Sul decentramento. Qualche ipotesi di applicazione dentro e fuori la traduzione

30 ottobre 2014
Pubblicato da

di Ornella Tajani

 

Tradurre è come andare in analisi, solo che costa di meno, scrive Henri Meschonnic. Probabilmente ha ragione, ma in realtà già leggere le sue opere di linguista e critico della traduzione, provando a spostarsi dalla traccia teorica all’esempio pratico, presenta difficoltà simili a quelle di un percorso terapico, nel momento in cui occorre passare dall’individuazione del sintomo all’applicazione di un metodo di trattamento.

Nelle sue Proposizioni per una poetica della traduzione, Meschonnic definisce la traduzione, in quanto scrittura di una lettura-scrittura, come l’avventura storica di un soggetto. Il percorso del soggetto può articolarsi intorno a due cardini opposti: il decentramento (décentrement) e l’annessione (annexion). Il decentramento è «un rapporto testuale tra due testi in due lingue-culture», mentre l’annessione è l’eliminazione di questo rapporto, come se il testo nella lingua di partenza fosse scritto nella lingua d’arrivo: è l’illusione del “come-se”. A suo avviso, un testo si pone sempre a una determinata distanza dal soggetto: una distanza che può essere esposta o nascosta. Non bisogna annullarla, importando l’universo dell’altro nel nostro o esportando il nostro nel suo, ma riconoscerla e rispettarla. Il decentramento porta a esporre la distanza, l’annessione invece a nasconderla. Decentrarsi significa spostarsi per collocarsi al centro della lingua-cultura dell’altro, al centro del suo testo, senza dimenticare il proprio universo di partenza.

Ma che significa, nel concreto, tradurre «decentrandosi»? Dato che l’esempio non è facile a trovarsi, procederò per tentativi: un aneddoto preliminare, un decentramento nella ricezione della traduzione e un ipotetico esempio più pratico.

In Le Coq et l’Arlequin Jean Cocteau racconta di una notte in cui, poco tempo dopo la scandalosa prima parigina di Le sacre du printemps, andò a fare una gita notturna al Bois de Boulogne insieme a Stravinskij, Nijinski e all’impresario Diaghilev. Mentre erano lì, Diaghilev iniziò d’un tratto a «biascicare in russo». I suoi connazionali lo ascoltarono estasiati e Cocteau, che non conosceva la loro lingua, scoprì infine che si trattava di una poesia di Puškin. Chiese agli amici di tradurgliela; Stravinskij ci pensò un po’ e poi concluse che era impossibile: «troppo russo». Altrove, in La difficulté d’être, Cocteau torna su quest’aspetto dell’intraducibilità di Puškin, scrivendo che, quando il poeta usa la parola “carne”, il termine non si limita più a significare “carne”, ma riesce “a fartene sentire il sapore in bocca”; per dirla con Meschonnic, è dunque all’interno della lingua-cultura di Puškin che la parola “carne” assume un particolare rilievo.

È stato notato che l’episodio della gita notturna è probabilmente un po’ infarcito della fantasia del narratore; tuttavia il Cocteau più Cocteau di tutti è forse proprio quello che, nei suoi appunti diaristici, aggiusta la realtà rendendola più affascinante. Considerate le etichette con cui classificava le sue opere – poésie de roman per i romanzi, poésie de théâtre per i drammi, poésie plastique per le sculture, ecc. -, alcuni suoi aneddoti potrebbero essere definiti poésie biographique. Al di là di questo, a me sembra che, proprio mentre delinea l’unicità del poeta russo, e la sua conseguente intraducibilità, Cocteau stia invece compiendo il primo passo verso una sua possibile traduzione: senza conoscere la lingua, dopo aver chiesto svariate volte ai suoi amici russi – piuttosto refrattari, come si è visto – di tradurgli le sue poesie, si è formato un’idea di cosa rende Puškin unico; nonostante il paradosso dell’ignoranza della lingua russa, ha saputo decentrarsi e comprenderlo. Non si spiegherebbe altrimenti la sua fissazione per un poeta che non poteva capire se non tradotto. Cocteau è infine riuscito a intendere cosa contiene la parola “carne” utilizzata da Puškin: il contatto è stabilito, la distanza riconosciuta, la traduzione possibile.

Passando alla ricezione, a un recente convegno sulla traduzione poetica cui ho partecipato l’intervento di chiusura verteva su traduzioni le cui lingue interessate erano l’inglese e il francese; come altri prima di lei, la relatrice aveva distribuito degli handout con i testi in versione originale e tradotta, divisi in due colonne. Nonostante lei avesse fatto sin dall’inizio i nomi dell’autore e del traduttore, entrambi noti, soltanto quando ha esplicitamente menzionato lo stratagemma adottato la platea si è accorta di avere davanti agli occhi la traduzione nella colonna sinistra della tabella e l’originale in quella di destra: André Frénaud a destra, tradotto da John Montague a sinistra, il che sovvertiva la divisione abituale per la quale, come in ogni edizione bilingue in commercio, il testo in lingua di partenza è a sinistra e quello in lingua d’arrivo a destra. Inoltre, all’inizio dell’handout compariva il nome del traduttore ma non quello dell’autore, e solo nell’ultima pagina, sotto la versione tradotta, c’era scritto “after André Frénaud”, “da (un testo di) André Frénaud”. Non più “traduzione di”, quindi, ma “originale di”.

Un cambiamento così apparentemente banale ha provocato una sotterranea sommossa: «non si fa così», «non si è mai fatto» oppure «non si può fare» è stato il pensiero, e non solo, di alcuni dei partecipanti al convegno. A me sembra proprio questo quel che c’è da intendere con decentramento: spostarsi dal centro di una lingua-cultura al centro di un’altra lingua-cultura, senza nascondere la distanza, ma palesandola – e mai distanza fu più palese che in una traduzione con testo a fronte. In questo caso, lo spostamento cui si faceva cenno prima è letterale: istintivamente, lo sguardo del pubblico ha considerato il testo a destra in un rapporto di dipendenza da quello a sinistra. Qualsiasi aller-retour fra le parole riportava al testo nella colonna di sinistra dove, però, c’era la traduzione invece dell’originale; stava al lettore invertire il suo andamento di lettura. La proposta era naturalmente provocatoria e volutamente, visivamente “disturbante”: l’invito era a considerare le due versioni della poesia come due scritture parallele, due creazioni di eguale valore, spostandosi da un centro all’altro.

Questo meccanismo di decentramento nella ricezione della traduzione mi sembra suggerire anche la strada per la sua produzione, o creazione. Bisogna tradurre quello che le parole fanno, scrive Meschonnic, non quello che dicono; e ricordare che in ogni caso spesso non capiremo ciò che le parole ci fanno, perché è lì che sta la poesia. Prendiamo una battuta della pièce L’aigle à deux têtes di Cocteau. Il dramma ruota intorno a una regina eccentrica e insopportabile che, dopo la morte del marito, ha deciso di non mostrarsi in pubblico se non col volto velato. Nella prima scena compaiono Édith, la sua dama di compagnia, l’unica alla quale lei continui a mostrarsi, e Félix, il conte suo amico. D’un tratto Félix rivela che un giorno, di nascosto, è riuscito a rivedere il viso della regina; racconta l’episodio e conclude: «Je n’oublierai jamais ce spectacle. Elle rayonnait de poignards comme une vierge espagnole» (alla lettera: «Non dimenticherò mai quello spettacolo. Irraggiava pugnali come una vergine spagnola»). Al di là della soluzione traduttiva che si vorrà scegliere, e nonostante fuori dal contesto sia più difficile apprezzarne il testo, è evidente che il potere di questa battuta sta nell’emanare luce: il riferimento a una probabile raffigurazione pittorica di una madonna arriva al lettore ben dopo il bagliore provocato dall’immagine della regina che, a volto scoperto, avanza nel corridoio dove si svolge la scena narrata da Félix; così come soltanto in terza o quarta battuta verrà da chiedersi perché Cocteau parli di pugnali. Mi sembra un caso in cui è semplice capire cosa intende Meschonnic quando parla di tradurre, prima del loro significato, «quello che le parole fanno». Se il decentramento sta nell’individuarlo, il riconoscimento della distanza serve a non riempire di senso quello che invece sfugge per il semplice motivo che noi non siamo Cocteau (riempire di senso, in questo caso, può significare anche solo provare a indovinare quale immagine avesse esattamente in testa Cocteau quando ha scritto questa battuta). Come nell’unione matematica di due insiemi, dato l’insieme X, cioè la lingua-cultura di partenza, e l’insieme Y, cioè la lingua-cultura d’arrivo, l’intersezione, cioè la parte comune, quella che alle elementari veniva colorata d’azzurro, sarà la traduzione, che non fingerà di ignorare la differenza simmetrica dei due insiemi, ossia le parti che restano al di fuori dall’intersezione.

L’abbattimento della centralità del soggetto-autore-critico è il fulcro di un dibattito che coinvolge vari studi, dall’antropologia, alla sociologia, alle letterature comparate; all’interno del campo letterario sono proprio i translation studies ad assumere un ruolo sempre più importante, in quanto disciplina trasversale, bidirezionale, che si fonda su un necessario “spostamento” del critico da quello che era il suo centro originario. Decentramento e distanza sembrano assumere un ruolo chiave nel ripensamento dell’identità attraverso il confronto con l’alterità, e il termine “traduzione” può dunque prestarsi a includere qualsiasi tipo di interpretazione dell’alterità: la lingua-cultura contiene un’idea di mondo. Anche per Meschonnic la teoria del linguaggio è un’avventura antropologica, e un testo in fondo è l’espressione scritta di un soggetto. In questo senso allora l’annessione può essere intesa come l’istinto di qualsiasi individuo a relazionarsi con l’altro unicamente sulla base di ciò che è la sua esperienza: sulla base cioè di un’esperienza pregressa, che mina – quando non esclude – l’incontro vero, la conoscenza. Un rischio dell’annessione, fuori e dentro la traduzione, è ad esempio quello dell’ossessività: ingigantire il dettaglio alla ricerca dell’equivalenza perfetta fra due parole (così come della completa comunione d’intenti fra due persone) porta a perdere di vista che gli insiemi, per quanto uniti, sono due – due mondi, l’identità e l’alterità o, sfruttando la dicotomia traduttologica, che rende particolarmente bene se applicata al processo di conoscenza dell’altro: il mondo di partenza e quello d’arrivo.

Il decentramento, che è in sé un viaggio, scongiura invece il rischio dell’ossessività, della parola (o del dettaglio) che contiene un mondo: il mondo è, semplicemente, l’altro, e il testo da lui prodotto – così come il suo essere intero – è la sua avventura, o narrazione. Il decentramento implica la presa di coscienza della distanza che separa un individuo dall’altro: è rispettando questa distanza che si può comprendere l’alterità nella sua completezza. Né importare, né esportare, come detto sopra, ma provare a capire l’altro dall’interno, per citare Antoine Berman.

È sempre Berman a creare un’espressione che di nuovo collega la traduzione alla sfera psicanalitica: la «distanza intima» è quella che permette di vedersi, di confrontarsi, vicini e paralleli – ma non sovrapposti – come testo e traduzione in un’edizione bilingue. Probabilmente, al di là di tutto, è un esercizio utile, quello di provare, di tanto in tanto, a ripensare la propria identità spostandosi nella colonnina di destra.

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13 Responses to Sul decentramento. Qualche ipotesi di applicazione dentro e fuori la traduzione

  1. abeppe il 30 ottobre 2014 alle 09:25

    Interessante contributo, ma come quei pochi che ho letto, molto teorico. Anzitutto, si parla di testi letterari, e non tecnici. Primo limite. Secondo limite, il tempo. Nella mia esperienza, ho quasi sempre avuto molto poco tempo per tradurre, e quindi molto poco tempo per riflettere e decentrarmi, se volete. L’obiettivo principale era consegnare in tempo, e tutti le altre considerazioni venivano fatte tenendo conto di questo fattore. Inoltre, in un caso specifico quello che mi veniva chiesto era una traduzione il più possibile leggibile e scorrevole nella lingua obiettivo, in questo caso l’italiano. Quindi, altro che decentramento, il fattore più importante era l’annessione (se ho capito bene il testo qui sopra). Nella traduzione dovevo far sparire quanto di tedesco c’era nell’originale. E qui si giunge alla questione della lingua: come mai i contributi di traduttologia (orribile termine) che leggo più spesso trattano di traduzione da una lingua indeuropea a una lingua indeuropea? Capirete quindi il mio scetticismo. Interessante, la letteratura sulla traduzione, ma troppe volte staccata dalla pratica di traduzione.

    • ornella tajani il 30 ottobre 2014 alle 11:23

      Caro abeppe, indubbiamente il mio testo considera soltanto la traduzione letteraria, che rappresenta il campo principale degli studi di Meschonnic sulla traduzione. Avrei in effetti dovuto specificarlo nel titolo.
      E’ chiaro che il discorso sul decentramento implica un’enorme attenzione verso il testo di partenza, che viene meno nel momento in cui i tempi sono stretti o le direttive del committente vanno palesemente in un altro senso.
      Non direi che si parla sempre e solo di traduzione fra lingue indoeuropee: se ne parla molto spesso perché qualsiasi riflessione sulla traduzione prende di solito le mosse dalla pratica, e i traduttori di lingue indoeuropee sono più numerosi. Ma ci sono ormai svariati studi che riguardando anche altre lingue, Meschonnic ad esempio lavora molto su esempi di traduzione dall’ebraico.

  2. diamonds il 30 ottobre 2014 alle 14:31

    Il transfert nel deserto(ok, mi son perso)

    http://youtu.be/sEJzAM04k5o

  3. rmorresi il 30 ottobre 2014 alle 15:28

    Contributo molto interessante. Io trovo fondamentale la ricerca di Meschonnic sul ritmo come “organisation du mouvement de la parole dans l’écriture” – e quindi chiave per un approccio alla traduzione che possa superare la dittatura del segno e le annose dicotomie tra sourciers e ciblistes. A mio parere in qualche modo utile anche per chi fa traduzione tecnica (anche i testi scientifici hanno una loro specifica prosodia).
    Ma qui quel che mi piace molto è come Tajani faccia del pensiero di Meschonnic l’occasione per uno spostamento (una amplificazione?) della posizione del(lo) (sguardo) critico. Bello, brava, ancora :)

    • ornella tajani il 30 ottobre 2014 alle 19:07

      Ti ringrazio, Renata. Anche per me la questione del ritmo è l’aspetto più interessante e ricco di implicazioni nella teoria di Meschonnic. E, proprio rivedendo alcuni suoi scritti, il ritmo in sé inizia a sembrarmi sempre più spesso una chiave per molti e diversi tipi di letture : )

      • daniele ventre il 30 ottobre 2014 alle 20:04

        Anche se nella quasi totalità delle traduzioni di testi di poesia, l’interazione fra ritmo, ductus, metrica, viene obliterata dalla prassi omologante e domesticatoria della versione alineare.

    • abeppe il 31 ottobre 2014 alle 10:52

      Mi ero dimenticato quanto poteva essere interessante una discussione su questi argomenti, spesso i commenti sui blog non diventano discussioni. Grazie all’autrice e agli commentatori! Quando parlavo di testi tecnici, mi riferivo proprio a testi tecnici, non scientifici (quindi a contratti bancari, d’assicurazione, o materiale tecnico di telefonia, per esempio). Inoltre, un ambito che non si prende in considerazione per questo tipo di testi è l’utilizzo di software CAT, che standardizzano parecchio la traduzione. Rispetto alle lingue indeuropee o meno, nel caso dell’ebraico si tratta comunque di una lingua che appartiene sì ad un’altra famiglia, ma i cui testi pur sempre condividono un retroterra culturale più vicino a quello occidentale (categoria, lo so, forse da evitare). Sulla questione del ritmo e della versificazione, vorrei chiedere la vostra opinione. Nel caso della letteratura sanscrita, in alcuni generi letterari l’utilizzo di un particolare tipo di metro, molto diffuso, è dovute non ad una scelta estetica, ma pragmatica (memorizzazione). Oppure è diventato talmente standard il suo utilizzo da essere preso come unità di misura del pagamento degli scribi (le 32 sillabe di una strofe in questo metro formano un’unità). Personalmente, in questo caso non trovo assolutamente fuorviante la scelta di tradurre testi scritti in questo metro in prosa, rendendo in versi le strofe in altri metri presenti in un testo — visto che in questo caso la volontà di differenziazione e la funzione estetica del metro sono evidenti.

      Una domanda che mi sorge spontanea: anche se volessi tradurre in versi, quali metri della tradizione italiana dovrei scegliere? Quali forme strofiche? Dovrei forse darmi all’endecasillabo libero? Non saprei, ogni scelta porterebbe con sé un bagaglio culturale troppo ingombrante.
      Perdonatemi se i miei commenti a volte sono molto terra terra, ma non mi sono occupato di teoria della traduzione (traduco e basta, anche se vorrei avere una preparazione teorica più solida).

      • daniele ventre il 31 ottobre 2014 alle 14:01

        Nel caso della letteratura in vedico e in sanscrito (io sto tentando con la Gita a pizzichi e bocconi) si pone un problema curioso, fra gli altri. Il numero di sillabe che compongono nel complesso gli inni originali del RGveda è un numero magico. Credo si debba optare per metri che restituiscano lo spazio ritmico dell’originale, ma tengano conto di certi aspetti magici, nascosti dietro l’isosillabismo dei metri vedici. (Una shloka è un distico di 32 sillabe, ma anche un’operazione magica).

  4. daniele ventre il 30 ottobre 2014 alle 19:34

    Nei contributi teorici di Meschonnic l’opposizione sourcier-cibliste in effetti non si pone nemmeno. Si definiscono altri campi di tensione argomentativa, altre antinomie: la principale è il modo di intendere quell’intersezione fra l’insieme testo originale nel contesto più ampio della cultura-lingua di partenza, e il contesto della cultura-lingua d’arrivo, considerato comunque che il testo è un complesso, sia pur infinitamente aperto, di potenzialità ermeneutiche (nel doppio senso di espressione-interpretazione sotteso al termine ἑρμηνεῖα) già storicamente date, mentre la traduzione, come progetto letterario, come ipotesi, è per forza di cose uno dei prodotti possibili di quell’altra area di potenzialità ermeneutiche che è la ricezione critico-filologica del testo nella cultura-lingua d’arrivo come tale. Questa intersezione va intesa per forza di cose come insieme sfocato, e dunque il problema della corrispondenza biunivoca fra gli elementi di testo e traduzione sembra spontaneamente ridimensionarsi. L’incontro fra i due mondi appare non tanto minato di soggettivismo, o escluso dalla possibilità della conoscenza reciproca effettiva: piuttosto, la modalità di conoscenza che la traduzione definisce assume una dimensione di intrinseca ambiguità: la sfera di vaghezza, che connota costitutivamente le lingue in relazione, proietta attorno a ogni elemento del testo e della traduzione un sistema di ombre e di riflessi che definiscono un rapporto dinamico di interazione fra significati e significanti. Per di più la relazione fra traduzioni e correnti interpretative di ricezione del testo in una cultura d’arrivo è ricco in sé di fenomeni di retroazione: di fatto, il ménage à deux originale-traduzione è un caso estremo, che si verifica solo e soltanto nel momento in cui si ha il primo contatto fra un testo straniero e la cultura che lo accoglie. Più spesso, il processo traduttivo è per lo meno un ménage à trois: l’originale, la traduzione hic et nunc, la traduzione che storicamente la precede; la situazione tipica è in realtà ben più complessa: l’originale, la traduzione al tempo T, le traduzioni che la precedono e le eventuali traduzioni concomitanti -con le relative progettualità editoriali di contorno. L’equivalente storico-filologico di un problema di meccanica newtoniana a n corpi. Nel caso di alcune specifiche tipologie di testi poetici, per esempio le espressioni dell’oral poetry esposte per loro natura al passaggio di voce in voce in aree culturali contigue più o meno ampie, la traduzione e il correlato bi-trilinguismo originario degli autori trasformano la versione del testo in una nuova fase di accrezione creativa della tradizione stessa, e un’eco di questo processo evolutivo si riflette in modo più o meno rilevante perfino nelle traduzioni moderne o filologicamente strutturate, che si configurano di fatto come l’ennesimo nuovo originale nel perpetuarsi di Mnemosyne -un caso limite della prassi della traduzione letteraria. La situazione delle traduzioni di testi tecnico-scientifici ha invece le sue questioni specifiche: nel caso di questi ultimi, agiscono due fattori distinti, che nella loro dialettica dànno luogo a situazioni paradosse: da un lato, l’omologazione terminologica transnazionale imposta dai parametri operativi di protocolli sperimentali, procedure di controllo, pratiche di attivazione etc.; dall’altro, la rapida evoluzione delle conoscenze scientifiche, quantomeno nel contesto delle cosiddette scienze dure -perché quanto alle scienze molli, alle scienze storico-sociali -per non parlare dei testi filosofici- le interazioni originale-traduzione sembrano avvicinarsi parecchio a quelle tipiche della traduzione letteraria. Il testo tecnico-scientifico richiede, lo si è detto, una traduzione urgente e il meno possibile sfocata -ma al contempo, la riedizione di testi di formazione di base, più o meno longevi, impone l’aggiornamento e una strutturale “infedeltà”; il testo socio-antropologico si comporta di fatto come un poema orale che rinasce a vita nuova nel nuovo contesto di studi in cui appare tradotto.

  5. […] Nazione Indiana, Ornella Tajani affronta un aspetto teorico della traduzione, partendo da Henri Meschonnic e dal […]

  6. ornella tajani il 31 ottobre 2014 alle 11:58

    Grazie Daniele dell’intervento, e di aver chiarito ulteriormente qualche altro punto della teoria di Meschonnic. Sono molto d’accordo sul “sistema di ombre e riflessi” che la traduzione ricrea, era proprio a questo che pensavo con l’immagine dell’intersezione fra due insiemi.
    Sul ménage à trois, forse il tuo discorso vale perlopiù per le lingue classiche? Quando si ritraduce, mettiamo un testo dell’Ottocento francese, non è affatto detto che si tengano in considerazione le traduzioni precedenti; e, in ogni caso, il ménage à deux con l’originale si impone comunque come primo modello, mi sembra. Di certo poi può venire a instaurarsi un’interazione con altre precedenti traduzioni, ma non è detto che succeda – né è, a mio avviso, sempre necessario.
    Sulla traduzione tecnica, non essendomene mai occupata, ci ho riflettuto molto di meno, anche se la questione è interessante: di certo bisognerebbe considerare ogni tipo di testo “tecnico” nella sua specificità, perché è chiaro, come sottolinea Daniele, che il testo sociologico è molto più vicino a quello letterario rispetto ad altri testi. Qui si va poi più nella linguistica, e ci sono studi affascinanti: ad esempio su come la “vaghezza” (vagueness) semantica del linguaggio usato dall’ONU (in varie lingue, ovviamente, e quindi in varie traduzioni) sia sfruttata come strategia politica, militare, ecc..
    Sul metro, abeppe: dipende da cosa traduci, dipende da qual è l’obiettivo : )

    • daniele ventre il 1 novembre 2014 alle 23:06

      Il problema del ménage à trois l’ho riscontrato non solo per le lingue classiche, ma anche per le lingue moderne: un esempio, le traduzioni italiane di Céline in rapporto equivoco con la ricezione dell’autore, i problemi politici connessi, le traduzioni pregresse. E non è l’unico.

  7. Donatella Dini il 4 novembre 2014 alle 22:56

    Nella prima metà del xx secolo era diffusa l’opinione che traduttori si nascesse, un’idea che in seguito è stata abbandonata. Successivamente il lavoro del traduttore è stato oggetto di studi, dibattiti, correnti di pensiero. Si è discusso sulla fedeltà e sul tradimento rispetto al testo di partenza, una discussione che sembra destinata a non avere mai fine, si sono identificate nella conoscenza, esperienza e talento le doti necessarie a un buon traduttore, lo si è spiritosamente dipinto come un cavaliere oscuro che lavora nell’ombra (Carlo Fruttero) o come un proteiforme individuo, formica e cavallo insieme (Natalia Ginzburg), formica per il lavoro minuzioso e paziente della scelta dei vocaboli, cavallo per la determinazione di andare avanti senza perdere il ritmo e la visione d’insieme, dovendo il risultato di questo lavoro far sì che le parole risultino “fresche, viventi e impetuose”. Qualche volta si parla del traduttore come di un “traghettatore”, qualche volta come di un geniale ri-creatore, come nel caso di Calvino e dell’ “intraducibile” Queneau.
    Condivido il discorso sul decentramento, mi viene anzi in mente, scherzosamente ma non troppo, la parola bilocazione: essere dentro i due testi, quello di partenza e quello che stiamo elaborando, e che rappresenterà il testo d’arrivo, badando non solo a quello che le parole dicono, ma a quello che rappresentano, al loro potere evocativo in quel contesto, in quel momento storico, in quella cultura e dunque è ovvio che ci sarà talvolta uno slittamento, quello che con un gioco di parole si potrebbe chiamare l’infedeltà della fedeltà.



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