Un testo scritto da un altro

7 ottobre 2014
Pubblicato da

di Mariasole Ariot                                                                                                                                                                       A  f.t.

Di cosa è fatto un desiderio quando cade [ nelle ore diurne se non c’è pianura ], quel dire tu non
riesce ad affrettare, piega il niente sui nomi, verrà l’impossibile rientrare

  
facce antenate sui bicchieri /uscire di casa se non c'è porta - fare uno con il [ vuoto ].

 E così un ritmo circadiano incompleto : [  ] mi incompleta, come un naturale cambio di facce nei
territori solo per i detriti : hanno detto erigere una parola, arrossare il cranio per procura. Dedicarsi
all'irrisolto, costruire una linea retta in cui il simbiotico svanisce

[condizione è la prima lettera dell'alfabeto: è possibile irradiarsi, distribuirsi. Non i tremolii tornano,
tracciare una miseria - se così è il non poter essere: non]

Sono i caratteri pluridirezionali : mi ha finalizzato la paura, il resto dei conati di plastica per
un'apertura tra i due giorni, smettere di domare la perdita : quando se il diritto di dir[si] non avendo
un luogo nel plesso
 - ancora sono paludi i ben tornato a casa, ancora non attraversare soglie che diventano altre soglie.
rischiare di afferrarsi affamati sfamando la situazione

 volere voleva non volere.

Dì il niente dell'oscillare, piegando l'inadeguato tra strato e strato oscillare per avere freddo: il
problema è come essere infarto senza sottrarre il reale [ rompi lo sprofondo sfondando le parentesi

 Tutto il coincidere dei mondi: far entrare non lasciar entrare / produrre una stima di questi stridori
non è cosa da poco. Attorno, l'invariante aveva ragione, come i confini così le finali: essere nati con
gli occhi bianchi, sfondare le pareti per trovare urgenze di spazio - che non si fa, si getta - in cui il
crimine è un meno di immagine, poi nascondersi nel parlato.

 C'è sempre, spreme - scroscia la direzione sul paesaggio. In questo crescente addomesticarsi
non sappiamo sparire se non per un bisogno di [ chiedo: tu che non chiedi ] quindi le correnti, 
la concessione dei sommersi, diversamente io
  non vivo. nelle concessioni dei corpi sono i linguaggi a differire, trasognare l'inerzia dei discorsi,
manipolare un a-diga, per antitesi io sono ancora [piuttosto attendersi, fare come tra i resti, essere
la rovina, se dissolvo non ho precedenti: ma non poter più continuare, diritto del rogo, della miccia, è
dove in poco tempo continuare a rigirare

i vetri della stanza.

La pelle non è chiusa alle porosità: stappare include l'offesa - poi migrare. Dove
 si trattava allora di andare : nella ferita del peggio, peggiorare il circuito, ma questo non/dolore
non ha algoritmi: mancano i codici per il trasognato [ forse, farsi estuario, forse perduto, perdita che non
contempla l'andare. Tutto l'intero si posa, un essere non-utopico, lì vorrei immaginare - se non
credere per mancanza di capienza.

 La perdita equivale a questo, se anche parlando lo sdoppiamento aumenta le altezze - tutti
gli edifici che non abbiamo eretto, i treppiedi, avere un sostegno per il condursi, non averlo come
processo ma farne segno.
 Siamo adeguati al numero - ogni numero inadeguato al desiderio, le particelle segrete sopra un
muro: suggere le dita per recuperare inchiostro, non potendo - che sia altro/l'altro mondo che mi è
altro: a scrivere.

***

Dunque come stare? Oppure: quando – se non potendo
non tacere. Poi, enumerando i debiti, arriverà il mediocre: dire arrivederci un'ultima volta,
significare i mai per dare potere al passato, scarnificare l'incompleto per un intuitivo
accadere dei corpi.

Se il concetto di luce prende così origine
dalla parola prigione, recuperando il contrario del delitto ci chiediamo pena per non farne [ dire:
importano
significa importare le impronte straniate dalle dita su questo io che sono altro, che non matura e se
non ride non è un dire ]

 diversamente, anagrammando l'encore

le nostre cornee si guardano: tonalità recuperata dal pianto. Lasciando uno spiraglio tra le righe era
come
inumidire eticamente gli eccessi di occhi per intingere il dimesso nello sfigurato.

 Non potendo non tacere, ci dedichiamo ancora
al semidiurno che provoca buche negli affetti: nudità incapaci di urlare nelle celle ma
avendo capacità di significato, resistere i presenti per non incasellare futuri [ il rischio delle
chiavi, un furto per non liricizzare l'assenza ]

Così, pare tu dica: oltretutto non dispera – allora sperare
di far grondare questo grigio sordo che sai mangiare con la bocca, che non fonda l'aprire delle gole,
che non soffoca
se non rialza il profuso del grido.

[ desiderare 
il niente come forma del perduto,un copricapo che ancora tace sulla superficie esterna, lo strato del
                                           restare.

A capo di cosa: se non è una terra, un cumulo di cetacei sulla testa – ma è sempre [ non ripeterlo ] un
                                       sono [già] stato.

per la fine del giorno – ed è vero che se non fossimo, scordandoci per sfocare il salto, al riparo
dalla sottrazione ci diremmo: invece.]

Ma la parola non si incompleta, nessuna rifrazione: vedere troppo, ipermetropia dell'essere
per condizione che ci confida quell'impararsi prossimo alla vita finendo la fine, quel dire dunque
come stare

se non ancora, se non dove. Se non per dire: dunque.

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5 Responses to Un testo scritto da un altro

  1. francesco forlani il 7 ottobre 2014 alle 19:37

    c’est une partition
    effeffe

  2. mariasole ariot il 7 ottobre 2014 alle 21:14

    On va aller chercher la machine à musiquer

  3. Gianluca Garrapa il 7 ottobre 2014 alle 22:30

    bello.

  4. helena il 8 ottobre 2014 alle 18:55

    Ha ragione Francesco!

  5. […] Mariasole Ariot scrive sul confine tra poesia lirica e prosa poetica ma ama sperimentare anche con gli innesti di suono e immagine. […]



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