Roger Casement. Il colonialista ribelle amato dagli scrittori

29 ottobre 2014
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casement
di Davide Orecchio

Rare esistenze scintillano oltre la morte materiale e, mostrandosi nella chiarità di un aspetto biografico oversize, contaminano altre vite, costringono all’ascolto, al ricordo e al racconto. C’è davvero chi col morire s’incapsula in un’epica già commestibile perché uno di noi ubbidisca al piacere della testimonianza e prenda a trasmettere finché altri raccoglieranno il segnale per rilanciarlo nel mai farsi brace, né cenere, del fuoco che un tempo fu un uomo o una donna.

Nell’elenco di coloro che hanno in sorte la durata entra Roger Casement che, poco meno di un secolo fa, e presto al mattino, fu impiccato. Nel carcere londinese di Pentonville eseguirono la sentenza di pena capitale per alto tradimento: il 3 agosto 1916. Ex diplomatico britannico e nazionalista irlandese, Casement fu condannato per aver cercato l’appoggio militare della Germania a una sollevazione che doveva portare all’indipendenza da Londra, ma che sfogò nella breve Rivolta di Pasqua repressa nel sangue a Dublino. Lui terminò in un cappio senza attenuanti. Eppure per primo aveva denunciato la carneficina del colonialismo nel Congo belga, lo schiavismo del caucciù (essenziale per l’industria dei trasporti che esplodeva tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento). Aveva poi smascherato la barbarie della raccolta di gomma naturale in Amazzonia, che quasi causò l’estinzione dei nativi del Putumayo. Un pioniere dei diritti umani, seppure tacitato con una violenza d’altri tempi, che letteralmente s’innamorò dei neri mutilati, e fu devoto agli indios torturati, e idiosincratico verso qualsiasi brutalità camuffata da civilizzazione, non ultimo il giogo sull’isola dove lui, Roger David Casement, era venuto al mondo. Persino alla più luminescente delle vite occorrono testimoni, però. Essere non basta, né essere stati, senza la parola di un altro. E qui Casement ha fortuna. Immaginiamo che quattro scrittori s’alzino in piedi e vengano nella luce della nostra attenzione per raccontare quest’uomo.

Joseph Conrad si fa avanti nell’eccidio del Congo. È il 1890. Porta ancora un nome polacco. Il capitano della Marina mercantile britannica Konrad Korzeniowski s’avvia a prendere il comando del «battello a ruota Roi de Belges». Risalirà il fiume Congo in una missione che l’indurrà alla fuga e a traslocare in Cuore di tenebra il proprio orrore per l’inferno del colonialismo. Ma adesso, non ancora Conrad, il giovane Konrad incontra il ventiseienne Roger Casement, che da anni vive e lavora in quest’Africa. L’irlandese potrebbe essere un personaggio di Heart of Darkness. Ha contribuito a colonizzare la regione. Eppure il rigetto è già cominciato.

heart of darkness

All’epoca «l’impresa con cui lavorava – ricorderà in seguito Conrad – stava reclutando mano d’opera. Lui conosceva bene le lingue parlate sulla costa. Facemmo insieme parecchie brevi spedizioni per “scambiare due chiacchiere” con i capivillaggio dei dintorni». La memoria prosegue: «In lui c’è anche qualcosa del conquistatore; perché l’ho visto partire in mezzo a una natura indicibilmente selvaggia facendo dondolare, come unica arma, un bastone da passeggio dal manico ricurvo, con due bulldog, Paddy (bianco) e Biddy (pezzato), alle calcagna, e un ragazzo loanda che portava un fagotto. Così, pochi mesi dopo, mi è successo di vederlo emergere di nuovo, un po’ più esile, un po’ più abbronzato, con il suo bastone, i cani e il ragazzo loanda, assolutamente sereno, come se stesse facendo una passeggiata nel parco (…) Ho sempre pensato che qualche particella dell’anima di Las Casas avesse trovato rifugio nel suo corpo indomabile».

Il secondo scrittore, Mario Vargas Llosa, varca la soglia della storia. L’ha studiata per anni. Ne ha visitato luoghi e memorie. Dedica a Casement un romanzo (Il sogno del Celta) che imprigiona Konrad, non più autore, nel supporting role della spalla.


Mario Vargas Llosa e Il sogno del Celta (link: 15/10/2014).

Konrad arriva «in Congo impregnato di tutte le fantasie e i miti con cui Leopoldo II aveva coniato la propria immagine di grande umanitario e di monarca impegnato nella civilizzazione dell’Africa». È l’irlandese ad aprirgli gli occhi sull’abiezione. Gli mostra i rapporti di forza, l’apparato schiavistico. Nel corso dei giorni e delle settimane, gl’insegna la morte. Al momento del commiato tra i due, Korzeniowski ammette (grazie alla penna di Vargas Llosa): «Lei mi ha sverginato, Casement. Su Leopoldo II, sullo Stato Indipendente del Congo. Forse, sulla vita». Anni dopo torneranno a incontrarsi, ma ora le strade si separano. Il polacco sale sul suo vaporetto, l’irlandese prende il cammino della testimonianza che lo porta a diventare «amico dei negri» e principale accusatore del colonialismo europeo. Il 1903 è l’anno nel quale, nominato console britannico, ispeziona l’entroterra del Congo e resoconta le torture, le mutilazioni, gli stupri, i rapimenti e gli assassinii commessi dai legionari della Force Publique ai danni di una popolazione nativa asservita alla raccolta del caucciù.

«Chiudeva gli occhi – scrive Vargas Llosa – e, in quel vortice vertiginoso, apparivano e riapparivano quei corpi d’ebano dalle cicatrici rosseggianti come piccoli serpenti che fendevano le loro schiene, le natiche e le gambe, i moncherini di bambini e vecchi nelle loro braccia troncate».

Il suo Rapporto, consegnato al governo britannico, offre le violenze al dominio pubblico, suscita scandalo, dubbi, ripensamenti su cosa sia la relazione tra l’Europa e l’Africa. Poi tutto accelera. La notorietà. Gli insabbiamenti. I colpevoli impuni. La delusione. La fondazione della Congo Reform Association assieme al giornalista Edmund Morel. La carriera diplomatica. L’impegno politico in Irlanda. Un nuovo compito. È il 1910. Casement, «specialista in orrori», guida una commissione incaricata dal governo britannico di far luce sugli abusi commessi nelle caucherias del Putumayo, nell’Amazzonia peruviana, entro i possedimenti della Peruvian Amazon Company. Scopre un’ulteriore carneficina, la decimazione degli indios. Il suo Libro azzurro (1912) accusa il sistema delle correrias: retate per il sequestro di uomini e donne da usurare nel bracciantato; e denuncia la tratta di bambini per le servitù domestiche.

Uomini Putumayo (Fondo Casement, National Library of Ireland catalogue.nli.ie)

Uomini Putumayo (Fondo Casement, National Library of Ireland)

«C’erano anche dei ragazzini, alcuni dei quali avevano sei o sette anni, completamente nudi, poveri cari esserini dagli occhi dolci e gentili e lunghe ciglia, spesso con 30 o più libbre sulle loro minuscole schiene. (…) Un ragazzino minuscolo di non più di otto anni (…) aveva la piccola schiena e le cosce ricoperte di cicatrici – larghe tracce di frustate e colpi di sferza. (…) Povero peruviano, povero indiano del Sud America! Il mondo pensa che il commercio degli schiavi sia stato eliminato un secolo fa! La peggior forma di commercio degli schiavi e di schiavismo (…) che le tante atrocità africane hanno fatto nascere, si perpetua qui in modo sfrenato da trecento anni, così che quel poco che rimane di una popolazione che un tempo era costituita da milioni di persone adesso si sta estinguendo davanti alle porte di una società britannica, sotto i colpi di frusta, le catene, le pallottole, il machete, in modo da dare agli azionisti un dividendo».
(Dal Diario del Putumayo)

Senza più la corazza offerta dall’ignoranza, senza pelle, cresciuto in un essere empatico e sintonizzato sulla vittima, Casement torna in Europa con progetti di rivolta e liberazione che una semplice domanda – ancora nel racconto di Vargas Llosa – propelle: non è forse «anche l’Irlanda una colonia, come il Congo?». Teorizza la sedizione, immagina un’alleanza con la Germania, un’invasione militare tedesca fin sulle coste britanniche che distragga i dominatori e consenta agli irlandesi di liberarsi. Si trasferisce a Berlino mentre scoppia la Prima guerra mondiale. Tratta l’alleanza coi tedeschi. Mette in piedi una scarsa brigata di irlandesi. Ma non ottiene l’appoggio militare cercato. Per questo, portando il messaggio No German help available, che impedirà la sollevazione dell’intera Irlanda ma non quella di Dublino, ritorna precipitosamente nella sua isola, dove gli inglesi lo catturano. A Londra lo processano e condannano a morte. Casement ricorre in appello. Una campagna pubblica, cui aderiscono George Bernard Shaw e Arthur Conan Doyle, invoca clemenza.

Conrad, però, rifiuta di aiutare il vecchio amico:

«Era un buon compagno – scrive in una lettera -, ma già in Africa mi convinsi che fosse un uomo, propriamente parlando, senza testa. Non intendo stupido. Intendo dire che era tutto emozioni (rapporto sul Congo, sul Putumayo ecc.). È andato avanti grazie alla mera forza emotiva e la sua natura puramente emotiva l’ha distrutto».

CasementMentre lo scrittore polacco esce di scena, improvvisamente appare il dispositivo che procura la morte di Casement: un gruppo di diari recuperati nel suo appartamento. I Black Diaries. Riportano date, descrizioni, annotazioni delle somme pagate in numerosi incontri sessuali con giovani uomini (strumenti per il suo piacere; anche questa, in fondo, un’attitudine da “conquistatore” europeo), sia in Africa sia in Sud America. Il consulente legale del ministero dell’Interno consegna a Londra due memorandum dove osserva che i diari «dimostrano che per anni [Casement] è stato dedito alle peggiori pratiche di sodomia», dunque «sarebbe (…) saggio, da ogni punto di vista, consentire che la legge segua il suo corso e usare, tramite mezzi giudiziari, questi diari per impedire che Casement divenga un martire». Londra li fa circolare negli ambienti che potrebbero aiutarlo a salvarsi, e lo isola. La campagna a suo favore s’indebolisce. Auspicate richieste di clemenza da Washington e dal Vaticano non arrivano. È la sua fine. L’omosessualità lo condanna. La pena di morte viene confermata. Sul conto dei diari circolerà per decenni la tesi del falso: una creazione dei servizi segreti britannici per disfarsi di un nemico. Una perizia sembra aver dimostrato l’autenticità della calligrafia e delle pagine. Eppure i dubbi restano, c’è ancora chi sostiene la teoria della contraffazione.

Agostinho «non rasato, circa il 21 o il 22», Pepe «comprato sigarette», «Molto fiato & veloce spinta enorme. Amato in modo possente. Dentro tutto Profondo X».
(Frammenti dal Black Diary)

Quanto a Vargas Llosa, lo scrittore peruviano ha raccontato fin qui un paladino di nativi e oppressi, ma dinanzi ai Black Diaries si perde in timidezze: da un lato nega che Casement annotasse fatti veri (piuttosto inventava gli incontri sessuali, «faceva l’amore da solo» – ipotizza Vargas Llosa -, s’immergeva in «finzioni»), dall’altro addebita le «pestilenti oscenità» raccolte nei diari agli «angeli e demoni» che si mescolano nella personalità di ogni essere umano. Con tutti i suoi dubbi, il premio Nobel s’allontana da noi. Ed entra il terzo scrittore. Una notte, in Inghilterra, chiusa una tappa della sua escursione a piedi sulle coste e le colline del Suffolk, ascoltando una trasmissione che la BBC dedica a Casement, W.G. Sebald s’addormenta e sogna l’irlandese.

«Le immagini della pellicola – scriverà poi ne Gli anelli di Saturno – mi avevano catturato, e tuttavia (…) non tardai a cadere in un sonno profondo. Mentre la mia coscienza a poco a poco veniva meno, io continuavo a sentire con assoluta chiarezza ciascuna delle parole pronunciate da colui che narrava la storia».

Con maggiore empatia rispetto a Conrad e Vargas Llosa, Sebald “vede” Casement:

«Non era disposto a mettersi dalla parte del potere; anzi, era sempre più interessato alla natura e all’origine di questo potere». Dunque, osserva Sebald, «forse proprio in virtù della sua omosessualità Casement seppe riconoscere, di là dai confini delle classi sociali e delle razze, l’oppressione, lo sfruttamento, l’asservimento e la riduzione a rottame umano costantemente perpetrati ai danni di coloro che si trovavano a insuperabile distanza dai centri del potere».

Una tesi ripresa dal quarto e ultimo autore, l’irlandese Colm Tóibín, che dedica al suo connazionale tre documentati saggi critici (vedi box sotto). Tóibín non ha dubbi: Casement «è un eroe gay»:

«Amava la gente del Congo e gli indiani dell’Amazzonia. Durante il giorno scriveva le sue annotazioni e progettava strategie per tirare dalla sua parte il governo inglese in modo da poterli aiutare e quando scendeva la notte (…) voleva accarezzarli e fare l’amore con loro nel modo che più poteva dargli piacere».

Su un ponte gettato oltre i detriti plurisecolari del cattolicesimo, della frustrazione e della liberazione sessuale, avviene la consegna di una medaglia al valore:

«Io ammiro Casement proprio per i suoi diari – scrive Tóibín, e sembra che lo stia gridando –. Ammiro il carattere del suo desiderio, della sua passione, della sua complessità erotica, della sua apertura, la sua doppiezza, la sua energia sessuale».


1965, I funerali di Stato di Roger Casement (link: 15/10/2014).

«Se trattiene il respiro, sarà più rapido, sir». Seguì il consiglio del boia e in breve morì. Un medico esplorò ano e intestino del suo cadavere, così da verificare e confermare le pratiche omosessuali. I resti di Casement furono sotterrati in una fossa senza lapide, croce né bara. Solo nel 1965 tornarono in Irlanda.


***

I libri

Joseph Conrad, Heart of Darkness 1902 (Einaudi 2005, traduz. di Alberto Rossi, 1924, con testo originale a fronte). I brani dai diari del Congo e dalle lettere di Conrad sono riportati da Colm Tóibín in A Whale of a Time, «London Review of Books» (LRB), Vol.19, No. 19, 2/10/1997, pp. 24-27 (il saggio è poi confluito in Amore in un tempo oscuro: vite gay da Wilde ad Almodóvar, Fazi 2003, pp. 78 sgg., nuova ediz. Bompiani 2014, traduz. di Pietro Meneghelli; da quest’opera sono tratti i due brani dei diari di Casement citati sopra). Di Tóibín si veda anche The Tragedy of Roger Casement, «New York Review of Books», Vol. 51, No. 9, 27/5/2004, e A Man of No Mind, LRB, Vol. 34, No. 17, 13/9/2012, pp. 15-16. Quest’ultimo saggio è un’ampia recensione del romanzo di Mario Vargas Llosa, Il sogno del Celta (da cui sono tratte le ultime parole del boia citate sopra), Einaudi 2011, traduz. di Glauco Felici. I passi di W.G. Sebald sono tratti da Gli anelli di Saturno: un pellegrinaggio in Inghilterra (Bompiani 1998, nuova ediz. Adelphi 2010, traduz. di Ada Vigliani). Per approfondire la vicenda di Casement si può partire da Séamus O Síocháin, Roger Casement: Imperialist, Rebel, Revolutionary, The Lilliput Press Ltd 2008. Si vedano anche: Jeffrey Dudgeon, Roger Casement: The Black Diaries , Belfast Press 2002; Angus Mitchell, Sir Roger Casement’s Heart of Darkness: The 1911 Documents, Irish Manuscripts Commission 1999; Séamus Ó Síocháin e Michael O’Sullivan, The Eyes of Another Race: Roger Casement’s Congo Report and 1903 Diary, University College Dublin Press 2003; W.J. McCormack, Roger Casement in Death, or Haunting the Free State, University College Dublin Press 2003.

(Una versione più breve di questo articolo è stata pubblicata su Pagina99 il 21 giugno 2014)

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14 Responses to Roger Casement. Il colonialista ribelle amato dagli scrittori

  1. jan reister il 29 ottobre 2014 alle 09:27

    Bellissimo ritratto, non lo conoscevo e sono rimasto conquistato dall’incontro di Casement con Conrad. Bravo Davide.

  2. francesca fiorletta il 29 ottobre 2014 alle 09:51

    (E il Rapporto è davvero importantissimo, e inquietante!)

  3. sparz il 29 ottobre 2014 alle 09:54

    Davide, l’incipit di questo post è irresistibile, bellissimo, grazie di tutta questa storia di cui nulla sapevo.

  4. Andrea Raos il 29 ottobre 2014 alle 11:24

    Bellissimo Davide, grazie.
    Una figura che ricorda un po’ Savorgnan di Brazzà, forse?

    • davide orecchio il 29 ottobre 2014 alle 17:49

      è vero. Siamo quasi alle Vite parallele, direi.

  5. francesco forlani il 29 ottobre 2014 alle 12:14

    eccellente post, Davide, come sempre. effeffe

  6. orsola puecher il 29 ottobre 2014 alle 13:51

    E’ sempre un vero piacere e una scoperta leggere Davide Orecchio.
    Grazie!

    Un po’ di zapping via google book sull’affascinante The Amazon Journal of Roger Casement ed emerge un vero e proprio sosia del Kurtz di Cuore di Tenebra:
    Armando Normand [ nome quasi anagrammatico ] nel capitolo Matanzas.
     

     
    ,\\’

  7. davide orecchio il 29 ottobre 2014 alle 17:51

    Vi ringrazio per l’apprezzamento.

  8. Silvia Contarini il 29 ottobre 2014 alle 18:42

    mi unisco al coro di apprezzamenti

  9. diamonds il 29 ottobre 2014 alle 18:44

    io vorrei denunciare la colonizzazione ad opera degli alieni che ci riguarda(mi basta ascoltare il finanziere Serra e fare 2 più due)

    https://www.youtube.com/watch?v=plFmrBL5dN0

  10. véronique vergé il 29 ottobre 2014 alle 21:43

    Forte. Un ritratto come un puzzle letterario. Non conoscevo Roger Casement.
    L’articolo è originale, potente.
    Sebald: una pista da seguire.

  11. andrea inglese il 30 ottobre 2014 alle 18:59

    Mi unisco ai complimenti e ai ringraziamenti, Davide.

  12. stefania il 2 novembre 2014 alle 14:21

    bellissimo davvero! soprattutto la dichiarazione ad eroe di Tobin

    • davide orecchio il 3 novembre 2014 alle 10:10

      Sono d’accordo con te su Colm Tóibín. I suoi tre saggi sono davvero le pagine migliori, assieme a quelle di Sebald, per entrare nella storia di Casement: una scrittura documentata ed empatica, il “punto di vista” che mi ha convinto di più.



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