Prossimità

14 ottobre 2014
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animale

[È uscito il n° 8 di “Atti impuri”, a cura di Sparajurij, intitolato Un sogno svolto silenziosamente. Ne fa parte una piccola serie di testi. Tre di essi appaiono qui.]

di Andrea Inglese

Vedrai, potremo scrivere, se smettiamo
di parlare, potremo, verranno
fuori, sopra fogli o schermi,
si faranno materia le parole,
rallenteranno gli spasmi
della gola, e fermeranno il mondo,
nella frase, fermeremo paesaggio
e cose, logge e fiori di passiflora,

e il mondo muoverà noi, dentro le parole
che ci tengono fermi, scissi, fatti cose,
fatti materia che si legge, per materia
pensante, per pensieri che si muovono
a custodire, nella fragile loro fattezza,
la materia mobile del mondo, la materia
tutta, troppa, che ci disgrega infine, tutti

(e di questo mondo fermo nelle frasi
che muovono pensieri dentro lati
certi, noi godiamo l’unica pace,
camminando su terra che si sgrana,
dentro ossa in divario, molecole
in fuga, sfregio organico crescente)

gradini

.

Bisogna farlo di nuovo : riempire
una bottiglia d’acqua, prendere paura
per veleni invisibili
nell’aria o nella frutta, ascoltare
come in strada si fabbricano grida,
corse, piccoli schianti, e fingere
ancora un più sofisticato distacco,
non volendo più capire quale
rumore corrisponde a quale ingranaggio,
ma tenerli dentro tutti, in bassa confusione,
col quartiere intero che si muove,
a caso, incontrollato, nel muto
aderire di lumache
alle più levigate superfici,
alle scorticate croste d’asfalto,
alle ruspe, che dentro,
come una sorpresa,
contengono un piccolo uomo
meravigliosamente fragile
e silenzioso.

……………………Oppure, con metodo
solitario, spiare nelle bocche
delle donne più vicine, contando
i tagli delle labbra, la consistenza
sotto i denti, se poi schiumassero
e quando, in un diverso gioco,
presa la testa tutta nelle mani,
se una di loro seguisse, e dire:
“amanti, amore”, e come,
per quale nuova,
solita ragione, per quale
fenditura logica, dove il corpo
passa, e ne incontra un altro, per la gioia
di rovesciarlo, quasi in silenzio,
o soffiando, o suonando la gola
come uno strumento, nel fitto
sfarzo del piacere.

 tombino ghiaccio

.

È quello che ti dico:
con grandi nuvole, e inquiete,
e qualche breve pioggia,
una colazione, un pranzo e una cena,
(un baccalà molto salato con patate)
e un film violento,
si è conclusa questa giornata,
che sembrava arenarsi, non portare
a niente, lasciarmi
fermo e smarrito
ad agitare un apparecchio radio
che non produce suoni.

Ho immaginato qualche atto risolutore.
Una maggiore coerenza sportiva.
Un viaggio improvviso, con pochi soldi
in tasca. Non ho voluto nemmeno
comprare un giornale.
Questo giorno ho vissuto così poco
che sarà impossibile ricordarsene.
Non ho neppure visto in volo
alzarsi un passero, un corvo.

poltrona

.

Era evidente che anche tutto questo (terzo) nuovo
discorso
che lui faceva a lei,
lavando anche i piatti del giorno prima
mentre lei disfaceva le valige del giorno prima
come se tutto fosse avvenuto solo il giorno prima
e si dovesse lavorare anni per sgomberare l’ingombro
del giorno passato
lui comunque aveva trovato
degli argomenti nuovi e strani
che introduceva con la medesima esitazione presente
nel secondo movimento del Quintetto con pianoforte di Dvořák
(op. 81 in La maggiore – Dumka, andante con moto)

così lui parlava, come ricalcando l’andante con moto
di Dvořák, l’esitazione struggente del pianoforte,
prima dell’avvento dei violini,
di ben cinque violini
anticipati per poco, fragilmente, dal tema del pianoforte
così, alla Dvořák, lui le parlava, di come avrebbe
messo in ordine la vita, la nuova vita del giorno dopo
perché dopo le valige, i piatti e gli altri
giorni che dovevano passare
– e ce n’erano molti, in continuazione, ancora –
finalmente sarebbero venuti, vaghi,
i restanti loro giorni a venire

rosa

.

Non era a voi che volevo parlare,
ma alcune cose dovevano essere dette, anzi
erano frasi, non so bene, che inizialmente
riguardavano proprio voi, non adesso,
dette allora semmai, e da ripensare dopo,
e ho l’impressione che manchino, sento
dolorosamente ora di non aver parlato
in quel preciso istante, quando c’era bisogno
che qualcuno le dicesse, e avrei potuto
farlo io, di filata, anche nel dubbio
che altri fossero i destinatari, non voi,
(ma chi allora? non altri erano presenti)
perché a pensarci bene, quelle cose,
e non so bene quali, io le avrei forse
anche dette, tra di noi, nelle molte occasioni,
quando ci siamo rivisti, a volte dopo mesi,
o anche il giorno stesso, perché basta
un breve intervallo a provocare quella necessità
di dire, che poi è dimenticata, tradita solo
perché abbiamo detto altro, o quando eravamo
molto vicini, abbiamo invece pensato: basta,
è ora di andar via, qui non c’è più nulla,
ma veramente più nulla da dire, è tardi,
sono stanco, non riesco neppure ad ascoltare,
così è andata sempre, per disgrazia, col tempo
finito, tutto quello rimasto fuori, o indietro,
o altrove, tutto quello, non si sa bene cosa,
che non è stato detto, ma era a voi, ad ognuno,
che volevo dirlo, di così importante, qualcosa

° ° °

[Si tratta di poesie di alcuni anni fa, che non sono entrate in nessun libro.]

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4 Responses to Prossimità

  1. jurij il 14 ottobre 2014 alle 14:51
  2. Daniele il 15 ottobre 2014 alle 22:22

    Sono piuttosto belle.
    db

  3. eugenio il 16 ottobre 2014 alle 10:45

    poesia per tentativi e in certi punti nostalgica della nostalgia, storie come di cinema francese, racconto in versi per accumulo, catalogo, montaggio, enumerazione della tenerezza declinata sui crinali lunghi temporali della nascita e del disfacimento corporeo, e insomma un’aperta rosa dei venti di tenerezza imbarazzata,poesia che non si accomoda e si costringe alla petulanza, addirittura, causa intoppo nella fluenza

  4. Lalo Cura il 16 ottobre 2014 alle 16:43

    damianismo di ritorno versione 2.0 intellectual side



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