italiani esordisce con un test per verificare se il navigante di turno sia o meno un transumanista (e qui, una risata dall’Oltretomba, Galileo Husserl e Rousseau se la sono fatta. Si vocifera che Kant, però, abbia pianto. Darwin voleva morire di nuovo ma Frege glielo ha impedito, per un pelo non ci è riuscito. Platone s’è chiuso nella caverna e Aristotele s’è fatto d’etere endovena.) Qui c’è un’intervista al prof. Roberto Marchesini, uno dei massimi studiosi del post umanesimo in Italia (R. Marchesini, Posthuman. Verso nuovi modelli di esistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 2001.), ne parla qui, intervistato da Giorgio Tintino: http://www.youtube.com/watch?v=2AtuSqWFK1k .
      Il Transumanesimo conta tra i suoi adepti soggetti come Max More, fautore della filosofia luciferiana (sì, proprio nel senso di Lucifero), e tutti i mitomani fissati col Nuovo Ordine Mondiale (quelli dei microchip sottopelle, per capirci). Adesso, non per essere pallosa, ma nel caso della Nappi le cose sono due: o davvero crede in queste fesserie senza fondamento e valenza filosofica oppure scrive cose alla rinfusa. Mi pare però che in entrambi i casi il risultato non cambi.

      • [h] il 9 ottobre 2014 alle 00:03

        beh, curiosamente proprio in questi tempi ho letto robe di Marchesini, il suo Contro i dirittti animali? e il dialogo con Leonardo Caffo, Così parlò il post-umano. Io oscillo un po’ tra l’interesse e un po’ di vicinanza con Marchesini e un certo scetticismo nei confronti del post-umano. ma approfondirò. però è un po’ poco per sapere cosa intende valenp con transumanesimo. inoltre non vedo una contraddizione, lei prende in prestito una dicotomia, non so se in maniera corretta, che tutto sommato c’è, tra chi è incline a dare molto valore all’identità e all’essenza (non credo sia un caso che in Francia si è sviluppato il pensiero della differenza e curano i bambini autistici con la psicanalisi); e chi invece cerca una posizione slegata dalle radici. il post-umanesimo sposta ancora più in là i termini, fondendo natura e cultura, e si vedrà. però dài un po’ di tempo anche a lei, con il tuo criterio di filosofi ne rimangono pochi, giusto i più timidi. nel primo link che ho messo c’è appunto una forte critica alla superficialità di micro mega, e qui vorrei chiedere a francesco se può ampliare i suoi dubbi, perché non ho capito cosa intende con l’idea di manipolazione per prendersi una rivincita o un riscatto. certo, se è solo la voglia di scandalizzare una caricatura del femminismo, allora stanno messi male.

        • Giulia il 9 ottobre 2014 alle 10:39

          In facoltà m’hanno insegnato che il linguaggio, in filosofia, è tutto, o quasi. Se usi un termine alla leggera, che designa qualcosa di diverso da come lo intendi tu, per serietà devi specificarlo. Altrimenti si fa bene a pensare che sia una disamina superficiale, anzi, che non sia proprio una disamina.
          Eh, i timidi. Quelli che si chiedono sempre: “Ma sarà corretto quello che ho scritto? Fammi ricontrollare.”. Io ci vedo anche l’umiltà nella timidezza. La Nappi è un po’ sfrontatella. Nulla di male eh, sia chiaro. Ma il suo pezzo mi fa lo stesso effetto di Allevi quando disse che aveva stupito la commissione giudicante con una fuga in stile contrappuntistico, che se hai studiato armonia sai benissimo che la fuga E’ il contrappunto! Insomma, dice un po’ troppe fregnacce, sperando nell’ignoranza o nella compiacenza del pubblico. Io lo trovo disonesto, e sintomo della scarsa preparazione di chi scrive. Se vuoi esercitarti le sedi ci sono, e potresti farlo benissimo prima di pubblicare sulla rivista più intellettuale della sinistra radical italiana (ma la colpa non è della Nappi). Anche perché ci sono fior di dottorandi a spasso che scrivono anche cose interessanti. Poi non ci chiediamo perché le teste se ne vanno all’estero o perché gettano la spugna, eh…e poi, il femminismo ha bisogno di altro, oggi. Le donne vengono ancora picchiate, spesso, dai propri compagni, e non c’è livello di istruzione che tenga…spesso non denunciano. Non ci sono i mezzi per aiutarle se non hanno disponibilità economica per rendersi autonome, e gli asili nido sono pochi e quasi tutti privati, il che non aiuta affatto quelle stesse donne che vorrebbero mantenere la propria posizione nel mondo del lavoro. Andrebbe ripensato il rapporto femminilità – maternità, che sì, fu vituperato, per motivi contestuali e comprensibili, al tempo che fu. Il lavoro da fare mi sembra che sia un altro, e penso che sia primariamente politico (dunque anche filosofico, autenticamente filosofico).
          E comunque sì, Micromega sta messa male. E pure parecchio. E la Nappi c’entra poco, alla fine. (se vuoi farti due risate visita il sito dei transumanisti: ti giuro, è da spanzarsi…visita anche il sito di Casaleggio, altro adepto doc!)

          • effeffe il 9 ottobre 2014 alle 11:54

            H, quando ho preso atto dell’apertura, si fa per dire, di Micromega al porno, la prima cosa che ho pensato è stata che vi fosse in atto una metamorfosi linguistica. Da “elezione”, nel senso di governo intellettuale delle élites, a erezione pensante (in tal senso potrebbe leggersi il passaggio dal micro al mega, passaggio destinato necessariamente a quello dal mega al micro, ovvero dell’ammosciamento). Premesso che ho sempre tenuto in alta considerazione i “pornografi” da Sade a Bataille e via fino ai nostri giorni, quando parlo di manipolazione da parte degli intellettuali della gauchemoche, dico che ho come l’impressione che il bersaglio sia un tipo di femminismo che, dagli anni sessanta, quella classe intellettuale non ha mai digerito. Insomma che si trattasse di un règlement de comptes interno a una specifica generazione. Per essere più chiaro qualcosa da Porci con le ali piuttosto che da paura di volare. Come se gli attempati professori, dopo avere “sopportato” per anni il contraddittorio con le proprie brillanti coetanee, avessero d’un tratto riscoperto le gioie della vita attraverso giovani sfrontate amazzoni del pensiero globale dei nostri giorni. Ecco perché le femen attizzano di più questo tipo di sensibilità, o la Nappi, più di una Cavarero o delle coraggiose femmine di Diotima. L’eccellente Bénédicte Martin, nel capitolo dedicato alle Femen scrive:
            Citons à nouveau Anna-Katherina Messmer qui dans un habile tweet a dit : « Songe à manifester pour la libération des
            femmes de Femen. »
            Car elle les estime esclaves des médias
            La Valentina Nappi mi sembra incorrere nello stesso problema, ovvero quello di monopolizzare il pensiero e la rivolta femminista in un’ottica esclusivamente maschile e consensuale. A margine vorrei rivedere con voi un passaggio di un’opera che la gauche nostrana dovrebbe avere ben in mente, più delle molotov lanciate e deprecate un attimo dopo. effeffe

  16. [h] il 9 ottobre 2014 alle 16:38

    se non è sfrontata lei… (nel frattempo ho ordinato col prestito interbibliotecario il testo di posner, e ancora non ho visto niente di vnp, vedi tu la vita com’è strana) io sono un po’ intrippato con i siti-blog femministi e le parole di vnp le metto insieme alle altre.
    tipo qua: http://abbattoimuri.wordpress.com/2014/06/16/basta-mamme/

    quello che mi pare aver notato è che rispetto al passato, ma il passato in effetti non l’ho vissuto e poco lo conosco, è come se il femminismo fosse meno totalizzante per la vita di ognun@. c’è spazio per varie visioni.

    da questo punto di vista, francesco, puoi spiegarmi in che senso vnp propone (o è l’uso delle sue parole?) un’ottica maschile e consensuale?

    il video non riesco a capirlo, nel senso che sono anche completamente alieno al mondo di cui parli. a me fa piacere leggere vnp come chiunque altr@, ma io sono ingenuo. e ad esempio attorno al femminicidio ci sono state anche frizioni legate ai movimenti, fra chi non ha apprezzato le misure superficiali e legate solo a un discorso di codice penale. per dire insomma, che ci sono cose serie di cui parlare, e spero che quelli di mic,meg lo sappiano, sennò fatti loro.

  17. rmorresi il 9 ottobre 2014 alle 18:58

    Ho letto l’articolo di Nappi. Certo, il cazzo, cazzo, cazzo che apre la prima pagina di Porci con le ali era liberatorio. E l’apologia del Cazzo di Nappi? Ci sto pensando. Il confronto forse è improprio: tra le due provocazioni sono passati quasi quaranta anni e oggi un Cazzo in più o in meno non sembra fare tanta differenza. Tranne forse per un certo pubblico (più o meno mediamente) pensante italiano (ma ancora non proprio scafato), che si scopre positivamente sorpreso davanti al ‘contrasto’ tra le simpatiche prestazioni sessuali della nostra e il suo cervello brillante. Forse ha ragione Francesco Forlani a sostenere che questa mossa puzza di regolamento dei conti nei confronti di un certo femminismo che ai masculi della sinistra italiana non è andato mai tanto giù, evidentemente. (Perché ha continuato a chiedere loro di uscire dal pensiero unico fallogocentrico in cui stavano tanto comodi? Quanto è difficile accettare il molteplice?)

    Comunque, devo dire che a me colpisce quasi di più l’antagonista del Cazzo: perché mai Vulva e non Vagina? A seguire il discorso di Nappi sul modo in cui essa rappresenterebbe la nostalgia dell’origine, il ritorno alla continuità e alle radici – il fascismo, insomma – la Vagina si direbbe una figurazione più adatta. (Certo che però anche questa l’abbiamo gustata in molte salse: da quella dentata di Sigmund a quella fiorita di O’Keefee, ai Monologhi di Eve Ensler ai sogni-incubi di Almodovar, ecc. ecc., la lista è lunga…)

    Il problema, alla fin fine, mi sa che è un altro. Il problema è che questo pensiero, divertente, esultante ed esorbitante, arriva tardi. Arriva insieme alle notizie del Sinodo che si scaglia contro “l’ideologia del gender”, arriva mentre la retorica del dualismo tra maschile e femminile – come se i generi, e i sessi, fossero solo due – ci sta tornando in faccia, e a gran velocità, arriva mentre in Italia si ritorna all’aborto clandestino, e così via. Lo capisce pure un cieco che questa roba a Nappi non piace, ma perché ne condivide il lessico così stantio? O lo stile da manifesto futurista, con quella trita apologia dell’arte contemporanea e della tecnica? O quelle invocazioni misticheggianti all’universale?
    Non dico che non sia ‘interessante’ – se togli il fatto che sembra scritto sotto l’effetto di un acido poststrutturalista andato storto – dico che alla fin fine rappresenta un femminismo individualista che sappiamo dove porta: salva, quando va bene, solo UNA.
    Per come la vedo io l’utopia che Nappi agogna (“[l]’eterno progetto di un’umanità liberata”) non può essere fondata sulla singolarità, deve essere fondata sulle relazioni. Qui non ne ho trovato traccia.

  18. jamila il 9 ottobre 2014 alle 20:13

    Provo a dire la mia in ordine sparso su alcune cose. Nella sua ricostruzione Francesco rimette insieme dei pezzi valorosissimi della storia del femminismo contemporaneo (ho delle riserve sulla Badinter, rispetto al suo Adresse à celles qui portent volontairement la burqa, e sul collettivo Ni putes ni soumises), seppure in maniera non esaustiva (privilegiando il femminismo della differenza, rispetto al femminismo materialista francese, al femminismo queer, al femminismo postcoloniale per esempio) Detto questo, credo che l’interrogativo che solleva sul senso dell’operazione Micromega+ Nappi sia rilevante. Mi chiedo fino a che punto stupisca perché c’è una certa tendenza recente e visibile della stampa mainstream a dare spazio a temi legati alla (etero/omo)sessualità e alle donne (so che dire “donne” significa poco se non si abbraccia soltanto la logica delle quote rosa, ma credo che di questo si tratti in molti casi, vedi i blog della 27ora sul Corriere o la polemica di L. Muraro con Internazionale). E si fa strada anche un certo ambiguo modo di avere a che fare con il femminismo, in chiave spesso ironica (vedi gli articoli di Bordone/Soncini sul Sole), o perfino derisoria. Micromega non ama il femminismo e credo che ami ancora meno le femministe ad occhio e croce. Valentina Nappi è una donna intelligente, vivace, consapevole e “emancipata” che prova a raccontare il mondo attraverso il prisma della sessualità e del porno, cioè facendo tesoro del suo lavoro. Non so se l’obiettivo di MM è consapevolemente quello di “sferrare un bel fendente alle femministe o alla caricatura che si ha di esse”, ma sicuramente il blog di Nappi contribuisce a questo. Per MM credo sia una scelta provocatoria e vincente dal punto di vista della risonanza. Il blog è seguitissimo, e quindi purché se ne parli e finché se ne parla…E’ interessante seguire i commenti: chi le dà più o meno velatamente della cretina, fa battute volgari, e anziché contestarla per le opinioni che esprime le dice che dovrebbe sciacquarsi la bocca prima di parlare, grosso modo. Poi c’è anche chi la ama incondizionatamente perché provoca e pochi che le rispondono in merito ai suoi argomenti. “A me piace il cazzo” è un post che non mi ha convinto, per tante ragioni diverse che non hanno nulla che fare con il mio gradimento specifico del cazzo. Mi chiedo se l’allegoria funzioni (Cazzo vs Vulva, laddove Vulva sta per attaccamento al confine e predilezione per l’essere situato e Cazzo indica la liberazione dai vincoli comunitari, lo stare erett* che travalica i confini) e se ci sia davvero da fare il tifo per lo sradicamento e l’infrazione dei confini: in fondo il capitalismo contemporaneo implementa un uso magistrale dei confini infrangendoli dove serve e rinforzandoli all’occorrenza, e siamo sicur* che la questione sia optare pro o contro i confini (ci sarebbe poi da intendersi sul senso del concetto di confine in maniera meno evanescente)? Lungi da me qualunque difesa dei nazionalismi, ma trovo ingenua l’invocazione salvifica del transnazionale (il WTO? La BCE? Ci salveranno?). Mi chiedo per esempio per quale motivo nel tentativo di inviduare una figurazione del trasnumanesimo non adoperi l’Ano (come in Beatriz Preciado) che avrebbe una funzione per così dire trans-gender e si presterebbe ad una logica meno identitaria della dicotomia Cazzo e Vulva, ad esempio, sempre che il punto sia disfarsi dei binarismi. Infine la trovo un po’ ingenerosa nei confronti del femminismo della differenza, a cui spesso fa riferimento in modo sciatto e sarcastico. Una tradizione tuttora viva, con la quale si può discutere e dissentire, ma che forse non merita di essere liquidata come un sacco di immonidizia puzzolente. Ultimissima riflessione a cui inviterei Nappi e fans, ma in modo non polemico: porsi il problema di cosa significa un uso libero del corpo in un contesto biopolitico che tende ad avvalersi di un certo spirito libertario oltreché liberista presente nell’air du temps. Nessun passo indietro su quel che in fatto di libertà si è conquistato. Ma nel caso di Nappi una meditazione ponderata sull’economia libidica e di mercato della pornografia non guasterebbe. e a proposito di genitali: http://temi.repubblica.it/micromega-online/nel-segno-della-vagina/

    • [h] il 9 ottobre 2014 alle 23:25

      ci sono due punti che mi incuriosiscono. (il testo è tuo giusto?)

      1- sia nel tuo commento che citando Dominijanni, c’è questo accenno alla libertà che non riesco a capire. cioè non riesco a capire che vuol dire porsi il problema della libertà, e in relazione al liberismo (poi mi pare che si faccia confusione tra libertarianismo, liberalismo e liberismo). Lo ritrovo spesso, ma vorrei capire.

      2- l’accenno alla divisione del lavoro e al capitalismo, e alla riproduzione.
      a me questo sembra proprio un errore storico. le società di caccia e raccolta sono spesso egualitarie, ma c’è la divisione del lavoro, inoltre le donne fanno meno figli che nelle società stanziali, per motivi di sussistenza. nei piccoli gruppi di caccia e raccolta troppi figli significano fame, nelle società stanziali pochi figli significano fame. non so qual è l’arcano, studierò. il capitale non c’entra. è nelle società capitaliste odierne che le donne possono vivere la maternità slegata dalla produzione, grazie alla tecnologia, e possono fare qualsiasi lavoro.

      • jamila il 10 ottobre 2014 alle 09:33

        @h

        1) significa porsi il problema di cosa significa essere libere in contesti in cui non si governa reprimendo o vietando le libertà ma concedendole o normalizzandole. Dire quindi “libero uso del corpo” oggi o nel 1971 non ha la stessa valenza politica. che non significa che per andare controcorrente bisognerebbe smettere di rivendicare le libertà ma essere, come dice Ida D., consapevoli del fatto che l’esercizio delle libertà è qualcosa di meno limpido e più ingarbugliato di prima. La confusione tra termini che tu segnali non è confusione, ma è una convergenza intenzionale. per es. il diritto a vendere il proprio corpo viene formulato in un modo che è insieme espressione di uno spirito libertario, di una visione liberale e di un approccio liberista, che difende cioè la libera iniziativa di una compravendita in uno spazio di libero mercato. Il punto, per me non è vietare o proibire. Al contrario. L’invito, non retorico, è a riflettere su cosa questo sposta nell’asse dei rapporti di dominazione patriarcali. Cosa otteniamo? quale tipo di libertà? ora questo vale, più in generale, per tutte quelle questioni in cui il libero uso del corpo viene adoperato come spartiacque tra femministe bacchettone e non. Io credo che per alcune il problema non sia morale, ma solo di valutazione politica: cosa emancipa chi e come.

        2) non ho capito l’obiezione sulle società di caccia né l’errore sull’analisi del lavoro riproduttivo. Le espressioni (produzione e riproduzione) vengono usate in un’accezione precisamente marxista. L’arcano della riproduzione è come l’arcano della forma merce in Marx, un modo per riferirsi alla presenza assente di qualcosa (un rapporto sociale) che c’è ma non si vede, è dissimulato. Per alcune femministe marxiste che già molti anni fa hanno cominciato a studiare la riproduzione sociale, questa è arcano perché è, come dice Dalla Costa, fase nascosta dell’accumulazione capitalista. é il costo invisibile della produzione, ne è il presupposto invisibilizzato. è il lavoro improduttivo (che non produce valore) e che è condizione del lavoro produttivo. Per saperne di più, se l’argomento interessa, rinvierei proprio ai lavori di Fortunati, Federici, Dalla Cosa, Morini. E consiglierei anche Il posto dei calzini di C. Marazzi. Spero di aver chiarito un po’.

        • [h] il 10 ottobre 2014 alle 10:47

          sul punto 1. ho capito, ma se non è confusione è una convergenza impropria. il liberismo è una teoria che non vuole l’intervento dello stato sul mercato. uno può anche credere nella social-democrazia e lo stesso vendere il proprio corpo, e ritenere che sia lecito farlo, il liberismo non c’entra. se ci fosse un reddito di cittadinanza congruo una persona potrebbe non aver bisogno di prostituirsi, ma un’altra potrebbe volerlo fare per guadagnare, e la voglia di guadagno non è indice di approccio liberista. l’economia di mercato non è di per sé liberista. poi sul chiedersi cosa sposta, magari la risposta è che non sposta nulla, non tutto può ricadere sotto una lettura politica. il diritto a vendersi di una non è qualcosa che incide sulla tua libertà, quindi chiedersi cosa otteniamo è di per sé problematico. l’emancipazione non passa da una questione che è meramente tecnica, ovvero come inquadrare il fenomeno della prostituzione, che oltretutto riguarda una percentuale minima di donne e ancor minore di uomini.

          sul punto 2. grazie dei riferimenti, qualcosa ho già letto. su ciò che ho letto sono in forte disaccordo, ma non annoierò, già solo il concetto di riproduzione sociale mi pare scriteriato, poi uno si accorge che dalla quella riproduzione non si può uscire, e allora forse sarebbe da ammettere che non è un buon concetto. la mia obiezione riguarda il fatto che la divisione sessuale del lavoro viene formulata come una caratteristica del capitalismo, mentre è un fenomeno precedente al capitalismo e non intrinseco al capitalismo. e lo stesso la riproduzione. è nelle società capitaliste che una donna può non lavorare e non fare figli e prendersi cura solo di sé.

        • Giulia il 10 ottobre 2014 alle 10:59

          @Jamila: di fondo penso si sia creato un enorme equivoco tra il concetto di libertà e quello di libero arbitrio, e la causa, credo, sia da ricercare nella piega neoliberista che ha assunto l’economia e la cultura occidentale negli ultimi trent’anni. Concordo pienamente sulla confusione che alberga nella distinzione tra categorie concettuali: è una confusione maturata nello stesso ambito dello sviluppo economico recente.
          Quando, in un commento precedente, facevo riferimento al legame tra postmodernismo e neoliberismo e successivo avvicinamento di quest’ultimo alle istanze della destra conservatrice negli Stati Uniti, parlavo proprio di questo. Svuotamento di significato e sistematica confusione concettuale, che ovviamente si riverbera sulla società e sulle politiche sociali (si parla di quote rosa nei cda e se una donna qualunque mette al mondo un figlio è un miracolo che riesca a permanere nel mercato del lavoro; la Nappi inneggia al Cazzo e spesso le donne qualunque sono vittime di violenza domestica e non fiatano, succubi proprio di quel Cazzo a cui la Nappi inneggia, in senso figurato e non; si lotta per la fecondazione eterologa, che in quattro si possono attualmente permettere, per dare alla donna piena autonomia decisionale sulla procreazione, e la natalità diminuisce, e altresì la donna nella maternità è sempre più sola; si esalta l’amore libero, che poi è sesso libero, e io in giro vedo solo donne e uomini confusi e rincoglioniti per questa pretesa idiota di fare tutto su tutti senza porsi il problema del “Cosa sto facendo? A chi lo sto facendo? E come?”, in un’orgia di desideri continui e mai appagati, perché si rigenerano non appena soddisfatti, e perché si ha la coscienza che li si può soddisfare senza freno, idealmente e praticamente; un’ode al porno che la Nappi non problematizza affatto, come se la mercificazione dei corpi fosse una roba simpatica e naturale, come se non avessimo coscienza delle ripercussioni che questo continuo ostentare e forzare i limiti ha sul nostro corpo e sulla nostra persona_credo che un passaggio fondamentale sia proprio quello della riflessione sulla dicotomia corpo – mente, andrebbe rimessi insieme, come significante e significato, ormai quasi del tutto scollati l’uno dall’altro – e qui chiamo in causa il vecchio Vico, che ha scritto mirabili parole in materia!). Libera circolazione delle merci, libero scambio, libera applicazione dei significati, tutto è libero. Ma niente lo è, se la libertà viene declinata nei termini del libero arbitrio individuale. E’ una distinzione sottile prima facie, ma essenziale. Almeno secondo me.
          Posto che c’è, di mezzo, anche una profonda crisi degli ordinamenti democratici (progressivo disinteresse della popolazione verso la cosa pubblica e la partecipazione attiva, cessione della sovranità nazionale in forza di maggiore sicurezza, smantellamento del welfare, crisi dell’embedded liberism e dilagante applicazione della supply side economics, peraltro fallimentare e contraddittoria con i valori della democrazia, perdita di terreno da parte della politica nei confronti del potere economico), la critica che rivolgevo alla Nappi, e che @rmorresi ha sintetizzato mirabilmente con l’espressione “femminismo individualista” è che 1_si sfocia proprio in quello in cui non si dovrebbe sfociare, ovvero una difesa dell’individualismo e del libero arbitrio, che non è libertà, quantomeno se si voglia essere una voce rappresentativa di un Gruppo, sia esso definito da valori culturali o sia esso definito dal genere; 2_un linguaggio fumoso che insiste sul turpiloquio non serve per rispondere alle istanze attuali, che sono primariamente di natura politica: la filosofia, credo, oggi deve fornire gli strumenti concettuali_come ieri, in fondo!_per permettere una negoziazione sullo spazio del diritto tra cittadini e Stato, nella fattispecie tra donne e Stato. Vedi, per esempio, T. Pitch, “Un diritto per due”; sul legame tra sviluppo economico ed emancipazione femminile, un testo discreto, quantomeno perché ricco di dati: Del Boca, Mencarini, Pasqua, “Valorizzare le donne conviene”.
          @h: il testo del Posner è irriverente, a tratti, e spiega anche l’apparente contraddizione nell’interrogativo sulla libertà all’interno di una società liberista, o meglio, lo fa venire a galla in tutta la sua nudità e ferocia (pp 392 – 397, le derive a cui accennavo). Se non c’è conciliazione tra il proprio arbitrio e quello del prossimo, non c’è libertà. Ma il problema dell’intersoggettività è vecchio come il cucco, e ci si sono misurati i migliori (vedi Husserl, La Crisi delle Scienze Europee e la Fenomenologia Trascendentale è un testo che commuove, a tratti, per la tensione che lo attraversa, e che verte anche su questo; vedi Rousseau, col problema della collettività_sto mettendo troppa roba sul piatto, lo so!). Ritornando al femminismo, penso sia necessario partire da una riflessione più ampia circa il rapporto Libertà – Libero Arbitrio e, più nello specifico, recuperare certe categorie , ma in una nuova prospettiva. Non è solo la Donna a dover acquisire consapevolezza, ma anche l’Uomo. La De Beauvoir, ne Il Secondo Sesso, scrive: “A un uomo non verrebbe mai in mente di scrivere un libro sulla singolare posizione che i maschi hanno nell’umanità. […] Un uomo non comincia mai col classificarsi come un individuo di un certo sesso: che sia uomo, è sottinteso.”
          Ho scritto di getto, e chiedo scusa fin d’ora per gli inevitabili errori, ma è un argomento che, evidentemente, mi sta molto a cuore!

  19. francesco forlani il 10 ottobre 2014 alle 11:39

    la discussione che è in atto la trovo gratificante. cercherò di riprendere un paio di punti tra quelli sollevati per tentare di problematizzarne alcune transizioni come quella da corpo a capitale, e soprattutto della dimensione biopolitica della tematica.
    effeffe

  20. jamila il 10 ottobre 2014 alle 11:54

    @ h

    “il diritto a vendersi di una non è qualcosa che incide sulla tua libertà”,
    No, ma viene formulato come istanza di libertà: questo intendevo e su quello mi interrogo

    “quindi chiedersi cosa otteniamo è di per sé problematico”.
    NO, se la partita è politica, e per le femministe lo è, il punto è cosa si ottiene da un punto di vista materiale e simbolico, nei rapporti di forza con un patriarcato che ha mutato i tratti e le strategie di oppressione nel corso degli ultimi 40 anni all’interno di un paradigma neo-liberista, come sottolinea opportunamente Giulia. Se il punto non è più chiedersi cosa spostiamo lottando nell’ambito di una valutazione sistemica e non meramente parziale, non so di che parliamo.

    “l’emancipazione non passa da una questione che è meramente tecnica, ovvero come inquadrare il fenomeno della prostituzione”,
    la questioni e non è tecnica e politica. tecnicizzarla è spoliticizzarla, si può fare, ma non serve a niente.

    “che oltretutto riguarda una percentuale minima di donne e ancor minore di uomini”.
    le battaglie politiche hanno carattere materiale e simbolico insieme. non si vive di soli numeri

    “il liberismo è una teoria che non vuole l’intervento dello stato sul mercato. uno può anche credere nella social-democrazia e lo stesso vendere il proprio corpo, e ritenere che sia lecito farlo, il liberismo non c’entra. se ci fosse un reddito di cittadinanza congruo una persona potrebbe non aver bisogno di prostituirsi, ma un’altra potrebbe volerlo fare per guadagnare, e la voglia di guadagno non è indice di approccio liberista. l’economia di mercato non è di per sé liberista”.

    Ma certo che uno può credere nella socialdemocrazia e vendere il proprio corpo. Cosa c’entra? La mia questione è il quadro di riferimento politico ideale e valoriale in cui vengono formulate determinate rivendicazioni (di diritti) o più in generale istanze di liberazione e emancipazione. La convergenza di libertà intesa in senso libertario, liberale e (neo)liberista, è impropria anche secondo me nel senso che, come Giulia spiega meglio di me, c’è una libertà = libero arbitrio, che è anche una libertà che non vuole ingerenze statuali nel rivendicare il diritto a fare determinate cose e non vuole essere questionata e/o sanzionata dalla collettività, e che viene declinata simultaneamente anche come libertà libertaria (vs il moralismo). Questa convergenza, che io intenzionalmente ho ricostruito come tale, secondo me va interrogata e problematizzata sul piano del che cosa sposta in un contesto di rapporti di forza. Quanto ci libera? chi libera? e cosa conquista? La risposta non può essere ” voglio fare come mi pare e rivendico il diritto di fare come mi pare”.

    Quanto alla riproduzione sociale: non so che abbia di scriteriato. E che la divisione sessuale del lavoro riguardi diversi tipi di società non è un’obiezione. L’analisi delle autrici che citavo riguarda come questo fenomeno si articola all’interno delle società capitaliste.

    @Giulia, grazie per le tue osservazioni.
    questo è verissimo e sottoscrivo: “Libera circolazione delle merci, libero scambio, libera applicazione dei significati, tutto è libero. Ma niente lo è, se la libertà viene declinata nei termini del libero arbitrio individuale. E’ una distinzione sottile prima facie, ma essenziale. Almeno secondo me.”
    di nuovo, quando dico che c’è una convergenza intenzionale tra varie declinazioni delle libertà, dico che è da parte mia intenzionale il fatto di sottolineare che questi diversi significati della libertà si confondono nel modo in cui alcuni discorsi sul libero uso del corpo si producono. Ma dico che è un problema il loro convergere e confondersi: si capisce?. che la libertà va ripensata alla luce di questi equivoci e ambivalenze, altrimenti appunto ci occupiamo di liberto arbitrio, che è una costruzione individualista e disossata del concetto di libertà. e che non credo possa essere un nuovo faro dei femminismi contemporanei.

  21. [h] il 10 ottobre 2014 alle 12:40

    @ Jamila

    ma il tuo interrogativo è pertinente? ogni istanza particolare ha effetti sul generale? il riconoscimento del sex-working non ha nulla a che vedere con l’emancipazione o il femminismo, se non nel fatto che ci sono collettivi di donne che rivendicano diritti. tale rivendicazione non può essere inscritta in un discorso generale e generico, astratto sulla libertà, o peggio secondo un orizzonte di liberazione. allora i femminismi possono scegliere di appoggiare la causa di chi vuole il sex-working riconosciuto oppure avversare tale causa. ciò che non si può fare è mettere tutto assieme e chiedersi quanto ci libera, perché ciò presuppone un’identità collettiva che non esiste. e ancora, il dibattito sul sex-working non ha nulla a che vedere col liberismo, è una questione tecnica e politica certamente, ma ristretta. tu accetteresti che qualcuno si interrogasse sul diritto all’aborto? se qualcuno si chiedesse quanto ci ha liberati, chi ha liberato, cosa ha conquistato? il diritto all’aborto è il diritto all’aborto, nient’altro. così il diritto al sex-working. ma se tu vuoi problematizzarlo, fai, però l’onere della prova (ovvero che di problema si tratti) spetta a te. chi chiede un diritto non dice voglio fare come mi pare, dice che è un diritto lecito, e porta buoni argomenti, tipo quelli dei valori liberali (non liberisti). rispondere con l’analisi marxista e le istanze femministe, come se un’idea femminista potesse ergersi a rappresentazione di tutte le donne, significa buttarla in vacca (specismo).

    • jamila il 10 ottobre 2014 alle 16:09

      @ h
      no, mai in vacca, figurati. però fatichiamo proprio a capirci. La liceità di un diritto non mi fa problema. Io credo che il sex work sia lecito e debba esserlo e manifesto per questo, perché non vi sia repressione/proibizione. Resta la questione politica, per cui, sì, le istanze particolari vanno valutate sul generale, per usare le tue parole. e li mi pongo il problema di come operano, cosa spostano, cosa liberano chi e come. Vale per l’aborto e tutto il resto, certo che la battaglie le valuto su un piano sistemico. che non significa che le battaglie non si facciamo ad hoc per una causa/un diritto. Ma nessun diritto è diritto “e nient’altro”, dal mio punto di vista, cioè si inserisce sempre in una griglia di rapporti che vanno compresi. Nulla è tecnico e basta. Ma su quello, cioè sul fondo, mi par di capire che tu non sia d’accordo. a presto.

  22. [h] il 11 ottobre 2014 alle 00:17

    beh, se ci capissimo così al volo sarebbe sorprendente. un po’ credo di aver capito, per cui la nostra distanza sul considerare le questioni più o meno interconnesse è in fondo trascurabile. naturalmente capisco il tuo atteggiamento (la tua formazione), ciò su cui ribatto è sulla pertinenza. ovvero anche accettando di valutare e di comprendere ogni istanza all’interno di un sistema complesso, c’è da chiedersi comunque ogni volta se ciò è corretto oppure no. ovvero prima ancora di chiedersi come e cosa sposta, dovresti chiederti SE sposta qualcosa. tu dici d’accordo il diritto, però chiediamoci cosa comporta l’uso della libertà, e va bene, all’interno di un paradigma neo-liberista, e già qua cominciano i problemi. io leggo alcune rivendicazioni dei collettivi di sex worker e non condivido la visione politica del tipo “tanto tutto il lavoro è sfruttamento”, oppure la critica alla società ipocrita o altro ancora. a me sembrano cazzate (o al limite, discorsi indiretti del tutto da verificare). l’unico principio ragionevole è che col proprio corpo ci fai quel che vuoi. per questo sono critico nell’accettare visioni politiche allargate. cosa sposta il riconoscimento del sex work? vorrei risposte concrete. aiuta tot pesone. rimangono altre persone, molte di più che sono costrette. lo stato, la società se ne può occupare? bene. all’interno della questione femminile invece non riesco più a distinguere il resto, per questo ti ho chiesto lumi, ma anche più in generale. certo non ti chiedo tutto lo scibile :)
    però: tale diritto non sarà solo un diritto, però cos’altro è? per una donna cosa cambia concretamente? è chiaro che se tale diritto viene presentato in maniera così ideologica incorre nelle contestazioni ideologiche, ma questo è un problema di chi riveste impropriamente le questioni, e di quanto sia fondata un’ideologia.
    a te immagino non riguardi, io non sono un cliente di sex worker. non stiamo parlando di un paese in cui le donne non vanno a scuola però se vogliono possono prostitursi. culturalmente può aiutare a togliere lo stigma sulla prostituzione? può far accettare ancora di più la sessualità della donna? a me queste sembrano questioni che man mano che allargano il campo hanno sempre meno a che vedere con la questione iniziale, che è appunto la liceità di un diritto. e per questo ho difficoltà a seguire Dominijanni. a me pare che a rendere problematica la questione è il suo modo di porre la questione, parlando di un sistema che vuole fare questo o quello, che adesso opprime fingendo di liberare. ma la libertà di vendere il proprio corpo non discende dal liberismo, non è la diretta prosecuzione, e non è neache intrinsecamente connotata dalla concezione liberista. è una delle possibilità in campo create dalla contingenza. e un problema di fondo è l’uso metafisico del termine e della concezione della libertà. c’è sempre un orizzonte di libertà vera che viene spostato ogni volta più in là. nella puntata dei simpson sul proibizionismo che non funziona alla fine si conclude che senza alcool si starebbe meglio, ma c’è la libertà di bere. è vera libertà? per me è una domanda insensata, però ascolto lo stesso chi se la pone. che tipo di libertà è? questo è già più interessante, ma la risposta può non essere soggettiva? fino a che punto una visione femminista può sovrapporsi alle persone? e anche, fin dove arriva il femminismo? vogliamo tutto è utopia accettabile sull’onda dell’entusiasmo, poi c’è la realtà (il pane e le rose, ad esempio).

    • Giulia il 11 ottobre 2014 alle 16:00

      Rigiro la questione a te, @h (a proposito, qui si chiede la tua vera identità, faccio coming out per prima e ti/vi dico che il mio nome è Silvia, non Giulia).
      Quando parli della categoria delle donne, presumo quelle occidentali e più nello specifico quelle italiane, sei davvero sicuro che siano nelle condizioni di scegliere liberamente, sempre, senza condizionamento e in piena consapevolezza?
      Non siamo schiave, ma a me, altresì, e penso anche a @Jamila, non credo interessi più di tanto il discorso sulle sex workers che autonomamente decidono di fare del proprio corpo la loro fonte di guadagno_se guardi bene, quelle che chiami in causa tu, sono riunite in collettivi: c’è di mezzo una roba che si chiama coscienza politica e di gruppo, non è un dettaglio_quanto piuttosto partire da questo e da questioni simili e affini, per compiere una riflessione più ampia che inglobi in sé anche un rinnovamento del femminismo, perché, per come la metti tu, sembra che del femminismo, ora come ora, quantomeno nei paesi occidentali, non vi sia alcun bisogno.
      Io penso invece l’esatto opposto, per una serie di motivi:
      1_non siamo isolati, e le donne, e ancor prima le popolazioni, sono tra loro interconnesse dalla comunicazione, dall’economia e da aspetti similari, e dunque non si può prescindere dal fatto che un’economia globale conduca ad una riflessione che è legata a doppio filo con problemi che sembrano non toccarci ma che invece ci toccano eccome (lo spiego a breve)
      2_segue da 1_davvero pensi che vi sia reale consapevolezza, diffusa e sistematica, o comunque attestatasi ad un livello generale accettabile? Voglio dire: credi sul serio che certe scelte, di natura sessuale ed emotiva siano compiute senza alcun tipo di condizionamento culturale e sociale? E davvero dai per scontato che non ci sia più nulla su cui lavorare per migliorare la condizione femminile? Se le donne, dati alla mano, continuano ad essere oggetto di violenza domestica e non solo; se le coppie durano tanto poco, spesso per motivi che risiedono proprio nel rapporto sessuale della coppia stessa (per motivi scaturiti, spesso, dalle donne, che tutta questa consapevolezza di sé non ce l’hanno, altrimenti non mi spiego la dura realtà per cui la maggioranza di loro spesso non raggiunge l’orgasmo); se continuiamo nonostante tutto a puntare sull’eros femminile e sulla sua attrattiva per qualsiasi cosa (ci fai caso che si ammicca per vendere la qualunque? E si usa sempre il corpo femminile, è un continuo! E le donne non declinano il ventaglio allargato di possibilità che le lotte hanno concesso loro per prendere coscienza di sé, di quello che davvero vogliono, ma si scornano con sé stesse, coi tacchi alti e il silicone e i trucchi e le creme e il botox e il parrucchiere…a me pare che la libertà sia declinata col termine del quattrino, sei quello che spendi, perché queste stesse donne sono quelle che continuano ad avere problemi nella coppia, che accettano uomini che non sono collaborativi fra le mura domestiche e quant’altro)
      Il discorso incentrato sul rapporto Libertà – Libero arbitrio, e conseguentemente sulla progressiva confusione che si è creata fra questi due concetti, non tocca la libertà individuale della donna, e così pure dell’uomo, di disporre autonomamente del proprio corpo, tutt’altro.
      E’ una questione più generale che abbraccia, o che quantomeno vorrebbe abbracciare, l’intero panorama sociale e culturale, ovverosia quelli inglobati nella grande sbornia neoliberista, sbornia che ha inciso profondamente nelle nostre abitudini e che altresì coincide, attualmente, con una forte crisi dei sistemi democratici, crisi a cui facevo riferimento in un commento poco sopra. Si sta progressivamente perdendo la dimensione collettiva, intesa in termini e politici e civici, e questo si riflette su tutto, anche sulle azioni particolari, pur se non consciamente, magari. Il fatto che vi sia un individualismo galoppante su ogni fronte pensabile è evidente, e non mi dilungherò nello specificare i vari ambiti, anche perché basterebbe citarne uno a caso per avere conferma che sì, anche in quell’ambito esiste questo problema.
      Noi stiamo perdendo comunque terreno sul fronte delle libertà individuali, e quel che mi dispiace e che non ce ne rendiamo, ancora, pienamente conto. (segnalo gli articoli di Fabio Chiusi sulla democrazia digitale e sul controllo delle informazioni, per dirne uno)
      Mi rendo anche conto che possano sembrare finezze esiziali, esercizi, arabeschi metafisici pedanti, quelli che riguardano una discussione sui concetti di Libertà e Libero Arbitrio. Mi si dirà: è una differenza linguistica, perdio. Il punto è che tutto nasce proprio dal linguaggio, è anche il linguaggio che ci può fornire la chiave per capire ed intercettare i movimenti sociali.
      Vorrei far notare che il popolo che si riempie maggiormente la bocca con la parola Libertà, ficcandola praticamente ovunque, anche nel tacchino con la salsa ai mirtilli, è quello americano e che l’unico in Italia ad eguagliarlo, spiaccicandolo addirittura nel nome del proprio partito, è stato un certo Silvio Berlusconi. Loro parlano di libertà individuale, non di Libertà. E’ una questione di linguaggio, ma se scandagli questa differenza e ne derivi tutte le conseguenze, comprendi che sotto c’è una fregatura colossale, e la puoi esperire benissimo confrontando quanto ti costava curare una tendinite trent’anni fa e quanto ti costa farlo ora.
      Perché tu, individuo, sei tanto libero…se c’hai un sacco di soldi.
      Certo, io, Stato, non ti rompo mica, non intervengo, lascio che tu questi soldi possa farli da te. Se sei meritevole (bello il concetto di meritocrazia, già…lo nomina in continuazione Renzi, noto paladino delle lotte di liberazione dall’articolo 18…meno diritti non significa meno libertà? Ma andiamo con ordine.) saprai farli, questi soldi, senza noiosi legacci.
      E io, Stato, ti dico pure che se tu questi stessi soldi non li fai è perché non sai farli…oh caspita! Io ti ho messo nelle condizioni per farli, e tu non ci riesci? Diamine, è colpa tua! Pelandrone o stupido, per scelta o per natura avversa, la colpa è tua, tutta tua, caro il mio singolo individuo. E se rimani indietro, perché questi soldi non li hai, sono affari tuoi, non certo miei (e infatti stiamo dicendo addio alle politiche sociali). Arrangiati.
      Se il potere si concentra nelle mani di pochi_e se toglie progressivamente le regole e la mano dello Stato succede inevitabilmente questo (e la forbice tra quelli molto molto ricchi e quelli poveri si sta allargando impietosamente anche da noi), la Libertà, dove tutto ha un prezzo perché niente ha più valore di per sé, dov’è?
      E poi: che costo ha il nostro libero arbitrio, il nostro modo di vivere? Non bisogna andare lontano per saperlo. Stiamo progressivamente privatizzando anche i diritti umani, vedi le ONG dilaganti, che nonostante la loro buona fede, le loro ottime intenzioni, sono avamposti del neoliberismo, questo in una prospettiva più ampia e globale nella trattazione del problema succitato.
      [E la filosofia a questo guarda, ai problemi più ampi, per tentare di anticipare i tempi, se ce la fa. gli studi sulle inferenze non deduttive ora ispirano la ricerca attuale sull’intelligenza artificiale. La ricerca, vera, è permeata di questo spirito, quello della riflessione, della comprensione. E se rifletti guardi ovunque, e guardi alto, per trovare una sintesi, ché all’applicazione specifica ci vuol sempre tempo per arrivarci: lo sapevano bene pure Von Hayek e Friedman, quando nel ’47 fondarono la società di Mont Pelerin (il “manifesto” del neoliberismo è merito loro: Von Hayek era economista e filosofo, e agli incontri della società partecipò anche Popper: vedi bene che da una riunione in Svizzera tra pedanti studiosi possono nascere cose grandi, di cui tu, singolo individuo che agisci ). Come per i vaccini, occorre il rispetto di certi protocolli, prima di poterli somministrare a tutti, ma se nessuno avesse compiuto quel piccolo iniziale insignificante passo, che sembrava inutile e microscopico, non si sarebbero protette milioni di persone (la mia personale dichiarazione d’amore alla filosofia, non me ne voglia nessuno)].
      Non c’entra niente il proibizionismo o il divieto.
      Va bene la menzione dei collettivi delle sex workers, e mi sta bene il riferimento alla prostituzione: in un Paese dove la donna è libera (ma lo sa, la donna, che è libera? O forse gode ), come il nostro, se decide di prostituirsi lo fa nel pieno della propria autonomia, dunque deve poterlo fare. Questo non significa che le modalità della fruizione del porno non debbano anche essere oggetto di disamina. E comunque voglio vederle tutte ‘ste donne che corrono per vendersi. Onestamente, a conti fatti, sono una minoranza esigua, a fronte del popolo delle sfruttate, che conta parecchie straniere, guarda un po’, provenienti da paesi che spesso sono stati protagonisti dei famigerati “aggiustamenti strutturali” made in FMI. Attualmente gli aggiustamenti strutturali li stiamo compiendo qui in Italia. Diamo tempo al tempo, il regresso è un attimo a farsi vivo, anche nei termini di libertà.
      Ora, dove si colloca il femminismo? Si innesta certamente in questo contesto, e siccome le donne sono persone prima che donne, sono anch’esse prodotto della società in cui vivono, checché se ne dica, in misura diversa, ma ne sono comunque una conseguenza.
      Le donne possono comprare la propria femminilità; possono comprare la tata, la colf, se ne hanno la possibilità economica. Di contro, ci sono sempre meno strutture statali ben funzionanti che possano accogliere le istanze della donna che lavora e che decide di mettere al mondo un figlio. Le donne continuano a guadagnare meno rispetto agli uomini; continuano ad essere DISCRIMINATE se madri, in sede di colloquio per qualsiasi lavoro. Però possono fare le pornoattrici, se lo vogliono.
      Ecco, quando parlo di confusione concettuale parlo anche di questo: del gran casino in cui ci siamo ficcati.
      E concludo citando Harvey su Karl Polanyi, sulle cui parole penso sarebbe salutare riflettere: “In una società complessa, notava Polanyi, il significato della libertà diviene tanto più contradittorio e pregno quanto più le sue sollecitazioni al’azione sono stringenti. Secondo Polanyi esistono due tipi di libertà, uno buono e l’altro cattivo; tra gli esempi di quest’ultimo tipo egli elencava «la libertà di sfruttare i propri simili, o la libertà di impedire che le invenzioni tecnologiche vengano usate a
      pubblico beneficio, oppure la libertà di trarre profitto da pubbliche calamità organizzate in segreto per trarne vantaggi privati». Ma, continuava, «l’economia di mercato nel cui ambito prosperano queste libertà ha anche prodotto libertà a cui diamo grande valore. La libertà di coscienza, la libertà di parola, la libertà di riunione, la libertà di associazione, la libertà di scegliersi il proprio lavoro».
      Anche se molti possono «aver care queste libertà di per se stese» – come certamente accade ancora a molti di noi – si tratta in larga misura di «prodotti secondari della stesa economia che ha prodotto anche le libertà negative». Considerata l’attuale egemonia del pensiero neoliberista, leggere la risposta di Polanyi a questo dualismo può produrre uno strano effetto:
      ‘La fine del’economia di mercato .può divenire l’inizio di un’era di libertà senza precedenti. Le libertà giuridiche ed effettive possono essere rese più ampie e più generali di quanto siano mai state; la regolamentazione e il controllo possono servire a garantire la libertà non solo a pochi, ma a tutti. La libertà non come elemento accessorio del privilegio, contaminato. alla fonte, ma come un diritto. prescrittivo che si estende ben oltre gli stretti limiti della sfera politica, nell’organizzazione interna della società stessa. Così le antiche libertà e i diritti civili si aggiungerebero alla riserva delle nuove libertà generate dal tempo libero e dalla sicurezza che la società industriale offre a tutti. Una simile società potrebbe permettersi di essere tanto giusta quanto libera.’
      Sfortunatamente, notava Polanyi, il passaggio a un futuro del genere è impedito dal’«ostacolo morale» del’utopismo liberale (e più di una volta egli cita Hayek come rappresentante di questa tradizione):
      ‘Le pianificazioni e il controllo vengono accusati di essere negazioni della libertà. Si afferma che la libera impresa e la proprietà privata sono essenziali ala libertà. Si afferma che nessuna società costruita su fondamenti diversi merita di essere chiamata libera. La libertà creata dalla regolamentazione viene denunciata come illibertà; la giustizia, la libertà e il welfare che offre vengono biasimati come una mascheratura della schiavitù.’
      L’idea di libertà «degenera così in un mero patrocinio della libera impresa», che significa «piena libertà per coloro che non hanno bisogno di veder crescere i propri redditi, il proprio tempo libero e la propria sicurezza, e una vera e propria carenza di libertà per la gente che invano potrebbe cercare di far uso dei propri diritti democratici per trovare protezione dal potere di quanti detengono le proprietà». Ma se, come sempre accade, «non è possibile una società in cui non siano presenti il
      potere e la costrizione, e neppure un mondo in cui la forza non abbia una funzione», allora l’unico modo in cui questa visione utopica liberale potrà essere sostenuta è con la forza, la violenza e l’autoritarismo. L’utopismo liberale o neoliberista è condannato, nella concezione di Polanyi, a essere frustrato dal’autoritarismo, se non dal fascismo vero e proprio. Le libertà buone svaniscono,e subentrano quelle cattive.”
      Chiedo venia per la lunghezza dell’intervento!

  23. effeffe il 11 ottobre 2014 alle 12:04

    h, una domanda che mi facevo da tempo e a cui sei liberissimo di non rispondere. Chi sei? effeffe

  24. [h] il 11 ottobre 2014 alle 15:29

    Giulia, non so se c’entra molto, cmq io alle medie ho avuto alcune esperienze emotive che credo abbiano inciso, poi ho anche letto de beauvoir, ma è stato più un dovere intellettuale.

    1-dicevo “zoccoletta” a una mia compagna. per me era uno scherzo, un modo per farla arrabbiare ed essere inseguito. poi un amico mi disse che le dispiaceva, e mi sono sentito uno stronzo.

    2-chiedevo “posso?” mentre carezzavo il ginocchio a un’altra compagna, e lei diceva sì. poi salivo con la mano e lei diceva no. poi scendevo e risalivo e allora mi disse “pensavo che eri diverso” e il suo sguardo era molto più efficace.

    3-anni dopo mi sono chiesto cosa pensassero di noi maschi le compagne alle quali toccavamo il sedere per gioco.

    • Giulia il 11 ottobre 2014 alle 16:02

      ci siamo risposti in contemporanea. La mia risposta sta sopra…comunque se la metti così sembra che il lavoro filosofico sia inutile…ma t’ho risposto sopra anche a questo. :)

      • [h] il 11 ottobre 2014 alle 16:30

        no vabbè, hai studiato filosofia?

        grazie della risposta, domani leggo, oggi c’è il concerto degli swans

  25. [h] il 12 ottobre 2014 alle 11:20

    Giu-Sil

    alcune premesse: il mio vissuto l’ho messo per dire che certe cose arrivano prima del ragionamento. la morale è un fatto anzitutto emotivo. non intendo in alcun modo screditare la filosofia. non credo nel libero arbitrio. a me interessa il femminismo, mi ritengo femminista, sebbene non abbia partecipato a collettivi o movimenti (una volta ho partecipato a un laboratorio per fare un doc a tema sulle donne). cerco di tenermi aggiornato, leggo storie di ragazze e donne, leggo libri eccetera. ho cominciato leggendo Loredana Lipperini, ma ero già disposto incosapevolmente.
    ovvio che c’è il condizionamento culturale (potremmo rovesciare la questione: le donne non amano vendersi perché culturalmente condizionate a non farlo; vedi com’è spinoso parlare di ciò che vogliono davvero gli altri?), ma questo vale sempre. nessuno si lamenta che i figli siano condizionati a parlare italiano, perché non è un problema. è un problema se una si prostituisce? anzitutto se è costretta. qual è la principale forma di costrizione per una donna italiana oggi? la necessità economica. risposta: reddito di cittadinanza, opportunità di lavoro, istruzione. in Svezia lavorano quasi tutte, c’è un buon welfare e infatti le prostitute sono qualche migliaio (fonte: vendere e comprare sesso, Geymonat). fatto questo non possiamo andare oltre con il chiederci se chi lo fa è veramente libero, a un certo punto uno deve accettare le scelte altrui. sennò si entra in quel meccanismo mentale del pensare al posto degli altri e per il bene degli altri. poi entra in gioco la persona: la donna che ha scelto sta bene, è contenta? cosa l’ha portata a farlo? qua le riflessioni si fanno a partire dalla e con la persona, ascoltando. mi pare invece che le ideologie tendano a dimenticarlo. questo è stato ed è un problema per il femminismo. mentre il lavoro politico per cambiare le condizioni socio-culturali si può fare facendo riferimento alla condizione della donna, alla questione femminile, poi si entra nel campo della soggettività; questo non può essere bollato come femminismo individualista. è un veccchio problema di Marx, purtroppo, il fatto che delle persone in fondo non gli fregasse nulla, non le vedeva proprio. Poi d’accordo la Tachter gli ha risposto male. per cui vanno benissimo i femminismi, l’autocoscienza, la coscienza di gruppo e la dimensione collettiva (cmq già de tocqueville si era impanicato per la democrazia individualista; e d’accordo, la meritocrazia è un concetto ambiguo, the rise of meritocrazy) mica lo sto contestando o sottovalutando. Sto dicendo che le cose non si escludono. Si lavori al meglio e assieme per riflettere e acquisire consapevolezza. però dico, da mia nonna con la terza elementare che andava a scuola a piedi tornava e andava a parare le pecore, passando per mia madre diplomata e lavoratrice fino alle mie amiche laureate che viaggiano lavorano escono eccetera, qualcosa sarà migliorato o no (sull’orgasmo non saprei, c’è un bel saggio di elizabeth lloyd, il caso dell’orgasmo femminile. però, davvero la maggior parte non lo raggiunge? nel testo di lloyd a fronte dei dati dei questionari risultava una situazione divisibile in quattro blocchi: 25% quasi mai, mai. 25% raramente. 25% spesso. 25% sempre. non sempre era specificato se con orgasmo assistito)?

    per questo insisto col non confondere i valori liberali con quelli liberisti. e penso che le nostre divergenze abbiano un’origine attitudinale. tu vedi un gran casino in cui ci siamo ficcati io vedo un gran casino in cui muoversi in cui molte cose sono migliori rispetto al passato, tra cui la condizione delle donne. io vedo problemi pratici, tipo l’obiezione di coscienza per i ginecologi. credo che le condizioni di lavoro possano migliorare e che allo stesso tempo ci saranno pornoattrici. la risposta a Polanyi può essere che per adesso pianificazione e controllo si sono espresse in maniera negativa e che le uniche società in cui non si è sviluppata un’economia di mercato basata sulla produzione sono più egualitarie, ma offrono molte meno possibilità (e dati alla mano aggiornati, sono più violente). e il motivo è stato contingente, demografico, ambientale: il passaggio alle società stanziali. un’altra risposta potrebbe essere Una sinistra darwiniana di Singer. o anche Il mondo fino a ieri di Jared Diamond. ogni società ha i suoi pro e contro.

    ma per tornare al femminismo penso che dovrebbe agire in maniera diversificata: i femminismi possono trovare terreno comune sulle condizioni generali e oguno in particolare lavorerà su questioni diverse e spesso alternative o anche i

    • Giulia il 12 ottobre 2014 alle 16:40

      La morale è una faccenda emotiva?
      Abbiamo anche la ragione…è quella bella cosa che ci differenzia dal resto del regno animale.
      Ogni società ha i suoi pro e i suoi contro: verissimo. Ogni società, altrimenti detto, ha un suo equilibrio. Posto ciò, allora, potremmo eventualmente smettere di provare a migliorarlo, il sistema, visto che l’equilibrio c’è.
      Continui a dare per assunto che dietro il mio ragionamento ci sia una tendenza al divieto e all’imposizione. Mi chiedo perché, visto che ho ripetuto a più riprese che il proibizionismo non c’entra nulla con quello che provo a spiegare.
      Peraltro le decisioni che vengono dall’alto, in materia di controllo demografico e di normativa sui reati sessuali, spesso non funzionano, se di contro la popolazione non ha raggiunto un grado di consapevolezza necessario per farle proprie (nel 1918, all’indomani della Rivoluzione Russa, venne introdotto un nuovo Codice di Famiglia, che salutava una svolta epocale per i diritti delle donne. Ma la popolazione, perlopiù rurale, della Russia dell’epoca, non era assolutamente pronta per accogliere e capire tali diritti: o vennero semplicemente ignorati e non fruiti, o vennero completamente travisati, provocando, nel tempo, dei veri e propri disastri, e all’interno della dinamica familiare, e all’interno del tessuto sociale). Ecco dunque la necessità di un lavoro per la presa di coscienza dei propri diritti, siano essi di categoria, di genere, umani. Ma occorrono, per questo, basi solide, che non possono che essere razionali. Se mi rispondi che la morale è questione principalmente emotiva, significa, molto semplicemente, che siamo in disaccordo sul punto essenziale. Per me la Ragione è il Fondamento della Morale. (e bada bene, non è negazione dei sentimenti eccetera, eccetera).
      Noto però che scegli ottime letture, comunque, pur nel disaccordo.

      • [h] il 12 ottobre 2014 alle 17:50

        scusami, credo dipenda dal fatto che non ci conosciamo e che sintetizziamo i pensieri nei commenti. Non penso affatto che dietro al tuo pensiero ci sia una volontà censoria. Però mi pare di leggere in molte analisi più che un’idea da imporre un senso di “paternalità”. Come si problematizza il concetto di libertà, problematizzo l’idea di proporre una visione che non si limita a mettere in discussione lo stato presente (e va benissimo farlo), ma che prende in esame vari comportamenti umani e li lega strutturalmente alle istanze politiche. Nel chiedersi quanto sono liberi gli altri, dal momento che fanno certe cose, mi sembra che ci sia implicita l’idea che se fossero davvero liberi quella cosa non la farebbero; oppure che il tipo di libertà nella quale si riconoscono (o che avallano inconsapevolmente) è una libertà fittizia, propagandata da un sistema. Altrimenti non si capirebbe la frase di Dominijanni.

        Per il resto certo che sono per l’educazione e per la consapevolezza diffusa. Con l’accenno all’emotività mi riferisco al fatto che i cambiamenti che ci capitano passano per vie emotive [à la Hume (che non ho letto), o à la Damasio (che un po’ ho letto)]. E poi se leggi Marchesini ti dovrebbe suonare famigliare. Non siamo gli unici che agiscono moralmente né razionalmente. Tu hai accennato al fatto che anche gli uomini dovrebbero prendere consapevolezza, a me pare che mi sia successo in maniera spontanea e inconsapevole. Solo dopo vi ho aggiunto l’analisi, le letture, il ragionamento. E non sono cresciuto in un ambiente particolare, né in una famiglia colta. E ad esempio, io non scenderei mai in piazza dietro uno slogan tipo quelli di MaschilePlurale, sebbene ne possa condividere le istanze. Cose tipo “maschi si nasce, uomini si diventa”. Espressioni come disertare il patriarcato. Non parteciperei mai a sessioni di autocoscienza maschile. Però per dire, una volta in vacanza ho letto qualche passo di Ancora dalla parte delle bambine ai miei amici. Un mio amico poi lo ha comprato e regalato alla sorella.

        Diciamo che condividiamo il 68% delle opinioni, la stessa percentuale di dna in comune tra il moscerino della frutta e un essere umano. Io faccio il moscerino

  26. dm il 13 ottobre 2014 alle 23:36

    (Due piccioni con una fava. A Micromega è dunque approdato pure il ghost co-author di Valentina Nappi. Comunque, che una attrice porno senta il dovere di paludarsi a quel modo là quando prende la parola, è la vera questione sotto a quell’articolo. O forse no. Forse non c’è una vera questione. Ed è solo questione di fava.)

  27. [h] il 19 ottobre 2014 alle 16:17

    @ Giu-sil

    se passi di qua. Sto leggendo il testo di Posner, mi potresti spiegare cosa intendevi col tuo riferimento alle pagine 392-397?

    Cmq grazie, il libro è molto interessante. Per quanto riguarda il capitolo sulla biologia, Posner è molto prudente, suo merito. In proposito l’ultimo libro di Telmo Pievani affronta proprio l’uso leggero delle spiegazioni evolutive che ha avuto molto successo anche fra il vasto pubblico.

    Lo presenta qua
    https://www.youtube.com/watch?v=3jlkrGXLiKg

    • Giulia il 21 ottobre 2014 alle 14:11

      In quelle pagine si affronta il tema dello stupro e l’analisi delle pene per i reati sessuali. Partendo da un’analisi economica dei comportamenti sessuali, assorbendoli alla sfera della decisione razionale_il comportamento sessuale è quindi frutto di scelte razionali ma non necessariamente consapevoli, ecco anche il riferimento alla biologia, basate su un’analisi costi/benefici propria dell’economia_si sfocia nell’Indifferenza Morale del Sesso, con ciò che ne consegue per la legislazione pertinente ad esso. Se il sesso e la sessualità, con tutto ciò che gira loro attorno, vengono svuotati del proprio significato morale, significa che un reato come quello dello stupro può essere derubricato a “furto di sesso”: è una delle derive di cui scrivevo quando ho nominato il testo del Posner. Bel testo, in ogni modo. E ben scritto. Era nel programma di Bioetica del prof Donatelli, qualche anno fa. Grazie del link, lo sto guardando ora, è interessante. Ma “h” sta per?

      • [h] il 21 ottobre 2014 alle 15:45

        Capito, ci rifletterò. h sta per henri, unità di misura. un vago e velleitario riferimento simbolico al senso della misura, alla razionalità. Poi sono stato traviato da quello sporcaccione di effeffe e tutto si è ridotto alle dimensioni. Da Socrate a Rocco. Chissà che direbbe Vale

        • effeffe il 22 ottobre 2014 alle 09:10

          prossima tappa: Badinter
          effeffe



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