Su “Parole di Elisa” di Marco Mazzi

29 ottobre 2014
Pubblicato da

Di Alessandro De Francesco

[Marco Mazzi, Parole di Elisa. Storia di una ragazza dell’Europa dell’Est, Maschietto Editore, Firenze, € 8.00, 56 pagine]

Parole di Elisa è un libro importante, che dev’essere segnalato, letto e meditato. Parole di Elisa è frutto di ore di dialogo registrato tra l’autore, che si definisce in realtà “curatore” per sottolineare l’a-soggettività del dispositivo che caratterizza il libro, ed Elisa, una ragazza ucraina che ha accettato di raccontare la sua storia, dall’infanzia nel suo Paese di origine alla vita in Italia, segnata dalla prostituzione. Questo libro non è né un romanzo, né un documentario, si tratta piuttosto di un lavoro di scrittura concettuale o, nei termini pratico-teorici esplorati di recente da chi scrive, di un esempio magistrale di Language Art, ovvero di un’opera in cui il testo è trattato come un materiale plastico, salvo che di tipo unicamente verbale anziché oggettuale.

La densità e la semplicità popolano il linguaggio quasi durasiano, paratattico, di quest’opera che contribuisce a ridefinire la nozione stessa di autore: se il registro adottato da Mazzi risuona con il linguaggio con cui Elisa si dev’essere espressa durante le interviste, l’impurità del parlato è annullata dall’eleganza cruda e brachilogica dello scritto, che è una sorta di sintesi estrema, ridotta all’osso, della trascrizione dei dialoghi tra Elisa e Mazzi. Cosicché, un po’ come nei libri di Christophe Hanna firmati La Rédaction, né Elisa né Mazzi possono essere in fondo detti autori del libro, e questo per una ragione contenutistica ed espressiva precisa: la storia di Elisa è universale. La storia di Elisa, raccontata senza compiacimento romanzesco e lontanissima da una qualsivoglia forma di denuncia giornalistica, è l’eziologia lacunare della vita di una giovane donna che, da un’infanzia di povertà e violenza familiare, si ritrova quasi per caso in Italia a vendere il proprio corpo seguendo il percorso della sorella maggiore, alla cui figura il racconto dedica ampio spazio. Il racconto è di una durezza quasi insopportabile anche e soprattutto perché tutti i clichés che potrebbero venire in mente sulla vicenda di una prostituta dell’Europa dell’Est sono assenti, o meglio sono ridefiniti dalla precisione con cui l’esperienza di Elisa è raccontata nella sua singolarità. In altre parole, l’universalità di questa storia di dolore umano e sociale è data dall’unicità dell’esperienza vissuta. La sua genericità coincide con la sua singolarità. La verità è data dalla vicenda in sé, e, per rispecchiamento, la verità è quella del determinismo sociale e psichico in epoca “post-capitalista”, nei termini della breve e delucidante nota posta da Mazzi alla fine del libro: “Le parole di Elisa non appartengono a un autore o a un curatore, ma sono ricondotte alla collettività e al contesto sociale, politico ed economico in cui un individuo si trova ad abitare, agire ed essere determinato” (p. 54).

Parole di Elisa è la storia di una giovane donna che pur non rinunciando a vivere, a capire e a sentire è divorata dal suo stato di minorità, dalla sua origine, e dal bisogno, per sopravvivere, di creare una distanza irreversibile da un dolore che altrimenti la ucciderebbe o la paralizzerebbe. La parabola di Elisa non si limita per questo neanche ad essere una storia di una prostituta, perché rinvia alla tendenza umana – generalizzata nel contesto sociale globalizzato indipendentemente dalla provenienza geografica o dal grado di istruzione – ad allontanare il dolore e a trasferire la paura da esso generata su comportamenti e dispositivi. Significativo a tale proposito il passaggio in cui Elisa racconta alcuni dei sui sogni, dove ricorrono denaro e telefoni cellulari, oggetti la cui centralità non è dovuta né al suo stato sociale, né alla sua professione, né alla sua provenienza, ma che popolano, con la stessa identica funzione di détournement psichico dal dolore, la vita di tutti noi.

Il libro è suddiviso in brevi capitoli e, idealmente, in parti nelle quali è possibile identificare alcuni accenti tematici: l’inizio, dedicato all’infanzia e alla vita in Ucraina, è seguito dall’adolescenza e dal trasferimento in Italia; il racconto di Elisa si concentra poi sul rapporto con la sorella e con i clienti, quindi su sogni e desideri, con la ricorrenza di alcuni Leitmotive: oltre al denaro e ai cellulari, la passione per l’astrologia, i diversi tipi di violenza con familiari e clienti, la malattia psichica della sorella. Ma in realtà tentare di riassumere le tematiche, cosí come citare alcuni passaggi, cose che si fanno tipicamente in una recensione, non sono metodi che si addicono al flusso continuo di episodi, pensieri e dettagli forniti da Elisa, in un corpo verbale unico benché elusivo e lacunare, la cui totalità e la cui potenza non sono appunto separabili dalla specificità della storia in esso raccontata. Tutte le parole, tutte le frasi di questo libro sono necessarie, niente manca né è di troppo, e la struttura del suo dispositivo segna l’inevitabile fallimento di ogni tentativo di ridescrizione. Non ci sono recensioni né riassunti che tengano, c’è solo questa storia da leggere interamente, questa storia in particolare, che è tutte le storie possibili, anzi la possibilità di tutte le storie all’interno del contesto sociale e umano che fa esistere questa persona con la sua vicenda di vita e che la rende necessaria, anzi indispensabile.

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2 Responses to Su “Parole di Elisa” di Marco Mazzi

  1. rmorresi il 30 ottobre 2014 alle 15:49

    Non so se questa cosa che non se ne può citare niente-niente mi incuriosisce o mi irrita di più – ma forse capisco. Mi ricordo che anni fa mi colpì molto leggere una intervista a Slavenka Drakulic in cui l’autrice diceva di aver intervistato decine di sopravvissute ai campi di sterminio in Bosnia e di aver trovato (vado a memoria) “troppo distacco”, per questo si era decisa a NON scrivere il romanzo documentario che intendeva ma una fiction in cui far passare, appunto, tutto il dolore che NON aveva sentito – il che mi aveva colpito come operazione lievemente cannibalistica. Ecco, mi pare che qui il progetto sia decisamente opposto, e questo me lo rende interessante.

  2. rmorresi il 30 ottobre 2014 alle 16:01

    lapsus (significativo): *campi di stupro



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